𝚁𝚒𝚌𝚘𝚜𝚝𝚛𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 OO7: cruciatus
𝐂𝐫𝐮𝐜𝐢𝐚𝐭𝐮𝐬.
/cru•cia•tus/ [lat.]
1. sost. f.
Tortura; coercizione fisica o morale allo scopo di estorcere dichiarazioni, manipolare o semplicemente seviziare qualcuno o qualcosa, pene corporali particolarmente crudeli, fino ad implicare talvolta comportamenti brutali e disumani.
Es.
Strumenti di tortura, sottoporre a tortura.
2. sost. f.
Significato fig.; sofferenza fisica o morale, grave preoccupazione o molestia, soprattutto in quanto insopportabilmente prolungate.
Es.
Comincio a star meglio, ma le medicazioni sono una tortura.
Diana Izzo si sentiva a disagio camminando al fianco di Icarus Lancaster.
Non sapeva di preciso a cosa fosse dovuto, forse al suo portamento impeccabile, la sua postura ritta e regale, la sua assoluta mancanza di movimento della sua testa e dei suoi occhi, che rimanevano sempre fissi verso un punto senza spostarsi di un millimetro.
Non sembrava... vero.
Gli mancavano tutte quelle imperfezioni tipiche di un essere umano, come fare passi più lunghi o alle volte più brevi, muovere la testa e gli occhi nell'ambiente circostante, rischiare di inciampare o camminare senza accorgersene inclinati verso una particolare direzione.
La presenza di un essere così innaturalmente perfetto le creava un senso di fastidio unito ad una qualche sorta di paura. Non sembrava vero, non sembrava nemmeno una persona appena te lo ritrovavi vicino.
Si muoveva a passo svelto per non restare indietro all'andatura a grandi falcate del suo accompagnatore, come ogni volta. Camminargli di fianco rimaneva sempre strano come la prima volta.
Svoltarono in un corridoio deserto, dove la ragazza iniziò a guardarsi intorno alla ricerca di quello che una volta doveva essere stato uno dei passaggi della servitù. Il suo mesto compagno si fece indietro per agevolarle la ricerca, cosa che le provocò ancora meno tranquillità.
Odiava essere guardata. Anche solo essere notata per lei era qualcosa di deplorevole, figuriamoci essere squadrata da cima a fondo mentre si muoveva tastando i muri e bussandoci sopra con le nocche sperando di sentire il vuoto dall'altro lato.
Il disagio si mescolò all'ansia nel suo petto, e prese la sua ricerca con ancora più rapidità.
Non ci aveva messo molto a capire come mai Icarus avesse scelto di inserirla nel gruppo, oltre alla ovvia conoscenza della chimica, che risultava molto utile in quella situazione.
Il motivo che doveva averla fatta spiccare era la sua conoscenza approfondita di tutti i passaggi segreti della scuola, che, essendo un edificio neogotico, erano parecchi.
Si immaginava che fosse anche il motivo per cui avesse deciso di fare coppia con lei, visto che anche lui sembrava provare un astio decisamente evidente a camminare in mezzo ad una folla di persone, tanto dal preferirle l'arrancare alla luce flebile e fioca di una torcia fornita da Alexander fra le ragnatele e le pareti fatiscenti.
O almeno, sperava che fosse quella la motivazione.
Si sentiva i palmi delle mani grondare di sudore sotto lo sguardo fiammeggiante di Icarus, che non le staccava gli occhi di dosso mentre continuava a cercare disperatamente quella porticina che l'avrebbe levata da una situazione così sgradevole.
La seguiva con lo sguardo come se stesse cercando qualcosa nella sua figura, nei suoi movimenti, qualcosa che nessun'altro, persino lei stessa, poteva notare, scavando sotto la sua pelle quasi la stesse dissezionando.
Il panico aumentava, tanto che ad un certo punto si ritrovò a bussare nello stesso esatto punto in cui aveva bussato pochi attimi prima.
Indietreggiò un poco e lo guardò con tutto il fastidio che il suo sguardo riusciva ad esprimere, sibilando:
- smettila di guardarmi- il ragazzo alzò un sopracciglio:
- prego?- sbuffò cercando di dissimulare il suo nervosismo e ribetè a fior di labbra:
- piantala di fissarmi, sei sordo per caso?- perve interdetto per qualche attimo, poi si appoggiò con calma alla parete e prese a guardare il muro di fronte a sè in risposta al suo sbottare.
Stranita da quel gesto così immediato, ma allo stesso tempo grata in cuor suo che non avesse replicato, si rimise a cercare la porta con rinnovata serenità.
Ogni tanto si girò ad osservare che non avesse spostato lo sguardo, anche se non se lo sentiva sul collo, ma lo ritrovò sempre intento a fissare lo stesso pezzo di parete senza essersi mosso di un millimetro.
Ora che era tranquilla, ci mise poco a ritrovare l'ingresso, aprendolo con una decisa spinta, facendo un "hey", per richiamare l'attenzione del suo compagno, che camminò verso di lei con la sua solita aria innaturale e le passò la torcia, facendola scivolare fuori dalla tasca interna della giacca. Era una lucetta microscopica, da scrivania forse, ma era meglio di niente in fin dei conti.
Diana la accese, puntandola immediatamente verso il cunicolo scuro che ormai conosceva come le sue tasche, tanto che dopo così tanti anni di esperienza era capace di percorrerlo nella sua interezza al buio totale, sapendo perfettamente dove poggiare i piedi, in quali punti stare attenta e quanto mancasse al suo arrivo.
Per chiunque altro sarebbe apparso solo come un labirinto buio e polveroso, ma dopo anni di permanenza, provava una sorta di attaccamento per quel luogo incatenato fra le pareti.
Due piani più in basso c'era il cantuccio in cui aveva preso l'abitudine di mangiare per rifugiarsi dalla presenza opprimente degli sguardi degli altri alla mensa, e in quel piano, ma nell'ala nord, si trovava il suo nascondiglio per le cose rubate e per lei stessa, alle volte.
Camminare con qualcuno al suo fianco in quei cunicoli le stava dando l'orticaria, anche se Icarus continuava a non spiccicare nemmeno una parola e a dare il minor segno della sua presenza possibile.
