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𝚁𝚒𝚌𝚘𝚜𝚝𝚛𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 OO3: opertus

𝐎𝐩𝐞𝐫𝐭𝐮𝐬.
/o•per•tus/ [lat.]

1. agg. m.
Segreto, coperto, nascosto; spesso fig.

2. agg. m.
Oscuro, pericoloso, spesso riferito a segreti o cose che devono restare tali oppure che lo sono sempre state. 

Icarus si alzò con una sensazione che da anni ormai non gli apparteneva. Frenesia.

Pura e semplice frenesia che gli ballava sotto la pelle mentre si preparava ad un orario insolitamente tardo per quello a cui era abituato (era riuscito a tirarsi su dal letto solo una volta passato il secondo richiamo).
A giudicare dal buio fuori dalla finestra dovevano essere almeno le cinque del mattino, se non prima.

Erano passati anni dall'ultimo piano, l'ultimo vero piano che aveva architettato. Gli mancava quasi quel brio, quella sorta di entusiasmo irrazionale che contraddistingueva la loro creazione.
Si sentiva in controllo in quei momenti, una completa onniscenza sulla realtà che non gli era mai stata concessa, ma che lui desiderava con una brama feroce.
Se di solito la mattina si trascinava, quel giorno era euforico, rapido nei movimenti, somigliante ad un uomo che si prepara per una partenza che attende da anni verso la terra dei suoi sogni.
Ed in un certo senso, se si prende la giusta prospettiva, era vero.

Chiuse la porta avanzando a grandi falcate per il corridoio, quasi ne fosse stato padrone, mordicchiando la sua sigaretta con aria più saccente del solito.

Mentre camminava, ebbe modo di osservare la fauna locale del secondo allarme.
Infatti, come detto precedentemente, solo lui ed altri pochissimi erano capaci di prepararsi in tempo per il primo, la maggior parte degli altri aspettava quelli successivi (anche se non sapeva che quel giorno, quasi nessuno era riuscito ad alzarsi alle quattro e trenta del mattino).
Seppur disgustato da quella marmaglia accozzata di esseri umani, essendo posseduto da quel sentimento innaturale vicino alla contentezza si concentrò meno sul suo consueto odio per la propria specie, e più sull'osservazione.

In particolare, notò come tutti fossero impegnati ad osservare due camere attigue del lato sinistro, la diciassette e la diciannove, come se uno spettacolo particolarmente divertente stesse per iniziare.
Non avendo altro da fare, rallentò un poco la sua andatura (che comunque era abbastanza lenta. A camminare veloce si stancava subito) e guardò ciò che accadeva.

Per prima, come in una studiata opera teatrale, si aprì la diciannovesima porta. Sembrava che tutti fossero consapevoli di quello che stava per accadere, considerato il modo in cui ridacchiavano sotto i baffi, credendo di non essere visti.
Si vedevano e si sentivano perfettamente.

Ad ogni modo, dalla stanza uscì una ragazza dai capelli rossi e il truce sguardo azzurro che rispondeva al nome di Diana Izzo, che si richiuse la porta alle spalle.
Pochi attimi dopo, da quella affianco uscì un nano con un fungo di capelli in testa chiamato Cain Briggs, che si appoggiò all'ingresso con quello che avrebbe dovuto essere un sorriso, ma somigliava più ad un ghigno molto mal riuscito, e dalle cui labbra uscì la frase:

- ciao tesoro- lei non rispose a quel tentativo penoso di abbordaggio, anzi, gli sfrecciò davanti senza neppure guardarlo col dito medio alzato, consapevole che pur essendo cieco lui sapeva benissimo del gesto osceno che gli stava rivolgendo, visto e considerato il fatto che continuava a cercare di richiamare la sua attenzione dicendo: "mi stai facendo il dito medio vero? Lo stai facendo. Lo sta facendo giusto ragazzi?"
Nessuno gli rispondeva, ma la scena creava grande ilarità.

Icarus riprese a camminare con la consueta flemma, non divertito da quello che aveva visto, sarebbe stato troppo per definire quella sensazione, semmai, era soddisfatto.
Aveva la testa leggera come non era mai stata.
Camminava come se fosse stato il completo padrone della propria vita.

La sua mente lavorava su due piani paralleli: uno si stava effettivamente concentrando sul crittografare il testo che gli avevano posto davanti, mentre l'altro ragionava alla velocità del suono sui vari dettagli del piano.

Certo, dire che era come uno di quelli della sua infanzia sarebbe stato un eufemismo.
Non era mai stato così ambizioso da bambino, non aveva mai puntato così tanto in alto.
Quello in questione effettivamente non era un piano e nemmeno una fuga, no, sarebbe stato un insulto definirlo in quella maniera.
Era un progetto.
Un attacco totale e indiscriminato, ma studiato e preciso, qualcosa di talmente grande che avrebbe messo in ginocchio persino il più ricco e potente dei re o dei presidenti.
Qualcosa che avrebbe per sempre lacerato quel mondo disgustoso su cui viveva, come una pietra miliare.
Una lapide.
Più potente di una rivoluzione, più impattante di qualsiasi atto mai concepito.
Una distruzione totale.

