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Capitolo 13

Buio.
Nero.
Silenzio.
Vuoto.
Solitudine.
Questa volta non sognai nulla.
Oscurità, oscurità e oscurità, c'era solo quello. Non mi trovavo in nessun luogo preciso e non mi sentivo le gambe. Era come se la mia mente si fosse chiusa e rifiutata di farmi sognare o di ricordare.
Niente incubi, niente sogni. Niente di niente.
Forse quelli che io definivo "ricordi" o semplicemente "incubi", che ultimamente mi stavano perseguitando, sono solo frutto della mia immaginazione.
Finzione.
Eppure non potevo negare che in uno di essi avevo visto una spada identica a quella che avevo trovato nella Scatola o quasi, l'unica cosa che le differiva erano le frasi. Tuttavia quando avevo ucciso il Dolente non le avevo notate sulla lama. E secondo i miei "ricordi" le avevo dato un nome. Un caspio di nome!? Che cosa stupida, gli oggetti non avevano nomi e per di più le armi.
Ma era cosí reale, come il fatto di avere una sorella. Già, una sorella... E se ce la avessi veramente?
Beatrice. Se non erravo si dovrebbe chiamare cosí. Beatrice...
Quel nome mi ronzava in testa.
Frugai nella mia mente alla ricerca di un ricordo su di lei o almeno sapere che aspetto avesse, quindi, di qualcosa di certo del mio passato.
Ma come potrei fare se non mi ricordavo nulla? É un caspio di miracolo se sapevo come mi chiamavo e quanti fottuti anni avevo!
Odiavo non sapere niente sulla mia vita. Non ci poteva essere tortura peggiore.

Una voce.
O meglio un sussurro.
Dal poco che riuscii a capire apparteneva a una ragazza.
Ora potevo muovermi, il buio mi appariva meno intenso di prima. Mi sembrava che fossi rinchiusa in una stanza dove non filtrava la luce. Potevo riconoscere perfettamente il pavimento freddo e le quattro mura che mi circondavano.
Mi voltai ma non vidi nessuno, non che fosse facile vedere una persona in mezzo a tutta quell'oscurità, ma non riuscivo nemmeno a scorgere la sua figura e a capire da dove provenisse la voce. Per un attimo potevo percepire si trovasse alle mie spalle poi di fianco a me.

"Ricordati di me!" ora il suo tono di voce stava aumentando facendomi capire ció che diceva.

"Ricordati di me!" la sua voce tremava, ogni tanto sentivo dei singhiozzi.

Stava piangendo come se avesse perso una persona a lei molto importante. Era uno di quei pianti che non hanno fine, che non ti aiutano a superare il dolore, che ti logorano piano piano se non riesci a superarli.
Era devastante, triste. Mi sentivo in pena per lei come se riuscissi a sentire quello che provava.

"Chi sei?" le chiesi finalmente rendendomi conto di poter cominicare anch'io.

"Voglio che ti ricordi di me." singhiozzó di nuovo.

"Chi sei?" le ripetei.

"Giuralo." urló con voce strozzata.

"Ma almeno posso sapere chi sei?"

"Ti prego, non dimenticarti di me." la sua voce rotta dal pianto si stava affievolendo, lasciandomi nuovamente da sola e in silenzio ma nonostante ció il suo lamento mi rimase impresso come un marchio.

Stavo ancora dormendo "beatamente" quando mi sentii scuotere e dire di svegliarmi.
Aprii un occhio per vedere chi mi stava scocciando.
Il responsabile, anzi, i responsabili erano Minho e Thomas.

"Che ore sono?" chiesi sbadigliando e accorgendomi che la mia stanza era in penombra.

"Alba." rispose secco Thomas che nel frattempo si era seduto sull'altro letto, quello di fronte al mio.

Udendo questa parola mi chiesi mentalmente per quale caspio motivo l'avessero fatto.
Sprofondai sul materasso e richiusi gli occhi ignorando quello che avevano appena detto.

"Altri cinque minuti, ti prego." parlai con la faccia premuta sul cuscino.

"Non pensavo che fosse cosí difficile svegliare una ragazza!" commentó l'asiatico.

Dei passi mi si avvicinarono, probabilmente era Thomas, e mi sentii togliere di dosso le coperte.

Nessuno. Deve. Azzardarsi. A fare. Una cosa. Del genere. A me! Pensai arrabbiata.

"D'accordo mi alzo." mi rassegnai, tanto mi avevano buttato giú dal letto.

Che cosa orribile.

Svogliatamente mi misi seduta e con lo sguardo fulminai i due ragazzi.