Ma il problema era che sapeva della sua presenza, ed ogni scricchiolio del pavimento ed ogni suo flebile respiro nel silenzio glielo ricordava e le faceva ribollire il sangue di rabbia. Si sentiva come se avesse in qualche modo violato un qualche spazio sacro portandolo all'interno di quei cunicoli, un luogo privato e segreto, solo per lei, che ora veniva ucciso e calpestato da un estraneo che non sapeva di quanto quel luogo fosse importante.
Sperò che non le stesse venendo uno sfogo sul collo per la frustrazione.
Dopo circa una decina di minuti di camminata, si fermò, spegniendo la torcia nel silenzio. Sentire la sua voce mormorare e dover cacciare fuori dei suoni dalla propria gola era innaturale in quel clima.
- hai quindici minuti prima che la segretaria sia di ritorno dalla sua pausa pranzo, e io posso garantirtene solo altri cinque di estensione per tornare qui dentro distraendola. Trova una cassetta dell'ora di pranzo, in un giorno in cui non è successo niente- le ripetè per l'ennesima volta.
- visto che ti piace così tanto ribadire cosa devo fare, sapresti anche darmi un modo di capire come diavolo riconoscere che una cassetta è dell'ora di pranzo? Sai è l'unica cosa che mi sarebbe effettivamente utile-
- non essendo mai entrato nell'archivio delle registrazioni, no, non sono nelle condizioni di aiutarti. Se avessi avuto modo di infiltrarmi al suo interno, quella cassetta sarebbe già nelle nostre mani e di certo non avrei avuto bisogno di mandarci qualcuno con una chioma così evidente che riesco a vederla pure al buio. Hai altri quesiti sarcastici da rivolgermi o posso sentirmi libero di aprire la porta?- infastidita da quel commento sui suoi capelli, ribattè a denti stretti.
- si, se permetti- in una qualche maniera, percepì ad intuito che aveva alzato gli occhi al cielo.
- illuminami- c'era un sospiro trattenuto nella sua voce che le diede ancora più sui nervi.
- per quale motivazione se sei così tanto bravo e brillante non ci stai andando tu lì dentro invece di costringere me?-
- ho già due rapporti segnati a mio nome, quindi se venissi scoperto lì dentro o nelle sue vicinanze verrei immediatamente sottoposto al trattamento correttivo, mentre tu per questo mese hai ancora la fedina immacolata. Vorrei rimandare il più possibile la mia prossima visita alla sala dell'elettroshock se il dubbio ti tormenta così ardentemente, ora...- il ragazzo allungò la mano per aprire la porta nascosta nella parete, ma, essendo ancora arrabbiata, sbottò prima che avesse tempo di concludere sia la frase che l'azione, costringendolo a fermarsi.
- in questo caso, se proprio vogliamo parlare di dubbi, vorrei capire perchè hai scelto proprio me visto che a quanto pare non...- Icarus le rispose col suo solito tono pacato ma gelido che non sembrava mai abbandonarlo (e che era una delle motivazioni per cui il suo comportamento le provocava tale irritabilità. Non che ci volesse molto ad irritarla, in ogni caso).
- sarei veramente deliziato all'idea di risponderti Diana, tuttavia i tuoi quindici minuti di tempo si stanno accorciando sempre più ogni secondo in cui conversiamo, per cui ti consiglierei di troncare questa amabile ma facilmente evitabile discussione, cercare di comportarti come ci si aspetterebbe da una persona della tua intelligenza ed andare. Ti sembra un'impresa troppo difficile oppure riesci a contenere il tuo istinto da infante per un'altra occasione?- ormai furiosa, Diana spalancò la porta con un po' troppa irruenza, marciando a grandi falcate verso l'ingresso dell'archivio con la metaforica bava alla bocca, aprendo i primi bottoni della sua camicia ed estraendo la chiave precedentemente sottratta da Pearl e affidatale quella mattina di fronte ad un pudding per nulla invitante. Visto che era ora di cena e lei non aveva ancora mangiato nulla, si costrinse a pensare che il pranzo sarebbe stato ugualmente schifoso per non farsi venire fame.
Dopo averla infilata nella toppa ed averla fatta girare, sentendo l'improvvisa affinità fra la maniglia della porta e il collo di quell'inglese spocchioso la strinse con una forza spropositata, e rimase arrabbiata sino a che non si trovò di fronte al'archivio.
A quel punto, si sentì mancare.
Raramente aveva visto un posto più disordinato di quello.
E se c'era una cosa che le dava più fastidio dell'attitudine di Icarus quel pomeriggio era il disordine.
L'archivio delle registrazioni era uno stanzone di dimensioni relativamente grandi, polveroso, buio e contente una quantità enorme di librerire in cui erano accatastate a casaccio le cassette delle registrazioni del corridoio centrale e delle stanze degli ultimi tre mesi, prima di venire smaltite.
Le tenevano per avere prove di particolari azioni scorrette o controllare l'operato dei dipendenti nel breve periodo, al contrario di quelle delle sperimentazioni e delle lezioni, che invece venivano spedite tutti i giorni in un posto sicuro, lontano da lì. Immaginava che fosse un qualche laboratorio o clinica in cui avrebbero potuto studiarli con più attenzione.
Si mosse fra le cassette cadute in terra, cercando di fare il meno rumore possibile e consapevole che non aveva molto tempo da perdere, oltre che cercando di controllare la frustrazione sempre crescente per il caos che regnava in quel luogo.
Quella giornata non faceva che migliorare di minuto in minuto.
Prese un repiro profondo e cercò di spingere lontano dalla sua area di interesse tutti i pensieri che le nascevano spontaneamente che non le servivano, concentrandosi per tirare fuori una qualche idea.
- la classificazione- mormorò. Aveva la particolare abitudine di dire sempre, anche solo al fior di labbra, le sue intuizioni improvvise. Non aveva mai capito come mai lo facesse, era un comportamento che l'aveva sempre accompagnata de che ne aveva memoria.
Si inchinò sul terreno e raccolse una cassetta, puntandoci contro la luce della torcia, rivoltando quella scatoletta di plastica come un calzino, sino ad illuminarsi quando lesse, impresso con un inchiostro un poco trasparente ma tutto sommato leggibile "stanza 124, 12/11/1954".