In quell'ebrezza, batteva così rapido sulla macchina da scrivere da sembrare quasi una melodia, una composizione tragica e malinconica che avanzava macinando parole sulla carta, strappandole dalle altre presenti sul foglio che gli avevano affidato.
Gli saltavano agli occhi senza nemmeno bisogno di pensarci davvero, ancora più facilmente del solito, in quella sorta di ubriacatura di libertà.

- Icarus- lo chiamò la voce fredda del loro "insegnante" di quel giorno, il signor Topperton. Aveva sempre trovato quel nome ridicolo.
Tuttavia, il ragazzo non lo sentì, troppo immerso in entrambi i propri ragionamenti per poter emergere nel mondo materiale che lo circondava.
Il testo che stava venendo fuori era interessante, tra l'altro.
Una dietro l'altra, le frasi, componevano infatti il racconto di un uomo che progettava un attentato contro il presidente, chiedendo ai suoi complici di raggiungerlo presto, nascosto sotto un elaborato crittogramma che illustrava il miglior modo per cucinare un pout-puri.
A quanto pareva, trasportavano una qualche arma molto importante, di cui ancora non si era fatta precisa menzione nel testo.
Picchiettò col dito la sigaretta che aveva in bocca mente tentava di capire in anticipo cosa fosse, mentre i richiami dell'insegnante non lo scalfivano minimamente.

Sino al momento in cui uno dei sorveglianti non gli tirò i capelli verso l'altro, costringendolo ad alzarsi.

Le macchine da scrivere smisero di battere, contribuendo ad avvolgere la stanza nel gelo.
Represse un urlo soffocato sulla lingua, costretto ad osservare l'uomo di fronte a sè, mentre l'altro non sembrava deciso a lasciar andare la sua chioma, senza però tirare ulteriormente ora che era in piedi.

- signor Lancaster, forse la disturbo nel suo lavoro?- chiese, in tono canzonatorio.

Nome: sig. Topperton (nome proprio: sconosciuto)
Occupazione: insegnante e ricercatore al St. Marcel
QI: fra l'82 e l'87
Giudizio: un maiale sia nel corpo che nella mente.

Era un uomo disgustoso nell'aspetto e nel carattere.
Sovrappeso, dai capelli radi e stopposi, una volta biondi forse, ma ora grigio sporco e tenuti con un orribile riporto, unti, anche.
La sua faccia grassa,che gli aveva sempre ricordato quella di un suino particolarmente brutto (seppur la faccia di uno di essi se non altro non aveva la sua stessa aria idiota), con quegli occhi vicini, piccoli ed infossati, sempre brillanti o alle volte arrossati per una bevuta della sera prima, cosa che avveniva molto di frequente.
Non era difficile intuire che fosse dipendente dall'alcol, sia dal suo aspetto trascurato (il più delle volte i suoi vestiti erano macchiati e sporchi, e lui stesso era coperto di briciole nella folta barba grigiastra), sia per il costante odore di bevande distillate che lo impregnava e contraddistingueva come parlava. Quel giorno era molto debole, doveva aver bevuto solo qualcosa al mattino.

Era un mistero come mai non lo avessero ancora licenziato, ma lui immaginava che fosse perché sinché non lo avessero trovato ubriaco sul posto di lavoro, stava bene a tutti.
Meno agli studenti che dovevano far fronte al suo temperamento collerico da alcolizzato, sempre ben assecondato dai sorveglianti e che passava in cavalleria per la maggior parte degli altri docenti, o almeno sino a che non si spingeva troppo oltre.

Per loro era solo un altro modo di vedere come reagivano delle menti deviate come le loro ad una provocazione.
Il fatto che questo provocasse in loro sofferenza fisica e mentale non interessava a nessuno; dovevano pur esserci delle cavie da laboratorio, e non si poteva certo fare su delle persone normali.
Ma si poteva certamente provare con degli esseri umani rotti. Malfunzionanti. Che nessuno nessuno vuole e che non interessano ad alcuno.
Un modo per impiegarli si doveva pur trovare, la scienza aveva bisogno di risposte urgenti, e loro erano lì, pronti ed al caso loro.
Era molto più conveniente distruggerli ancora di più invece di tentare di ripararli.
Bisognava fare di necessità virtù, dopotutto.

Icarus tentò, con successo, di mantenere una faccia impassibile, di sfida quasi, osservando quel relitto umano che cercava di ottenere un qualche cenno di resa dal suo sguardo.

- se richiede una risposta onesta signor Topperton, si, alquanto- la risposta a quello che aveva detto fu abbastanza celere.
La guardia cominciò a strattonargli i capelli talmente forte da costringerlo a mettersi in punta di piedi per limitare un minimo il dolore che sentiva, mordendosi le labbra e la sigaretta per evitare di dargli la soddisfazione di un solo fiato sofferente da parte sua.

- beh signor Lancaster, io sono alquanto... - calcò la parola con un accento inglese molto scadente al solo scopo di canzonarlo.

