Like VR46
Dedicato a te, VR46, che mi hai insegnato a vivere a pieno la mia vita. Che mi hai insegnato a rialzarmi da terra, piú determinata di prima. Che mi hai insegnato a portare rispetto anche a chi ti odia, mostrandomi matura.
Dedicato a te che fai parte della mia vita da ben 18 anni.
Grazie di tutto, The Doctor.
*L'inizio di tutto*
"Silenzio, silenzio. Sta per iniziare" disse mio zio zittendo tutti i presenti.
Tutta la famiglia s'ammutolì, posando lo sguardo verso l'enorme schermo piatto appeso alla parete. Con in mano un sacchetto colmo di caramelle, mi sedetti a terra, sotto il televisore, pronto per giocare con le macchinine.
Come era solito nella nostra famiglia, da marzo a novembre, le domeniche le si passavano a guardare le gare della Moto GP. Ogni domenica la stessa solfa: urla, imprecazioni, ansia a go go. Tutti erano gasati nel guardare le gare, una persona più di tutti, mio zio.
Lui viveva per le moto, al contrario di me.
Fino a quel giorno.
Non so nemmeno io cosa mi prese, perché alzai lo sguardo verso il televisore ma, appena lo feci, lui mi catturò. Quel ragazzo appena adolescente mi stregò. I suoi occhi dal colore indecifrabile, forse marroni, forse verdi, mi entrarono dentro, fino all'anima.
Mi incatenarono a se, portandomi a vivere per quello sport tanto bello quanto pericoloso.
Da quel giorno, la mia vita cominciò a ruotare attorno alla Moto GP. Da quel giorno, il mio piccolo cuore iniziò a battere per le due ruote.
*Compleanno*
Ricordo ancora come fosse ieri il giorno in cui ricevetti la mia prima moto. Avevo quattro anni.
Mamma e papà avevano voluto festeggiare il mio compleanno portandomi al Luna Park, ma io non volevo.
Volevo passare la giornata nell'officina dello zio. Volevo sedermi sul cofano della sua Lancia Delta Integrale nera ed osservarlo mentre riparava le moto, impartendomi lezioni su quelle creature perfette.
Era tardo pomeriggio e finalmente stavamo tornando a casa. Nessuno della famiglia mi aveva fatto gli auguri. Sembrava che si fossero dimenticati del mio compleanno.
Entrammo in casa. Il soggiorno era al buio. Papi accese la luce e...
"Tanti auguri Axel" annunciarono entusiasti tutti.
Scesi dalle braccia di mamy, sgambettando verso la montagna di regali tutti belli impacchettati che aspettavano solo di essere scartati.
Peluche, colori, vestiti, macchinine. Ecco cosa avevo ricevuto. Nemmeno la più piccola ombra di un qualcosa che ricordava una moto.
Ero deluso. Anche se ero piccolo, pensavo che la mia famiglia avesse capito cosa realmente volevo.
Pensavo che almeno mio zio, che almeno lui mi avesse regalato qualcosa sulle moto, ma niente.
"Non ti piacciono i regali?" chiese mio zio, abbassandosi alla mia altezza. Negai col capo.
Mi scompigliò i ricci indomabili, strappandomi un sorriso.
"Axel, c'é una sorpresa per te" disse prendendomi per mano. Mi guidò verso il garage. Una volta giunti davanti all'enorme porta di metallo, aggiunse "Chiudi gli occhi e non sbirciare"
Sapeva già che avrei sbirciato. Portai entrambe le mie piccole manine sui miei occhietti color ghiaccio, coprendoli per bene. Ero agitato ma soprattutto molto curioso. Chissà cos'era la sorpresa che si celava in garage. Sentii la porta aprirsi e mio zio guidarmi all'interno.
Una volta ricevuto il permesso, tolsi dal viso le mani, restando letteralmente a bocca aperta davanti a lei.
"Buon compleanno piccolo mio" mi sussurrò all'orecchio.
Strinsi forte a me mio zio, saltellando di gioia. Corsi verso quella moto tutta blu, guardandola con gli occhi a forma di cuore.
Passai le mie piccole e un po' paffute dita, su tutta la fiancata di quella creatura a due ruote, straordinaria.
Appoggiai la testina sulla sella, inspirando il profumo di cuoio che emanava.
Non potevo crederci.
Avevo appena ricevuto colei che sarebbe diventata la mia compagna di vita.
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"Allora piccolo mio, proviamo a correre?" domandò mio zio.
"Si, si" risposi sfoderando uno dei miei sorrisi migliori.
Mio zio mi aiutò a salire sulla mia moto. S'inginocchiò a terra, mettendomi in testa il casco nuovo nuovo color ghiaccio.
Mi spiegò come accelerare, frenare, scalare o inserire le marce. Accese la motocicletta e poi, tenendo il posteriore della mia piccola bimba, mi aiutò a correre.
