𝚁𝚒𝚌𝚘𝚜𝚝𝚛𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 OO9: margaritum
𝐌𝐚𝐫𝐠𝐚𝐫𝐢𝐭𝐮𝐦.
/mar•ga•ri•tum/ [lat.]
1. sost. f.
Perla
2. agg. f.
Persona cara, persona amata, oggetto di orgoglio e di prestigio, fig.
T.W.
Autolesionismo, possibile gore.
Amo scrivere questa storia.
Diana era familiare alla sensazione di non avere un corpo.
Aveva sperimentato diverse volte la passeggera ma meravigliosa sensazione di trovarsi a galleggiare in mezzo al niente come se nulla effettivamente esistesse, incapace di formulare dei pensieri o di pensare.
Erano ricordi confusi quelli che possedeva del suo periodo di vagabondaggi in mezzo alle strade, tuttavia nulla, nemmeno il lavaggio costante del tempo e della fatica a cui la sua mente era sempre sottoposta, era stato capace di cancellare quell'esperienza così innaturale, ma alla stessa maniera piacevole in un qualche modo.
Nulla che però l'avesse preparata a quello che stava vivendo in quel momento.
L'unica sensazione di piacevolezza che era riuscita ad ottenere da quella sostanza svanì dopo poco, lasciandola in balia di una mente sovreccitata, incapce di controllarsi e di un corpo che tentava in ogni modo di rigettare tutto ciò che aveva in corpo per espellere qualsiasi cosa le avessero dato da ingerire.
Vomitò diverse volte, sporcandosi i vestiti, le scarpe ed anche un poco i capelli, incapace com'era di controllare i propri muscoli ed arti.
L'odore nauseabondo aggiungeva disorientamento alla sua già terrificante situazione.
Sentiva le pareti, il soffitto e lo stesso pavimento che la sorreggeva liquefarsi e contorcersi in forme innaturali, o distorcendo enormemente la loro misura, facendole apparire ora come se la stessero stringendo in una morsa, ora come se fossero talmente distanti da non essere visibili.
Tentò di muoversi dal muro a cui era appoggiata dopo aver rimesso l'ultima volta, che puzzava di succhi gastrici in una maniera indescrivibile, ma scivolò su di questi e cadde in terra battendo la testa, sporcandosi ancora di più nel processo.
Si sentiva così sporca ed umiliata come da anni non le capitava di essere.
L'odore le aggrediva le meningi con una tale insistenza che riusciva quasi a vederlo galleggiare nell'aria a prendersi gioco di lei. Anzi a dir la verità lo vedeva proprio.
Era di un colore che non aveva mai visto in vita sua, e che difficilmente sarebbe stata in grado di descrivere se qualcuno glielo avesse chiesto. L'unica cosa che poteva dirvi a riguardo era che urtava le retine guardarlo, quasi le bruciasse, mescolandosi a quella luce accecante delle traballanti lampade sul suffitto.
Era troppo forte quella luce, odiava quella luce, la odiava, sì, la detestava proprio con tutto il suo essere!
Si raggomitolò e strizzò le palpebre l'una contro l'altra con così tanta forza che le fece male, affondando i denti nella carne delle labbra per lo sforzo, mischiando al sapore del vomito quello ferroso del sangue, che le gocciolò giù per la gola, inzuppandole in breve tempo il colletto della camicia.
Il dolore causatole dalla luce era tale che si convinse che gli occhi le stessero andando a fuoco, lei stessa si convinse di essere arsa da delle fiamme in quello stesso istante.
L'odore di fumo le corse alle narici, e quando riaprì gli occhi si rese conto di essere in cima ad un'altissima pira, così tanto alta da sembrare una torre.
Alcuni lembi dei suoi abiti erano già in fiamme, eppure la paglia non era stata ancora accesa e non sembrava esservi alcuna fonte di appiccio per il fuoco.
Tuttavia, il puzzo di bruciato era troppo forte per non essere vero.
Tentò di rigirarsi, ma la sua mano scivolò ancora sul terreno, facendole sbattere il viso, non con abbastanza violenza di rompersi qualcosa, ma di certo sufficente a lasciarle dei lividi.
- la strega! la strega!- gridava il vento, trasportando le voci da chissà dove, uniformandole in un solo graffiante suono.
