Capitolo 37
Il Casolare era silenzioso e buio come se fossimo nel bel mezzo della notte, l'unica differenza era che non si percepivano i respiri pesanti dei ragazzi. L'atmosfera era tetra come il ripostiglio, ma era decisamente peggiore dato che eravamo all'interno di un grosso edificio.
La paura crebbe nel mio corpo, le mie iridi saettarono in ogni angolo per trovare un filo di luce che non esisteva. Sicuramente quelle assi di legno che avevo visto nelle braccia dei Costruttori, erano servite per sigillare tutte le finestre. Nei miei timpani rimbombava ancora la camminata sinistra del Dolente. Era come se fossi circondata da quei mostri, pronti a saltare addosso sul mio povero corpo.
"R-ragazzi, siete qui?" impaurita, mi fuggí un balbettio dalle labbra.
Mossi qualche passo in avanti, il mio volto urtó una superficie liscia e calda. Per un attimo ero certa che fosse qualcosa di spaventoso e stavo proprio per urlare quando il ragazzo parlò.
"Si, stai tranquilla." mi rassicurò Thomas. "Afferra il mio braccio, io sono aggrappato ad un lembo della maglietta di Minho. Se siamo tutti vicini eviteremo di perderci."
Feci come aveva detto, un gradino scricchioló sotto il peso del piede dell'Intendente che dedussi essere in testa, poco più avanti del moro. Quel rumore proiettó nella mia mente l'immagine di una casa abbandonata con il pavimento impolverato, le tende logore mosse dal vento, quest'ultimo entrava dalle finestre con il vetro tagliente, e i mobili di legno spaccati a terra. Mi ripetei mentalmente che dovevo calmarmi; ormai conoscevo il Casolare come le mie tasche, non avevo motivo di temere che da qualche angolo potesse spuntare qualcosa di mostruoso, eccetto le articolazioni di ferro dei Dolenti.
Mentre salivamo la rampa di scale, dei ragazzi socchiudevano la porta per sbirciare chi stesse salendo. La luce nelle loro stanze per poco tempo illuminava il pavimento, restituendo la familiarità all'ambiente che era stata rubata dalla crudele oscurità.
I secondi parvero infiniti, la marcia finalmente si arrestó. Sciolsi il contatto da Thomas ma rimasi nelle vicinanze per sicurezza. Non ero mai entrata in quella stanza e non era nemmeno tanto diversa dalle poche in cui ero stata. C'erano un letto, un paio di sedie e in fondo una finestra sbarrata, per il resto era spoglia e non aveva un granché di speciale. Anche se non ero dell'umore giusto, sopra il materasso sedeva un Newt preoccupato che si mordeva le unghie mentre in una delle sedie c'era Beatrice. La bionda osservando che la porta si stesse aprendo, era saltata dalla sedia brandendo tra le mani uno dei miei coltelli, quello dall'impugnatura argentea. Le nocche erano bianche come il latte e nella sua espressione regnava il timore. Quando notó che fossimo soltanto noi, tiró un sospiro di sollievo e riprese posto sulla sedia allentando la presa sull'arma.
I due non erano soli perché in un angolo vuoto della camera, avvolto in una coperta scura come i suoi capelli e rubata chissà dove, c'era Chuck.
"Che fine avevate fatto?" chiese il riccio dopo che ci sistemammo.
"Oh, abbiamo preso solo le ultime cose utili." mi precedette Thomas che si era accomodato nell'ultima sedia disponibile. "Altre scorte di cibo, armi..."
Fui grata del suo intervento perché avrei detto che eravamo stati intenti ad esaminare le mappe per scoprire qualcosa di nuovo, se lo avessi fatto sul serio mi sarei beccata delle occhiatacce perché avrei compromesso la "copertura".
Mia sorella si sporse per ridarmi la mia arma ma la bloccai alzando un palmo e facendole sapere che servisse piú a lei che a me in quel momento.
Ringraziai mentalmente anche Minho perché si era messo tra me e il biondo così la sua stazza lo avrebbe coperto.