Partimmo dalla sua officina, attraversando tutto il piccolo paesino in cui abitavamo. Tutti quelli che ci vedevano, che mi vedevano in sella alla mia moto, continuavano a dirmi che ero bravo. Che gli ricordavo Valentino Rossi.
Anche se coperto dal casco, avevo un enorme sorriso stampato sulle labbra.
Da quando avevo la mia moto personale, non potevo che sorridere felice.
*Seconda elementare*
Almeno una volta nella vita, abbiamo avuto la maestra che ti chiedeva cosa volessi fare da grande.
Tutti i miei compagni sognavano di fare gli astronauti, perché viaggiare nello spazio era forte; i calciatori, perché correre dietro ad un pallone era divertente; oppure volevano seguire le orme dei loro padri, perché si sa, ogni padre fa il lavoro migliore al mondo.
"E tu Axel, cosa vuoi fare da grande?"
"Moto" risposi con l'innocenza che un bambino di sette anni poteva avere.
"Le moto non portano a nulla"
Quella frase mi spezzò il cuore. Come poteva dire una cosa del genere?
Dedicare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo della propria vita a migliorare, a dare il massimo, a dimostrare al mondo che si é il migliore in sella ad una moto, non significava nulla?
Le moto non portavano a nulla. Perché, studiare di guerre portava a qualcosa? Cosa interessava a me sapere delle guerre, di come le persone si uccidevano perché la pensavano in modo differente?
Capitoli su capitoli su questo, quando invece si dovrebbe studiare di loro, coloro che sono dei veri campioni. Coloro che corrono in moto. Erano, sono dei miti, leggende viventi.
Si dovrebbe studiare su come erano prima le gare. Quando, in griglia di partenza, la moto bisognava spingerla per poter partire.
Di quanto i caschi fossero tremendamente semplici e coprivano solo la nuca. Di quanto difficilmente cadevi a terra, perché se cadevi, ti facevi male sul serio oppure non ti rialzavi più.
Si dovrebbe parlare di Giacomo Agostini, per poi arrivare a Valentino Rossi. Uno che a trentotto anni ancora gareggia e batte i ragazzini. Uno che nel 2015, nell'ultima gara del moto mondiale, a Valencia, é partito ultimo arrivando quarto.
Uno che é stato nove volte campione del Mondo: una volta nella 125, una nella 250 e per ben sette volte nella classe regina, e che ora lotterà come un guerriero per arrivare a quota dieci.
*16 anni*
Ormai erano anni che mi allenavo. Erano anni che mi dividevo tra scuola e gare. Finita la scuola, in sella alla mia moto da cross, sfrecciavo verso casa, pronto per allenarmi fino a notte fonda.
Dovevo prepararmi al meglio. Tra meno di tre mesi, sarei entrato ufficialmente nella 125, conosciuta meglio come Moto3.
Dovevo dare il massimo. Dovevo dimostrare al mondo chi ero e quanto valevo.
"Ti sei piegato troppo!" urlò mio zio.
Mi sollevai da terra, pronto per rifare ancora e ancora, quella maledettissima curva che proprio non voleva accettarmi.
"Dalla curva otto, devi raddrizzarti subito sennò alla curva dieci cadi" disse raggiungendomi.
Prese in mano la mia moto, mostrandomi a rallentatore come affrontare al meglio la curva. La piegò quel tanto che bastava da lasciare una decina di centimetri tra il manubrio e l'asfalto.
Appena il posteriore passò la curva, raddrizzò subito la mia bimba, piegandola subito dopo nel lato opposto.
"Ho capito" risposi dopo aver osservato attentamente come si muoveva.
Ricontrollai le carte che raffiguravano nei minimi dettagli ogni centimetro della pista, leggendo e rileggendo per non so quante volte, gli appunti scritti a mano dallo zio, il mio mentore.
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A scuola andava uno schifo. Non avevo tempo per lo studio. La mia vita ruotava attorno alle due ruote e nulla mi avrebbe mai fatto mollare.
Anche il mio insegnante, il mio mito, The Doctor, a scuola andava cosí cosí. Come me, pure lui dedicava il suo tempo alla sua passione. Si era impegnato tanto. Era diventato una leggenda vivente. Era entrato a correre nella classe regina quando era giovane, incantando il mondo intero.
A distanza di nove anni, alla domanda di cosa volessi fare da grande, la risposta era sempre la stessa, solo piú completa.
"Perché vuoi correre in moto?" mi chiese la professoressa.
"Perché le amo. Sono le creature più perfette che l'uomo abbia mai creato. Sono belle da far paura. Ti sono fedeli e t'ingannano allo stesso tempo. Amo le sensazioni che si provano. É pura adrenalina. Ti attraversa la spina dorsale, attraversandoti tutto il corpo. La paura non esiste. Quella sparisce non appena sali in sella alla tua moto" mi bloccai prendendo fiato.