Per quanto non le desse nessun aiuto nell'identificazione dell'ora, se non altro sapeva che avevano conservato quella parvenza di professionalità per scrivere la data ed il luogo contenute nelle riprese.
Rapidamente, si mise alla ricerca del ventidue ottobre, giorno in cui ricordava che nel corridoio centrale fosse filato tutto perfettamente liscio, e che di lì ad un mese e mezzo coloro che erano addetti all'osservazione delle registrazioni non avrebbero mai ricordato. Icarus le aveva precedentemente fornito la data, essendo una delle poche persone in tutto l'istituto ad avere il privilegio di poter datare con certezza le giornate.
Mentre frugava alla cieca, la sua irritazione continuava a crescere alimentata dal disordine di quel luogo, così come la sua ansia di non fare in tempo. In primis, se la prese con chiunque avesse deciso di mettere telecamenre sono nel corridoio centrale, dove si trovava la sala caldaie, sede di partenza di tutte le tubature dell'acqua. Sapeva bene che probabilmente era dovuto ad un problema di costi, ma lasciare senza sorveglianza un'intera scuola popolata da persone sin troppo intelligenti per coloro che avrebbero dovuto tenerli a bada era una delle cose più idiote che aveva mai sentito.
Il secondo motivo del suo fastidio era il totale stato di abbandono in cui versava quel luogo, anche se vi era affidata una segretaria, che però da quello che aveva potuto constatare era più interessata ai cruciverba che all'effettivo svolgimento del suo lavoro, vista la quantità di riviste accatastate sulla sua scrivania. Era non solo odioso vedere la desolazione ed il degrado, che di per sè nelle giuste occasioni potevano essere abbastanza per farla smettere di ragionare lucidamente, ma anche la mancanza di efficenza di una persona preposta a quello scopo. Il suo era un lavoro banalissimo, che le avrebbe richiesto ben poca fatica comparato ad altri, ma lei preferiva comunque essere inutile e non svolgere il compito per cui veniva pagata.
Per qualche attimo si sentì del rigetto risalirle su per lo stomaco, prima che riuscisse a spingerlo nuovamente giù.
In terzo luogo, si sentiva innervosita dal fatto che solo Icarus sapesse come fare in modo che quella cassetta finisse a far parte di quelle che sarebbero state visionate il giorno prima della loro fuga ed esattamente all'orario che sarebbe servito.
La urtava quasi a livello fisico il fatto di aver passato una settimana a scervellarsi sulla cosa ma non aver trovato alcuna soluzione, mentre Icarus doveva esserci arrivato in pochi minuti mentre spalmava del burro rancido sul suo toas carbonizzato, più distratto dal sapore disgustoso del cibo che dall'efftiva difficoltà nel capire come fare
Per quanto si reputasse molto più scaltra, abile e capace di cavarsela di quel tizio, la differenza fra i loro numeri era autoesplicativa della loro differenza di potenziale, cosa che sfortunatamente non sarebbe mai stata in grado di colmare.
Icarus era, al momento, la seconda persona più brillante dell'istituto, mentre lei si trovava infilata nella seconda parte della classifica col suo misero diciannove che sembrava schernirla ogni giorno che passava.
Passando ad un'altra pila barcollante di bobine, sbuffando di ansia e fretta, si passò rapidamente la mano sulla nuca, tastando il numero diciannove in numeri romani inciso sulla sua carne.
Rovistò in una nuova libreria sperando di essere più fortunata.
Non ricordava quanti anni avesse di preciso quando si era scavata quella scritta sulla pelle, forse dieci, forse undici, dodici persino, sapeva a malapena quanti anni aveva in quel momento.
Le memorie di quel giorno erano confuse, sbiadite, come quasi tutti i suoi ricordi di quel posto. Non trovava che ci fosse nulla che avesse valore di essere ricordato al St. Marcel.
Riusciva a riesumare la sua terribile crisi nervosa in successione a qualcosa, un qualche esperimento forse, poi il dolore del bisturi trafugato dall'infermieria sul collo, una punizione, forse? Non lo sapeva, non riusciva a tirar fuori altro dalla sua mente sempre più nel panico.
Le sue dita correvano frenetiche sui contenitori delle bobine, i suoi occhi tentavano di leggere più in fretta che potevano a quella luce fioca, ma il ventidue ottobre sembrava essere un giorno introvabile. Senza contare che non aveva ancora nemmeno idea di come capire l'orario della registrazione.
Ed il tempo scorreva, sentiva che scorreva, in un modo terrificantemente inesorabile.
Percorse quasi tutto l'archivio come un'anima in pena, un animale disperato se proprio si vuole, prima di dover trattenere un'esclamazione di sollievo quando trovò finalmente la pila instabile di cassette che recava la data da lei tanto agognata.
In lontananza sentiva Icarus blaterare in sottofondo con la segretaria, ma non ebbe tempo di ascoltare cosa effettivamente si stessero dicendo, poichè la sua mente era invasa dal pensiero che in quel momento lei sarebbe dovuta essere sgattaiolata fuori da quella stanza con la cassetta allacciata al suo reggicalze per impedire che qualcuno potesse vederla anche solo di sfuggita, per nascondersi nel buio protettivo dei suoi amati cunicoli, ed invece era ancora lì.
A rovinare il piano con la sua inadeguatezza.
Un vero peccato che non potesse sapere che Icarus aveva avuto l'idea di trattenere la segretaria offrendosi di risolvere le parole che le mancavano nel suo cruciverba, e che per darle tempo stesse addirittura fingendo di con conoscere la parola "trapezoiforme".
Avrebbe avuto l'opportunità di tirarsi su di morale a mio parere.
Più le guardava, più nella confusione generale di quel posto le sembrava impossibile trovare una soluzione razionale al suo problema nei pochi minuti di tempo che probabilmente le restavano.