Per ammazzare il tempo e la noia, il mio cervello mi portò a pensare alla mia stanza di sicuro occupata dai ragazzi. Me li immaginai frugare negli scatoloni e far finta di provare i miei vestiti magari anche con espressioni buffe. Era un pensiero divertente, in netto contrasto con la tensione che si percepiva tra le persone. Poi realizzai di aver lasciato le mie armi incustodite sul pavimento, il mio cuore perse un battito. E se erano andate in mani sbagliate? E se le avesse prese Zart o i suoi amici? Ora si sarebbero presentati davanti alla porta per farmi a fettine. Le mie iridi verdi si posarono sul pavimento; esattamente sotto alla finestra, se ne stavano la mia spada con il fodero e il secondo pugnale dall'impugnatura ricoperta di nastro nero. Mi mandai a quel paese innumerevoli volte, lieta di essermi sbagliata. Mia sorella doveva averle prese, forse per proteggersi oppure per tenerle al sicuro. Qualunque fosse il motivo, mi sentivo sollevata nel vederle lí accanto a me.
"Solo una volta quei mostri si erano spinti fin qui, alla Radura." ruppe il silenzio Minho con un filo di voce.
Quelle parole mi colpirono nel profondo, risvegliando un vecchio ricordo. "Non ricordarmelo." lo fulminai con gli occhi.
"Ci hai fatto prendere un infarto." commentò Newt.
Mia sorella ci guardò in modo strano, non era ancora arrivata quando successe.
"Un giorno un Dolente impazzito era quasi giunto alla Radura, ho rubato la mia spada ad Alby, ho ucciso il mostro e fu così che diventai Velocista." le spiegai come se fosse una cosa da nulla, era la prima volta che le parlavo dopo il diverbio avuto a pranzo.
Lei sbarró gli occhi nell'udire quelle parole. "Quindi si possono ammazzare?"
"Si, ma non credo che saprei rifarlo." battei un palmo sulla coscia e scossi il capo. "Non so nemmeno io come ho fatto."
"Dovremo trovare un modo per andare via da qui." sospirò Thomas.
"E come credi di fare?" intervenne l'asiatico. "Abbiamo studiato in tutti i modi le mappe, ma ancora siamo dannatamente qui."
"Troveremo un modo." lo rassicurò Chuck.
Almeno lui era ottimista. Pensai.
Il tempo scorreva come l'acqua in un ruscello. Il sonno si faceva sempre piú forte, le mie palpebre pesanti. Diverse volte rischiavo di appisolarmi contro la spalla di Minho e altrettante ritornavo viglie. Forse i Dolenti avevano perso interesse nel venirci a trovare, pensavo non udendoli piú. Stavo per abbandonarmi alla stanchezza, ma venni bruscamente riportata alla realtà dal ronzio dei mostri. Il ticchettio procedeva lento ma costante come se si divertissero a farci accapponare la pelle. Tutti in quella stanza avevano fatto un salto e qualcuno rischió di ritrovarsi con la faccia a terra.
L'Intendente dei Velocisti si alzò dal materasso e sbirciò fuori dalla finestra, dove le assi di legno lo permettevano. Non si vedeva molto, l'unico modo per sapere se i Dolenti si stessero avvicinando era ascoltare.
Lo sferragliare del metallo diventava sempre più vicino. Potevo immaginarmi quelle bestie rotolare sulla pietra, i loro arti distendersi e ritirarsi e le loro zampe stridere sul pavimento. Dal frastuono che si percepiva all'esterno, potevo dedurre che ce ne dovessero essere piú di uno, magari due o tre per essere ottimisti.
Ad un certo punto, non sapevo se i suoni si fossero amplificati oppure se era soltanto il mio cuore che rischiava di esplodere. Mi parve di esser tornata alla scorsa notte, impaurita e circondata dai mostri che non vedevano l'ora di poter assaporare le carni di un povero Raduraio. Questa volta non ero nel Labirinto ma in un luogo che chiamavo casa con attorno i miei amici.
I mostri avanzavano contenti di aver trovato accessibile il posto in cui le loro prede si nascondevano. Dovevano essere vicini ormai, il chiasso che producevano si era propagato in tutte le direzioni. Il Casolare sembró tremare, si udiva il legno scricchiolare e spaccarsi sotto le appendici metalliche. Ci scambiammo un'occhiata terrorizzata, d'istinto presi le mie armi e mi appiattii in un angolo della stanza lontano dalla finestra, insieme agli altri. Mi allacciai la cintura e tenni stretto tra le dita il pugnale, sperai vivamente che quelle azioni potessero farmi sentire più tranquilla perché ne avevo un gran bisogno.
Un tenue fascio di luce attraversó le fessure del legno per sbattere contro le pareti della stanza. Il Dolente era proprio lí, dietro il vetro della finestra. Per il terrore strinsi il braccio di Beatrice che trasalí non appena capí cosa stesse succedendo.
All'improvviso qualcuno aprí la porta di scatto.