La paglia sembrava inghiottirla, fondendosi, colandole sulle dita, avvolgendosi sui suoi vestiti come un guanto che cercava di intrappolarla.
Tirò e si dibattè, ma riuscì solo a strisciare un poco più avanti, sino al bordo della pira, spingendo e dimenandosi sin quando non riuscì a posare gli occhi verso terra, ma ritraendosi in breve tempo, inorridita.
Giù, correndo per quella torre di fieno, una folla malforme, che si muoveva come un solo gigantesco essere dalle teste infinite, gridava alla strega agitando bastoni e picche, e uomini dai visi deformi salivano veloci verso di lei, sfregiati e consumati dal tempo.
Si accovacciò stringendosi le gambe al petto, mormorando parole senza senso, forse con un ritmo, ma che non suonavano nemmeno reali sulla sua bocca, come nei sogni. Stava sussurrando una ninnananna con la voce dei sogni.
Lasciò che le pagliuzze le si infilassero fra i vestiti, sotto le unghie, che le pugnalassero la pelle, le riempisse le orecchie e il naso, tantando di trasformarla in parte di loro, tirandola giù in mezzo al marasma, lontano dalla cantilena della folla e dal respiro degli uomini che si avvicinavano sempre di più.
"Sparisci, sparisci" si intimò, guardando il sangue correrle lungo le braccia.
Prese una manciata di paglia e se la conficcò sul volto, scavando nella carne cercando di provare del dolore mentre l'acciaio fibroso le perforava le ossa del viso, guardò le mani coperte di rosso cercando di provare orrore di fronte a quello che vedeva, ma rimase indifferente a quella vista.
Disperata, artigliò con le unghie le ferite appena emerse, ma la pelle semplicemente si aprì senza che lei provasse alcun male.
Urlò, graffiando e bruciandosi il viso di lacrime, con la rabbia che montava ogni attimo di più, accecata dall'odio per quel nulla che sentiva, sferzata dal vento che la sbatteva da una parte all'altra, strappandole i vestiti, ancora attaccati alla pira, spargendo ancora di più il liquido vermiglio su quel corpo da bambina che aveva ora, ora era adulta, ora giovane e ora bambina, sempre più avviluppata nella morsa della sua visione.
Il suo corpo bambino era lì, minuto, nudo, inerme e ferito, gridando e piangendo come un ossesso, aprendo in due la cicatrice del suo occhio, scuotendosi e dimenandosi perchè uscisse.
- NON LI VOGLIO QUESTI OCCHI, NON LI VOGLIO! FATELI SPARIRE!- gridava, e lei lo sentiva, ma allo stesso momento lo diceva e lo faceva.
Ora era di nuovo grande, il suo occhio posato gentilmente fra i palmi delle mani che la fissava, immobile, azzurro, ma non vitreo.
Era vivo, e lei vedeva attraverso quell'occhio distante e vedeva con l'occhio che nascondeva sotto la sua frangia di capelli rossi.
O almeno, di solito.
In quel momento, non riusciva a vedere il solito muro di capelli che le si stagliava davanti. Era tutto molto... chiaro.
Alzò una mano, premendola contro il cuoio capelluto, trovandovi però fiamme.
E dolore.
Sangue le rotolò giù dalle orbite per la sofferenza mentre il suo arto si liquefaceva, cera, era fatta di cera, e la cera si mescolava alla paglia e il sangue bagnava la cera, e lei gridava, gridava disperata nel suo corpo bambino mentre il suo occhio adulto la guardava immobile come un giudice vuoto.
- UCCIDIMI! UCCIDITI MALEDETTA!- gridava lei e gridava il vento, mentre gli uomini dai visi deformi, anche loro di cera forse, la agguantavano e la tiravano con le loro mille braccia, la rompevano e la squagliavano, la studiavano coi loro mille occhi mentre urlava sinchè ancora aveva fiato per odiare.
Diana fu dimessa dall'infermieria dopo circa una settimana in cui le psicosi non la lasciavano andare nemmeno per un minuto.
Un minuto erano le due del mattino e quello dopo erano le sei del pomeriggio. Iniziava ad urlare senza motivazione convinta che ci fosse qualcosa, qualcuno, nascosto dietro il suo paravento pronto a saltare fuori non appena i medici l'avessero lasciata da sola.