Era un puzzle troppo complesso per lei, ed Icarus probabilmente lo sapeva.
perchè aveva scelto lei per quel compito allora? Lei eccelleva nelle formule, nell'individuare un significato in un dipinto, un disegno, una poesia, sapeva astrarre e sapeva trasformare, sapeva rubare, ma i rompicapi... i rompicapi non erano semplicemente qualcosa che la sua testa era capace di sciogliere in breve tempo.
Si potrebbe obbiettare che per la media, Diana fosse effettivamente molto rapida nella risoluzione di giochi o problemi di logica, la sua media per la risoluzione di un cubo di rubick era di sei minuti, con una particolare punta di cinque minuti e quaranta secondi, ma che, tuttavia, se comparato agli standard che le venivano imposti era assurdamente troppo.
Le persone nella parte alta della classifica erano capaci di risolverlo in due minuti, ed i primi tre erano attestati ad una media di meno di un minuto.
Il suo cervello era troppo lento per i rompicapi.
Si concentrava pian piano sui piccoli dettagli, studiandoli, analizzandoli individualmente, e poi divertendosi ad assemblarli, cercare senza fretta il giusto combaciare fra di questi. E questo richiedeva tempo, un tempo troppo lungo rispetto a quello che ci si sarebbe aspettato da una mente del suo calibro.
Non era abbastanza rispetto a quella che sarebbe dovuta essere.
Non riusciva ad essere quello che lei sapeva di poter essere per la stessa prestanza mentale che invece la faceva eccellere nel resto.
Avrebbe dato la sua vita per poter eccellere in ogni cosa, per essere impeccabile anche in quell'unico campo e completare il quadro di perfezione che lei sapeva di poter raggiungere, di poter essere.
Sfortunatamente, la sua vita non valeva abbastanza per farle realizzare un desiderio simile.
Disperata cercò di concentrarsi su qualcosa, su qualsiasi cosa potesse esserle utile pur di non venire completamente consumata dal terrore, ma non c'era niente, ogni pista, ogni traccia che i suoi occhi vedevano portava ad un'inevitabile vicolo cieco, ed ogni nuovo dettaglio portava solo più panico, più frustrazione e meno concentrazione, come le macchie di zucchero e caffè che decoravano alcuni pezzi di carta e che contribuivano a renderla un fascio di nervi.
- caffè- si illuminò, osservando voracemente quelle macchie scure quasi fossero state la sua salvezza.
Si focalizzò su di queste, le immerse nell'oceano dei propri occhi mentre la sua mente macinava risposte, connetteva tutti i punti giusti nel momento che lei non sapeva ancora essere troppo tardi.
Il suo cervello era veloce, ma il tempo in quel momento era anche più rapido di lei.
Le cassette macchiate erano due, fra le quali intercorrevano cinque contenitori. Gli unici due orari di pausa caffè per il personale erano quelli delle nove del mattino e delle sette di sera, unici orari in cui avrebbero avuto accesso al caffè e di conseguenza nella loro trascuratezza e mancanza di alcun decoro avrebbero utilizzato le custodie come pianali per appoggiare le loro tazze.
Quindi tutte le altre bobine che si trovavano in mezzo a quelle due dovevano essere le registrazioni intercorse fra le nove e le diciannove. Sapendo che il nastro andava cambiato circa ogni due ore, la cassetta che conteneva l'orario che le serviva era esattamente quella sotto la prima cassetta sporca.
Sovreccitata da quella scarica di intensa attività neurale, prese la piccola scatola di plastica e la assicurò al reggicalze, avviandosi verso l'uscita.
Quando udì la porta spalancarsi, e vedendo, al contempo, quanto ancora una volta la sua vera essenza fosse ben lontana dalla perfezione che agognava.
La sua vera presenza era inutile.
Inadeguata.
Una macchina difettosa che nonostante tutti gli sforzi non sarebbe mai stata in grado di funzionare nella maniera corretta.
Era lei l'essere più inefficente di tutti, alla fine dei conti, come in una storia al contrario, in cui il protagonista diventa quello che più visceralmente odia.
Peccato che Diana non avesse bisogno di diventarlo.
Lo era sempre stata.
Diana si schiacciò contro la parete della libreria, trattenendo l'aria nei polmoni così tanto che le sembrava che si stessero sfibrando allo sforzo.
Le tremavano le gambe, il corpo, le labbra, persino i suoi stessi organi erano coinvolti nel tremore che aveva preso possesso di lei.
Finchè la luce sarebbe stata spenta, poteva ancora sperare che la donna non la vedesse, ma una volta accesa sarebbe stato impossibile non notare la sua massa di capelli rossi che la facevano sempre saltare all'occhio, anche quando avrebbe solo desiderato essere invisibile.
Premette le labbra fra di loro fino a sentire la mascella dolerle, mentre riusciva quasi a vedere la segretaria che allungava la mano verso l'interruttore e scorgeva la sua figura macilenta, il peso dell'umiliazione che le premeva sulle spalle come un macigno.
Era vivido, reale, non aspettava altro che vedere quelle luci accendersi e la sua condanna segnarsi.
Per cui, figurarsi la sua sorpresa quando udì la voce pacata e dall'inconfondibile accento di Icarus chiamare la segretaria dall'esterno e dirle con un tono di disgusto così evidente che solo un idiota avrebbe potuto non notarlo.
- mi scusi Miss Rachel, avrei una domanda da farle- la luce rimase spenta e la donna si voltò verso l'esterno
Il suo cuore saltò un battito, le sue orecchie si misero sull'attenti, i suoi muscoli per poco non cedettero dalla sorpresa, rischiando di farla crollare fra le cassette sparse sul pavimento e rendere vani gli sforzi del suo compagno.
Si aggrappò a quel poco di contegno che le era rimasto e rimase ferma, completamente immobile nella sua posizione, cercando di sentire ciò che veniva detto.
- cosa vuoi, Lancaster- replicò la donna con aria annoiata. La risposta non si fece attendere.
- volevo sapere quanto la pagassero all'ora, visto che evidentemente non è un compenso abbastanza alto da darle la motivazione per effettivamente svolgere il suo lavoro e mettere in ordine l'archivio- la segretaria sembrò iniziare a scaldarsi, seppure Diana appoggiasse completamente la mozione di Icarus in quel campo.