"Vedi, non era poi cosí complicato!" commentó Thomas guadagnandosi un'occhiataccia da parte di Minho.

"Ha parlato quello che non ha fatto niente." sentii protestare l'Intendente dei Velocisti.

Nel frattempo ne approfittai per stiracchiarmi sul materasso.
Dopo qualche secondo realizzai che quel giorno, per me, era davvero speciale e importante poichè avevo l'allenamento per diventare Velocista e per questo motivo mi dovevo svegliare tanto presto. Ma ciò non bastava per darmi una motivazione valida per alzarmi e abbandonare il mio adorato letto.

"Non ho voglia di alzare le mie chiappe dal materasso." riferii sbadigliando sull'ultima parola.

Un grido di esasperazione uscí dalla bocca dell'Intendente. "Sei un caso perso: é piú di mezz'ora che provo a svegliarti, ma tu dormi come un caspio di sasso! A momenti sei peggio di noi ragazzi!" giró per la stanza con fare irritato. "Se tra cinque secondi non ti alzi ti trascino per i capelli!" mi minacció fermandosi in mezzo la stanza e puntandomi in dito contro.

"No! Non provare a toccarmi i capelli!" detto questo, mi costó moltissimo alzarmi.

"Ce l'abbiamo fatta!" esclamò contento Thomas.

"No amico, io ce l'ho fatta! E non per merito tuo."

"Volete continuare a litigare per molto? O vi decidete di smetterla?" dissi varcando la soglia della porta per poi girarmi per guardarli.

Non risposero, mentre camminavamo potevo sentire Minho esclamare: "Io non le capiró mai le ragazze!"

"Guarda che ti ho sentito benissimo."

Uscimmo dal Casolare, l'alba era stupenda, il cielo era tinto da colori che davano dal rosso al giallo per finire poi con l'azzurro. Mi ero sempre chiesta dove fosse il sole visto che non si vedeva mai.
In lontananza si sentiva un gallo cantare, sembrava di vivere in una specie di fattoria.
Andammo a fare colazione con gli altri Radurai, in realtà erano tutti Velocisti che da lì a poco sarebbero entrati nel Labirinto, infatti, alcuni di loro, mi era sembrato di vederli raramente mentre altri erano dei volti nuovi. Per un attimo sperai di vedere la testolina bionda di Newt ma realizzai che sicuramente stava ancora dormendo.
Appena finii di mangiare, i due ragazzi mi trascinarono verso il Casolare.

"Che ci facciamo di nuovo qui?" chiesi visibilmente confusa e con una punta di speranza nel tornare a riposare.

Come risposta ottenni un: "Devo mostrarti una cosa che, secondo me, ti piacerà. E credo anche parecchio" da parte di Minho.

Non mi piace quando le persone mi tengono sulle spine. Ma se dice che forse mi piacerà, faró una piccola eccezione.
Mi preoccupo troppo.

Ci fermammo nel retro del Casolare, l'asiatico estasse una chiave da una piccola nicchia accanto a uno degli angoli e aprí una porta che dava su un ripostiglio.

"É questa la stanza di cui mi parlavate prima?"

"No." mi rispose Thomas.

Minho prese la sua torcia dal suo zaino e illuminó la stanza che all'interno rivelava corde, zaini, catene e parecchi scatoloni sistemati alla bell'e meglio.

Si soffermó su una scatola di scarpe. "Che numero hai?" mi domandó.

Numero?

Mi solsi una scarpa e lessi ad alta voce 38.

"Ce ne sono rimaste due paia. Marroni o nere?"

"Nere, ovvio." nella risposta non esitai.

Minho me le lanció, erano basse e completamente nere compresi i lacci.

Carine.

Me le infilai erano molto comode, sembrava che stessi camminando su una nuvola.

"Ora prenditi uno zaino e delle corde." mi disse Thomas alle mie spalle.

"Ok, a cosa mi serve la corda?" presi uno zaino a caso, pultroppo ce ne erano rimasti solo marrone scuro.

"Con i Dolenti non si sa mai." mi rispose Minho rovistando in alcuni scatoloni, poi mi passó una torcia e senza fare domande la misi dentro lo zaino insieme alla corda .

I due Velocisti spostarono vari scaffali e scoprirono una botola.

"Dove porta quella botola?"

"Lo scoprirai presto." detto questo Thomas, con un cenno della mano, mi invitó ad entrare per prima.

Non prometre nulla di buono. Ma perché non riesco a fidarmi di loro?

Avanzai un passo un po' titubante.

Non é che é uno scherzo e quello é solo un muro molto realistico dove é raffigurata una botola e io ci sto andando a sbattere contro come un ebete?

