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𝚁𝚒𝚌𝚘𝚜𝚝𝚛𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 OO5: nexilis

𝐍𝐞𝐱𝐢𝐥𝐢𝐬.
/ne•xi•lis/ [lat.]

1. agg. m.
Intrecciato, legato assieme, particolarmente usato quando si intende parlare di qualcosa che non si può sciogliere o difficile da liberare.
Es.
Il nodo gordiano era intrecciato così che nessuno potesse scioglierlo.

2. agg. m.
Significato fig. per indicare un destino comune, appunto: "legati assieme".
Es.
Legato con corde indissolubili, intrecciati dal filo del destino.

Icarus si presentò con un anticipo degno di lui al luogo della riunione, attendendo gli altri invitati ad essa appoggiato contro il muro, occasionalmente camminando da una parte all'altra del breve corridoio mordicchiando la sua immancabile sigaretta come una sorta di avvoltoio.
Il posto che aveva scelto non era casuale. L'ala sud non era molto frequentata, visto che i dormitori si trovavano in quelle nord ed est, e specie il secondo piano era solito essere deserto in quanto sede degli uffici dediti alla preparazione dei registri e moduli, immerso nel costante rumore delle macchine da scrivere e avvolto da una coltre di fumo non indifferente, che si espandeva per tutta quella parte di piano ogniqualvolta qualcuno apriva una delle porte (quindi molto di rado), o filtrava da sotto si esse, lasciando tutta la zona in una atmosfera quasi irreale.
L'odore di tabacco bruciato e nicotina gli riempiva i polmoni durante l'attesa.

La prima persona ad arrivare fu Bethany, seguita poi da Harley e il suo cipiglio infuriato, successivamente Pearl, Diana ed Eleonor, poi Alexander, Mattia, Nathaniel e per ultimo Cain, non perchè non riuscisse a trovare il corridoio, ma perchè aveva dimenticato quale corridoio Icarus gli avesse detto, risultando nel suo girovagare per quasi un quarto d'ora, sino a che Bethany non era stata mandata a cercarlo e porre fine al suo errare.
Ma a quel punto, la catastrofe.
Harley vide Cain, Cain sentì la voce di Harley, e la situazione degenerò in modo disastroso.

- perchè cazzo hai invitato quel nano?- sbraitò la ragazza, indicandolo con risentimento. La risposta non tardò ad arrivare.

- e io vorrei tanto sapere perchè hai chiesto a sta puttana di venire qui- Icarus sfortunatamente non sapeva che quei due per qualche motivazione si detestavano dall'alba dei tempi, altrimenti non avrebbe mai commesso un simile errore. Si prese la base del naso e sospirò per qualche secondo, poi si staccò dal muro e disse solo.

- se proprio vi interessa, non lo so nemmeno io, siete delle spine del fianco entrambi, e devo ammettere che avete tutti e due in equal misura un talento di far nascere in chiunque vi incontri il desiderio di pugnalarvi.
Per quanto riguarda le vostre rimostranze personali, sarò se non altro obbligato a fornirvi più tardi delle spiegazioni, quindi tenete le vostre domande, se così possono essere chiamate, per dopo- questo non impedì ad Harley di guardare Cain con tutto l'odio che poteva imprimere nel suo sguardo e soprattutto non fermò Cain dal rivolgerle ogni singolo gestaccio offensivo di cui era a conoscenza, ma Icarus non aveva nè la voglia nè la temperanza necessarie per stargli dietro, quindi li abbandonò ai loro litigi infantili per tutta la durata del suo discorso.

- se siete venuti qui, presumo che la mia proposta abbia suscitato un qualche interesse in voi e vogliate saperne di più. Come accennavo quando vi ho chiesto di venire qui, non si tratta di una semplice fuga.
è qualcosa di molto più... ampio.
Qualcosa come la più grande serie di stragi a fini terroristici della storia- silenzio. Assaporò l'odore di tabacco, sentì i loro sguardi persi, basiti, che lo consumavano alla ricerca di spiegazioni, un attimo prima di rimettersi a parlare:

- scappare da questo posto e basta sarebbe un suicidio. Non tanto per la sicurezza, quella è così infima che persino un bambino sarebbe capace di evadere, quanto per la difficoltà ad effettivamente potersene andare dalla zona.
Non sarebbe possibile avere soldi, dei vestiti diversi da quelli che abbiamo adesso, guidare una macchina o comunque un mezzo di trasporto che non sia pubblico. Il che è utile quanto non scappare affatto, dato che con questi presupposti in poche ore chiunque verrebbe ripreso e riportato qui dentro. E considerato il grado di punizioni che sono previste anche per le cose più banali, la possibilità di essere abbattuti non è da escludere.
Si ritorna dunque all'origine del problema: come si può andar via di qui indisturbati? E anche ammesso che si possa realizzare la cosa, come sarebbe possibile continuare una vita migliore di quella che conduciamo qui, dove se non altro abbiamo regolarmente tre pasti al giorno, vestiti e un tetto sopra la testa? Non possediamo contatti col mondo esterno da otto anni e non abbiamo nemmeno notizie di come sia la situazione all'esterno del St. Marcel, non abbiamo nessuno che possa darci una mano.
Quindi, come si fa a risolvere il problema?- si guardò intorno, esaminando i visi dei suoi ascoltatori solo per qualche istante.

