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Capitolo primo: Tangeri, il presente, la fine

- ti ricordi di Barcellona?-

- certo che mi ricordo di Barcellona. Sono nato, quella settimana, a Barcellona-

Areli sorrise al suo vecchio marito stanco, accecato dalla luce morbidamente brillante del tramonto, abbracciato a lei sul loro letto disfatto ed esausto dal peso dei loro corpi.
Le sue labbra ormai erano tutte rinsecchite e sfibrate, consumate da anni di baci, ma Henrik continuava ancora a fissarle come la prima volta che le aveva viste, piene e tremanti nella gloria dei loro vent'anni.

- ti stanno bene bianchi-

Le passò una mano tra i capelli devastati dalla ricrescita bianca che la umiliava così tanto. Era abbastanza certa di aver accettato la propria veneranda età di sessantenne, tuttavia faceva ancora fatica a lasciar perdere la tintura rituale della chioma. L'ultimo frammento della Areli che andava in giro in minigonna quando ancora era scandaloso e lasciava sigarette spente e baci fiammanti sullo specchio del bagno dei suoi amanti mensili.

- lo dici solo perché ti dà fastidio l'odore della tintura-

- ultimamente stai andando dalla parrucchiera-

- lo dici comunque per quello-

Risero sommessamente entrambi, senza nessun vero motivo per farlo.
Il marito le baciò delicatamente la fronte, solleticandole le pelle cascante con la barba ispida degli uomini anziani. Le piaceva quella sensazione.

- quei capelli non ti faranno tornare giovane-

- mi fanno sentire giovane se non altro-

- non penso tu sia capace di sentirti vecchia, conoscendoti-

Ed effettivamente la conosceva troppo bene. Sospirò, sconfitta, ritirandosi nel suo angolo di letto sin quando l'uomo non la attirò nuovamente a sè con le sue braccia esauste. Profumava ancora di colonia dopo tutto quel tempo, non aveva mai avuto la voglia di cercarsi un altro profumo.
Ne era grata, a dire il vero, ma probabilmente lo avrebbe ammesso solo in punto di morte, dopo una vita passata a canzonare la sua mancanza di gusto.

Tangeri sorrideva ad entrambi oltre le finestre aperte, l'aria bollente ed il vento caldo che facevano tanto bene alle loro ossa gelide ed in lento disfacimento. Non erano ancora così tanto vecchi da doversene davvero lamentare, tuttavia un piccolo aiuto da parte del clima era senz'altro gradito.
Le era piaciuto abitare in Danimarca, ma passati i cinquanta Henrik aveva fermamente deciso che non sarebbe finito a poter stimare il meteo del giorno dopo dal dolore al ginocchio. Troppo umido.
Urgeva un trasferimento.

C'era voluto un po' ad abituarsi al nuovo continente, dopo poco meno di mezzo secolo senza spostarsi dalla cara vecchia Europa, ma alla fine si erano entrambi follemente innamorati del Marocco, tanto che dopo dieci anni di permanenza potevano dire di aver fatto il giro dei monumenti principali almeno due volte ciascuno e aver scoperto una grande quantità di località spesso trascurate dai turisti e che potevano godersi solo loro due in santa pace.

- sono felice Areli-

Le disse, inaspettatamente, con la stessa voce giovane della prima volta che si erano parlati. Non aveva mai perso quell'accento ungherese marcato che lo aveva sempre contraddistinto, e sospettava che fosse il suo modo di tenere vivo il ricordo di casa sua.
Anche dopo la caduta dell'unione sovietica non era mai voluto tornarci. Troppi ricordi. Troppi morti. Della sua terra aveva solo una valigia e la voce ormai, e sembrava essere contento così, la maggior parte del tempo.
A volte lo spiava a fissare l'orizzonte con aria persa, durante la notte, lontano milioni di miglia dal balcone di Tangeri, seduto sul davanzale della finestra della sua abitazione infantile, con le ginocchia ancora sporche di terra e la pancia vuota.

- anche io sono felice Henrik-

Lo era. Lo era davvero, per qualche folle motivo.

- se dovessi scegliere un momento in cui morire, sceglierei qualcosa di simile ad ora-

- la miglior immagine del mondo possibile... non te la sei proprio dimenticata, Barcellona-

- non potrei mai-

Gli occhi acquosi di Areli vagarono per la loro stanza da letto per qualche istante, poggiandosi senza grazia su tutti i dettagli e le cianfrusaglie senza valore che la occupavano e che non avevano il coraggio di buttare dopo tutto quel tempo: le dita di un Michelangelo, sgraffignate ed infilate nella borsetta prima che fosse troppo tardi, senza pensarci due volte, boccette di vetro degli anni trenta piene di cenere ordinate accuratamente sulla loro mensola in mogano che li aveva seguiti in tutte le loro abitazioni stabili, contrassegnate da delle piccole targhe nella scrittura elegante di Henrik, Roma, Parigi, Lisbona, Vienna, Berlino, Barcellona erano solo alcune delle località segnate. E poi c'erano quadri mezzi bruciati, di nessun artista rilevante a dire il vero, ma lui era troppo un romanticone e lei troppo ossessionata dal loro aspetto decaduto e distrutto per non appenderli in camera, tetri spettri di un passato perso, una mezza pala d'altare a rimpiazzare lo sportello del mobiletto dei pigiami. Il resto della stanza erano foto, foto a non finire di ogni possibile città del vecchio continente, a volte solo degli edifici e delle persone che passavano affrettate ed indifferenti per strada, spesso di loro due nei loro anni migliori, giovani ed attraenti, con gli occhi pieni di fuoco e ribellione, che facevano le boccacce all'obbiettivo, si guardavano negli occhi e spesso si baciavano.

La foto che cercava era proprio una nella quale si baciavano, la prima di tutte, della mitica Barcellona e dell'inizio della loro storia.
Alle loro spalle, la Sagrada Familia andava in fumo.

Sorrise al ricordo, baciando di nuovo il marito, come a rievocare per qualche istante quell'esatto momento in cui erano entrambi rinati nel loro battesimo del fuoco.
Aveva anche lui le labbra stanche e consunte, ma non le importava nemmeno un po'. Sapeva ancora di tabacco fresco e colonia. Una volta il suo rossetto gli avrebbe imbrattato tutta la bocca.

- pensavo che dopo tutto questo tempo avresti smesso di amarmi, sai?-

- davvero? Perché?-

- non ne ho la minima idea, ma fino ad un certo punto è stato come vivere in film. Tutto troppo bello, troppo sfavillantemente felice per essere vero. Quindi per qualche motivo ero convinto che alla fine della pellicola saresti tornata alla tua vita di prima, come un'attrice capisci?-

- ed invece sei ancora qui con questo vecchio sacco d'ossa che ti tormenta. Un affare-

- altrochè-

Risero come due sciocchi al ricordo della propria stupidità giovanile, riempendosi i polmoni di aria bollente, stanchi di vivere ed allo stesso tempo impazienti di cominciare all'alba.

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