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𝚁𝚒𝚌𝚘𝚜𝚝𝚛𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 OO6: īnsānia

𝐈𝐧𝐬𝐚̄𝐧𝐢𝐚.
/in•sa•nia/ [lat.]

1. sost. f.
Follia improvvisa, abbandono violento della ragione.
Es.
Non è in somma amor, se non insania.

2. sost. f.
Atto o comportamento irragionevole, inconsulto
Es.
Commettere un'insania.

Molti luoghi comuni portano alla supposizione che i pesci rossi siano gli animali con la memoria più corta in assoluto, tuttavia, pochi sanno che gli esseri viventi non vegetali con la memoria più esigua sono le api.

Se si prende per buona questa informazione, si ottiene che, per molti aspetti, Cain Briggs avesse la memoria di un'ape.
Diverse volte gli avevano detto che questo era dovuto alla necessità del suo cervello di fare spazio a nuove informazioni seriamente utili, ma arrivato al punto della sua vita in cui scordava un intero alfabeto ogni ventiquattro ore si era semplicemente arreso all'idea di avere un qualche tipo di malattia mentale aggiunta alle precedenti che non gli  avevano diagnosticato.

Tuttavia, c'era una cosa che ricordava alla perfezione, anche dopo averla sentita una volta.
L'andatura delle persone, i loro passi, il loro portamento, in che direzione tendevano a spostarsi mentre camminavano.
Pensava fosse principalmente per il fatto che, oltre al suono della voce, fosse l'unico modo che aveva per riconoscere le persone senza chiedere chi fossero.

Nella mente di Cain, i vari componenti del gruppo terroristico di cui era finito a far parte erano minuziosamente caratterizzati per sapere che soprannome urlare mentre si avvicinavano; Icarus camminava con quel suo fare spocchioso da inglese, sempre in linea retta, sollevando il ginocchio abbastanza dal non strisciare la suola in terra, appoggiava sempre prima il tallone e poi la punta del piede, in un movimento fluido ed elegante; Mattia più che camminare dava calci al terreno come se l'avesse ferita dal punto di vista fisico e morale, Harley calcava tutta la forza del passo sul tacco (per altro quasi inesistente, le uniformi delle ragazze prevedevano delle ballerine di tela basse) in modo che si sentisse il più possibile; Alexander camminava in modo diverso a seconda di quale personaggio folle stesse interpretando, ma lo si riconosceva facilmente da come si trascinava un pochetto una gamba appresso; Pearl arrancava con disperazione quasi agognasse che qualcuno decidesse di essere così caritatevole da mettere fine alle sue sofferenze in quel momento; Diana appoggiava prima la punta del piede e poi il tallone, con piccoli passetti svelti; mentre, in quanto a Nathaniel, non sapeva cosa pensare, perchè faceva talmente poco rumore mentre camminava o in generale esisteva, che aveva ignorato la sua presenza per circa tre settimane, prima che Bethany gli facesse presente come anche lui facesse parte del gruppo, il che lo metteva un pochetto in allarme ad essere sinceri, visto che più che camminare sembrava fluttuasse sul pavimento senza lasciare alcuna traccia della sua presenza tangibile sulla terra.
A volte, si chiedeva se non fosse un'allucinazione collettiva causata da... beh ogni cosa presente al St. Marcel. Era certamente una prospettiva più confortante dell'ipotesi che una persona del genere esistesse sul serio, se non altro.

Però, fra tutte le persone sovracitate, e anche fra le camminate che aveva potuto udire nell'arco dei suoi diciassette anni di vita, quella di Bethany Kendrick era certamente la più particolare.

Da quello che sapeva e aveva potuto immaginare, era estremamente alta, imponente, fisicamente robusta, tuttavia, camminava cercando di non farsi sentire, sulla punta dei piedi, tanto che riusciva a cogliere il suono del suo passo solo se si concentrava nel tentativo di riconoscerlo, ma altrimenti gli era completamente impossibile.
Non riusciva a capire come da una figura del genere potesse uscire un suono così delicato, anche perchè non sarebbe dovuto essere fisicamente possibile. 

Un'altra qualità, per così dire, di Cain, era una curiosità fenomenale per qualsiasi cosa non lo riguardasse.

Così fu che, quando udì il passo felpato della ragazza allontanarsi verso il richiamo del suo istruttore (uomo che per altro possedeva il peggior accento che gli fosse mai capitato di udire in tutta la sua esistenza), si fiondò nei posti di fianco alle scalette per cui erano scesi, cercando di ascoltare cosa veniva detto.

Per i primi secondi, non fu in grado di sentire granchè, se non qualche parola frammentaria qui e lì.

Poi, tutto si fece estremamente nitido.

Il rumore di uno schiaffo, forte, violentissimo.
Di quelli che non solo lasciano il segno per giorni, ma che in qualche modo rimangono aggrappati alla tua memoria senza che tu possa farci niente; quasi che il colpo fosse arrivato direttamente alla tua testa e non alla tua faccia.