E, cosa peggiore di tutte, rifiutava i sedativi.
Terrorizzata dall'idea di prendere nuove medicine dopo quello che era accaduto durante l'esperimento, staccava la flebo non appena era sola, gettava la morfina nel cassetto del comodino, si costringeva a vomitare le pillole che le prescrivevano pur di evitarle. Non riusciva ad assumere nemmeno i tranquillanti o delle semplici capsule di melatonina per addormentarsi.
Il che non faceva certo bene al suo organismo consumato dai postumi dell'LSD.
Continuava a lamentare la luce, che sosteneva le bruciasse gli occhi come quella del sole di mezzogiorno, e non riusciva a smettere di vedere macchie di colore ai margini del suo campo visivo.
Era un tormento non solo per sè stessa, ma anche per tutti i residenti non imbottiti di sedativi dell'infermieria, che non perdevano occasione di urlarle contro ancora più forte non appena iniziava a gridare.
Una ragazza tentò anche di andare a soffocarla, ma fu fermata in tempo e rispedita all'elettroshock da cui era arrivata.
Icarus rimase anche lui in infermieria per qualche giorno.
Normalmente, la riabilitazione dopo una terapia elettroconvulsivante era di due giorni circa, con uno di riposo e dosaggi di morfina frequenti sino alla ripresa normale delle attività, ma lui era un caso particolare.
Data la totale mancanza, infatti, di uno sviluppo muscolare da parte del giovane, affiancata alla sua denutrizione, lo rendeva incapace di muoversi dopo un elettroshock per circa una settimana o poco meno. In più, anche lui non era un particolare fanatico delle medicine, specie della morfina, che al terzo anno lo aveva quasi ridotto dipendente da essa.
Per cui, nascondeva le pillole in quello che trovava, in quel caso un foglio di carta ripiegato, per poi conservarle in una confezione di sigarette vuota nella sua stanza per rivenderle quando aveva bisogno di razioni di caffè extra sottobanco, evitando di dover dar via quel poco che mangiava.
Se da un lato questo era vantaggioso, dall'altro lo lasciava per giorni in agonia di microfratture alle gambe o alle braccia dovute alle convulsioni e ai suoi muscoli che continuavano a stirarsi o non reagire correttamente ai comandi.
Durante la sua permanenza, iniziò ad osservare il comportamento di Diana, non con vera e propria apprensione, ma semmai con una preoccupazione dedita al proprio tornaconto.
Se non si fosse rimessa in piedi, alla svelta, e se avesse continuato ad insistere nella sua ferma decisione di non prendere nessuna medicazione quella psicosi sarebbe potenzialmente andata avanti per mesi, e lui aveva bisogno che gli facesse da spalla di lì a dieci giorni esatti per infiltrarsi negli uffici del secondo piano per portare via i manuali con la planimetria elettrica dell'edificio, oltre che per lo svolgimento del piano in generale.
Avrebbe potuto trasformarsi in una cosa cronica, e, per quanto fosse terribilmente repulso dall'idea che un simile pensiero dovesse albergare nella sua mente, Diana era la meno peggio del gruppo in fatto di sopportabilità. Come punto bonus c'era anche che quasi si divertiva a troncare i suoi commenti sarcastici; era in qualche modo ristorativo per l'animo.
Così, la sesta notte di permanenza di entrambi, prese la stampella che gli avevano dato in rimpiazzo alla sedia a rotelle, inforcò gli occhiali per avere la vista un poco più chiara e si avviò verso il giaciglio della ragazza per provare a farla ragionare.
Ad ogni singolo passo sentiva come se ogni muscolo delle sue braccia stesse venendo frantumato simultaneamente, ma non aveva altra scelta se non quella di mordersi la lingua e proseguire.
Il buio era totale. La stanza era senza finestre, con tutte le luci spente, dall'aria così pesante per tutti quei respiri simultanei da farla somigliare ad una tomba.
Il rumore del sistema di aereazione avrebbe dovuto coprire il suono del suo tragitto, ma per sicurezza procedette comunque a passo lento sino ad arrivare al paravento che secondo i suoi calcoli doveva essere quello di Diana.