Arrivata in prossimità della botola scacciai quel ridicolo pensiero, feci un respiro profondo e scesi le scale scricchiolanti.
Dovrebbero essere stati dodici scalini poiché davanti a me non sentivo piú la presenza di ulteriori gradinate e alle mie spalle anche Thomas e Minho si erano fermati.
Quest'ultimo tiró una cordicella che accese una lampadina la quale rivelò una stanza enorme di circa dieci metri quadrati, il pavimento era sterrato, c'erano diversi tavoli di legno robusto e nelle pareti diverse mensole piene zeppe di armi quali pali di legno, punte di metallo, grossi pezzi di reti, rotoli di filo spinato, seghe, coltelli sistemati disordinatamente su piú bauli e spade. Una parete era adibita agli arceri: archi, corde di scorta, frecce di riserva.
L'aria era fredda ma rinfrescante, l'odore della rugiada non mi dava molto fastidio inoltre sentivo che c'era della polvere.
Mi girai intorno per ammirare meglio quella stanza, dalla mia bocca uscí un "Ma che figata!"
Da Minho sentii pronunciare un "E io che avevo detto? É rimasta incantata."
Potevo immaginarmi Thomas che annuiva in risposta.
Li ignorai perché il mio sguardo fu catturato da un oggetto particolare davanti a me: la "mia" spada. Ovviamente non ero certa che fosse esattamente quella, non sapevo se i sogni fossero affidabili, in piú i particolari stavano svanendo col passare del tempo.
Un lieve raggio di luce artificiale la illuminava rendendo scintillanti le fiamme del fodero nero e anche... Vive, mi sembravano che stessero ardendo con la loro bellezza amaliatrice, per un breve nanosecondo potevo udire il loro scoppiettio denrro a un camino e il loro calore che faceva scaldare la pelle.
Scossi la testa risvegliandomi troppo bruscamente da quel piacevole pensiero.
Avanzai un passo indeciso verso l'arma che mi attraeva con una forza incredibile.
Arrivata a pochi centimetri da essa, allungai le mani e appena le mie dita strinsero la spada fui inondata di... Ricordi. O meglio sensazioni legate ad essi.
Mi sentivo protetta, avevo dannatamente bisogno di lei.
Perché?

Perché? Non lo so.

Mi sentivo a casa. A casa... mia.

Casa mia? Non so neanche che cosa rappresenta per me esattamente.
É forse la Radura? Quel posto che chiamo tale da quando ci ho messo piede?
No, no... Era una cosa totalmente diversa
E allora cosa?
Non lo so.

Mollai istintivamente la presa dall'oggetto e solo allora mi accorsi che i due Velocisti mi stavano parlando.

"Hey, stai bene?"

"Si, si." risposi un po' troppo frettolosamente come se stessi nascondendo qualcosa.

Strano, l'ultima volta che l'ho toccata non mi aveva fatto questo effetto.

"Comunque, ho parlato con Alby, se vuoi prenderla e tenerla puoi farlo, a patto che tu non faccia sciocchezze." mi informó l'Intendente.

E per chi mi hai presa?

Senza farmelo ripetere altre due volte presi la spada e me la posizionai sulla vita ma stavolta non diedi piú peso alle sensazioni che riempivano la mia mente.
Infine, da uno dei bauli contenti i coltelli, ne presi uno come mi aveva detto Thomas poco prima.
L'impugnatura era avvolta da dello spesso e resistente scotch nero. La lama era argentea e lucente, assomigliava molto alla mia spada tranne per l'impugatura.
Feci roteare la piccola arma tra le mie dita e la infilzai tra i pantaloni e la cinta.

E questo dove l'ho imparato? Mi domandai sorpresa dalle mie inasoettate abilità.

Dopo che mi assicurai che il coltello non cadesse mentre correvo, i due Velocisti mi trascinarono letteralmente di fronte alle Faccemorte.

"Che ci facciamo qui?" chiesi leggermente confusa.

"Ho deciso di mettere alla prova le tue abilità con la spada, per vedere come te la cavi." mi rispose l'asiatico. "Sai... L'impresa di ieri..."

Ma se né Thomas né Minho si sono portati dietro una spada, contro chi devo duellare?

"Finalmente posso avere la mia rivincita!" la voce provenne alle mie spalle e non apparteneva ai due ragazzi.

Dimmi che non é vero, dimmi che me lo sono solo immaginata.

"Tu?!" esclamai voltandomi, e rendendo i miei sospetti veri.

"Si, Angelica." mi ringhió contro Gally.

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