Un solo istante di distrazione in cui li passò in rassegna uno per uno nella sua testa, cercato di captare nel loro sguardo, nei loro gesti, un qualche segno di disinteresse a quello che diceva.
Di solito non aveva il benchè minimo interesse nel conoscere l'opinione degli altri in merito a quello che diceva, ma in quel caso la situazione era molto diversa.
Il piano poteva dirsi riuscito nel momento in cui ciascuno di loro avrebbe detto che avrebbe partecipato, quindi doveva assicurarsi di tenere ben bene ciascuno di loro sul palmo della mano e condurli dove lui voleva, ben coscienti di dove andavano così che non gli si rivoltassero contro, ma allo stesso tempo manovrati dall'abile burattinaio in cui riusciva a trasformarsi quando la necessità lo spingeva.
Gli avevano detto diverse volte che era bravo con le parole.
Che sarebbe stato un politico eccellente se avesse deciso di applicarsi alla materia.
E che era un ottimo oratore.

In loro però vide solo il riflesso della curiosità, repressa a forse dissimulata, ma impossibile da nascondere ad un attento osservatore come lui.
Solo un'altra piccola spinta, poco più di un soffio, e niente avrebbe più potuto trattenerli dal lasciarsi guidare verso la libertà e la vendetta che agognavano con ogni fibra della loro anima, un desiderio di supremazia e di sangue che stava solo aspettando il momento giusto per sobbarcarli e prendere il controllo, e che ora, lì, di fronte ad una simile opportunità, non si sarebbe certo fatta indietro.
La sua stessa ira, la sentiva ruggire sovrana in qualche angolo del suo cuore che aveva lasciato libero di rimanere vivo.
Nessuno di loro era da meno.

- e se tutti solo morissero? Uno dopo l'altro, ognuno di coloro che lavora qui, di tutti quelli che vivono fuori di qui, cadessero a terra e non si svegliassero mai più?
A quel punto, sarebbe semplice. Si potrebbe prendere tutto il loro denaro e dileguarsi senza doversi preoccupare di niente. Sarebbe possibile prendere le loro macchine, i loro vestiti e fuggire come se non fosse successo niente.
Ma anche in questo caso, ci sarebbe una pecca. Una pecca terribile e che potrebbe distruggervi proprio un secondo dopo aver pensato di essere liberi- sollevò lo sguardo, guardandoli tutti in faccia, scrutandoli come il diavolo osserva le anime che sta per corrompere per sempre.

- a quel punto, avreste lo stato americano sulle vostre tracce.
E in questi casi, nessuno si fa mai molti scrupoli.
Insomma, dopo che hai fatto un massacro di quella portata, come si potrebbe anche solo pensare che le leggi possano ancora valere?
Sarebbe una caccia alle streghe.
Ogni persona uscita di qui verrebbe abbattuta come si fa con gli animali, anche quelli che si sarebbero solo approfittati della mancanza di sorveglianza per andarsene, li truciderebbero ugualmente.
Non possono permettersi di far sapere cosa era questo posto, demolirebbe la fiducia dei cittadini sino alle fondamenta. Come potrebbe la grande America che porta la pace torturare dei ragazzini? Dei bambini? Indottrinarli e crescerli per essere delle macchine per uccidere qualsiasi cosa si muova davanti loro? Certo quelli in questo posto sono pur sempre degli scarti che nessuno voleva, fanno le stesse indentiche barbarie in tutti i manicomi e nessuno si è mai lamentato, quindi come mai dovrebbero massacrarci tutti alla fine dei conti? Se fossimo come loro, nessuno ci crederebbe mai e tutto continuerebbe a girare come prima, prenderebbero delle spie comuniste come capro espiatorio e sarebbero soddisfatti.
L'ordine delle cose sarebbe intatto e niente e nessuno potrebbe mai pensare di mettere in discussione la cattiveria di un russo di fronte alla bontà immacolata di un americano. Sinchè i loro cittadini sono convinti di essere i buoni, e che siano gli altri i cattivi, non hanno nulla da temere.
Se fossimo dei semplici scarti, non si darebbero certo la pena d'iniziare un'operazione di sterminio su larga scala per una semplice scaramuccia come quella...-

C'era quasi ormai.
La libertà era lì, di fronte a lui, la vedeva quasi.
Doveva solo afferrare la sua occasione.