Sbirciò furtivamente all'interno, riuscendo ad intravederne la sagoma agitarsi sotto le coperte. Non riusciva ad osservare nient'altro se non i suoi tratti nebulosi, per cui dovette fidarsi del suo istinto ed entrare, quatto come un ladro, richiudendosi il paravento alle spalle.
Mollò senza alcun suono le stampelle in terra, avvicinandosi al bordo del letto della ragazza sino al punto in cui ipoteticamente doveva stare la sua testa. Poi si lasciò gradevolmente accasciare sul pavimento, sollevato dalla diminuzione del dolore che stava provando.
Non sarebbe stato capace di stare in piedi per qualche altro secondo, ed inoltre era l'opzione migliore per non spaventarla.
- Diana- sussurrò a fior di labbra, cercando di richiamare la sua attenzione.
Credeva che ci sarebbe voluto un poco a destarla dal sonno, ma trovò che era già sveglia e madida di sudore, probabilmente in seguito ad un incubo.
Fu sollevato che se non altro gli avesse risparmiato la fatica.
- Icarus...?- chiese la ragazza di rimando, avvicinandosi per cercare di indovinarne i tratti.
- sì, sono Icarus-
- vuoi uccidermi?- normalmente, avrebbe risposto con qualcosa come "no, al momento nulla mi invoglia a mettere fine alla tua esistenza se non continui a fare domande stupide", tuttavia, rimase un poco spiazzato da quella domanda. Non sembrava una qualche sorta di battuta sarcastica o presa in giro velata nei suoi confronti.
Sembrava solo... spaventata.
- n...no. Decisamente no- si ritrovò addirittura a balbettare la prima lettera, stupito. Non si sarebbe mai aspettato una domanda del genere da parte sua.
- vuoi farmi del male?- la sua confusione continuò ad aumentare, ma se non altro adesso era un poco più preparato.
- no, non ho alcun interesse nel farti del male- immaginò che fosse un qualche effetto della sua psicosi, quindi tentò di essere un poco più diretto e di accomodare il tono di voce a qualcosa che fosse un poco diverso da quello che usava di solito, che effettivamente avrebbe potuto far pensare a qualcuno che intendesse ucciderlo.
- cosa vuoi da me?- mormorò lei, dubbiosa sulle sue intenzioni.
- che mi ascolti- non il suo miglior tentativo di risultare rassicurante. Non aveva mai avuto molte occasioni di fare pratica o di apprendere come si facesse.
Spinse il pacchetto di morfine sotto il cuscino della ragazza, delicatamente
- prendile, sono morfine. Ho necessità che tu ti riprenda, e non puoi farlo se non assumi almeno della morfina- parlò con la voce più lenta del normale, sperando che aiutasse.
- nemmeno tu la stai prendendo se ne hai da parte- ribattè Diana, cosa che per qualche attimo gli fece perdere il suo proposito di sembrare gentile e lo instradò a rispondere con qualcosa che gli fosse più consono al suo personaggio.
- io non sto vivendo in mezzo a delle psicosi se permetti- ribattè, aspro.
Diana tuttavia non sembrava averlo ascoltato. Si limitò a rabbrividire e cacciar fuori il filo di voce necessario per dire.
- non voglio delle medicine- c'era qualcosa nella sua voce che sembrava sbagliata, non sembrava... Diana. Aveva l'accento, la voce, i modi di articolarsi della parlata di lei, ma mescolato con un'altra entità che le stringeva la gola sino a far passare quel poco di aria che bastava solo a non farla morire.
- non dubito che tu non ne voglia, ma il punto non è cosa vuoi tu, è quello che serve al tuo organismo per riabilitarsi. E al tuo organismo servono queste pillole Diana- rispose, ancora irritato. Poi rimase in silenzio per qualche secondo, ascoltando il respiro affannato ed ansioso, ma sottile della ragazza.
Con lei in quelle condizioni non avrebbe funzionato, si disse.
Forse la Diana normale avrebbe accettato con un poco di acidità ed una battuta pronta, ma quella cosa che stava raggomitolata nel letto di fronte a lui no.
Sembrava molto fragile. Terrorizzata.
Non avrebbe mai convito qualcuno che si stava sentendo morire con l'amarezza che usava sempre.