- ...infastidito dal fatto che lei continui a causarmi problemi e continui nella sua convinzione di essere chissà chi, quando la realtà dei fatti è che lei, mio caro signorino, è un inutile ragazzino odioso che vorrei ardentemente fuori dalla mia classe- pausa.

- stamattina sulla mia scrivania avrebbe dovuto esserci il suo referto medico e non c'è. E da quanto affermano i responsabili lei non lo ha proprio fatto questa mattina- Icarus sapeva di averlo fatto.
E sapeva anche che era uno dei giochetti di Tiana per come l'aveva trattata quella mattina.
Serviva a fargli abbassare la cresta quando le faceva notare che era leggermente, ma solo leggermente incapace, senza nemmeno dirlo a voce alta, ma solo tra le righe.

Era già capitato altre volte che ci fosse grande ritardo nella consegna dei suoi referti medici per colpa di questo, o che misteriosamente sparissero senza lasciare traccia. Era certo che fosse quella donna ad intascarseli solo per il puro gusto di fargli rapporto e godersi quei due-tre giorni in cui avrebbe dovuto rigare dritto ed evitare di mancarle troppo di rispetto.
Nonostante il suo aspetto innocente, la verità che nascondeva era molto più marciscente di quello che ci si potesse aspettare.

- non trova che sia assolutamente ridicolo signore? - tentò di rispondere con un angolo della bocca, sofferente.
L'uomo quasi gli rise un faccia con il solito sorriso unto che odiava.

- trovo ridicolo il fatto che lei sia il migliore di questa classe e ei monti la testa tanto da pensare di poter sfuggire al protocollo -

- io non sto sfuggendo al protocollo, signore, e se fosse così cortese da dire al sorvegliante di smettere di tentare di umiliarmi in questo modo becero sarei anche in grado di illustrarle la motivazione - l'uomo, invece di ascoltarlo, prese il foglio su cui stava crittografando dalla macchina da scrivere.
Il lavoro di più tre ore, ed era ancora solo a metà delle dieci pagine che erano state assegnate.

- no. Non lo farò, quale sarebbe il punto di ascoltare qualcuno che so essere perfettamente in grado di inventare una scusa plausibile e denigrare l'operato di coloro che lavorano qui? Nessuno.
Si goda il suo secondo rapporto in due giorni signor Lancaster, e...- strappò lentamente la carta, quasi assaporandone il suono, giusto per poter vedere almeno ora il segno di una qualche reazione da parte sua, visto che era famoso per i suoi scatti d'ira quando si rovinavano le sue cose.
Tuttavia, Icarus riuscì a mantenere abbastanza controllo di sè da fare a malapena una smorfia.
Gesto che però segnò la sua sconfitta.

- ... veda di concludere prima che suoni la campanella, un lavoro non concluso abbasserebbe il suo punteggio- la guardia lo scaraventò nuovamente sulla sedia, mentre le altre macchine da scrivere riprendevano il loro ciclico battere meccanico e freddo, che suonava come tanti piccoli passi ritmici di un minuscolo esercito.
Gli sembrò per un folle istante che tutti stessero fissando lui ed il suo foglio strappato.

Avrebbe dovuto ricominciare da capo, visto che il signor Topperton si era portato via i resti di quello che era stato il suo lavoro. Ricordava grossomodo ciò che c'era scritto, ma per mettere su qualcosa di decente avrebbe dovuto riiniziare.

Fu in quel momento, mentre rimetteva a posto tutte le cose che si erano sparpagliate sul tavolo quando la guardia ce l'aveva spinto sopra, che una considerazione lo colpì dritto in viso.

Non poteva completare quel progetto da solo, nè tantomeno iniziarlo.
Aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse.

Aveva bisogno di altre persone.

Il problema era.
Quali?


Seppur esausto ed al limite delle proprie capacità fisiche e mentali, Icarus si costrinse a guardarsi intorno durante la cena, scegliendo e selezionando coloro che sembravano più utili a quello che gli serviva, per quanto la prospettiva non lo esaltasse per niente, anche perché alcuni di coloro che osservò avevano un carattere difficile quanto il suo, o addirittura peggio.

Iniziò con un bacino d'azione piuttosto ampio, soppesando le varie persone e filtrandole attraverso un immaginario setaccio sino a che non ne rimasero solo altre nove.
C'era una sequela di motivazioni per cui aveva deciso che dovevano essere dieci.

Innanzitutto, non erano nè troppi, nè troppo pochi, cosa che avrebbe consentito alla situazione di essere sufficientemente normale e non destare sospetti.
Secondo, dieci gli consentivano di variare su ogni livello di quoziente intellettivo presente, potendo affidare a ciascuno di loro un compito adatto senza doversi preoccupare del se fossero all'altezza o meno.
Terzo, era perfettamente divisibile a coppie di due persone o gruppi da tre, ovvero le formazioni in cui di solito si camminava al mattino e alla sera e che quindi gli avrebbe consentito di parlare senza insospettire nessun sorvegliante.
Certo, si sarebbero potuti insospettire del fatto che stessero parlando fra loro, cosa molto rara, ma era un rischio che non era possibile non correre sfortunatamente.