- quasi due dollari all'ora, razza di...- la voce di Icarus iniziò come ad incrinarsi in senso negativo. Da che ci aveva parlato per la prima volta non aveva mai sentito la sua voce una sola volta variare tono dalla sua solita calma piatta, forse alle volte infastidita od esasperata, ma mai capace di lasciare apertamente spazio ad un'emozione. Ma in quel momento c'era come una sfumatura nella sua parlata, qualcosa che più di ogni altra in quella situazione le fece correre un brivido lungo la schiena, rapido ma al tempo stesso fulminante.
Aveva sentito molte voci sulle presunte perdite di controllo di Icarus Lancaster, ma più ci aveva passato tempo vicino, più si era convinta che quelli fossero solo pettegolezzi senza fondamento.
Era troppo perfetto, troppo poco umano per anche solo arrabbiarsi ed uscire dal personaggio che mostrava.
La rabbia che sentiva, repressa sotto la sua lingua mentre parlava, la fece ricredere.
- spero vivamente che lei non debba mantenerci dei figli con quei due dollari, non oso immaginare lo scempio in cui verserebbe la vostra casa visto che nemmeno la retribuirebbero per crescerli- incalzò, con aria sprezzante.
- ti credi molto spiritoso ragazzino?-
- affatto, sono convinto di dire la verità sulla sua totale mancanza di efficenza. Se lei non riesce nemmeno a capire il mio tono la situazione è ancora peggiore di quanto pensassi- la donna si inalberò, alzando la voce, cosa che non fu granchè utile a non far degenerare la situazione.
- io invece credo che ti credi molto spiritoso signorino, e che di certo ti passerà la voglia di ridere non appena ti avrò fatto rapporto se non te ne vai ora!- Icarus non alzò la voce, ma di certo non smise di parlare.
- io me ne andrò da qui nel momento in cui lei imparerà a fare il suo lavoro e metterà in ordine quell'archivio, se non le dispiace-
- cosa te ne importa per l'amor del cielo?! Come osi anche solo provare a dire queste cose invece di comportarti come si deve! Tu disgus... -
- mi dà fastidio che il posto sia ridotto ad una porcilaia per colpa sua- ringhiò cercando di non urlare anche lui, con qualcosa di decisamente più che fastidio.
Era furioso.
Completamente accecato da una rabbia che mai nessuno si sarebbe potuto immaginare provenire da un essere in apparenza così poco vivo, così poco conforme alle emozioni dei mortali.
- beh indovina: NON È UN TUO PROBLEMA NÈ TANTOMENO MIO!- detto questo, la donna lo spintonò, allontanandosi a passi ferrati sul pavimento, dritta verso gli uffici.
Alcune volte veniva fatto rapporto anche solo per aver guardato troppo male qualcuno dei dipendenti, millantando che la cosa fosse fatta con intenti malevoli ed omicidi, figurarsi se non avrebbero accolto a braccia aperte una sagnalazione di una mancanza di rispetto così estrema.
Nel corridoio, la donna continuava ad urlare frasi che Diana aveva perso la voglia di sentire, sfrecciando fuori dall'archivio non appena fu convinta che fosse abbastanza lontana per vederla, buttandosi verso la porta del suo labirinto.
La figura slanciata di Icarus la osservò correre via, consumato da un'ira che forse solo lui poteva comprendere.
Entrando, lo guardò per un attimo, vedendo di riflesso i suoi occhi rossastri che la squadravano senza esprimere nessuna emozione sul viso, quasi che per una volta fosse davvero invisibile allo sguardo.
Un'altro brivido le massacrò i nervi ed il corpo mentre si chiudeva alle spalle la porta del passaggio segreto e svanire avvolta nel conforto delle tenebre.
Una volta che tutta l'adrenalina del momento cessò, si rese conto di essere a malapena in grado di camminare. Collassò contro una parete dall'odore di umidità, respirando come se prima di allora non avesse mai fatto entrare dell'aria nei suoi polmoni.
Sfilò la cassetta dal reggicalze, passandosela fra le dita e premendola sulla bocca quasi fosse una reliquia.
Di certo non si poteva dire che il prendere quella scatoletta di plastica fosse filato liscio.
Pensò ad Icarus, disperso da qualche parte dell'edificio, probabilmente ancora in preda al suo furore, ed un nuovo tipo di paura la assalì.
Avrebbe voluto vendicarsi per quello che era stato costretto a fare per colpa della sua incapacità?
Oppure avrebbe preteso qualcosa in cambio? Cosa avrebbe voluto, non aveva niente da dargli, non aveva niente nemmeno per sè stessa, figuriamoci per altri.
Si abbracciò le ginocchia con le braccia e mise la testa nell'incavo delle sue ginocchia, cercando in ogni modo di occupare il minimo spazio possibile.
Aveva organizzato tutto quanto solo per ricattarla? Si, sembrava plausibile. Affidarle un compito che lui sapeva che non sarebbe mai stata in grado di completare e poi darle la colpa della cosa, chiedendo un risarcimento in cambio per la punizione a cui si era sottoposto per salvarla dall'essere scoperta.
Il punto era: cosa le avrebbe chiesto?
La sua testa era affollata solo dalle peggiori risposte, che la trascinavano giù nel loro veleno come un'ancora in mezzo al mare.
Icarus si ritrovava sempre ad essere innaturalmente calmo le giornate in cui sapeva che sarebbe stato sottoposto ad un elettroshock.
Non ne aveva mai capito il motivo.
Forse era quella sensazione di vuoto del dopo, in cui non capiva chi fosse, cosa fosse, incapace di parlare e di pensare. In cui poteva non esistere in modo cosciente, anche solo per qualche ora.
Entrò nella classe di Larry mordicchiando una delle sue solite sigarette fra le labbra, sedendosi al suo solito posto come ogni volta, seguendo la lezione come se fosse stato tutto normale, come se non sentisse il rumore dell'alito dei suoi aguzzini che gli premeva sul collo come un cappio.
Attese per ore, proseguendo nel suo lavoro, illudendosi quasi per qualche attimo che lo avrebbero prelevato più tardi, dopo che l'unica cosa che davvero gli piaceva della giornata fosse finita, o che addirittura avessero perso uno dei suoi rapporti e non sarebbero venuti proprio per niente.
