#2
I'm the 'who' when you call
'who's there?'
I'm the wind blowing through
your hair!
Due ore più tardi, quando ormai si era già fatta l'una passata, potevamo ritenerci soddisfatti: ciascuno di noi stringeva trionfante tra le braccia un sacchetto ricolmo di caramelle, cioccolatini, marshmellows e dolciumi di ogni tipo.
Anche Armin sorrideva felice ed occhieggiava famelico a tutto quel ben di Dio: forse, in via eccezionale, si sarebbe concesso uno strappo alla regola, quella notte.
E fanculo le carie.
Una folata di vento - insolitamente gelido per una notte di fine ottobre, nel cuore dell'Ohio - mi fece battere i denti. Mi avvolsi più stretto nel giacchetto leggero che mi ero ricordato di infilarmi un attimo prima che mettessi piede fuori casa: non avevo mai desiderato così tanto una sciarpa come in quel momento.
Per un momento mi ritrovai a invidiare Mikasa - mia sorella adottiva, che quella sera aveva preferito rinchiudersi in camera di Sasha con Christa e Ymir, per abbuffarsi di schifezze e guardare horror da quattro soldi: era solita portarne una rossa, indipendentemente da che temperatura ci fosse fuori quel giorno.
Ah, le donne! Chi le capisce è bravo: era per quello che, al gentil sesso, preferivo di gran lunga un bel blocco di muscoli e testosterone ( se poi aveva anche una bella sorpresina lì sotto, tanto meglio )
Dicevo? Ah sì!
Camminavamo stanchi, trascinandoci sulle gambe tremanti: in quel breve lasso di tempo, avevamo percorso in lungo e in largo la maggior parte delle vie che si intersecavano nella cittadina, creando un gomitolo intricato.
"Direi che faremmo meglio ad avviarci verso casa..." Pigolò poi il biondo, dopo l'ennesima vibrazione del suo cellullare: che palle. Avevo l'ansia io per lui.
Annuimmo tutti: strafogarsi di dolciumi era certo una prospettiva migliore che starsene a girovagare ancora, tra le vie ormai completamente deserte, sprofondate nel sonno più profondo.
Le orde di bambini urlanti che fino a poco prima avevano animato ogni anfratto, ogni vicolo della metropoli, e che - precisiamo - ci avevano complicato discretamente il lavoro ( Ed anche Jean, con il suo ghigno animalesco, certo non era stato d'aiuto ) erano svaniti nel nulla, complici l'ora tarda ed il gelo crescente.
Mi guardai intorno: ci trovavamo nei pressi di un parco nella zona nord della città, là dove i grattacieli svettanti e gli uffici lasciavano bruscamente spazio ad abitazioni sempre più modeste e rade.
Cincinnati non mi era mai sembrata così immensa: erano passati anni da quando mi ero trasferito negli Stati Uniti, dopo essere nato ed aver trascorso buona parte della mia infanzia nella piccola Nördlingen, sperduta, quanto minuta, cittadina tedesca; ovvio che, a distanza di tempo, fossi finito con l'esplorare persino il più remoto dei quartieri, la zona più nascosta.
"Ehi ragazzi, aspettate un attimo!"
Però io, quella strada ero sicuro di non averla mai vista.
Si snodava lunga, ben oltre la coltre di buio che la inghiottiva ad un tratto, sottraendola al mio sguardo curioso.
Case nere procedevano di filata, circondate da ordinari cortiletti, anch'essi immersi nell'oscurità della notte.
Un grosso cartello in legno marcio si stagliava contro il cielo scuro, il profilo visibile grazie al chiarore della luna: mossi qualche passo per leggere il nome di quella via tanto peculiare, quanto sconosciuta.
Devil's Backbone Road
Che nome rassicurante: chi l'aveva chiamato così, Stephen King?
"Che c'è, Jaeger?" Latrò Jean, che nel frattempo si grattava spasmodico l'attaccatura della coda: la colla a caldo del costume probabilmente aveva iniziato a fargli allergia.