Ed, in ultimo, una motivazione puramente dovuta alla sua passione per i significati e all'estetica.
Secondo i pitagorici il dieci o la tetrade erano il numero perfetto, quindi perché non approfittare anche di quell'influenza benefica, certamente inventata, ma tragicamente interessante?

Coloro che aveva selezionato risultavano come un insieme mal assemblato e poco uniforme di persone, che poco azzeccavano tra di loro, e di cui Icarus si fece subito un'opinione disastrosa.
Per questo, però, erano ragionevolmente meno soggette ad essere considerate complici in qualcosa, per quanto diverse di queste fossero nella stessa classe, cosa sempre utile.

Per quanto conoscesse i nomi di tutti quanti loro da anni, sia per fama che per sfizio personale, solo quella sera ebbe modo di farsi una vera idea su di loro.

Nome: Harley Armstrong
Occupazione: studentessa del St. Marcel, corso di chimica
QI: 153 (numero 22)
Giudizio: un animale che sa usare le posate, ucciderebbe anche sua madre pur di restare in vita.

Nome: Pearl Clark Anderson
Occupazione: studente del St. Marcel, corso di memorizzazione
QI: 137 (numero 11)
Giudizio: se potesse sarebbe già morto, è pressoché rassegnato all'idea.

Nome: Bethany Kendrick
Occupazione: studentessa del St. Marcel, corso di algebra
QI: 178 (numero 40)
Giudizio: una sorta di marionetta, non c'è più niente di vivo in lei.

Nome: Cain Briggs
Occupazione: studente del St. Marcel, corso di algebra
QI: 147 (numero 17)
Giudizio: sorride troppo, ha una dote particolare per annichilire la propria dignità e sfruttare la propria condizione di cieco ed ottenere vantaggi da questo.

Nome: Edward Charles o Eleanor Bovary (non chiaro)
Occupazione: studente o studentessa del St. Marcel (non chiaro), corso di memorizzazione
QI: 156 (numero 25)
Giudizio: troppo poco capace di osservare il mondo reale, e soprattutto di affrontarlo.

Nome: Alexander Sweeny
Occupazione: studente del St. Marcel, corso di fisica
QI: 171 (numero 33)
Giudizio: sa interpretare qualsiasi personaggio, ma di certo non quello della persona intelligente.

Nome: Mattia Anna di Stefano
Occupazione: studentessa del St. Marcel, corso di chimica
QI: 133 (numero 6)
Giudizio: stessa cosa del venticinque, se si aggiunge il fatto che è completamente ingestibile ed indisciplinata.

Nome: Nathaniel Richardson
Occupazione: studente del St. Marcel, corso di aritmetica
QI: 169 (numero 32)
Giudizio: terribilmente incostante, terribilmente disordinato, terribilmente inaffidabile.

Nome: Diana Izzo
Occupazione: studentessa del St. Marcel, corso di chimica
QI: 150 (numero 19)
Giudizio: un miracolo che sia ancora sulla Terra visto che al ragionare nelle situazioni preferisce l'andare alla cieca come un mulo.

Momenti particolarmente avvicente nella sua scelta furono quelli in cui Cain si stava lamentando con una delle inservienti, urlando per altro come una vecchia morente, del fatto che gli avessero rubato del cibo quando non era assolutamente vero, e mentre faceva questo continuava a colpire la donna con il suo bastone per non vedenti sulla gamba destra (cercando di apparire più cieco possibile probabilmente) con una mano, e con l'altra si copriva il viso nel tentativo di apparire avvilito, quando in realtà stava solo nascondendo il riso.
La morale della favola fu che gli venne servita una doppia razione.

Secondo evento fu quello di cui fu protagonista Harley che, infastidita dal fatto che la sua forchetta di plastica fosse storta, la lanciò con rabbia contro il tavolo con talmente tanta forza che la forchetta non solo si spezzò, ma una delle due parti schizzò verso l'alto e la colpì in piena fronte lasciandole un segno ben visibile nelle ore successive.
Quando le chiesero cosa fosse successo raccontò che era una vecchia cicatrice riaperta dal freddo con tono talmente convincente che le consigliarono di passare in infermeria per far osservare lo strano fenomeno.
A quel punto, millantò di essere troppo impegnata per una cosa simile.

Ultimo momento degno di nota fu quando un'intera fila di persone si ritrasse aprendosi come le acque del Mar Rosso per far passare Nathaniel, che per ricevere questa reazione non aveva fatto altro che guardarli.
Tuttavia, non era un segreto che quel ragazzino fosse una delle persone che incutevano timore persino nei sorveglianti senza in realtà aver mai alzato un dito.

Dal giorno dopo, si sarebbe impegnato per reclutare tutti loro nel suo piano.
Per il momento era troppo esausto.
I suoi pensieri stavano già inziando a colare via dal suo controllo e annidiarsi in quella parte della sua testa su cui non aveva alcun potere, la signora delle sue sere e delle sue notti.