Chi poteva essere talmente idiota da fare una cosa del genere?
Gally aveva un espressione furiosa, il suo petto andava su e giú lentamente e, con la medesima velocità, ci scrutó uno ad uno. Sembrava diverso dal solito, aveva di sicuro qualcosa di strano.
"Vi faranno fuori." esclamò schizzando la saliva da una parte all'altra. "I Dolenti vi prenderanno uno alla volta. Tutti, fino alla fine."
Nessuno si mosse, eravamo troppo storditi dagli ultimi fatti che si erano succeduti così velocemente. Poi si avvicinò nella mia direzione. "Tu, proprio tu." minaccioso avanzava puntandomi un dito contro. "Hai fatto un bel lavoro."
Non sapevo cosa rispondere, non sapevo di cosa stesse parlando. Accanto a me, la mia gemella tremava come se fosse nel bel mezzo di una bufera di neve, per un attimo mi parve di scorgere nelle sue iridi chiare quello strano manto scuro.
Una volta che fu a qualche passo da me, compresi che le sue minacce non erano rivolte a me ma a Tris. Cosa centrava lei? Ne sapeva forse qualcosa? C'era un legame tra quelle parole e la sua strana inquetudine?
Il corvino strinse le dita a pugno e tentò di colpire la bionda, il suo colpo non andó mai a segno perché il suo braccio venne fermato da Thomas.
"Oh, non mi sono dimenticato di te." ghignó il Costruttore. "Sistemerò anche te."
Tentò di liberare il braccio e nel mentre caricava con la mano libera verso la mascella del moro. Sbarrai gli occhi, stavo per avvertirlo di fare attenzione quando riuscì a sbilanciare il rivale che cadde sbattendo contro una sedia. Gally rimase lí fermo per qualche secondo, nessuno muoveva un muscolo poi si rimise in piedi precipitandosi contro la finestra e facendo leva su una delle assi. Quel ragazzo era completamente impazzito, prima faceva delle strane minacce poi si metteva a staccare i pezzi di legno.
A quel punto Newt, stufo del suo comportamento, gli gridó contro. "Gally datti una cacchio di calmata."
Il corvino non si curò delle sue parole e finalmente staccó la prima asse.
Il biondo si recò alle sue spalle per fermarlo seguito da Minho. Il Costruttore prese con entrambe le mani un asse di legno e la fece oscillare colpendo in pieno il biondo che cadde scomposto sul materasso con un rivolo di sangue alla testa.
"Gally smettila, vai via di lí." sibilò a denti stretti il Velocista.
Ancora una volta si accanì contro l'ultima asse, l'asiatico agguantò il suo avambraccio per impedirgli di ultimare la sua opera, tuttavia una mano era ancora salda sul legno. Minho tentava in tutti i modi di scollarlo da lí tirandolo peró dopo poco anche quell'asse si staccó. Il vetro si ruppe gettando i suoi pezzi all'interno. L'asiatico si allontanò subito da lí proteggendosi il volto con le braccia.
Nel foro appena creato si infilò una porzione del Dolente, i suoi arti spaventosi si protesero all'interno della camera, come un gatto che cercava con la zampa il topo all'interno della sua tana. Il corpo del mostro si dimenava per cercare di entrare nella camera.
"La Mutazione é tremenda." si espresse di nuovo Gally. "É meglio non sapere, non ricordare."
Nel frattempo la creatura, nel suo tentativo di entrare, stava rompendo la parete. Il corvino lanciò in ultima occhiata ai presenti ancora terrorizzati e immobili quindi si lanciò tra gli artigli del mostro, il quale non aspettava altro.
Il tempo sembrava essersi fermato, dalla bocca di Beatrice uscì un urlo di terrore e i secondi ripresero a scorrere normalmente. Il corpo del Dolente accolse quello di Gally facendolo affondare nella sua carne con un tonfo umidiccio, il ragazzo non aveva scampo. Il mostro arretrò dal buco che aveva appena creato per poter ritornare a terra.
Ripresami dallo stato di trance, mollai la presa da mia sorella e, stando attenta a non scivolare sul vetro tagliente, mi affacciai dalla finestra. Il corpo del Costruttore appariva e scompariva mentre il mostro rotolava sulla pietra, luci giallognole erano prodotte da delle appendici donando all'ambiente circostante un'aria ancora piú spaventosa. La creatura sparí all'interno della Porta Occidentale. Pochi attimi dopo altri mostri ronzando raggiunsero il compagno all'interno del Labirinto, entusiasti di potersi dividere il bottino.
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