Istintivamente, fece scattare una mano sulla guancia sinistra, tamburellandoci le dita sopra come per tastare un livido che sapeva di non avere, ma che tuttavia sentiva riaffiorare sulla pelle, strato dopo strato, l'uno dopo l'altro, quasi che non se ne fossero mai andati.
Deglutì mentre le urla passavano cristalline fra le sue orecchie.
Le gambe gli erano diventate ostili, riluttanti al movimento, immobilizzandolo in una situazione in cui si era cacciato da solo, e dalla quale tuttavia lui stesso non riusciva ad uscire.

Ascoltò, in silenzio, col sudore che gli si annidiava sul colletto della camicia malmessa, tutto ciò che venne gridato, ma non udito da nessuno se non da lui e Bethany, compagni inconsapevoli della stessa tortura.

Avrebbe voluto spesso smettere di ascoltare.

Avrebbe voluto vedere, certo.
Ma vedere e sentire erano due cose completamente diverse ed inconciliabili.
Si domandava spesso come le altre persone passassero la loro vita con entrambi i sensi senza diventare completamente pazze.

Cain non aveva mai visto una singola cosa in vita sua.
Spesso gli avevano chiesto se fosse brutto vedere solamente buio, ma lui era sempre rimasto confuso da questa domanda, rispondendo generalmente con:

"Io non vedo niente"

Non vedeva quel "buio" che gli dicevano. Era diverso. Era un'assenza totale di ogni cosa che gli si prospettava davanti.
Avrebbe terribilmente voluto vedere cosa fosse il buio e cosa fosse la luce.
Vedere sembrava così tanto... facile.

Vedere poteva essere solo vedere da quello che sapeva.
Certo, puoi vedere male, puoi sbagliare, puoi non ricordare di aver visto.
Tuttavia, non richiede particolare concentrazione o impegno.

Al contrario l'udito era diverso.
Con la vista puoi riconoscere una persona, ma non capirla, conoscerla.
L'ascolto lo permetteva, al contrario.
Le camminate, centinaia, e centinaia di camminate tutte diverse gli passavano di fronte ogni giorno, e, Dio, quanto avrebbe sognato di poterle dimenticare!
Sentire le conversazioni, le frasi sussurrate fra i denti, i passi affrettati e svelti, il rumore delle stoviglie, il mondo che il suo udito descriveva era così caotico, sempre in movimento.
Se avesse potuto vedere, avrebbe evitato molte cose, e se avesse potuto solo vedere e non sentire, sicuramente sarebbe stato felice.

Non ci sarebbe stato nulla da scoprire, vedendo e basta.
Non avrebbe notato le leggere inflessioni della voce, i rumori dei movimenti di chi parlava, i suoni che lo circondavano sarebbero spariti e sarebbe stato tutto estremamente... facile.
Senza sentire, avrebbe potuto non conoscere, e senza conoscere sarebbe stato semplice.

Cercò di non sentire, naturalmente, ma le urla di chiunque fosse l'uomo che aveva chiamato Bethany sotto le scalette sembravano dominare sugli altri come la sua autorità in quel momento dominava sia Bethany che lui stesso.
Nel suo caso, non era esattamente l'uomo in sè ad essere terrificante, quanto le reminescenze che le sue azioni in quel momento stavano comportando nella testa del ragazzo.

Tentò di reprimerle, ovviamente, cercando di ricacciarle giù come si fa con l'acqua di un sifone rotto.
Sfortunatamente, come l'acqua di un sifone rotto, l'unica cosa che facevano era salire a galla ed aumentare il loro volume.

Non ricordava urla precise, non aveva molti momenti precisi in mente che lo assalissero, quanto una mistura, una gigantesca mescolanza di memorie sovrapposte una sull'altra e fuse assieme che gridavano tutte nello stesso momento, dallo stesso angolo della sua mente, sovrapponendosi con le grida dell'uomo sotto gli spalti, ed includendo anche esse nel loro rumore.

Si coprì le orecchie con quelle mani ridicolmente piccole che si ritrovava, ma il suono semplicemente non spariva, continuava a protrarsi per un tempo immenso, dilatato, dai contorni informi.
Le abbassò, lasciando che il rumore ancora più nitido degli insulti, dei colpi, dei microscopici e sommessi guaiti di dolore si intrecciassero fra passato e presente.

Non si rese nemmeno conto che ad un certo punto l'uomo, nel presente, aveva smesso di gridare, e non era riuscito ad ascoltare i piccoli e invisibili passi di Bethany salire su per le scalette, sedersi esattamente di fianco a lui, nello stesso posto di prima, accavallare le gambe una sopra l'altra e osservare come andavano gli altri suoi compagni; perchè la sua testa continuava ad urlare, continò ad urlare sino al momento sino a che un altro uomo non gli strattonò la manica della giacca troppo grande per il suo corpo esile e minuto dicendo:

- è il tuo momento, ragazzino-

Cain Briggs, dalla memoria di un ape, la curiosità per gli affari non suoi ed una prodigiosa memoria per le andature avrebbe dato qualsiasi cosa per di poter smettere di sentire il mondo che lo circondava e ciò che abitava la sua testa da tutto il tempo che riusciva a ricordare.