Sospirò, riprovando nel suo un poco goffo tentativo di produrre una voce gentile, confortevole, che forse aveva più probabilità di essere ascoltata rispetto ad un ordine perentorio.
Si schiarì un poco la voce, tentando di scavare nella memoria e ricordare una voce non dolce, ma se non altro piacevole da ascoltare.
- posso capire che in questo momento la mia offerta possa non essere la più appetibile delle proposte, tuttavia, anche levando il fatto prettamente utilitaristico della tua presenza...- sentiva lo sguardo perso di lei perforargli la fronte.
Tacque di nuovo per qualche minuto, premendo le labbra l'una contro l'altra. Per la prima volta in anni si sentì un poco stupido: non aveva pensato che una persona in quelle condizioni probabilmente non aveva la capacità di recepire al meglio la sua parlata elaborata.
Sarebbe stato anche un poco sciocco aspettarselo date le circostanze.
Si sentiva un poco perso anche lui a dire il vero; non gli era mai capitato di ritrovarsi in una situazione del genere, mai in tutta la sua vita aveva mai dovuto persino consolare qualcuno, figuriamoci cercare di tranquillizzare qualcuno affetto da psicosi temporanee.
- devi prendere queste per stare meglio. Se non le prendi, tutto quello che stai vivendo in questo momento continuerà per mesi. Vuoi soffrire in questa maniera per mesi? Vuoi restare qui Diana?- le disse, mormorando nel modo più calmo che riuscì a fare con la gola puntellata di chiodi e quelle labbra coperte di acido che si ritrovava.
- no- esalò Diana, con un pigolante tremolio nella voce.
- allora prendile- le rispose, spingendo le medicine lentamente verso il suo viso, di cui riusciva a percepire solo un'ombra indistinta. Non vedeva nemmeno il solito guizzo di disprezzo nei suoi occhi gelati. Era solo una sagoma, un fantoccio della giovane che conosceva.
- Per piacere- aggiunse brevemente, quasi umiliato da quella richiesta, soffiandola appena fra i denti. Erano forse una decina di anni che non pregava qualcuno.
Non si aspettava che sarebbe tornato a farlo, specie in una situazione del genere.
Lei afferrò il pacchetto, stringendolo fra le dita pallide ed ossute con quel poco di risolutezza che aveva.
Icarus sospirò di sollievo, tentando di non far fuggire del tutto quel tono piacevole che era riuscito ad assumere.
- dosale con moderazione, evita di prenderle in maniera troppo ravvicinata, e una alla volta. Non abituarti alla sensazione o ne diventerai dipendente e nel caso tu lo diventassi non mi farò nessuno scrupolo a dire che hai rubato della morfina dall'infermieria. Sono stato chiaro?- le intimò con innaturale rilassatezza e scioltezza nei modi.
- mh- la sentì annuire fra le coperte, e lui stesso annuì un poco, stanco.
- bene. Ritornerò a vedere le tue condizioni prima di andarmene. Aspettati un'altra visita da parte mia prima alla fine della settimana- si alzò malamente in piedi, riprendendo a sentire dolore in ogni angolo del corpo, arrancando verso le stampelle.
Mentre usciva, diede un'ultima occhiata a Diana. Gli era sembrato che lo stesse osservando scomparire nel buio.
La seconda (e ultima) volta che Icarus tornò nel cuore della notte a far visita a Diana fu diversa dalla prima, e in qualche maniera più strana.
Era più... una conversazione.
Era la sua ultima notte di degenza in infermieria, poi la mattina successiva lo avrebbero dimesso, e il giorno dopo ancora sarebbe rientrato a lezione. Finalmente libero dalle stampelle (tuttavia ancora soggetto ad occasionali dolori ai muscoli ed emicrania, che sarebbero andati via nel giro di due settimane circa), si infilò ancora una volta fra i paraventi intorno al letto della ragazza e si sedette in terra a capo del letto.
Lei lo stava aspettando
- Icarus?- mormorò, strizzando gli occhi per cercare di vedere qualcosa dei suoi tratti, senza però ricavarne niente.
Era troppo buio.
- sì, sono Icarus- le rispose, sbrigativo.
- come ti senti?- dovette trattenersi dallo sbuffare.