-... tuttavia, noi non siamo dei semplici scarti.
Noi siamo marci, cosa ben diversa.
Sanno perfettamente che noi ricordiamo ogni cosa che ci hanno fatto, che noi semplicemente fingiamo di obbedire per sopravvivere, ma che in realtà anche colui che appare come il più docile fra noi non esiterebbe un secondo nell'ucciderli tutti uno dopo l'altro ne avessimo l'opportunità.
Io, ciascuno di voi, ogni persona in questa scuola è corroso dal rancore per tutto quello che c'è qui dentro e lì fuori.
Noi racconteremmo ogni cosa dal primo istante e se nessuno ci credesse noi troveremmo qualcosa, qualsiasi cosa per distruggerli, solo per avere il gusto di vederli cadere dal loro trono e rotolarsi nel fango in cui dovrebbbero stare.
E loro lo sanno.
Per questo ci distruggerebbero non appena possibile.
Devono evitare che i loro cittadini capiscano che loro non sono i buoni e che tutte le menzogne che gli hanno sempre raccontato non sono mai state la verità.
Se scoprissero ogni cosa che tengono nascosta sotto il tappeto, ogni cosa crollerebbe.
Una società non può reggersi sulla verità.
La verità è la nemica stessa della società-

Prese un respiro profondo, percependo un'aria piena di ansia, di rabbia così forte e impetuosa che niente avrebbe mai potuto spegnerla ormai.
Erano pronti.
Erano nelle sue mani pronti a scatenare quell'unico sentimento che gli era rimasto contro ciò che li aveva ridotti a quello che erano.
La scintilla si era accesa, e bruciava brillante fra le sue mani nell'oscurità più nera come un faro.
Da quella, si sarebbe propagato un fuoco che avrebbe consumato ogni cosa che avrebbe incontrato sul proprio cammino.

- Se fossimo soli, tutti noi moriremmo dopo nemmeno una settimana, non importa quanto intelligenti o scaltri.
Ci troverebbero, non importa quanto intelligenti o scaltri. Qualcuno di sdradicato si riconosce all'istante e anche in gruppo, dopo un po' i soldi finirebbero, e senza niente di concreto a saldare quell'alleanza tutto finirebbe per sfaldarsi in men che non si dica, finendo inevitabilmente nella morte di tutti i suoi componenti.
Tuttavia, ci sarebbe un'altra opzione.
Un'opzione molto più giusta di nascondersi come i ratti che ci hanno detto che siamo, quando non dovremmo, perchè saremmo noi ad essere nel giusto, siamo noi ad essere nel giusto, se davvero esiste.
Quale sarebbe il motivo di vivere in mezzo a loro quando loro vorrebbero solo schiacciarci?
Come mai non potremmo invece, fargli la guerra, avere finalmente la vendetta che bramiamo da così tanto tempo?
Lasciare il nostro messaggio in un modo così intenso che nessuno, per secoli, potrebbe mai scordarsi di quello che avevano fatto.
Far sparire, una per una, quarantacinque città e tutti i loro abitanti a partire da quella qui fuori.
Prima quelle piccole, rapidamente, senza che nemmeno abbiano il tempo di capire cosa succede, e poi man mano sempre più grandi, cadrebbero tutte come tessere di domino, sino a Washinton, New York.
Immaginatele deserte.
Il presidente morto nella camera ovale.
La nazione più grande della terra messa in ginocchio da coloro che aveva cercato di schiacciare.
Sarebbe una vittoria assoluta.
Una vendetta perfetta.-

Silenzio.
No.
Rumore.
Molto rumore.
Strepitavano, scalpitavano al solo ricordo di cosa fosse la libertà o forse anche al solo immaginare che cosa fosse, quale fosse la sensazione che consetiva di provare sulla pelle, ubriachi di essa al solo pensarci, accalcandosi verso la mano invisibile che gli stava porgendo per sancire quel patto col demonio.

- io non posso garantirvi che il mio piano proceda senza intoppi. Non posso nemmeno promettervi che funzionerà a dire il vero. Nulla mi impedisce di dirvi che potremmo morire tutti.
Posso solo dirvi che se ognuno di voi presenti qui, ora, accetterà di far parte di questo progetto, e se ciascuno di voi seguirà quello che avrò da dire, allora tutto questo con ogni probabilità di realizzerebbe.
La scelta è vostra.
Non vi darò altro tempo per decidere, quindi se siete indecisi potete anche andarvene adesso.
La vostra risposta deve arrivare ora.
Le domande le sentirò solamente in seguito-

Si mosse dalla sua posizione centrale, di fronte all'uscita del corridoio, iniziando a camminare verso di loro, divisi in due file appoggiati ai lati del muro, rivolgendosi con tono glaciale a ciascuno, senza dire una parola, in attesa.
E così, uno dopo l'altro, tutti accettarono senza la minima esitazione.

- perfetto. Alla fine quindi il piano non era così insulso, o vado errato Harley?- la ragazza si nascose sotto il suo cappello, guardando il terreno con aria furiosa:

- è che sei pessimo ad abbordare la gente- due a zero, palla al centro.

- ottimo, ora che abbiamo chiarito il piano in linee generali, vi illustrerò i particolari, e a quel punto potrete farmi delle domande- la campana del secondo richiamo rimbombò in lontananza alla fine della sua frase.
Aveva ancora tempo.

- ed era anche ora Grande Capo- sbottò Cain, che sembrava essersi ripreso sin troppo bene da quei meravigliosi momenti in cui aveva deciso di starsene buono ad ascoltare, e aveva tutta l'aria di essere pronto a ritornare quella sorta di macchina infernale per l'ammattimento altrui che era la sua persona. Soprassedè sul soprannome per non dargli soddisfazioni di alcuna sorta, cosa che, notò con piacere, sembrò dargli fastidio.