Ironicamente, il compito di Cain nella seconda prova per il test attitudinale, era esattamente ascoltare.

Il suo lavoro infatti era abbastanza semplice, quanto fondamentale.
Sedeva su una sedia che gli avevano fornito, davanti ad un palo al cui gli avevano riferito essere legata una bandiera arancione.
Il compito dei ragazzi sottoposti al test, era di prendere quella bandiera senza che lui udisse una minima azione da parte loro.
Semplicemente questo.

Dopo quella esercitazione, gli avevano persino dato un giorno libero, il che significava nessuna lezione e la possibilità di vagare per la scuola per ore senza essere disturbato, visto che le stanze si aprivano solamente ad orari precisi della giornata.
Il grande capo aveva comunque deciso di rovinare tutto assegnandogli una missione con Mr. Attore, che dopo una sperimentazione attitudinale (che aveva evitato di farsi raccontare per non dover ricordare una delle proprie per tutta la giornata) avrebbe avuto in regalo la possibiltà di una giornata di completa libertà.
Che emozione.

Si sedette sulla piccola seggiola, adatta al suo piccolo corpo denutrito, tamburallandosi le dita su un ginocchio e inumidendosi le labbra ad intervalli frequenti ma irregolari.
Qualcuno si accostò al suo orecchio, sussurrando a bassa voce:

- più ne elimini più sarà alto il tuo punteggio. Stai bene attento a quello che senti ragazzino- odiava quando si riferivano a lui come "ragazzino". Aveva passato i tredici anni da un bel pezzo, eppure nessuno sembrava notarlo.

- capisco signore- mormorò di rimando, cercando di assumere la posa più eretta che potè, con la testa dritta di fronte a sè, quasi fosse stato capace di vedere le quattro persone che avevano passato la precente prova di fronte a lui.
Bethany era lì in mezzo.
Si chiese se il suo passo felpato sarebbe stato lo stesso dopo la sfuriata del suo istruttore.

L'esaminatore strillò il primo nome e la prova ebbe inizio.

Dopo una decina di minuti di silenzio totale, sentì vividamente il primo ragazzo che scioglieva il nodo, così quando altri dieci minuti dopo gli chiesero un referto, rispose di aver udito un suo movimento.
Come punizione, al ragazzo fu ordinato di fare flessioni sino a che non gli fosse stato ordinato di smettere.

Il secondo ragazzo non fece il minimo rumore, ma Cain disse comunque di averlo sentito.
Fu condannato alla stessa pena del precedente.
Il primo stava iniziando ad essere affaticato, il suo respiro si faceva stanco e provato dallo sforzo, ma nessuno gli disse di fermarsi.
Li avrebbero fatti andare avanti sino a che non sarebbero crollati di fatica, di questo Cain era assolumente certo. Il St. Marcel era così dopotutto. Non c'erano sconti per il minimo errore.
Non c'era spazio per il minimo errore.

Avrebbe mentito anche per gli altri due se fosse stato necessario.
Non si sentiva in colpa per la cosa. Non si sarebbe trovato in quel posto se avesse avuto la capacità di provare rimorso per le proprie azioni.
La sua filosofia di sopravvivenza era chiara e semplice.
Lui guadagnava, gli altri perdevano.
Nessuna eccezione alla regola.
Lui guadagnava, gli altri perdevano.
Era così che girava il mondo d'altronde.

Non distrarti a sentire quanto stanno faticando quei due, concentrati su quello che sta iniziando la prova adesso.
È colpa tua, ma non importa.
Non pensare a quanto saranno terribili i loro gemiti doloranti quando li lasceranno qui ad andare avanti per ore a tirare su quei corpi imbottiti di medicine e fasciati di muscoli.
È colpa tua, ma tu devi sopravvivere.
Ed era vero.
Aveva bisogno di quei punti. Di quel cibo che un punteggio maggiore gli avrebbe comportato.
Non voleva sentirsi le costole sbucare sotto la pelle quando si toccava il petto come era successo già molti, molti anni prima.
Loro erano allenati abbastanza da poter andare avanti anche dopo una cosa del genere.
Se la meritavano? Assolutamente no, ma se qualcuno si fosse seriamente messo a decidere  chi si meritava cosa non sarebbero stati lì a prescindere.

Lui non era così buono nè, soprattutto, così sciocco da metterli prima del suo bisogno di ingurgitare ancora di quel cibo schifoso che ogni volta gli strappava via ancora un po' di quella poca umanità che aveva ancora.
Forse non era nemmeno più umano, a quel punto.

A volte si chiedeva come fosse esserlo.
Umano.
Normale.
Come era stato una volta.
Prima che crollasse tutto quanto e lui rimanesse schiacciato sotto le macerie per sempre.

Spostò i suoi pensieri su altro.

Anche Bethany avrebbe fatto la stessa fine.
Lì, a sollevare il suo corpo così enorme sino a che la luce del sole non fosse calata su quella palestra e forse anche oltre, forse fino alle prime luci del mattino successivo.
Non la migliore delle giornate per lei, certo.

Non sentì la terza persona, ma avrebbe mentito ugualmente.