Stanco, si trascinò verso la sua tortura rituale, cercando di consolarsi, di sentire meno dolore, con l'idea che presto, il prima possibile, non avrebbe dovuto più sopportarla.
Avrebbe finalmente potuto lasciare che le sue ferite e le sue ustioni si cicatrizzassero dopo una vita passata ad avvelarlo.

Icarus aveva deciso di rendere efficente il suo sistema. Discutere del piano con ciascuno di loro sarebbe stato oltremodo inutile e dispendioso di tempo, quindi aveva deciso che la strategia migliore era convincere ciascuno di loro ad ascoltare ciò che aveva da dire in un incontro unico in cui avrebbe spiegato ogni cosa, ed avrebbe inoltre potuto rispondere agevolmente alle domande.
I primi che avrebbe approcciato sarebbero stati coloro che riteneva avrebbero accettato più immediatamente l'idea di partecipare, mentre più avanti avrebbe chiesto a quelli che ipotizzava avrebbero mosso delle resistenze.
In totale la sua attività si sarebbe composta di tre giorni.

Preparandosi la mattina successiva non faceva certo i salti di gioia.
Erano forse nove o dieci anni che non parlava con un suo coetaneo con qualche parola di più di "spostati" "passami il foglio" o "è libero questo posto?" e la cosa gli andava benissimo, anzi era estremamente irritato dal fatto di dover interrompere quell'abitudine, e odiava con tutto sè stesso l'idea che avrebbe dovuto non solo parlare ma anche collaborare con essi, al punto tale da sentirsi costantemente bruciare l'esofago e corrodere la mente da quel pensiero.
Detestava dover contare su altre persone per farsi aiutare, detestava il fatto di aver bisogno di aiuto, detestava il fatto che lui, da solo, non riuscisse ad essere autosufficiente.

Ma sapeva di non poterne farne a meno.
Era un prezzo, per quanto spaventosamente alto, da pagare per il suo progetto.
Non era la prima volta che andava incontro ad un'esperienza spiacevole infondo.
Aveva sopportato di peggio.

Accellerò il passo cercando di concentrarsi su altri pensieri, facendo passare la sigaretta da un lato all'altro della bocca.
Quel giorno in lista aveva quattro persone.
Eleonor o Edward (in questo caso doveva chiedere anche quale fosse il nome effettivo), Nathaniel, Pearl e infine Mattia.

Si prospettava una giornata quantomeno detestabile di fronte a lui.

La prima persona fu Eleonor o Edward. Ancora non era chiaro.

Non fu difficile da individuare nella calca di persone che si affollavano per scendere per la colazione, con la sua aria macilenta, comune agli altri, a cui si aggiungeva uno sguardo e un portamento perso nel vuoto, distante da quello che circondava la sua figura.

Teneva i capelli lunghi, molto lunghi, raccolti in due code. Erano castani.
La pelle era pallida e la sua corporatura minuta, piccola, quasi bambinesca anche per la sua altezza.
Sembrava triste nella sua uniforme maschile, stropicciata e quasi troppo grande. Continuava a strattonarne le maniche con le dita, quasi per convincersi a camminare.
Lo sguardo vacuo e spento continuava a vagare di fronte a sè, osservando le uniformi delle ragazze quasi con una sorta di brama nascosta, come se ne desiderasse una.

Affiancò la figura dal nome incerto, silenziosamente, cercando di prepararsi mentalmente alla conversazione, mettendo via la sigaretta nel suo pacchetto con cura.
Si introdusse con un leggero colpo di tosse:

- mi servirebbe conoscere quale sia il tuo nome- ci mise un paio di secondi a girare la testa e guardare verso di lui.

- Eleonor Bovary- non aveva mai sentito una voce del genere. Era come la voce di un bambino prepubescente, ancora alta e dal timbro indeciso fra maschile e femminile, alta, ma non ancora sinuosa o morbida come quella di una donna nè profonda come quella di un uomo, ma che usciva dal corpo maschile di una in realtà ragazza di diciassette anni.

Icasus non aveva grandi problemi nè aveva molto da riflettere sul fatto che, seppure tutti coloro che lavoravano al St. Marcel avessero arbitrariamente deciso che quella di fronte a lui non era una ragazza ma un ragazzo, quella di fronte a lui fosse una ragazza, e non gli cambiava granché nel chiamarla come una donna. Erano tutti sin troppo pazzi lì dentro per trovare assurda una cosa simile, lui compreso.
Il vero problema era che non voleva parlare con una persona di principio, uomo o donna che fosse.

Lo fissava con gli occhi sbarrati, quasi in attesa vorace che parlasse ancora, come incuriosita da quello strano fenomeno.

- eccellente, Eleonor. La motivazione per cui ho avuto la necessità di chiedertelo è che vorrei proporti di entrare a far parte del mio piano. Ora non mi è dato spiegarti nel dettaglio di cosa si tratti, ma se fossi favorevole al pensiero di uscire da qui, ti consiglierei caldamente di recarti nel terzo corridoio sud, quello che dà sull'ala più esterna del palazzo, al secondo piano, fra quattro giorni, prima della colazione, dopo il primo richiamo- lasciò che le ultime parole si amalgamassero nel silenzio, in attesa.