- come qualcuno che prende morfina due volte al giorno. Stanca. Molto stanca-
- se non altro il sarcasmo denota una ripresa- sospirò il ragazzo, mentre lei si girava nella sua direzione invece di stare supina.
- era proprio necessario che venissi? Avrei evitato di sentire la tua voce che dice cose incomprensibili per via del tuo accento a farmi domande a cui mento già ai medici durante il giorno-
- considerando le tue condizioni precedenti, sì- ribattè sibilando a denti stretti.
- inoltre, anche il tuo accento rende estremamente difficile capire quello che dici, eppure non mi pare che io abbia avuto nè l'indelicatezza nè l'audacità di fartelo presente- Diana premette le labbra una contro l'altra.
Era frustrante come avesse una risposta pronta a qualsiasi cosa dicesse, non era abituata a dei testa a testa di quel tipo.
- è davvero così difficile capire quello che dico?- aggiunse lui, con un tono molto più pacato e lento del solito.
- a volte - ammise, confusa.
- se parli così riesco a capire bene- lo udì annuire.
- perfetto-
- perchè ti preoccupi di una cosa del genere? Pensavo fossi uno psicopatico non mamma chioccia- per qualche secondo credette che sarebbe tornato alla sua parlata abituale, anche un poco infastidito, ma in qualche modo riuscì lo stesso a risponderle sarcasticamente.
- perchè è più utile Diana. Forse tu non hai avuto il guizzo di pensarci, tuttavia ho bisogno che tu e gli altri mi capiate perfettamente quando parlo, per non andare incontro a problemi di sorta- silenzio. Notò per la prima volta quanto Icarus respirasse velocemente. Per quanto apparisse calmo, il suo fiato rifletteva un qualche tipo di agitazione interiore costante.
Anche nelle situazioni in cui non aveva nulla di cui preoccuparsi, aveva sempre passato sopra il fatto che lui respirasse come se fosse stato in ansia.
Bizzarro.
- ho anche io una domanda per te, comunque- frenò la lingua dal rispondere un commento sarcastico e lo lasciò andare avanti.
Non avevano tutto il tempo del mondo e forse per una volta era la cosa giusta fare una conversazione in cui non si attaccavano a vicenda ogni mezzo secondo.
Aveva la testa troppo pesante per continure in quel modo, la sentiva rimbombare di parole senza significato ogni volta che parlava.
- perchè temi che abbia intenzione di ucciderti, o di arrecarti danno, in una qualche maniera?- si concentrò per processare l'intera frase, ma ne perse la metà, risultando in una sentenza senza alcun senso.
Sospirò.
- puoi parlare più semplicemente?- , un poco umiliata dalla mancanza di destrezza e rapidità mentale che la contraddistingueva.
- mi scoppia la testa- si aspettava che le dicesse di no, che la stuzzicasse con una battuta o che semplicemente facesse uno dei suoi soliti commenti sprezzanti. Tuttavia, la stupì nuovamente.
- temi che voglia farti del male?- stai a vedere che alla fine era davvero mamma chioccia. Cosa gliene importava di una cosa del genere? E soprattutto come faceva a sapere che era esattamente quello di cui era spaventata? Non rispose alla domanda per diversi minuti, cercando di articolare qualcosa.
- come lo sai?- sussurrò piano, cercando di tenere le parole fra i denti
- l'ultima volta che sono venuto qui mi hai chiesto se volessi ucciderti, e simili. Non so se lo ricordi- scosse la testa. Ricordava poche cose confuse di quella notte, e di certo non ricordava di essersi esposta in una maniera così imprudente.
Icarus si mosse un poco, ma non capì cosa avesse fatto di preciso.
- ha senso che tu lo pensi, ma è meglio che tu sappia che non ne ho intenzione. Non ne ho bisogno. Non pretendo che tu ti fidi ciecamente di me, sarebbe stupido, ma vorrei almeno che tu non abbia la convinzione che io voglia ucciderti o simili- che situazione strana che era quella.
Sussurravano avvolti dalle tenebre cose che alla luce sarebbero stati troppo orgoliosi o troppo algidi per ammettere o di cui discutere, confortati dall'impossibilità dell'altro di vedere niente se non la loro sagoma, guidati da una voce quasi incorporea che non sembrava appartenere a nessuno dei due.