Ma fu solo un attimo in cui non ci credette nemmeno.
Gli infermieri e le guardie entrarono spalancando la porta con la loro solita irruenza, avvicinandosi verso di lui che si alzò in piedi, cercando almeno di evitare che lo dovessero trascinare.
Lo afferrarono ugualmente, massacrandogli la carne col loro tocco disgustoso, mentre Larry inutilmente cercava di chiedere della calma e li supplicava di non contenerlo in quella maniera così poco necessaria. Sapeva camminare da solo, li avrebbe seguiti.
Non lo ascoltarono lo stesso, continuando a fare a modo loro come gli animali idioti che erano.
Mentre la porta si chiudeva, lanciò uno sguardo al suo insegnante prima che lo costringessero a girare il volto verso avanti.
Per un attimo sentì del ribrezzo invadergli la mente. Non si stancava mai di quella falsa maschera di carità e di cura che indossava? Cosa gliene importav a di come lo trattavano? Sapeva benissimo come funzionavano le cose lì, lui stesso era uno di quelli che faceva girare la triste macchina in cui ognuno degli internati aveva una parte.
Aveva scelto lui di vedere e di non fare niente, quello che gli accadeva davanti agli occhi era solo un prodotto delle sue scelte.
Si doveva sentire così buono rispetto a loro, così gentile, così umano a preoccuparsi per quegli scarti senza valore.
Le viscere gli si annodarono di disgusto.
Era il più schifoso di tutti.
La stanza dell'elettroshock era piccola, illuminata da una luce fluorescente e inquietantemente bianca.
C'erano delle nuove infermiere che non aveva mai visto, giovani, sorridenti, probabilmente convinte di star facendo la cosa giusta, di star punendo quel ratto disgustoso che gli avevano presentato davanti e correggerlo nel diventare una persona, senza sapere nemmeno cosa fosse il giusto e lo sbagliato, senza sapere che nulla nè di giusto nè di sbagliato è mai esistito sulla terra e mai esisterà.
Una delle due si fece avanti per passargli il gel sulle tempie e lui indietreggiò bruscamente, ricevendo in risposta un colpo agli stinchi particolarmente forte da parte di una delle due guardie. Il dolore fu lancinante, e si aggiunse a quello di tutti i lividi che gli affollavano le gambe, abituati a quel rituale.
Crollò immediatmente in terra, senza nemmeno reagire, ancora una volta umiliato dalla sua mancanza di massa muscolare. Le loro risate gli scavarono nella testa come ronzii di insetti in una nottata estiva.
Lo scaraventarono sul lettino e procedettero a legarlo ben stretto, come se durante la sua tortura avrebbe avuto una qualche maniera di scappare, stringendo le cinghie così tanto da fargli male.
Sopportò le dita della giovane donna che gli spalmavano il gel sulle tempie e ignorò i commenti che facevano sul voltaggio e sul quanto fosse un caso disperato, su quanto a questo punto non sarebbe stato meglio semplicemente eradicarlo. Non disse una parola, non movette un muscolo del viso, semplicemente non gli diene nessuna soddisfazione di sorta mentre bruciava di odio e di vergogna.
Gli applicarono gli elettrostimolatori e ua goccia si sudore gli scese lungo il palmo.
Gli diedero un pezzo di gomma da mordere, spingendoglielo fra i denti come l'animale che credevano che fosse, e lui lo morse con tutta la calma che in quel momento non possedeva.
Aveva paura.
Era pietrificato dalla paura.
La prima scossa era quasi sempre la peggiore, e quella volta non mancò all'appello. Dopo le cose iniziavano a farsi troppo offuscate per provare effettivamente qualcosa.
Ma la prima era vivida, completamente e totalmente dolorosa.
Sentì l'elettricità infilarsi sotto la sua pelle, nei suoi muscoli, ossa, sangue, mente, strappando e riducendo in brandelli quel poco che ancora c'era di intatto e sconquassando maggiormente quello che già era a pezzi.
Morse così forte la gomma che i denti gli raschiarono il palato, la lingua fu costretta a cacciare giù un grido di dolore così forte che i suoi polmoni esplosero per la pressione.
Il suo intero corpo fu scagliato contro le cinghie che lo trattenevano e le tirò con forza, una forza così grande che gli parve di sentire le ossa rompersi.
Non aveva mai creduto nell'inferno.
Non c'era bisogno di credere ad una cosa del genere se sulla terra esistono strumenti capaci di far provare un dolore ancora maggiore di quello di essere arsi vivi.
Icarus aveva una grande collezione di memorie dolorose, l'interezza della sua esistenza poteva dirsi composta quasi esclusivamente da queste.
Nel suo normale svolgimento di una giornata, tendeva a reprimerle, ridurle a meri bisbigli sul fondo della sua mente.
Tuttavia, nei momenti in cui la sua testa non era in grado di farlo, riaffioravano.
Nei sogni, nel contatto con altri umani, nel rivedere qualcosa di quelle esperienze che lo avevano sfregiato a vita nel diventare la persona che era diventato.
Tuttavia, gli elettroshock riuscivano a fare peggio di questo.
In qualche maniera, riuscivano a fargliele rivivere.
Ogni volta in una maniera diversa, ogni volta con la stessa sofferenza della volta precedente, macabri custodi della sua memoria maledetta.
Iniziava con sensazioni sulla pelle che riaffioravano, senza essere necessariamente dolorose, semplicemente sentiva la loro presenza come se fosse stato di nuovo intrappolato in quei momenti.
Le nocche che gli sembravano scorticate, un tocco sulla guancia che scivolava sinuoso, il bruciore agli occhi di quando fissi troppo a lungo il fuoco, dolore alla schiena, le dita rattrapite dal gelo; tutto, ogni cosa sembrava reale più delle scariche elettriche che lo oltrepassavano da parte a parte, coesistente nel mondo reale.
Poi iniziavano le voci, le urla, i sussurri, ogni cosa che le sue orecchie avevano sentito veniva ripetuto ancora e ancora come se il disco ad un certo punto si fosse inceppato e fosse stato capace di riprodurre solo quelle memorie.