- il piano di per sè non è troppo complesso, la parte difficile si trova nel suo svolgimento pratico, quando vi assegnerò le varie mansioni vi farò avere istruzioni più dettagliate, per il momento avete solo bisogno di sapere i tratti generali.
Per contaminare la cisterna che si trova ai piedi del colle su cui siamo, ci serviranno, per l'appunto, dei veleni. Dopo l'incidente del quarantotto è praticamente impossibile trafugare qualche sostanza dal laboratorio di chimica, quindi ho pensato che sarebbe molto più efficace prendere i prodotti per la pulizia che tengono nei ripostigli del piano terra o medicinali dall'infermieria.
Oltre a quello, ci serve fare in modo che questi veleni arrivino alla cisterna, e per farlo abbiamo bisogno di una pompa idraulica che inverta il flusso di almeno uno dei tubi dell'acqua, o comunque di qualcosa che la faccia tornare indietro. I materiali per costruirla possono trovarsi senza problemi nelle varie cassette per gli attrezzi sparse per gli uffici di questo piano in caso di problemi alle macchine da scrivere, da quel che sono riuscito ad intuire in ogni caso non vengono usate praticamente mai.
Proseguendo, la parte per certi versi più difficile è la seguente.
Non possiamo permetterci di avere in conto la possibilità che qualcuno possa chiamare soccorsi esterni, anche giù in città, o che la mattina saremmo costretti a fare la doccia e morire per colpa del contenuto dell'acqua che uscirà quel giorno.
Quindi è imperativo che la corrente salti in tutta la zona- Alexander alzò un sopracciglio:

- quindi vuoi...-

- non mi pare di averti detto che potevi parlare.
In ogni caso, l'idea era quella di creare dei campi elettromagnetici fabbricando dei dispositivi appositi, da quel che ricordo non dovrebbe essere troppo difficile trovare materiale per costruirli, e disseminarli per la struttura.
A quel punto, considerato che le condutture elettriche si vedono anche da qui...- indicò oltre la finestra dalla parte opposta a sè del corridoio, dove si notavano le punte delle strutture metalliche atte al trasporto di energia elettrica oltre le fronde degli alberi del parco. Erano dalla parte opposta rispetto alla cittadina.

- ... non dovrebbero avere problemi ad interferire con loro e sospenderne l'uso per il tempo che ci servirà. Per quanto riguarda i materiali, ce ne sono più che in abbondanza nei vari laboratori di fisica, in infermieria e nei ripostigli per i materiali da addestramento dei supersoldati, quindi se qualcuna viene sottratta non penso qualcuno noterà mai la differenza, visto e considerato che nemmeno si degnano di tenere un inventario.
Come dicevo prima, vi illustrerò una versione maggiormente dettagliata delle varie mansioni e vi descriverò le criticità che potrebbero sorgere o i punti irrisolti man mano che la situazione si evolverà; quindi per piacere non ponetemi quesiti a cui non ho voglia di rispondere al momento.
Ora, avete delle domande o posso procedere a spiegarvi come saremo divisi per procedere?- Icarus aveva spiegato ogni cosa nel modo più dettagliato possibile proprio per evitare che avessero anche solo l'idea di porgli dei quesiti. Detestava le domande. Sapeva di avere astio per un bel po' di cose, ma loro erano decisamente nella parte alta della lista.
Tuttavia Cain alzò la mano con aria entusiasta, e senza nemmeno aspettare che gli desse la parola, disse.

- sì, io ne ho una. Come sta la regina?- era già abbastanza esaurito senza anche quel robo a complicare la situazione del suo equilibro psichico facendogli domande idiote, tentando per altro di imitare in modo estremamente fallace il suo accento inglese, quindi semplicemente finse di non aver minimamente sentito ciò che aveva detto e riprese a parlare.
Non era abituato a parlare così tanto, iniziava a fargli male la gola.

- visto e considerato che non ci sono domande, direi che posso spiegare.
Saremo generalmente divisi in due trii e due coppie, per non destare troppi sospetti e velocizzare le cose, che ogni tanto potrebbero comunque modificarsi. Vi ho divisi secondo il vostro quoziente intellettivo, in modo che quelli coi numeri più bassi o mediocri siano affiancati da qualcuno dal numero alto.
Oltre al fatto che ho bisogno che Bethany stia il più possibile con Cain- lui insorse.

- non ho bisogno di una badante stronzo. Sono sopravvissuto sino ad ora senza e di certo non ho bisogno che arrivi la Secondina adesso a darmi una mano, cosa credi che non sappia fare niente perchè sono cieco, mh?! Mi aspettavo di meglio da te Grande Capo. Anzi no non è vero, è esattamente quello che mi aspettavo da te, perchè fai schifo- finse di essere sconsolato appoggiandosi al muro con aria triste. Icarus alzò gli occhi al cielo.

- comincio a pensare che la tua vera invalidità sia mentale Cain. Non è Bethany la tua badante, sei tu la badante di Bethany- il ragazzino rimase immobile con aria molto confusa per un paio di attimi, poi esclamò.