Che sensazione strana che era quella.
Che conversazione assurda che stavano vivendo.
Il suono delle parole che venivano pronunciate era così bizzarro nella sua testa, scombinato e riecheggiante, come se fossero stati a parlare attraverso delle lattine collegate da un filo.
Lo faceva spesso da piccola.
- perchè hai scelto proprio me? Non sono certo la più intelligente del gruppo. Procederesti molto meglio se ti faccessi affiancare da qualcuno come Bethany- pigolò fra le coperte, lasciando andare il dubbio che l'aveva attanagliata quasi per mesi, la causa, anche, delle stesse paure che la stavano consumando da giorni.
- per questo - rispose Icarus, come se fosse stata la cosa più ovvia del mondo. Stava cercando di prenderla in giro?
- cioè?-
- ti fai continuamente domande. Esattamente come faccio io. Ho preferito essere affiancato da qualcuno che avrebbe potuto ragionare nello stesso modo in cui ragiono io. Rende le cose più facili.
Nessun'altro degli altri avrebbe trovato quella cassetta in tempo. Nemmeno io. Molti nemmeno l'avrebbero trovata-
- mi stai prendendo in giro?- lo accusò.
- no-
- sono il numero diciannove Icarus. Diciannove. Non ho bisogno che tu mi menta così insultando la mia stessa intelligenza- ringhiò a denti stretti. Non aveva bisogno che cercasse di rassicurarla come una bambina stupida che non sapeva capire quando non era all'altezza del compito che le veniva affidato.
- pensi davvero che tutti quanti ragionino alla stessa maniera? Forse più che insultare la tua intelligenza la sto sopravvalutando- la ragazza non seppe come ribattere, e in aggiunta era più confusa che mai.
- tu ragioni per intuizione. Colleghi un'intuizione all'altra sino a che non hai la risposta. Pensi che qualcuno che ragiona in un modo se non questo avrebbe potuto trovare la cassetta che mi serviva?- spinta all'angolo dalle sue ragioni, Diana non potè fare altro che annuire.
Fu quasi inquietante sentirlo parlare di lei in quella maniera, come se ne conoscesse ogni sfumatura solo guardandola. Era stato in grado di capire nel minimo dettaglio come ragionasse mentre lei non era nemmeno capace di dedurre le sue intuizioni.
Nel buio immaginò i suoi occhi scarlatti scrutarla, indagatori, cercando di trovare qualcosa della Diana che conosceva in quello spettro esausto.
- hai letto anche la mia anima nel frattempo o hai intenzione di lasciarmi illudere di conoscere almeno quella?-
- lascio il compito a Nathaniel- per un secondo le salì come un accenno di risata sulle gote, ma svanì rapidamente.
- mi ha avvisato lui che sarei finita qui, tra l'altro-
- deve aver trovato i documenti nell'ufficio del dottore. Sono un poco sorpreso a dire il vero, mi aspettavo che per anticonformismo avrebbe completamente ignorato la cosa- osservò.
- nemmeno io mi aspettavo che tu fossi in grado di scherzare, eppure eccoci qua-
- stai tentando di rivoltarmi contro le mie stesse frasi?-
- forse- sospirò di stanchezza.
- non mi ricordavo bene come fosse fare una conversazione- gli disse, senza riuscire ad immaginarsi la solita austera figura del ragazzo di fronte a sè. Era sempre freddo, tuttavia aveva un non so che di diverso mentre parlava, anche solo nel modo in cui articolava le parole.
- non sono mai stata una gran chiacchierona- aggiunse, cercando di alleggerire il tono ed evitare il pericoloso ambito delle proprie questioni private. Per fortuna Icarus sembrava ugualmente intenzionato a non impantanarsi in un argomento del genere.
- nemmeno io. Un altro motivo per cui ho preferito fare coppia con te piuttosto che con Harley-
- potevi scegliere Nathaniel. Sono certa che avresti adorato sentirti il suo sguardo addosso per tutto il giorno- il tono del ragazzo si addolcì un poco. Sembrava più rilassato.
- non aspettavo nient'altro, te l'assicuro- sentì come un suono di vetro che veniva pulito, impercettibile.