- scappare da qui?- mormorò Eleonor a mo' di eco, rivolgendosi a lui con aria incredula.

- è qualcosa di decisamente superiore al semplice fuggire. Saprai di più se sarai disponibile ad ascoltare il mio piano, naturalmente- la ragazza accettò immediatamente.

Soddisfatto, Icarus si inabissò nella folla di persone, verso la sala da pranzo, muovendosi a grandi falcate per cercate di individuare la seconda persona che avrebbe dovuto coinvolgere quel giorno.

Per Eleonor era stato facile, era semplicemente bastato usare un po' di quel detto e non detto, lasciare un alone di mistero quasi fiabesco sulla faccenda, e il gioco era stato fatto.
Seppur non ingenua, era una di quelle persone che disperatamente desiderano la possibilità di potersi sentire parte di qualcosa, di venir trascinate attraverso un'incredibile avventura mozzafiato che sconvolga e renda davvero vissuta la loro esistenza.
Vogliono far parte di una fiaba, rifuguandosi nel desiderio e nell'illusione che la cosa venga da sè. Per quanto vengano comunemente definite "sognatori", lui aveva l'abitudine di definirli con un'altra parola.
Illusi.

Persone senza la capacità di capire che i libri di fiabe e la vita reale non possono nè potranno mai sovrapporsi, che qualsiasi cosa si avvicini ad una fiaba, di solito, è qualcosa che finisce per avvelenare le anime di coloro che vi partecipano, o che nasconde sotto il tappeto molto più mostruoso di quello che ci si aspetterebbe.
Così desiderosi del loro compiacimento, così ciechi di fronte alla realtà del fatto che nulla può venire elargito dal cielo e che niente, assolutamente niente li possa rendere meritevoli di una simile cosa, si consumano nell'illusoria speranza che qualcosa prima o poi cambierà nella loro permanenza terrena, sino a che, alla fine dei loro giorni, non vengono travolti dalla realizzazione che hanno sprecato la loro vita nell'attendere qualcosa che non sarebbe mai arrivato, passando delle miserabili, banali, false esistenze, ancora convinte di essere in qualche modo speciali.

Quello che lui avrebbe proposto non era una fiaba.
Era il completo contrario di una fiaba.
Era una vendetta talmente grande, talmente distruttiva, che nessuno mai sarebbe stato più capace di ignorarla, perchè sarebbe rimasta nella sua memoria come un monito.
Una cosa talmente grande da poter essere assimilata ad una punizione divina.

Una cosa che Icarus apprezzava particolarmente di Nathaniel era il fatto che fosse muto.

Non lo era dalla nascita, però. Era diventato muto per via del fatto che le sue corde vocali fossero andate bruciate.

Il ragazzo infatti, presentava una gigantesca ustione sulla gola, così grande e profonda da espandersi sin nel punto del collo sottostante alle orecchie. Era raccapricciante da vedere, tanto che diverse volte era capitato che dei bambini del primo anno o addirittura dei lavoratori nuovi vomitassero vedendola. Il suo colore era brunastro, che variava in tutte le sue possibili variazioni, dal beige al bordeaux o addirittura nei punti più distanti al rosso scuro; nelle parti peggiori (immediatamente sotto il mento) era completamente nera, per via di muscoli e pelle carbonizzati, e ai bordi biancastra. Non gli erano mai state fornite bende o quantomeno una sciarpa per coprirla, probabilmente perchè avrebbe potuto utilizzarli come armi per strangolare qualcuno o sè stesso, e l'unico motivo per cui non puzzava da morire era che gli venivano fornite creme e trattamenti speciali per impedire che la carne iniziasse a putrefarsi o semplicemente emanasse un odore sgradevole.

Nessuno aveva idea di come se la fosse procurata, se non coloro che erano in possesso del suo rapporto medico, ovvero molto poche e che di certo non dispensavano informazioni agli altri.

Questo particolare, unito alla sua magrezza estrema e pallore cadaverico, ma soprattutto ai suoi occhi, grandi, castano chiaro, costantemente sbarrati e intenti a scrutare qualcuno come se ne vedesse anche l'anima, lo rendevano una figura alquanto macabra che, se non paura, generava quantomeno un generale senso di disagio che portava chiunque a stare lontano da lui, e generava una grande quantità di vociare e nomiglioli poco rassicuranti sul suo conto.
Persino gli adulti lo chiamavano segretamente "Satana" quando erano convinti che non li stesse guardando.

Lo trovò seduto ad un tavolo da solo, ad osservare la sua colazione senza mangiare niente, eccezzion fatta per una piccola porzione di toast che stava piluccando con aria molto concentrata rispetto a qualcosa lì davanti.
Con le viscere sul punto di rigettare, si sedette di fronte a lui, che però a quanto pare era davvero troppo impegnato a fissare quel non meglio identificato qualcosa per rendersi conto della sua presenza.
Dovette fare diversi colpi di tosse alquanto forti prima che si decidesse ad annuire per fargli capire che lo stava ascoltando. Nel vociare della mensa, non c'erano molti problemi che qualcuno potesse sentirlo.