- ma io non so fare la badante, ero il fratello piccolo!- Icarus non era una persona incline alla violenza, ma in quel momento dovette prendersi la base del naso per reprimere l'impulso sempre maggiore di prenderlo a ceffoni.

- Bethany ha bisogno di qualcuno che le dica cosa fare senza andare contro gli ordini che le ho dato io in precedenza, e considerando che tu hai un'autorevolezza inferiore a quella di un foglio di carta, non penso sia possibile che si metta a seguire possibili ordini contrari ai miei perchè glielo hai detto tu. Il tuo compito sarebbe solo quello di sincerarti che segua le mie direttive- si girò verso la ragazza, che per tutta la durata della conversazione era rimasta  immobile ad osservarli con aria impassibile, quasi come una bambola che aspetta che si smetta di litigare per lei. Era ridicolmente gigantesca messa vicino a Cain, ed era più alta di quasi tutti lì (lui compreso), tranne Alexander, che però batteva certamente per imponenza.
Parlare in piedi con lei ricordava molto il parlare ad un armadio.

- in ogni caso, sentiti libera di chiedermi di non voler stare con quell'essere, è perfettamente comprensibile che la sola idea di passarci del tempo ti ripugni- tutto il gruppo annuì con trasporto.

- HEY- esclamò l'interessato, ma Bethany si limitò a guardarlo dall'alto per qualche istante e dire solo.

- seguo gli ordini. Posso sopportarlo- Alexander la guardò affranto, sussurrando con aria drammatica.

- quali orribili cose devi aver subito per arrivare ad un punto in cui lui non ti sembra la tua peggiore opzione- tutti annuirono per la seconda volta, e l'interessato ormai era troppo offeso per impegnarsi a rispondere ai continui attacchi verso la propria persona.

- dopo questa indesiderata parentesi, gli altri saranno divisi nel modo seguente: Alexander, Pearl ed Eleonor saranno uno dei due trii, io sarò in coppia con Daiana...- la ragazza lo fulminò con l'unico occhio che lasciava visibile.

- si dice Diana, non Daiana. D i a n a- Icarus ripetè la parola in testa per un paio di secondi, poi ripetè.

- Diana?- lei fece uno sbuffo.

- eccellente, potresti quasi sembrare italiano se non avessi quell'accento ridicolo- rispose con aria stizzita e guardandolo storto. Non ebbe cuore di replicare qualcosa a qualcuno che parlava con un'inflessione del Missuri.
Andava oltre il suo limite di sopportazione.

- e infine Harley, Nathaniel e Met...- Mattia balzò in avanti, abbandonando l'aria catartica che aveva mantenuto sino a quel momento per assumerne una omicida.

- chiamami ancora così e ti stacco le gambe. È Mattia-

- oh tesoro, non trattare così male il Grande capo, poi ci resta male- le risposte Cain.

In quel momento, iniziò a provare un poco di astio verso la pronuncia dei nomi italiani, ma ripetè nuovamente il nome della ragazza e finalmente si congedò da tutti loro, infromandoli che gli avrebbe presto fornito un metodo di comunicazione non verbale per consentire lo scambio di informazioni e limitare al più possibile il rischio di essere intercettati.

Era così esausto che avrebbe avuto bisogno di mettersi a dormire all'istante; e invece non aveva ancora fatto nemmeno la colazione.
Però allo stesso tempo era soddisfatto.
Seriamente soddisfatto di come la situazione si stava evolvendo.

Bethany non rimase sorpresa quando scoprì che Cain Briggs avrebbe preso parte all'esercitazione di quel giorno del corso per supersoldati.
Lo usavano spesso per le esercitazioni del penultimo anno da quanto avevano detto.
Gli serviva il suo udito.
Che era lo stesso motivo per cui anche Icarus lo aveva inserito nella loro comitiva, faceva molto comodo qualcuno che avesse una capacità uditiva superiore alla media.
Era abbastanza ovvio.
O almeno per lei.
Era brava a capire quelle cose. 

Era passato già un mese da che erano diventati un gruppo, e tre settimane e mezzo da quando lei era stata impegnata nell'apprendimento ed insegnamento del codice morse.
A dirla tutta, ci aveva messo due ore ad impararlo.
Icarus aveva fornito a tutti loro dei pezzetti di carta, accartocciati così da sembrare dei rifiuti, in cui vi era illustrato l'alfabeto, e per Cain al posto di scrivere aveva bucato il foglio con la punta della penna, in modo che potesse sentirlo col tatto.
Il problema era che lui era fisicamente incapace di tenerlo a mente, quindi era stata costretta ad impegnarsi a trovare un modo per farglielo entrare in testa, visto che erano diretti ordini di quello che considerava il suo superiore di fare in modo che lo sapesse.
Le lezioni si svolgevano a pranzo e cena (colazione esclusa, Cain aveva affermato che a colazione non aveva la capacità di concentrarsi su nulla se non su quanto facesse schifo il caffè) e si basavano sulla ripetizione meccanica dell'alfabeto attraverso il ticchettio della forchetta contro il piatto, ovviamente conditi da una buona dose di battute da parte del ragazzo e continui richiami a lei con l'appellativo di "Secondina".
Prima lei lo ripeteva, e Cain dopo di lei, sinchè non erano sicuri che per quel giorno se lo ricordasse. E il giorno dopo, faceva gli stessi identici errori.
Non capiva se lo stesse facendo a posta giusto per farle perdere tempo o fosse il suo modo di seguire le direttive.