Man mano che aveva avuto l'opportunità di passare del tempo con lei, si era reso conto di quanto effettivamente Sua Maestà avesse ragione quando gli aveva detto che era lei ad aver bisogno di un badante.

Terribilmente efficente, ma completamente incapace di fare qualsiasi cosa da sola.
Come si faceva a farsi salire il panico di fronte alla scelta di una banalissima sedia?
Più ci pensava più la cosa assumeva i tratti del ridicolo.
Una tizia grande e grossa incapace di decidere se buttar giù per prima la bistecca carbonizzata o il mais crudo.

Come era persino possibile una cosa del genere?
Era qualcosa di troppo assurdo persino per lui.
Lui sapeva fare lo scemo abbastanza per convincere gli altri a lasciarlo in pace ed a non perdere tempo con la sua causa, ma lei... lei era davvero così.

Assolutamente persa.
Capace di provvedere a sè stessa, ma incapace di prendersi cura di sè stessa.
Le serviva un macchinista, qualcosa che muovesse il suo corpo forte e saldo prima che quella cosa fragile e bambinesca che era davvero lei le impedisse di funzionare.

- BETHANY KENDRICK!- urlò ancora una volta l'esaminatore.

Cain drizzò sull'attenti, quasi per un secondo lui fosse stato ancora uno spettatore, speranzoso che il giudice della prova non avrebbe trovato nessuna imperfezione nel suo lavoro.
Poi si accasciò sulla sedia, realizzando che era lui quello stesso giudice.

Il passo di Bethany, anche dopo tutto quello che aveva udito nemmeno due ore prima era impercettibile.
Non sentiva nulla provenire da lei, solo una massa di silenzio liquido che avvolgeva l'atmosfera come un manto.
Un'abilità incredibile per sparire, su questo non c'era certo da obbiettare.

Come poteva qualcuno di così tanto grande sparire completamente, quasi fosse stata la cosa più semplice del mondo?
Grande e grossa come era, il suo passo sarebbe dovuto essere così forte da spaventare col suo solo rumore chiunque avvicinasse; invece era talmente esile da non poter essere udito.

Perchè era così ovvio che non stesse mentendo sulla sua condizione?

Perchè Bethany Kendrick non mentiva come faceva chiunque lì dentro, se non quelli che ormai erano stati trascinati talmente tanto oltre da non avere più una testa connessa al corpo?

Come aveva fatto a sopravvivere con sè stessa e sè stessa e basta?

Le domande gli si raggruppavano in testa come tanti piccoli sciami di insetti fastidiosi che gli si appiccicavano addosso e si rifiutavano di staccarsi.
Non che facesse molto per cercare di levarseli di dosso, anzi, li alimentava, continuando a chiedersi incessantemente come fosse possibile come l'essere meno umano che avesse mai incontrato fosse l'unica persona vera lì dentro.

Non sentì un solo fiato da parte sua.
Non un solo rumore, un singolo segno della sua presenza, quasi non esistesse davvero, qualcuno di facilmente scambiabile con un prodotto bizzarro della sua immaginazione.

- referto?- chiese l'esaminatore.

Sì, si preparò a dire, man mano che udiva i passi avvicinarsi e fermarsi, in attesa.

Sì.

La sua mente si accalcava di domande.
Riusciva quasi a sentire i muscoli degli altri spezzarsi dalla fatica assurda a cui stavano venendo sotto posti.

Sì.

Dalla sua gola non usciva niente.
Cercava un suono che la sua bocca sembrava incapace di articolare.
Niente se non qualche verso gutturale e noto solo a lui.
Nulla.

Sino a che, dopo quasi due minutì di silenzio, non rantolò:

- no. Non ho sentito niente-

Le parole che pronunciò furono la prima cosa veramente onesta che avesse detto negli ultimi undici anni.

La cosa era terribilmente pericolosa.
Non era più abituato a dire la verità.

Non ricordava nemmeno più se esistesse, la verità.

Alexander Sweeney trovava che Cain Briggs fosse una di quelle persone con un dono innato per la comicità in una qualsiasi delle loro azioni.
Non solo le battute o il modo in cui si atteggiava, ma la sua stessa voce e in generale persona risultavano estremamente divertenti da guardare.

Rischiò quasi di scoppiare a ridere ed uscire dal personaggio che stava interpretando quando lo vide inciampare su un cartello che avvisava del pavimento bagnato e imprecare col meglio del linguaggio scurrile conosciuto alla lingua inglese per circa dieci minuti, agitando il suo bastone per non vedenti per circa dieci minuti prima di rialzarsi e proseguire, lamentandosi per tutto il tragitto di come le domestiche del primo piano fossero delle creature fondamentalmente malvage ed affiliate allo dimonio.
Mai in vita sua si sentì così appagato dal non avvisare qualcuno della presenza di un cartello in terra.

Una volta arrivati, si appoggiò al muro e gli chiese con vivo interesse:

- senti coso... -

- Alexander- si penstì amaramente di non aver scelto di interpretare un personaggio più divertente dopo aver finito con la sperimentazione, ma Craig Fleming¹ rifletteva meglio il suo umore in quel momento.