- porti gli occhiali?- gli chiese, confusa.
- sì, per leggere o quando devo sforzare molto la vista, come al buio. Non vedo molto ugualmente- cercò di immaginarselo con gli occhiali, ma l'immagine si difìsfaceva prima che riuscisse a vederla chiaramente.
Si sentiva il cervello fondersi e colarle via per il corpo, come se fosse stato neve.
- per rispondere alla tua domanda iniziale, comunque- le parole le sfuggirono dalle labbra prima che avesse tempo di controllarsi. Era troppo stanca per riuscire a restare lucida in quel momento, stava lottando disperatamente contro sè stessa per restare sveglia, aprendo e chiudendo le palpebre di continuo, continuando a non vedere altro che un buio sia confortante che opprimente allo stesso tempo.
- non riesco a pensare. È tutto terribilmente confuso e rimbomba come se ci fosse una sorta di... eco- raccontò, sussurrando come se fosse stata immersa nella narrazione di una fiaba.
- ho il corpo così stanco che percepisco come se fosse liquefatto da giorni. Non so in quanto tempo riuscirò a fingere di stare abbastanza bene da uscire-
- in questa situazione, è meglio che tu rimanga sino a che non ti sarai ristabilita. Stai affrontando uno sforzo fisico enorme al momento, è meglio non rischiare di compromettere niente-
- mi sento come se le medicine mi stessero uccidendo. Odio questo posto- balbettò cercando di tirare fuori il fiato dai polmoni.
- anche io- ammise Icarus, dopo un attimo di pausa.
- non ho mai amato stare qui- per un solo istante, parve come perdersi nelle sue stesse parole, annegando nel tono spento e carico di ricordi che aveva usato, solo per un istante.
- mi fa così male pensare che ci sono momenti in cui non riesco più a farlo. Rimango a fissare il soffitto senza rendermi conto che sono passate ore, e la mia testa non ha fatto niente in tutto quel tempo. Sembra come che si spenga- schiacciò le labbra l'una contro l'altra, cercando di cacciare via il terrore che le stringeva la gola.
- in alcuni momenti credo di star perdendo la testa per sempre- Icarus sospirò.
Non sembrava deluso, nè esprimere una qualche emozione particolare se non una sorta di rassegnazione.
- credo di capire perché non volessi prendere le medicine, a questo punto. Dove le tieni?- sussurrò, avvicinandosi un poco di più al letto per poter ridurre ancora il tono della voce che stavano usando, che ormai ora così esile che poteva essere a malapena udito da loro stessi.
- dentro le mie scarpe. Nessuno le controlla mai e posso tenerle sotto il letto-
- scelta particolare, ma sensata- dovette riconoscere il ragazzo, allungando un braccio sotto la branda e portando fuori un paio di ballerine.
- la destra- sentì il rumore di un pacchetto che veniva infilato fra i vestiti, forse nelle calze visto che i camicioni da infermieria non avevano tasche.
- da ora in poi sei autorizzata a non prendere più medicine se lo desideri-
Rimasero ancora una volta in silenzio. Non avevano più niente da dirsi.
Si lasciarono ad ascoltare i propri respiri reciproci che giocavano nell'aria.
Diana li immaginò aggrovigliarsi e ricadere su e giù per lo spazio di fronte a sè, dibattendosi e sfiancandosi sino a sparire.
- prima che vada a lasciarti dormire, devo affidarti un compito- la voce di Icarus per un attimo le parve eterea in tutto quel silenzio, quasi fosse già a metà strada dentro un sogno.
- controlla la Prince mentre sei qui. Cosa fa, i suoi movimenti, le sue abitudini generali con i colleghi, e poi riferiscimi tutto non appena uscirai di qui-
- mh- fu l'unica cosa che riuscì a dire, con la bocca sigillata di stanchezza.
- riposati- aggiunse il ragazzo, alzandosi e andando via.
Seguì con gli occhi il suono dei suoi movimenti, per poi lasciarsi sopraffare dalla pesantezza delle proprie palpebre.
Quella notte sognò passi e parole confuse nel buio.
Parole: 5079
Si so che avrei dovuto pubblicare alle 18:00 ma sono al cinema a quell'ora quindi ve lo beccate ora.
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