In ogni caso, era lì, in piedi, con la sua aria falsamente docile e summissiva di fianco ai suoi istruttori che comunicavano cosa avrebbero fatto quel giorno e perchè se lo erano portato dietro.
A quanto pare, oltre alle normali esercitazioni, quel giorno avrebbero usato Cain per capire chi di loro era idoneo ad una missione di infiltrazione. Sino a quel momento della giornata sarebbe stato comunque presente per poter indificare i loro diversi passi e movimenti.
Sperò vivamente che fosse più bravo a ricordarsi i portamenti che il codice morse.

Dopo il riscaldamento, il primo esercizio del giorno era combattimento corpo a corpo contro uno degli istruttori, che sarebbero stati armati con un coltello, mentre loro sarebbero dovuti andare a mani nude.
Insolito.
Probabilmente avevano deciso di approfittare della loro prova per testarli anche su altri fronti. 

Attese in silenzio il suo turno.
Era la sesta. L'ultima.
C'era tempo per organizzarsi e valutare.

Il primo perse.
La seconda perse.
Il terzo perse.
Il quarto perse.
La quinta perse.

Quelli che persero furono mandati a continuare l'allenamento nel campo all'aperto.
Fuori diluviava.
Pioveva quasi sempre, ma quel giorno non era semplice pioggia. Era quasi grandine.
Al solo aprire la porta, una ventata di aria ghiacciata congelò la palestra.
Era la loro punizione per la loro debolezza.
Lei non poteva permettersi la stessa fine.

- BETHANY KENDRICK!- gridò l'esaminatore a pieni polmoni, indicandole il posto in cui si sarebbe dovuta mettere per il suo esame.
Il suo avversario era Mark Hopper. Un ex marine dell'esercito nel mezzo dei suoi quarant'anni, in ottima forza fisica e dalla resistenza impressionante.
Tuttavia, era stupido abbastanza da permetterle di passare.
Si mise in posizione.

Sin da quando era arrivata in quel corso, gli allenatori le avevano ripetuto che doveva spegnere il cervello.
In un qualsiasi conflitto, non ti serve pensare, devi fare. Il tuo corpo ricorda perfettamente cosa devi fare, il tuo istinto di sopravvivenza ti renderà più forte di quanto tu possa immaginare.
Pensare non serviva a niente a quanto pare, rallentava nei movimenti e le faceva perdere la concentrazione su quello che le stava succedendo intorno.

Eppure, lei trovava che pensare fosse molto più efficace.
C'erano momenti in cui il suo cervello pensava così rapidamente che era quasi capace di prevedere quello che stava per succedere.
Una sorta di sensazione.
Le strisciava per tutto il corpo avvinghiandola così stretta da diventare quasi tutt'una con lei, sull'orlo di trasformarla in qualcosa di molto diverso da quell che era di solito, ma allo stesso tempo lo specchio di lei stessa.
Non era l'adrenalina.
Era diverso.
Era l'unico momento in cui non aveva bisogno che nessuno le dicesse cosa doveva e non doveva fare, perchè chiaro e perfetto di fronte a sè, nitido, riusciva ad osservare cosa sarebbe avvenuto. La sua testa era capace di ricostruirlo.
Non sapeva come si chiamasse quella cosa. Però in un certo senso, era la cosa più vicina ad un'emozione che ricordasse.

L'esaminatore fischiò e lei scattò in avanti.
La prima regola che le avevano insegnato in un corpo a corpo era: mai attaccare frontalmente, il tuo avversario se lo aspetta, ti farà a pezzi.
Tuttavia, decise di infrangere quella regola.
Un attacco frontale era qualcosa di talmente stupido che dall'altra parte non si considerava minimamente l'ipotesi che lo avrebbe fatto, mentre si aspettava una manovra evasiva, decisamente più saggia  e ponderata.
Quindi in realtà, la cosa più ovvia era la seconda, e sarebbe stata la prima a coglierlo di sopresa.

Nel momento in cui avvicinava il pugno al viso dell'uomo e lui alzava una mano aperta per fermarla, lo vide.
Vide ogni cosa.
Aveva vinto.
Era caduto nella sua trappola.

"Adesso mi solleverà"

Quello che vedeva nella sua testa e la realtà si sovrapponevano con uno scarto di qualche istante. Era quasi irreale.

Hopper le agguntò l'avambraccio, tornando indietro col corpo, stringendolo come una tenaglia, talmente forte dall'imprimerle il segno della presa sulla pelle della ragazza, usando la forza della corsa con cui gli era arrivata addosso per girarle il braccio e sollevarla in aria, e presumibilmente ributtarla in terra alla fine di quel movimento circolare.