"Lo sai che non puoi giocare con gli altri bambini Icarus"
Mamma.
Mamma sei tu?
"puoi fare di meglio tesoro, riprova"
Sono stanco mamma, non ne ho voglia adesso.
"non era una richiesta, suona Icarus"
Mi fanno male le dita, possiamo riprendere più tardi?
"non hai sentito quello che ti ho detto? SUONA"
Che dolore alle dita, era come se gli si stessero spezzando di più ogni volta che toccava una nuova nota.
La realtà e le memorie iniziarono a fondersi, pian piano, in una cosa sola.
Il dolore reale si confondeva con quello del passato, scambiandosi e mescolandosi come gli ingredienti di una torta, sempre più impossibili da distinguere e separare fra di loro man mano che procedi.
"ci hai deluso Icarus"
Mi dispiace mamma, stavo cercando di fare del mio meglio.
"non ci serve il tuo meglio, ci serve che tu non sbagli. Cosa hai che non va?!"
Scusami papà, io stavo solo...
"non mi chiamare così dopo che hai umiliato sia me che tua madre in questa maniera. Dovresti solo stare in silenzio"
Io...
Dolore.
Il suo corpo ricadde esausto dopo l'ennesima scarica sul lettino, ma la sua mente era in qualche modo convinta che fosse stato di nuovo allora, che suo padre lo avesse schiaffeggiato come in quel momento e che lui fosse caduto in terra come allora.
Sentiva dolore alla base della schiena.
Gli prudeva la guancia e sulla lingua percepiva il sapore dell'umiliazione.
Che schifo che si faceva.
Non riusciva nemmeno a fare una cosa così semplice, cos'era che non aveva ricordato? Non lo sapeva nemmeno, figurarsi quanto era inutile.
Che schifo.
Il volto gli ricadde un lato, le sue palpebre appesantite iniziarono a smettere di vedere quello che c'era davvero e preferirono passare il film che riavviava ogni notte nei suoi sogni.
Era fuori... fuori casa si... e poi buio, terribilmente buio... ogni suo movimento favceva scricchiolare il legno marcio della veranda in maniera sinistra. C'era qualcosa nel buio assieme a lui?
Bussò contro la porta, si aveva bussato sino a che le nocche non gli si erano messe a sanguinare nel tentativo di richiamare l'attenzione di chiunque.
Mamma ti prego aprimi ho paura.
Mi fa male la testa.
Mamma per favore.
Fa freddo qui.
Sarò perfetto come vuoi tu, non sbaglierò mai più niente.
Voglio entrare a casa ti prego.
MAMMA!
Che patetico spettacolo doveva aver dato, che essere disgustoso che era sempre stato.
Doveva essere per quello che lo avevano mandato via, non riuscivano più a tollerare la presenza di un simile errore sotto il loro tetto, solo guardarlo doveva dargli il voltastomaco come lo dava a lui fissarsi allo specchio.
E poi altro, un'altro ricordo emerse dalla mischia, anche se era precedente a quello che aveva appena rivisto.
Gli puntarono una luce sul volto per controllare che fosse ancora tutto a posto prima di procedere ulteriormente, però la sua mente scambiò quella luce per quella di un candelabro illuminato a giorno, così brillante da sembrare il sole.
E tutti lo guardavano nei loro vestiti eleganti e mangiavano le sue parole come animali da una mangiatoia, ridendo ed estasiandosi al prodigio di quel bambino così speciale, così intelligente che la sua unica caratteristica sembrava essere quella. Non era un essere umano.
Lui era solo un prodigio.
E poi altri, altri ancora gli affollarono lo sguardo, veloci, sempre più veloci tanto che non aveva nemmeno il tempo di concentrarsi su uno solo di questi.
"LE HAI RUBATE TU RATTO SCHIFOSO, EH?"
Se le avessi rubate io non lo avreste nemmeno saputo.
"DÌ LA VERITÀ BASTARDO"
Basta, non ce la faccio più a sentire tutti urlare.
Non le ho rubate io, smettila di chiedermelo.
"Vediamo se hai ancora voglia di mentire sott'acqua allora"
Non riesco a respirare.
I miei polmoni non hanno aria.
Mi fa male il petto.
- sta avendo complicazioni polmonari?- chiese una delle infermiere all'altra, ma lo scambio passò inosservato alle orecchie del ragazzo.
- sta solo trattenendo il respiro per farcelo credere. Lo fanno a volte, per far smettere prima. Continua-
Che male alla spalla.
Sta sanguinando vero? Sento il sangue che mi gocciola lungo la schiena.
Voglio andare a casa.
Le due donne iniziarono progressivamente ad aumentare il voltaggio per procedere verso le scariche finali.
Le dita gli si erano ustionate tirando fuori i resti del suo oboe.
é colpa mia se papà lo ha gettato nel fuoco.
Non avrei dovuto sbagliare.
Non devo mai sbagliare.
Ho fame, posso averne ancora?
Altro dolore, qualcuno lo ha spinto in terra.
Potrebbe fargliela pagare, ma non gli importa abbastanza per perdere tempo con loro.
Voglio uscire da questa stanza, mi dispiace mamma.
Ho fame ti prego dammi da mangiare.
Sarò un bravo bambino per sempre se mi dai anche solo un pezzetto di pane.
Non chiederò mai più di smettere di studiare, lo giuro.
Voglio giocare anche io con gli altri bambini mamma.
"non essere sciocco Icarus, tu non puoi stare con loro. Sei molto meglio degli altri bambini"
Veloce, sempre più veloce, un ricordo si sovrapponeva all'altro senza lasciargli tregua nemmeno per un attimo sino a che non arrivò lei.
La peggiore di tutte.
Ha le mani fredde anche se stava mangiando una zuppa calda.
"Hai proprio un bel viso, sai, Icarus?"
Smettila di toccarmi, mi fai male, hai le mani fredde.
Lasciami andare.
Smettila di avvicinarti.
Le ultime scosse scesero giù per il corpo inerme di Icarus.
Vattene via, vattene!
"Non ha senso che gridi aiuto, nessuno ti sentirà"
SMETTILA!
BASTA!
Sentiva delle lacrime che gli scendevano sul viso, bollenti e piene di acido.