"Eeereeen! Dai, ho fame, sbrigati!" Si lamentò invece Connie, scuotendo il sacchetto di dolci come se fosse una scatola di croccantini, ed io il cagnolino ribelle che non ne voleva sapere di tornare a casa.
I miei genitori, da quando ero piccolo, mi avevano ripetuto - fino alla nausea - che la mia curiosità un giorno di quelli mi avrebbe fatto ammazzare ( carini, vero? ) E probabilmente, un po' ragione l'avevano.
Chiamatelo pure istinto suicida, ma io avevo da sempre avuto il bisogno spasmodico di ficcare il naso ovunque - cosa che mi portò anche a intrufolarmi di soppiatto nel bagno di quella vecchia bacucca di mia zia Bathilde e finire col sorprenderla nuda nella doccia ( Ho ancora gli incubi per questo )
"In questa via non ci siamo mai stati, e credo neanche quei marmocchietti di prima. Facciamo un ultimo round e andiamo a depredare anche quegli stronzi lì? Tanto ci vorrà poco!"
"Eren, non credo sia una buona idea..." Armin parlò talmente piano che pensai di essermelo immaginato.
"Sì insomma, guardala... no è una zona molto raccomandabile! Non c'è nemmeno un lampione... Ma potrebbero esserci dei ladri! O peggio, dei detenuti scappati dal carcere, o degli assassini e--"
"La vuoi piantare?" Sbraitai infine: seriamente, ad Armin volevo un bene dell'anima, ma certe volte l'avrei spaccato a metà come il cocco biondo che era.
"Non fare il cacasotto, eddai! È solo una cazzo di strada. Mal che vada, nel caso non si trovasse nessuno, ce ne torniamo indietro, e tanti saluti."
"Via Arlert, accontentiamolo!" Sbuffò poi chiappe di cavallo "Sennò il bambino viziato si mette a piangere."
"Grazie, merdina."
"Eren, solo perché sei tu!" Disse teatralmente Springer, sorpassandomi e battendomi una pacca sulla spalla. Poi mi sussurrò all'orecchio, in modo che solo io potessi udirlo: "E anche perché voglio fare scorte per l'inverno: i dolci non sono mai abbastanza - e devo mettere su un altro po' di ciccia se voglio che Sasha la smetta di battermi a braccio di ferro! È umiliante, credimi."
Risi piano, e annuii comprensivo: sapevo cosa significasse venir messo al tappeto da una ragazza - Mikasa ci andava giù pesante.
Mi sfregai compiaciuto le mani e sorrisi vittorioso, mentre il piccolo Indiana Jones dentro di me esultava contento.
Tirai la zip del giacchetto fino a sotto il mento. Che quei bastardi si preparassero: stavano per arrivare il cadetto Eren Jaeger e la sua squadra di ricognizione - "divisione zuccheri"
L'ululato di un cane randagio riecheggiò lugubre nei dintorni, intaccando la quiete quasi surreale tutt'attorno.
Sentii Armin muoversi a disagio e deglutire vistosamente, per poi ricomporsi subito dopo.
Io invece, il brivido di adrenalina che mi aveva scosso le viscere, lo avevo adorato.
Feci loro un cenno e ci avviammo verso l'imboccatura di Devil's Backbone Road, dove l'asfalto lasciava il posto ad un acciottolato sconnesso e l'aria pareva farsi più densa.
La nebbiolina sembrò aprirsi al nostro passaggio, e richiudersi immediatamente come un sipario che nascondeva il palcoscenico dopo l'atto finale.
Che l'atto in questione sarebbe stato una tragedia, questo ancora non lo sapevamo.
NdA: Si lo so, sono una brutta persona: vi avevo promesso il capitolo intero ma mi toccherà dividerlo un'altra volta in due per non farvi rimanere a bocca asciutta ;-; purtroppo sono impegnatissima questi giorni e quando arrivo a scrivere sono distrutta...
A giorni vi prometto la parte clou!
Un bacione! ❤
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