"Allenterà la presa sul mio braccio"

Nel processo, naturalmente quando raggiunse il punto più alto del cerchio smise di stringerla in modo che non potesse muoversi, consentendo al suo braccio di fare quel minimo di movimento necessario per ruotare.
Era la sua occasione.

"E poi sarò io a prendere lui e buttarlo giù"

La sua mano si chiuse sul polso dell'uomo e slanciò le gambe, prima perfettamente dritte, verso avanti, in modo da essere lei a gettarlo a terra grazie alla forza che stava esercitando.
Lo tenne così stretto da rompergli il polso, sentì le ossa che si frantumavano sotto la propria presa con un rumore secco, deciso.
Il suo grido di dolore risuonò per la palestra con così tanta potenza da farle vibrare il corpo.

"Quando sarà quasi in terra, afferrerò anche il braccio che tiene il coltello"

A mezz'aria, gli prese anche l'altro polso, girandolo verso di lui.
Lui cadde in terra, e lei lo costrinse ben bene a restarci, facendo in modo che si puntasse da solo il suo stesso coltello alla gola.

"A quel punto avrò vinto"

- BETHANY KENDRICK PASSA LA PROVA- strillò l'esaminatore, facendole segno di lasciar andare il suo collega.
Lei si alzò lasciando andare l'istruttore in terra, che iniziò immediatamente a tastarsi il polso, che iniziava ad assumere un aspetto violaceo.
Non la guardò nemmeno.
Buon segno.
Sapeva che alle volte poteva essere alquanto vendicativo.

Le fu indicato si sedersi sugli spalti dove si trovavano l'esaminatore e Cain.
Seppur sapesse che non gli era possibile vederla, le sembrò quasi che lo stesse facendo, perchè seguiva col viso il suo movimento, probabilmente sentendo il rumore sei suoi passi.
Impressionante, data la confusione che c'era in quel momento nella palestra, fra le urla dell'esaminatore a quelli che non avevano passato la prova e ora dovevano rifarla, il rumore della pioggia battente sul tetto e occasionalmente dei tuoni.
Aveva un'aria persa, quasi al confine col sognante, forse stava pensando ad una qualche battuta da farle, ma quando gli passò davanti non disse assolumente niente e abbassò la testa.
Rimase alquanto confusa dal suo comportamento per diversi minuti, per poi scacciare quel pensiero in fondo alla mente, alla ricerca di un posto in cui sedersi.

Gli spalti erano vuoti ad eccezione di quelle uniche due persone sovracitate che occupavano solo due della ventina di posti disponibili, lasciandole un grosso margine di scelta.
Si immobilizzò di fronte ai posti vuoti.

Li scrutò alla ricerca disperata di qualcosa che li potesse differenziare e le facesse capire quale posto sarebbe stato meglio degli altri, ma non riusciva a trovare assolutamente niente.
Erano identici, nessuno di loro aveva la benchè minima differenza dal precedente, lasciandola in balia della sua incapacità di scegliere.
Perchè avrebbe dovuto sedersi in un posto anzichè in un altro? In base a quale criterio avrebbe dovuto prendere una decisione di fronte a quell'oceano di copie identiche e perfettamente uguali che aveva di fronte a sè.
Il suo respiro iniziò a farsi irregolare.

Non poteva chiedere all'esaminatore e distrarlo dal suo compito per una cosa di una simile banalità, e nemmeno a Cain, perchè aveva il divieto assoluto di rivolgersi a lui, datole proprio dai suoi allenatori quasi tre ore prima, all'inizio degli allenamenti.
Temevano che avrebbero potuto corromperlo in qualche maniera.
Non poteva disubbidire a quell'ordine ma nel frattempo era immobile di fronte alla marea di sedie immobili di fronte a sè, tentando di tenere sotto controllo il proprio respiro, mentre la sua testa macinava mille pensieri al minuto, nel tentativo disperato di trovare una soluzione.
Più li guardava più le sembrava che si moltiplicassero, non riusciva a muoversi, completameente immobilizzata, quasi congelata nella sua incapacità, messa in ginocchio da qualcosa di così banale ed insulso.

"Chiunque, mi dica cosa devo fare"

Avrebbe dovuto essere facile, un secondo e via, eppure i suoi piedi restavano ancorati al suolo senza che riuscisse a spostarli da lì.
Si stava affannando dietro una cosa senza senso ma la sua testa non ci riusciva.
Il rumore si mescolava al rumore delle voci che le urlavano quale cosa sarebbe stata meglio fare, quella lì, no, quell'altra, un'altra ancora, questa, quella laggiù, muoviti idiota
Muoviti per l'amor del cielo.
Cos'aveva che non andava, due minuti prima aveva organizzato un piano perfetto senza che nessuno le dicesse niente, e ora invece non sapeva come comportarsi di fronte a delle sedie?

In realtà sapeva benissimo cosa aveva che non andava.
Si toccò la lunga treccia che le scendeva lungo la spalla destra, quasi senza sentire veramente i propri capelli sotto i polpastrelli, era una sensazione lontana, fuori dalla Bethany di quel momento, immersa nei suoi pensieri, separata dal mondo reale, dove quelle sedie continuavano a stagliarsi, terrificantemente vuote, di fronte a lei, senza che potesse fare niente.