- sì, Mr. Attore, mi stavo facendo una domanda da un po' di tempo- altra sua dote degna di nota era quella di non chiamare mai nessuno, sotto nessuna circostanza, col suo nome effettivo.
Generalmente, i nomi con cui si riferiva a lui erano Mr. Attore, Coso e Spilungone.
Solo il primo dei tre effettivamente gli andava a genio, ma Cain era troppo impegato ad essere sè stesso per preoccuparsi di quanto agli altri piacessero i nomiglioli che gli affibbiava.

- dimmi allora- replicò, tirando fuori dal retro della propria frangia una graffetta che aveva appeso lì per evitare che qualcuno la notasse:

- tu, di preciso, quant'è che saresti alto? Perchè sentire la tua voce da lassù è più o meno lo stesso che sentire Dio che urla al faraone di far passare il suo popolo o roba del genere -

- un metro e ottantasette - rispose, aprendo la forcina e iniziando a scassinare la porta dello sgabuzzino. Dopo vari secondi di silenzio, Cain rispose con un drammatico "vaffanculo", e decise di andare a svolgere quello che effettivamente sarebbe dovuto essere il suo compito, ovvero fare il palo col suo udito sopraffino.

Alexander spalancò la porta dello sgabuzzino dopo che gli fu confermato il via libera, tirandosi fuori dalle tasche (sia da quelle originali della giacca sia da quelle che si era fatto cucire in cambio di razioni di caffè e zucchero) tutti i possibili recipienti chiusi che era riuscito a trovare, cosa che includeva anche tubetti di dentifricio usati (e lavati) trafugati dall'immondizia.

Freneticamente, iniziò a cercare tutto ciò che avesse un aspetto molto tossico, come la candeggina (di cui raccolse una siringa abbastanza grossa trafugata illegalmente dall'infermieria), detersivo per i pavimenti (due tubetti di dentifricio), Ddt (tre piccole provette arrivate a lui con un lungo passamano dal laboratorio di chimica); prima di essere fermato nella sua frenesia da diversi colpi agitati di Cain al pavimento col suo bastone, che lo portarono ad immobilizzarsi e schiacciarsi contro il retro della porta aperta dello stanzino, infilando rapidamente tutte le prove che possedeva nelle tasche più remote della sua giacca e pantaloni.

Trattenne il respiro in attesa, cercando di tendere l'orecchio il più possibile per tentare di capire cosa stesse avvenendo. Riuscì solo a captare frammenti di conversazione in cui Cain diceva ad una delle inservienti del primo piano di aver rotto il proprio bastone per non vedenti e che gli sarebbe stato di estremo aiuto se qualcuno tipo lei fosse stato così gentile da portargli del nastro adesivo per sistemarlo, e al contempo, sfracellare lo stesso bastone in terra come se avesse attentato alla sua vita. 

Stranito, riprese a cercare qualcosa di utile da rubare per la missione, tentando di ignorare il fracasso fatto dal nano, con una strana sensazione di ansia costante che continuò a crescere sino a quando non captò nell'aria la voce di due dei sorveglianti di quel piano che sembravano avere tutta l'intenzione di tagliare in quella direzione per andare a prendersi un caffè giù nelle cucine.
Fu lì che iniziò ad andare effettivamente nel panico.

La mente di Alexander funzionava in modo molto particolare.
Se normalmente era una persona dall'intelligenza estremamente sopra la media capace di trovare soluzioni brillanti a quasi ogni problema gli venisse proposto, in una situazione in cui era messo sotto stress la sua unica risposta neurale sembrava quella di chiudere ogni area del suo cervello dedita al pensiero razionale ed obbiettivo e puntare tutto su quelle aree della sua testa che migliaia di anni prima gli sarebbero servite per scappare da un mammut nel modo più rapido possibile.
Sfortunatamente, non si trovava a cacciare mammut nel centro europa nel paleolitico, ma rinchiuso in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza, schiacciato contro la porta di uno stanzino per i prodotti della pulizia a rubare materiale per un attacco terroristico.
Una qualsiasi di queste cose da sola sarebbe stata sufficente per una rinvigorente ma evitabile visita all'elettroshock, mentre tutti gli elementi combinati sembravano invece suggerire una più corta ma non meno elettrizzante capatina sulla sedia elettrica per le esecuzioni immediate.

In favore di Alexander in quella situazione c'era anche da dire che non aveva avuto la migliore delle mattinate ed il suo cervello era stato stressato abbastanza dalla sperimentazione (in cui un uomo adulto dalla voce particolarmente profonda gli aveva urlato nelle orecchie per quasi due ore mentre era legato con una camicia di forza e degli altri uomini ed una donna dall'aria per nulla rassicurante lo osservavano dall'altro lato di un vetro prendendo appunti come se nulla stesse accadendo di fronte ai loro occhi) per permettergli di ragionare lucidamente.