"Guarda che si corre per vincere e basta" disse ridendo un mio compagno.
"É vero. Si corre per vincere. Io invece corro perché mi diverto. Amo come la mia bimba romba sotto il mio corpo. É musica per le mie orecchie.
Amo come riesco a farla inclinare, fino a quando manubrio, gomito e ginocchio sfiorano l'asfalto"
"Riesci a farlo solo perché é molto tecnologica"
Disintegrai con lo sguardo quel sbruffone di Marco.
"Non é vero. Sono io che la guido. Sono io che l'accompagno dolcemente a terra, per poi raddrizzarla subito. Adoro portarla al limite, sfiorando i trecento km orari, per poi scalare le marce, passando dalla quarta alla prima in tre secondi e vice versa. Affrontare una curva a novanta all'ora. Avere la moto che "balla" quando chiudo troppo presto il gas, oppure come si perde l'anteriore quando si fa qualcosa di sbagliato. Sono io che comando, non lei"
"Ami proprio tanto le moto" esortò la mia compagna di banco. Annuii.
"Amo passare intere ore, giornate, chiuso all'interno del mio box, assieme al mio team, a studiare nei minimi dettagli una pista. Amo fare test su test, fare e battere i record, fare il miglior tempo. Adoro da matti accovacciarmi a terra prima di una gara, con le ginocchia al petto e parlare alla mia bimba"
Guardai l'intera classe. Tutti mi guardavano come stregati dalle mie parole.
"Posso sembrare pazzo ma lo faccio. Ed é quello che fa il mio mito. Mi piace sussurrargli che andrà tutto bene, che daremo il massimo perché si sa, la moto é l'unica creatura che ti conosce meglio al mondo.
Sa tutto di te: le tue paure, le tue debolezze, i tuoi punti forti e tu sai tutto di lei.
Adoro le piste. Amo correre su un asfalto che può toccare i quaranta gradi, oppure ritrovarmi ad affrontare una pista che presenta venti centimetri di pioggia"
"Cosa provi quando corri? Non hai paura di farti male? Non hai paura di cadere e non rialzarti più?" domandò la prof.
Mi sistemai meglio sulla sedia di legno, formulando una risposta.
"Non mi preoccupo del fatto che tra un paio d'anni, mi potrei ritrovare ad avere più ferro che ossa nel corpo.
Non temo la morte anzi, la sfido. Non ho paura di morire, perché so che se devo andarmene, me ne andrò facendo la cosa che amo di più al mondo.
Quando indosso la tuta, mi sento una specie di supereroe" sorrisi. "Appena abbasso la visiera del casco e salgo in sella alla mia piccola, tutto quello che ci circonda scompare. Restiamo solo noi. Per quaranta- cinquanta minuti di gara mi sento me stesso. Mi sento vivo.
"In sostanza cosa vuoi?"
"Voglio sentire i boati. Voglio vedere migliaia di bandierine color ghiaccio, sventolare per me. Voglio udire l'inno italiano grazie ad una mia vittoria. Voglio salire sul gradino centrale del podio, quello più alto, quello riservato ai campioni.
Voglio entrare nella classe regina. Voglio affrontare il mio mito. Voglio batterlo o almeno provarci. Voglio che durante il giro di ringraziamenti, Valentino Rossi venga da me e mi batta il cinque sulla spalla. Voglio incantare la gente come lui ha fatto con me.
Voglio dimostrargli che se sono bravo, il merito é suo. Voglio sentire Guido Meda urlare <Al mio segnale scatenate l'inferno>, <Tutti i piedi sul divano>. Voglio essere ricordato. Passare alla storia come un grande"
*21 anni*
Ero riuscito a farcela.
Finalmente il mio sogno si stava avverando. Avevo vinto il mio terzo titolo mondiale, il primo nella Moto2.
Avevo incantato, stupito, stregato il mondo.
Alcuni sostenevano che ero l'erede del The Doctor. Che il mio stile ricordava il suo.
Non potevo essere più felice.
Portai la mia moto sulla griglia di partenza, aspettando che la gara iniziasse.
Un nuovo moto mondiale iniziava ed io, Axel, facevo parte della classe regina.
Io, un ragazzo cresciuto a piadine e moto, ora correvo coi grandi campioni.
Mi accucciai a terra, sussurrando alla mia piccola che avremo dato il massimo.
Passarono i minuti e finalmente la gara iniziò.
Ora si faceva sul serio.
Ora avrei affrontato il mio mito.
All'età di ventuno anni, il mio sogno più grande, lo stesso che avevo da ben diciassette anni s'avverò.
Vivevo per questo. Vivevo per correre in moto.
Le sensazioni descritte le provo ogni singola volta che lo vedo correre.
Sono cresciuta con lui e lui con me é diventato grande.
#IOSTOCONVALE Sempre e per sempre
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