L'avevano rimproverata molte volte per quella treccia.
Dicevano che doveva tagliarla, che non era funzionale a quello che doveva fare.
Melodie teneva i capelli corti come quelli dei ragazzi del suo corso.
Però non se l'era mai voluta tagliare.
O forse non riusciva.

Non lo sapeva.
Non pensava ai suoi sentimenti.

Avrebbe dovuto essere intelligente, eppure in quei momenti non si sentiva intelligente.
Erano gli unici momenti in cui si sentiva stupida.
Una volta ci riusciva a fare quelle cose, era semplice prima.
Come faceva prima?
Ora le sembrava un ostacolo insormontabile.
Voleva solo che qualcuno arrivasse e le dicesse cosa doveva fare, lei non era adatta a fare le cose da sola, lei non sapeva più fare le cose da sola, era solo un giocattolo che passava di mano in mano quando veniva richiesto, un giocattolo ambito certo, chiunque lo voleva dalla sua parte perchè quando lo manovri e gli dici cosa fare, è inarrestabile.
Ma non appena smetti di usarlo, diventa un giocattolo.
I giocattoli non sono fatti per stare da soli, hanno bisogno di qualcuno che li manovri, di qualcuno che li renda vivi.
Senza il loro burattinaio, non sono assolumente niente.
E lei, senza qualcuno che la guidasse, era inutile.

- hey, Secondina!- Cain.
Cain?

Si girò, sorpresa dalla situazione, incontrando la figura ridicolmente bassa del ragazzino, di fronte a lei con sorriso a trentadue denti.

- dovresti sederti qui- con la mano, pattò la prima sedia che riuscì ad individuare di fronte a sè, annuendo diverse volte come a farle capire bene la questione. Bethany era troppo interdetta per rispondere.
Sapeva bene che le persone non vedenti sviluppavano maggiormente l'udito per potersi orientare, ma questo era fuori scala.
 Era riuscito a sentire il suo respiro affannato da quella distanza, in mezzo al macello sonoro che stava avvenendo intorno a loro.
Di certo era una capacità strabiliante, Icarus aveva scelto molto bene le sue pedine da gioco. 

Si sedette senza dire una parola e Cain di fianco a lei. Quanto tempo era passato da quando aveva iniziato a guardare quelle sedie?
Osservò la palestra. A giudicare dal fatto che solo William era stato rimandato fuori, poco. Mancavano ancora quattro persone che dovevano sostenere l'esame, e sospettava che sarebbe andata per le lunghe.

Le sembrò che diverse volte fosse stato sul punto di dire qualcosa, ma alla fine non disse nulla e si limitò a giocare con l'orlo della sua camicia, che come sempre era fuori dai pantaloni.

- Kendrick- la voce di Hopper la richiamò. Aveva il polso fasciato. Non le sembrò arrabbiato. La osservò come generalmente lei osservava tutti, con uno sguardo estremamente vuoto.

- si, signore?-

- devo parlarti- indicò le scale che portavano sotto gli spalti.
Bethany annuì  e si alzò meccanicamente, avendo l'occasione fugace di sentire Cain bisbigliare sottovoce "ma che accento di merda è".

Sotto gli spalti, il caos esterno rimbombava, quindi appariva amplificato rispetto a quello che davvero era.
Scese lentamente le scale dietro il suo istruttore, strizzando gli occhi per adattarsi alla penombra che c'era lì.
Si concentrò sulla luce per non sentirsi irrequieta.
Non le piaceva il buio.
Odiava il buio a dire la verità.

L'uomo le piazzò il proprio polso di fronte al viso, in modo tale che potesse ben vederlo.

- sapresti dirmi cos'è questo?- il tono continuava ad essere piatto, quindi non le sembrava che ci fossero motivi per pensare che sarebbe potuto succedere qualcosa di spiacevole.
Alle volte, avrebbe voluto capire meglio le persone.
Si sarebbe risparmiata molti problemi.

- il suo polso signore. Rotto aggiungerei- lui sorrise.

- e sapresti dirmi chi è che lo ha rotto?- senza esitazione, ribattè.

- io signore, poco fa-

La prima cosa che percepì fu dolore. Un dolore lancinante sulla faccia che le investiva completamente la guancia, tanto da girarle il volto dall'altra parte e rischiare di farle perdere l'equilibro.
Si tastò la parte sinistra della faccia.
Uno schiaffo.
Le aveva tirato uno schiaffo.

Sommessamente, alzò lo sguardo su di lui.
Il suo viso era freddo.
Gelido.
Non sembrava arrabbiato.
Perchè le aveva dato uno schiaffo allora?
Cosa stava succedendo?
Aveva sbagliato qualcosa?

- TI CREDI ANCHE SPIRITOSA CAZZO DI TROIA?-

Bethany abbassò lo sguardo e si preparò a ci che stava per arrivare.
Quel grido era stato così raccappricciante da farle tremare lo stomaco.
Sapeva che quelli dopo non sarebbero stati da meno.


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> prossimo capitolo a trenta giorni da oggi (domenica 3) alle 18:00

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