I suoi muscoli furono trafitti dall'ultima scarica.
FA MALE.
Fa male.
Fa... male.
La prima cosa che vide quando si svegliò fu il soffitto bianco dell'infermieria.
Tentò di tirarsi su, ma aveva ancora i muscoli troppo inibiti dalle scariche per poterlo fare, per cui si limitò a sospirare internamente e cercare di riabituare i sensi al mondo circostante, per quanto fosse estremamente difficile.
Non riusciva a percepire nessuna parte del suo corpo che non fossero le palpebre.
Riusciva a malapena a respirare se vogliamo dirla tutta, specie disteso verso l'alto.
Come ogni volta, non ricordava niente di ciò che era successo durante il suo elettroshock, se non una diffusa sensazione di disagio e qualcosa di simile al terrore.
Cercò di guardarsi il braccio per capire se gli avessero già somministrato della morfina per il dolore alla testa, poi, quando il suo cervello cominciò lentamente ad ingranare di nuovo, abbandonò il tentativo, considerando che se non provava dolore alla testa allora dovevano avergliela già data.
Il camice dall'infermieria gli prudeva addosso.
Il pensiero che lo avessero cambiato mentre era incosciente gli fece salire la bile in bocca, e per puro miracolo riuscì a non rigettare.
Prese un respiro profondo e si concentrò su altro.
Si mise ad ascoltare i suoni che poteva percepire.
Goccie di flebo che scendevano lentamente.
Tic tic tic.
Respiri, esili e profondi, che si muovevano dagli altri lettini, coperti dai loro paraventi come lui lo era dal suo.
Era una delle poche cose belle dell'infermieria, era costretto a vedere veramente poche persone.
Bisbigli di degli infermieri accanto alla porta, troppo sottili perchè potesse capire cosa stessero dicendo.
E poi, arrivò un suono che sovrastò tutti gli altri.
Tacchi.
Rumore di tacchi, che si dirigevano dritti verso di lui a passo spedito.
Con le poche forze che aveva alzò gli occhi al cielo mentre la capo infermiera del St. Marcel spostava il suo paravento e lo salutava con voce acida.
- buongiorno, Lancaster. Dormito bene?-
Nome: Debra Prince
Occupazione: capoinfermiera del St. Marcel
QI: intorno al cento, sicuramente non molto superiore
Giudizio: uno dei peggiori esseri che ho mai incontrato nella mia intera esistenza.
Per quanto Debra fosse una donna quasi sulla sessantina, attorniata da degli angelici capelli bianchi sempre impeccabili, si poteva dire senza troppo errore che se lei e il demonio si fossero mai incontrati, il re dell'inferno le avrebbe ceduto volentieri il suo posto dichiarando di essere un suo grande ammiratore.
Icarus tentò di risponderle, ma la sua bocca era ancora restia a rispondere ai comandi, e soprattutto troppo impastata per pronunciare una sola parola. Stava morendo di sete.
La donna era arrivata con una caraffa di acqua fra le braccia e un bicchiere pronti all'uso, e non appena notò che sembrava essere assetato, ne versò un po' nel bicchiere, per poi posizionare entrambi gli oggetti nell'angolo più lontano del suo comodino, posto che, nelle condizioni attuali, era assolutamente irraggiungibile per lui.
Sorrise in modo mellifluo e poi tornò a concentrarsi su di lui.
- devo dire che questa volta si è davvero superato col suo terzo rapporto, sa? E dire che dovrebbe essere abbastanza intelligente da sapere che mettersi ad insultare una dipendente non è esattamente la cosa migliore da fare- lo guardò con aria sconsolata, che però lui sapeva benissimo celare solo estremo divertimento nel ricordargli la sua umiliazione in modo che non solo lui, ma che anche coloro che erano svegli in quel momento.
Le rispose col volto più colmo di disprezzo che riuscì a fare, coi muscoli che sembravano sciogliersigli nel momento in cui provava a muoverli.
- non mi guardi così, non è colpa mia se dopo tutti questi anni di correzione non ha ancora imparato a comportarsi come si deve. Se fosse per me, lei sarebbe già stato espulso molti anni fa, lo sa no?- al St. Marcel non esisteva una cosa come l'espulsione vera e propria. La parola "espulsione" era un'altro modo per dire "esecuzione" ai bambini appena arrivati e che ancora si illudevano che avrebbero avuto seriamente una possibilità di uscire da quel posto.
Da quello che sapeva, era una procedura che era stata utilizzata dodici volte nella storia dell'istituto.
L'ultima era stata tre anni prima, quando un ragazzo dell'ultimo anno aveva quasi ucciso uno degli inservienti cercando di strangolarlo.
- ancora non mi risponde, peccato. Dopo tutti questi anni dovrebbe essersi abituato o mi sbaglio? Le è persino venuto un ciuffo di capelli bianchi per la quantità di volte che si è divertito a farci perdere tempo col suo temperamento ribelle Lancaster. A quanto punto quasi credo che in fondo le piaccia finire qui in infermieria, ad occupare un lettino di qualcuno che ne avrebbe bisogno, solo per saltarsi qualche ora di lezione- fece un secondo di pausa, assaporando le parole che stava per pronunciare sulla lingua come se fossero state caramelle.
- d'altronde è abbastanza deviato da poterlo fare- per quanto in una situazione normale Icarus avrebbe risposto a tono con uno dei suoi commenti taglienti, nelle condizioni in cui versava in quel momento era semplicemente ignorarla sino a che non avrebbe deciso di fargli il grande piacere di sloggiare; cosa che comunque avvenne poco dopo, quando notò che non sbatteva nemmeno le palpebre alle sue provocazioni.
Richiuse il paravento e si avviò a dare fastidio a qualche altro malcapitato fingendo di controllare le sue condizioni fisiche.
Smise di ascoltare le sue parole e il rumore dei suoi passi, sino a quando non captò nell'aria la parola: "Izzo", in mezzo a quello che sembrava un rimprovero.
Se ne avesse avuto le forze avrebbe alzato un sopracciglio per la sorpresa, e anche un poco per la totale confusione.
Cosa ci faceva Diana in infermieria?
Parole: 7525
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