𝚁𝚒𝚌𝚘𝚜𝚝𝚛𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 OO1: vacuus
𝐕𝐚𝐜𝐮𝐮𝐬.
/ va•cù•us/ [lat.]
1. agg. m.
Vacuo, vuoto, libero, solitario, morto [rar.]; per lo più fig. con allusione alla mancanza di contenuti o forze interiori, oppure a pensieri e preoccupazioni.
L'essere vacuo di ogni piacere o dispiacere, comporta l'essere pieni di noia [Leopardi] .
Es.
Mente vacua, sguardo vacuo, concetti vacui.
2. sost. m.
Spazio vuoto, deserto.
Icarus aveva letto una mole non indifferente di libri e romanzi, ma sfortunatamente era sempre rimasto deluso da come nessuno di questi spiegasse quanto chiudersi nei bagni sia uno dei piaceri migliori che la vita può offrire.
Stare seduto con le gambe incrociate al petto e la schiena contro la porta prima dell'appello del mattino era il suo momento preferito della giornata.
Mordicchiò un poco il filtro della sigaretta spenta coi denti. Stiracchiò il collo. Continuò a tamburellare le dita sul ginocchio. Sentiva il corpo molle, le palpebre pesanti.
Respirava piano per non rovinare il silenzio perfetto della stanza.
Fece scivolare diverse volte gli occhi in rassegna su tutti gli oggetti presenti, ripetendosi per circa tre volte che doveva chiedere un altro dentifricio visto che quello vecchio stava per finire.
La tenda della doccia grigio opaco gocciolava ancora d'acqua, che continuava a colare via dalla plastica sino alla ceramica, ancora e ancora.
Una, due, tre, quattro, una portava con sè anche del sapone, cinque, sei.
Gli asciugamani usati, ancora fradici, erano perfettamente ripiegati accanto al lavandino, in attesa che coloro che si occupavano delle pulizie li prendessero per lavarli.
Storse il naso a quel pensiero.
Il rumore del richiamo per l'appello suonò quasi innaturale in quel clima.
La serratura della porta d'ingresso si sbloccò automaticamente.
Clank.
Che brutto suono che faceva quella porta.
Il ragazzo sollevò le membra stanche e addormentate da terra, passandosi le dita sul viso, per poi iniziarsi a sistemare gli abiti. Una piega sulla camicia venne sistemata, il nodo alla cravatta dell'uniforme rifatto, i capelli pettinati di nuovo, le scarpe slacciate e riallacciate.
Fuori dal bagno indossò la giacca blu di prussia, lo stesso colore dei pantaloni e della cravatta. La tirò e la lisciò per farla stare bene sulle braccia, passò la mano sullo stemma per pulirlo, il bastone di Ermes, solo che al posto delle teste dei due serpenti c'erano dei cervelli umani.
Lo aveva sempre trovato inguardabile.
I gesti meccanici della routine mattiniera si conclusero quando si chiuse la porta della stanza alle spalle, mentre faceva passare la sigaretta dall'altro lato della bocca, una, due, tre volte, mentre camminava nel corridoio semi deserto.
Come al solito, erano solo lui e altri pochi ad uscire al primo richiamo. La maggior parte aspettava sino al terzo, creando una calca asfissiante alla mensa poco prima che se ne andasse, finita la colazione.
Il rumore dei passi suoi e degli altri scivolava come una sorta di sottofondo mal assemblato e poco ordinato, che più si sforzava di non sentire più diventava disgustosamente umanoide, alcuni passi veloci, lenti, pesanti, respiri stanchi dalla sveglia, ancora più mattiniera del giorno precedente, parole mormorate fra sè e sè, impossibili da capire per degli esterni, e poi ancora scricchiolii di scarpe, sbadigli, Johan che si stiracchiava, camicie fuori dai pantaloni o dalle gonne, calze mal sistemate, cravatte non ancora allacciate.
Tutti quei dettagli così poco uniformi e disorganizzati gli diedero abbastanza iniziativa da camminare più rapidamente, gli tremavano le mani mentre ormai mordeva la sigaretta, lasciandosi sfuggire fra le labbra un mormorio, quasi un sussurro sibilante:
- gli esseri umani sono marci-
Più li guardava e più il suo disgusto saliva. Quelle forme irregolari, l'aspetto che variava per ciascuno di loro ma sempre simile se si socchiudevano gli occhi, il modo in cui tutto in loro era diverso ma identico, in un certo verso.