Tentò con tutte le sue forze ti tenere bene a mente l'avviso che gli aveva dato Icarus ovvero:

"in qualsivoglia situazione rischiosa, sotto ogni circostanza che possa presentarsi di fronte a te, mai e poi mai agisci di testa tua"

Il che era un ottimo consiglio, visto che era noto per il suo minuscolo problema di panico quando si trattava di situazioni senza una via d'uscita non particolarmente ovvia.
Si ripetè diverse volte l'ordine con lo stesso tono perentorio che aveva usato l'altro e respirò profondamente nel tentativo disperato di trovare una soluzione razionale invece di correre a gambe levate da quel posto.

Il suo primo impulso sarebbe stato quello di chiudersi la porta alle spalle, ma poi non avrebbe avuto la possibiltà nè di uscire (la graffetta ormai era inutilizzabile e la maniglia era solo da un lato della porta) nè di comunicare con Cain, cosa che in ultimum era profondamente inutile.

Certo sarebbe stato più facile concentrarsi se il suo compagno l'avesse smessa di fare sempre lo stesso suono ripetuto ancora ed ancora come un disco rotto con quel bastone infernale.

I passi degli uomini erano ancora abbastanza lontani, ma non ci avrebbero messo molto ad arrivare in un punto in cui sarebbe stata visibile la porta aperta.

Più tentava di pensare più quel rumore maledetto gli scavava nelle orecchie, cosa che gli stava facendo venire una crisi, portandolo a chiedersi cosa diamine volesse dire quella sequenza di suoni se gli piaceva ripeterla così tanto.

Effettivamente, ascoltando con attenzione ed utilizzando la sua nuova conoscenza del codice morse, ne venne fuori la frase "io che cado", che in quella situazione era utile quanto gettare acqua su una nave che sta naufragando.
Imprecò mentalmente per aver avuto anche solo la stupida idea di dare retta a qualcosa di detto da Cain per ritornare al suo non meno utile ma se non altro sensato panico.
Prima di urtare accidentalmente con la gamba il cartello "appena lavato", realizzando che Cain stava probabilmente cercando di dirgli di tirar fuori quel coso così che i sorveglianti cambiassero strada.

Funzionò.

Incredibile.

Dopo che questo comico quadro di eventi avvenne, all'ora di pranzo, Mattia era occupata a nascondersi dentro uno dei carrelli frigoriferi diretti verso la cucina.
Provava freddo, ma sfortunatamente per non farsi sentire doveva restare con la bocca ferma, senza far andare avanti ed indietro l'arcata superiore dei denti, con quel rumore che le ricordava tanto quello di un treno.
Le piaceva quel rumore, anche se non ricordava bene se era mai salita su di un treno o meno.

Si mise ad ascoltare il rumore delle ruote che scivolavano sul pavimento, il vociare delle persone per i corridoi che si affrettavano verso la mensa per non rimanere senza mangiare, l'inserviente che tamburellava le dita sul manubrio di metallo per guidare il carrello.
Lo trovava molto noioso. 

Sperò che la volta dopo sarebbe stato Nathaniel a doversi fare quel tragitto al freddo e al gelo invece di mandare lei come aveva proposto.
Non le interessava se era troppo magro per trasportare con sè anche solo il proprio corpo, lei in un carrello frigorifero non aveva alcuna intenzione di tornarci. Lui era abbastanza piccolo da starci senza doversi mettere in una posa scomodissima da contorsionista per altro.
Era così magro che le dava sempre l'aria che se lo avesse toccato con un po' troppa forza gli si sarebbero spezzate le ossa.
Avrebbe dovuto provare prima o poi.

Il tragitto proseguiva senza sembrar arrivare ad una fine.
Sino a quando effettivamente non si arrestò in modo brusco in mezzo al corridoio, fra le imprecazioni della donna che guidava il carrello.
Se l'erano presa comoda col diversivo.

Non capì bene cosa avessero fatto sino a quando non sentì i passi indispettiti della tizia abbastanza lontani da permetterle di uscire indisturbata.
A quanto pare avevano steso della cera rubata su quel tratto di corridoio così che fosse impossibile proseguire.
Sensato.

Si mise a camminare svelta, cercando di riprendere calore al corpo.
Non le era mai piaciuto il freddo, anche se era cresciuta in montagna. Si ricordava poco di quel periodo. Spesso riusciva solo a rievocare la sensazione di freddo da quei ricordi, ma nulla di più.

Ricordava bene, eppure più tentava di ritornare in quei ricordi più le sembrava che le stessero stretti, calzassero male nella sua memoria come se non fossero mai stati suoi sino in fondo.

Svoltò a destra, poi a sinistra ed infine accellerò il passo sino ad arrivare ad una minuscola porticina in un minuscolo corridoio, che sembrava ritagliata fuori da un libro di fiabe.
Iniziò a sfregarsi le mani con insistenza per compensare lo sfregamento dei denti, cercando con le dita i fantasmi di quei geloni che una volta le infestavano costantemente le dita.
Girò il pomello e la porta si aprì con scioltezza, quasi non avesse atteso altro che lei per tutto quel tempo. 

Sarebbe dovuta essere la donna che spingeva il suo carrello a chiudere tutto quanto una volta scesa lì sotto, ma non essendoci mai arrivata era tutto lì, a sua disposizione, ad aspettarla.