- saresti allettato dall'idea di potertene andare di qui?- quella sorta di spettro che gli stava di fronte lo fissò con un sopracciglio alzato, ma l'aria sembrava coinvolta. Aveva la sua attenzione.

- perchè io ho un'idea per poter rendere questo qualcosa di più di una semplice frase. E, sfortunatamente, richiede anche la tua partecipazione- Nathaniel gli fece segno di continuare.

- al momento non sarebbe prudente parlarti dei particolari, ma se mi dessi la tua disponibilità, potrei spiegarti meglio la faccenda se tu fra quattro giorni andassi al terzo corridoio sud, nell'ala più esterna del palazzo, al secondo piano, dopo il primo richiamo ma prima della colazione - Nathaniel rimase per un attimo catartico dopo quelle parole.
Poi fece un minuscolo cenno di assenso, con un'espressione che, seppur completamente esente dall'esprimere emozione, sembrava in tutto e per tutto trasmettere una sorta di gioia malvagia e repressa, quasi che si stesse per mettere a ridere.

Continuò a guardarlo con intensità sino a che Icarus non levò le tende, cosa che si rese conto essere davvero quasi terrificante.
Aveva l'aria di stargli leggendo nella mente.

I suoi occhi erano una sorta di pozzo nero, per quanto avessero un colore innocente, e c'era un'aria quasi innaturale a circondarlo. Macilento e scarno, era poco più di un relitto umano, lo spettro di una persona che si limitava ad osservare tutti quanti con tetra sollecitudine, dedicandosi a questo come se cercasse di carpire i più oscuri segreti di chi gli si presentava davanti.
Non faceva mai niente se non osservare e guardarsi intorno, a malapena mangiava, come un'ombra, qualcosa che apparteneva alla specie umana ma che allo stesso tempo ne era completamente estranea, una presenza angosciante.
In quel momento gli fu abbastanza chiaro come mai tutti se ne tenessero alla larga.

Scrollandosi quella sensazione di dosso, camminò dritto verso l'uscita, concentrandosi sul fatto che gli mancavano due persone e per quel giorno avrebbe finalmente potuto ritenersi a posto.
Aveva parlato con solo due di loro e si sentiva già la testa esplodere e la gola rauca.
Solo altri due e poi sarebbe potuto tornare a strisciare agevolmente nella propria solitudine.

Incontrò Pearl nella strada verso le aule, poco dopo essere usciti dal giardino principale. Osservava un albero del parco con peculiare interesse, ad un angolo del viottolo, mentre gli altri studenti gli passavano di fronte senza curarsi della sua presenza.
Gli scivolò silenziosamente affianco, osservando per qualche attimo cosa ci fosse di tanto bello su quell'abete.
Scoiattoli rossi a quanto pareva. Una famiglia di scoiattoli rossi.
Era un bel contrasto cromatico, che non si potè esimere dall'ammirare prima di tornare a concentrarsi sul ragazzo.

Per qualche istante si chiese se ne fosse affascinato o se stesse solo pensando al modo migliore per squartarli.
Era abbastanza comune fra i sociopatici d'altronde, non se ne sarebbe stupito.

- Pearl, corretto?- sapeva perfettamente di essere nel giusto, ma purtroppo aveva finito le idee sul come iniziare una conversazione, non era esattamente esperto in quel campo.
Il ragazzo biondo di fianco a lui lo fissò attraverso le lenti dei suoi occhiali. Sembrava infastidito almeno quanto lui lo era, cosa ottima per concludere in fretta e senza dilungarsi.

- cosa vuoi- Icarus si fece girare la sigaretta fra le dita, senza guardarlo, osservando il movimento delle fronde degli alberi.

- sono qui per proporti di andare via da questo posto. Mi serve che tu mi dia una mano nel realizzare una mia idea che potrebbe decisamente funzionare e...- a quel punto il suo interlocutore lo interruppe bruscamente, cosa che gli diede abbastanza sui nervi per un attimo, ma lo lasciò fare.

- e se non funziona?- bofonchiò, continuando ad osservare i roditori che saltellavano qui e lì per i rami.

- c'è la possibilità non indifferente di passare all'altro mondo- rispose, calmo.

- ci sto- era stato ancora più semplice di quanto avesse pensato. Effettivamente per lui doveva essere uno di quei casi di soluzione perfetta. Se funzionava se ne sarebbe uscito da quel posto senza rischiare di finire in carcere per tutta la vita, e se non funzionava sarebbe morto, cosa che non sembrava affatto dispiacergli.
Vittoria assoluta.

- ti ringrazierei per... l'entusiasmo, ma non posso spiegarti in questo istante di cosa si tratti quello che ho in mente nel dettaglio. Dovrai compiere lo sforzo di recarti al terzo corridoio sud, nell'ala esterna del palazzo, al secondo piano, fra quattro giorni, dopo il primo richiamo ma prima della colazione- Pearl gli rivolse uno sguardo assassino, ma annuì con aria stanca e si mise le mani in tasca.

