Capitolo 7
Mi svegliai di soprassalto, con la sensazione inquietante di un peso che viene a mancare da sopra la punta del piede, come di una mano che si ritrae di scatto, lasciando avvertire la percezione della propria assenza.
Mi rigirai più e più volte, volgendo lo sguardo fin sotto il letto, nel terrore folle di trovarvi chissà quale creatura. Ma non vi era nulla. Solo il vuoto più assoluto, la flebile luminescenza proiettata dalla lampada accesa sul ripiano del comodino che si mescolava alle ombre disseminate sulle pareti dai profili delle coperte e del mobilio.
Giornata troppo distruttiva per rifletterci ulteriormente su. Crollai nuovamente nel sonno, avvertendo poco dopo il bisogno impellente di riaprire gli occhi, raggelandomi subito poi nel rivedere mille ombre tremare sulla superficie irregolare del soffitto, ombre che non appartenevano per nulla ai profili del semplice mobilio della stanza.
Non poteva essere normale.
Nastri di buio stavano invadendo le pareti, strisciando come vivi sempre più in alto, tentacoli di fumo che rampicavano fin sul soffitto.
Il cuore mancò di accordare un battito.
Rimasi lì, incapace di muovere anche un muscolo soltanto, il respiro che si trasformava in affanno.
E poi un suono. Avvertii improvvisamente un suono spandersi nell'aria. Un suono struggente e disperato, dolorosamente bello al punto da far dolere anche l'anima soltanto a sentirlo.
Mi resi conto di essermi alzata dal letto, per raggiungere la fonte di quel suono, solo quando la gelida luminescenza del plenilunio fuori dalla finestra mi bagnò di luce il volto.
E quando la raggiunsi mi paralizzai, il terrore che mi raggelava dentro, fin nelle ossa. Il cuore che batteva a precipizio.
Il violoncello di Nica. L'archetto sospeso a mezz'aria che scivolava sulle corde tese, come mosso da una mano invisibile. Dita di fumo che pizzicavano le corde, per poi carezzarle nuovamente in un'orda di note struggenti che si riversava nella stanza.
Mi sentii morire.
Rimasi lì, incapace di credere a quanto i miei occhi vedevano. Incapace di respirare. Un dolore troppo forte per poterlo gestire che mi divorava nel petto.
Non poteva essere vero.
E poi di nuovo le ombre. Mi avevano raggiunto anche lì. Ombre di fumo nerastro e denso che dilagavano in tutta la stanza e si inerpicavano fino al soffitto, allacciandosi le une alle altre, per poi allontanarsi di nuovo. E per un momento ebbi quasi la sensazione che quelle dita di buio che in apparenza lasciavano tutto al caso, forse non si muovevano in modo del tutto casuale. Quasi a tracciare un disegno oscuro e terribile, che solo alla fine avremmo potuto scoprire.
Un battito di ciglia. Una lettera apparve con chiarezza sul soffitto. Prima che un lampo di luce inondasse la stanza. E tutto svanisse.
***
«Il tuo fantasma ha qualcos'altro da dirti.» Il tono carezzevole con cui Riley, il ragazzo della seduta, aveva parlato era uno strano contrappunto con la schiettezza delle parole che mi rivolse.
Ma aveva ragione.
Mi limitai ad annuire, vagliando i possibili significati di quanto accaduto la notte appena passata.
«Quella musica» mi limitai a dire, la voce ridotta ad un sussurro appena udibile, il volto abbassato sulla fumante tazza di caffè davanti a me. Il contatto delicato delle dita raggelate che lambivano la ceramica calda che era quasi una carezza inaspettata. «Non ricordo dove l'ho già sentita.»
La risata ilare e indelicata che gli sfuggì dalle labbra mi fece dubitare sulla mia scelta di fare entrare in casa e nelle nostre vite un perfetto sconosciuto.
Avrebbe anche potuto ucciderci tutte, pensai in un momento di folgorante lucidità.
Lo sguardo torvo che mi rivolse Nica mi lasciò percepire quanto aveva intuito dei pensieri che mi infestavano la mente in quel preciso istante.
«Scusami» disse lui, il tono con cui aveva parlato che era tornato nuovamente sotto la tempra del proprio autocontrollo. «Ma non riesco proprio a capacitarmi di come qualcuno possa non riconoscere "Nothing else matter" dei Metallica, è famoso fino all'indecenza.»
Mi morsi un labbro.
Aveva ragione.
Mi lasciai pervadere da un silenzio quasi spettrale, incapace di formulare anche una spiegazione soltanto in quei ricordi inquietanti in cui rimasi a dibattermi. Lo sguardo remoto, intrappolato sulla superficie schiumosa del caffè innanzi a me, guardando ma non vedendo davvero.
«Niente ha più importanza.» La voce di Nica arrivò all'improvviso, inaspettata nonostante la vicinanza, giungendo come da un luogo lontano da cui era emersa soltanto in quel momento. Mi voltai a guardarla, lo sguardo in tralice che anticipò il tono indelicato delle parole che sarebbero seguite. «Forse non ha più importanza perché è troppo tardi, forse il male lo abbiamo già fatto entrare.»
Silenzio. Un lampo di luce indecifrabile balenò nello sguardo di Riley, ricamando con sfumature impossibili quegli occhi color dell'oro.
«Se fossi io il male» disse, la calma straordinaria con cui aveva parlato che dava nuovamente percezione del proprio autocontrollo. «A quest'ora avrei già fatto di voi ciò che volevo.»
Il languido sottinteso che aveva lasciato percepire nelle sue parole mi costrinse ad abbassare lo sguardo, malcelando un fiotto di calore improvviso risalito ad imporporarmi il volto.
Non era il momento per certe cose.
Ancora qualche istante. E fu lui stesso a stemperare il sentore d'imbarazzo creatosi nell'aria.
«Direi che è il momento di tornare dai nostri amici delle costellazioni.»
E fu quanto di peggiore potessi fare.
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