Il seminterrato era buio, e la sua figura proiettava un'ombra gigantesca sulla stretta rampa che andava verso le ghiacciaie, ancora più grande di quanto lei non fosse, l'ombra di un gigante.
Si richiuse la porta alle spalle e fuse la sua ombra con il buio del posto che la ospitava.

Faceva freddo.
Faceva molto freddo.
Ogni passo che faceva sembrava artigliarle un po' più le ossa.

Aumentò ancora il passo e sfregò con più insistenza le mani, aggiungendo finalmente anche i denti alla cacofonia che produceva di solito. Si rammaricò solo di dover tenere la propria risata ancorata in fondo alla gola, avrebbe rimbombato troppo.

Le sue scarpe facevano crik crak sul ghiaccio già formato e ciaf ciaf sull'acqua non ancora gelata.
Rischiò di cadere due o tre volte, mentre a poco dalla fine della rampa scivolò e rotolò verso il basso sino a sbattere contro la porta della prima cella frigorifera.

Il suo respiro faceva piccole nuvolette di vapore bianco alla luce eterea delle lampade a soffitto. Facevano una luce bluastra innaturale.

Le sembrava familiare quel freddo, eppure non aveva mai vissuto una situazione del genere.

Tirò su il suo corpo dolorante e si mise a camminare, passando le mani sulle porte chiuse sino a trovare l'ultima porta in fondo, ancora aperta e coperta di brina.
Iniziò a tirare.

Sentiva i geloni alle mani strapparle la pelle, eppure ogni volta che si toccava le mani si rivelavano essere lisce, prive di vesciche doloranti.
Non si sentiva più la punta delle dita dal gelo.
Era come se le sue stesse dita fossero state fatte di ghiaccio.

Dopo un po' di tira e molla dovuto alla necessità di scaldarsi le membra di quando in quando, riuscì ad allargare la porta abbastanza da poter sgusciare dentro la cella.
La investì del freddo ulteriore.

Ricordava qualcosa del genere.
Una stanza gelida, che però si muoveva. Era su una barca?
Forse... forse era una cosa così... era troppo confuso per decidere se fosse vero o falso.

Si mosse a rapidi passetti lungo la stanza, alla ricerca di ganci vuoti da poter nascondere sotto la camicia.
I corpi macellati dei maiali di fronte a lei si stagliavano come macabri moniti a qualcosa che aveva dimenticato, a lei stessa, forse.

Decine di creature morte, dai corpi squarciati, senza una testa, appesi in attesa che qualcuno li frantumasse ulteriormente.

Era da diverso tempo che non le facevano dissezionare niente.
Le mancava quella sensazione che le si insinuava sotto la pelle, o forse che si risvegliava sotto la sua pelle, quasi il sangue la richiamasse.
Rimase ad osservare, col gelo che le scavava le guance, quei cadaveri dall'aria così poco morta.

Camminava a passi alterni, con delicatezza, cercando di assaporare nella sua testa quella sensazione, quel momento, la sensazione che sentiva nei muscoli quando l'ultimo respiro della sua preda si estingueva e la avvolgeva come un guanto.

Il metallo gelido dei ganci le premeva sulla carne.

Aveva preso tutto quello che le serviva, appure non riusciva a fare a meno di guardare quegli spettri e sentirsi formicolare la nuca. 

Le stava venendo quasi fame ad osservarli, ma lei stessa si sentiva ormai coprire di brina, quegli affari dovevano essere più ghiaccio che carne a quel punto.
Ricordava qualcosa del genere, ma allo stesso tempo ricordava gli altri ricordi.
Qualcosa che non le sembrava suo, ma che doveva essere suo; li aveva sempre avuti, sempre collezionati nella sua testa come bambole, curandoli e pettinandoli sino a che non le sembravano più veri del vero.

Qualcosa di morto, e poi freddo... si c'era, c'era qualcosa così, nel punto più lontano della sua testa.
Le sue braccine coperte di sangue e rosso sulla neve congelata di dicembre, poco prima di natale. Povero coniglietto.
Era morto.

Però prima.
Ancora prima c'era stato altro, altro freddo, da solo.
Le scarpette della domenica tutte bagnate, le calze fradice che scivolano dentro le scarpe.
C'era stato, qualcosa così?
Un altro freddo così gelido che ti congela gli organi sino a che devi a malapena respirare, così che il ghiaccio non ti perfori i polmoni?

Sgattaiolò fuori dalla stanza inseguita dai fantasmi della sua stessa mente.
Chi era vero, chi era falso?
Esisteva qualcosa di vero o era tutto falso?

Si mise a dare violente spallate alla porta per riportarla nella stessa posizione in cui era prima, ma sembrava intenzionata a rimanere ferma come una statua di sale.
Il freddo non la voleva far andare via.
Le si attaccava addosso, raspando e raschiando come facevano alle volte gli uccellini morenti, una volta aveva catturato anche un aquilotto... erano così vividi quei ricordi, calzavano sulla sua pelle come se ci fossero stati da sempre.
Il sangue bollente che gocciolava giù, goccia dopo goccia, e scioglieva la neve, quasi fossero sempre stati una cosa sola.