Aveva un portamento ingobbito, tipico di coloro che stanno troppo seduti e che allo stesso tempo sono estremamente stanchi.
Caratteristiche che Icarus aveva in comune con lui, seppure ci tenesse al suo portamento elegante, fiero, dalla schiena dritta e la testa alta. Lo aiutava se non altro a sopravvivere un poco meglio, aggrapparsi alla propria dignità era forse l'unica cosa che aveva impedito all'ultimo brandello della sua sanità mentale di sparire per sempre.

Pearl non era così.
Lui sembrava solo molto stanco, molto arreso da tutto quello che lo circondava al punto tale che non gli importava più di tenere a galla qualche frammento della propria identità dal tentativo costante di quella struttura, il St. Marcel, di annegarlo.
Aveva cercato di ammazzarsi due volte dicevano, ma non era stato abbastanza fortunato.
Era già annegato da molto tempo ormai.
Non aveva più voglia di fare un lavoro dispendioso come cercare di sopravvivere.

Seppure ce lo si aspetterebbe, Icarus non considerava Pearl un debole.
Lo avrebbe persino considerato quasi vicino all'essere meritevole di rispetto se non si fosse trovato in quella situazione, poichè si applicava all'unica cosa che nella sua mente avrebbero dovuto fare gli esseri umani.
Lasciarsi morire.
Tuttavia, non poteva farlo in quella situazione.
Era complicato il sistema di ragionamente di Icarus, che solo una mente complicata e brillante come la sua avrebbe potuto partorire.

In un posto come il St. Marcel, avrebbe quantomeno dovuto cercare di opporre una seppur debole resistenza, o sarebbe finito per assoggettarsi alla barbarie a cui veniva sottopposto, e quindi compiendo lui stesso un crimine.
Lasciando il gioco facile ai dispensatori di quell'unica e raffinata abilità che solo gli umani possiedono. La malvagità pura e semplice.

Pearl, in quel caso, non era meritevole di rispetto.
Era solo un codardo.

L'ultima persona della sua lista era Mattia, che approcciò invece sulla via del rientro.

Anche lei, come quelli che l'avevano preceduta, aveva uno sguardo vuoto, ma in una maniera ancora... differente. Era come se il verde dei suoi occhi nascondesse una sorta di furia omicida che imperversava continuamente al suo interno senza mai smettere.
Continuava a torcersi le mani mentre camminava, raschiando i denti gli uni contro gli altri, procedimento che alla lunga (lo faceva da anni) le aveva consumato tutto lo smalto dentario.
La sua figura era particolarmente... strana, per un semplice motivo: sembrava una strana mescolanza fra una modella e l'ultimo degli avanzi di galera.
Decisamente particolare.

- tu- disse, aspettando che si rendesse conto della sua presenza.
Cosa che fece, ma con diversi minuti di ritardo, girandosi e squadrandolo con aria decisamente interrogativa.

- vorrei chiederti una cosa- l'aria della ragazza prese una piega ancora più confusa dalla situazione, ma visto che non si era espressa contrariamente presumette di poter parlare.

- saresti interessata all'idea di avere la possibilità di fuggire da questo posto? - silenzio. Ci furono due lunghi minuti di silenzio, in cui la ragazza continuò a fissarlo negli occhi senza smettere un istante, con molta probabilità cercando di capire se le stesse mentendo.
Seppure la cosa gli desse un fastidio immenso, non distolse lo sguardo e, anzi, assunse l'aria più risoluta e seria che aveva a disposizione sino a quando non fu lei a distogliere il viso, accennando un piccolo sorrisetto serpentesco sulle labbra, quasi fosse non solo tentata, ma entusiata dalla prospettiva che le aveva appena messo davanti.

- cosa devo fare? - disse, mentre una sorta di ghigno inquietante e mellifluo si apriva sempre più sul suo viso, quasi lo stesse spaccando in due.

- semplicemente presentarti al terzo corridoio sud, nell'ala più esterna della struttura, al secondo piano, fra quattro giorni, dopo il primo richiamo ma prima della colazione-

- ci sarò- mormorò, in una risatina soffocata, una risata che non sapeva tanto di gioia quanto di completa follia.
Lo sorpassò e sparì fra gli studenti, lasciandolo finalmente solo.

Si sentiva nauseato a dire la verità.
Gli ricordava una sorta di animale impazzito e incapace di fare qualcosa di veramente ragionato, per quanto fosse ritenuto sveglio.
Uno spettacolo non solo disgustoso, ma anche vergognoso.

Sentiva già un accenno di mal di testa ed era solo ora di pranzo.
Probabilmente i giorni successivi sarebbe stato ancora peggio.

Si detestò ancora di più per non essere capace di tenere a bada il proprio corpo.
Ogni cosa di sè e del mondo gli sembrava ancora più odiosa del solito, e sapeva bene che sarebbe stato solo peggio di lì in avanti.

Se pensate che il capitolo sia lunghissimo siete dei teneri figli dell'estate.
Non sapete ancora cosa ho in serbo per voi.

(P.S. si ho dovuto cambiare un po' qualche cifra dei QI per evitare che ci fossero problemi, non odiatemi per favore)

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