Era vivido quel ricordo.
Ma di quando era?
Prima o dopo la prima famiglia?

La manica della sua giacca era grondante ormai, e la sua camicia stava iniziando ad andare verso la stessa fine.
Le faceva così tanto male la spalla da farle venire voglia di urlare, ma si sentiva la gola piena di neve.
Le mani stringevano i ganci come se ne fosse valso della sua stessa vita. Ci avrebbe pensato dopo a nasconderli, ora le sue mani piene di geloni immaginari avevano bisogno di tastare quel metallo gelido, sentirlo come aveva sentito la lama del coltello prima di pugnalare l'uomo e poi la donna che dormivano nel loro letto. Sembravano sereni.

Quando era stato quello?
Chi erano quei due?

L'ultimo estenuante colpo riportò la porta della cella al suo posto, e lei iniziò lentamente a scivolare verso la fine di quel corridoio che all'andata le era sembrato minuscolo e che adesso le pareva immenso.

Ricordava, non sapeva quando, non sapeva se sul serio, un'altra cosa del genere.
C'era sangue sui suoi vestiti, però c'era una mantella, era nera, calda, che la avvolgeva da capo a piedi, e lei che correva via, lontano dalla montagna e dal vento gelido di quella notte, lontana per sempre da quel posto che aveva i tratti troppo confusi per sapere come fosse.
La strada era uno scarabocchio pieno di cumuli di neve bianca.
La sua immagine colava via da quel posto sempre più lontano.

Cosa era successo in mezzo?

Non se lo ricordava.

C'era una nave, una grande nave, però.
Ed era pieno di persone che parlavano, che urlavano, dove vai, chi sei, piccina, piccina vieni con noi, picciridda la chiamavano, lì.
Non la chiamava più nessuno così.
Mattia forse non era nemmeno il suo vero nome.

In mezzo alle persone faceva caldo.

Non ricordava molto di eventi caldi.
C'era il vuoto, intorno al caldo, solo momenti di fronte al fuoco, coi suoi libri.
Natale, qualcuno che cantava per il Natale forse. Era troppo nebuloso.

Un gancio le cadde a terra.
Meccanicamente lo raccolse e lo rimise con gli altri, guardandosi attorno. Le sembrava di non aver mosso nemmeno un passo.
Riprese a camminare, sentendo i piedi affondare nel ghiaccio sino alle caviglie. Il bosco, era nel bosco.
Le piaceva il bosco.
Stava tornando a casa, e c'era qualcosa di caldo! Sì, sentiva il caldo ed affrettava il passo verso casa, correva sin quasi a volare!

E poi? Poi cosa c'era? Si chiese, arrancando su per la rampa coperta di ghiaccio, scivolosa e ripida.

Fuoco.
La casa avvolta dalle fiamme, era quello il caldo, vero?
Era fuoco.

Scosse la testa con forza, rischiando per qualche secondo di perdere l'equilibrio e cadere sui ganci, infilzandosi da sola come le sembrava di aver fatto con tutti quegli animaletti che aveva seppellito nella neve, dopo il fuoco.
Viveva da qualche altra parte dopo il fuoco, le pareva.

Non aveva senso, era sbagliato o era giusto, le sembrava che la testa le fosse stata spaccata in due con un'ascia. Era vero o era falso? Esisteva o no? Cosa c'era prima del St. Marcel, cosa c'era prima di quel momento?

Lei aveva vissuto in una casa felice ai piedi di una montagna. Era in Sicilia e tutto andava bene. Era la più brava di tutte a scuola, nessuno era meglio di quanto lo fosse lei.

Eppure no, no, non era vero quello che stava dicendo.
C'erano altre cose che aveva dimenticato, si, il fuoco, se lo ricordava bruciarle sulle guance, il fuoco.
Un funerale e tutti piangevano ma lei no, lei guardava le bare nere e voleva aprirle e vedere cosa ci fosse dentro.
Ci avevano messo i loro corpi carbonizzati, nelle bare?

E poi dopo sentiva il coltello sulle mani, il sangue sui vestiti e la sua mantellina nera che copriva tutto quel macello, la notte che da brava amica la nascondeva e la portava via al sicuro, la cullava sferzata dal vento ghiacciato e senza luna, offrendole un riparo verso la nave.

Ma quando? Quando era successo?

Arrancò sino alla porta e la spalancò stringendo il manico di ottone in una morsa ferrea.
Le erano diventate viola le dita.

Si richuse la porta alle spalle con violenza, sentendo il rimbombo mescolarsi col suono metallico dei ganci in acciaio e fil di ferro che si infrangeva sul terreno.
Crollò anche lei in terra, investita dal calore dell'esterno come dal calore di un forno, ancora sveglia, ma incosciente in un certo senso, abbandonando il proprio corpo sulle gambe, collassando su delle ginocchia di ghiaccio che appena avevano sentito un poco di calore si erano liquefatte come neve al sole.

¹ : personaggio del film: in questa nostra vita (1942)

Parole: 6300
Prossimo capitolo: guardatevi il calendario sentite, non ne ho voglia di riscriverlo ogni volta.

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