Non riuscivano ad essere uguali ma nemmeno diversi, e lui apparteneva alla stessa categoria di quella massa informe e eterogenea che era la sua specie, atteggiandosi in quello stesso modo umanoide e odioso che gli fece venire l'orticaria. Sentiva di aver assunto un'espressione contrita, forse era... infastidito? Arrabbiato? Spaventato?
Scrollò le spalle e aumentò il passo sino a svoltare l'angolo, Tiana era già lì nella sua postazione momentanea accanto ad una seggiola ad aspettare i ragazzi.
Nome: Tiana.
Occupazione: responsabile dell'ala diciassette del St. Marcel.
QI: probabilmente intorno al novanta.
Giudizio: intollerabilmente distratta, insopportabile, puzza di corn flakes.
Tiana era una donnetta di scarsa o nessuna intelligenza, che ogni giorno si apprestava a fare lo stesso identico rituale disorganizzato della volta prima perchè non aveva la decenza di comprarsi una cartelletta per mettere a posto i fogli.
Doveva avere circa cinquantasei anni, era minuta e grassoccia, dalla pelle dall'aspetto costantemente giallastro e malaticcio. Il suo viso era rotondeggiante, con occhi grandi e marroncini, che da giovane forse potevano risultare belli, ma adesso la facevano solo somigliare ad un rospo. Le labbra sottili e screpolate, il naso piccolo e all'insù, i capelli neri stopposi raccolti in una crocchia distratta davano l'esatta immagine di una persona sbadata che, seppur raggiunta la maggior età da un pezzo, non ha la minima idea di come si badi a sè stessa in modo responsabile.
Cercava sempre di sorridere per scusarsi della sua goffaggine, non sapendo che l'unico effetto che produceva era quello di farsi odiare ancora di più.
- Ah, buongiorno Icarus!- un'altra cosa che detestava di lei era quel suo tono costantemente sorpreso.
Non rispose al saluto e aspettò che si decidesse a spuntare il suo nome dalla lista e fargli la solita sequela di domande inutili sulla sua salute fisica per i controlli di routine.
Con nessuna vero stupore da parte di Icarus, le dita tozze della responsabile fecero cadere ben tre cose a nemmeno dieci secondi di distanza l'una dall'altra, ovvero la penna, il foglio dell'appello e i suoi fogli medici, che si sparsero sul pavimento con un rumore sin troppo familiare per essere gradevole.
Si impose di non pensare a come quella donna avrebbe potuto risparmiare sia il proprio che il suo tempo se solo si fosse decisa a comprare un diamine di fermafogli per non arrabbiarsi.
Raccolse con astio ben poco celato i fogli prima che Tiana avesse anche solo il tempo di fare uno dei suoi sorrisi irritanti e glieli sbattè in mano con nessuna gentilezza, sperando di farle capire che avrebbe dovuto darsi una mossa.
Non ottenne l'effetto sperato.
Passarono dieci minuti in cui la donna (che si era dimenticata gli occhiali nel suo armadietto e quindi sbagliava di continuo le caselle) continuava a fargli le domande sul come aveva dormito e sulla sua salute mentale e fisica, con Icarus che rispondeva sì ai quesiti in cui bisognava rispondere sì e no ai quesiti in cui bisognava dire no.
Nessuno del St. Marcel che fosse arrivato con il cervello ancora funzionante alla vetusta età di diciassette anni avrebbe mai risposto onestamente a quelle domande, anche dopo essere svenuto in mezzo al corridoio.
Non si sapeva di preciso a cosa ti sottoponessero in infermeria se non ci andavi per la riabilitazione da elettroshock, ma tutti quelli che tornavano da lì dopo esserci andati per malesseri di altra natura erano imbottiti di farmaci e stavano peggio di quando erano entrati.
- riesci a fermare i pensieri per addormentarti?- no.
- sì -
- ti senti annoiato nonostante gli stimoli che ti vengono proposti e generalmente stanco?- sì.
- no -
- hai spesso episodi di emicrania?- sì.
- no-
- è incredibile, hai una salute di ferro nonostante tu sia così magrolino- il ragazzo annuì senza alcun vero interesse per quello che aveva detto, osservando il proprio piede che si muoveva ritmicamente.
- mi serve del dentifricio, quello vecchio è quasi consumato-aggiunse, con voce piatta ed innaturalmente priva di qualsiasi emozione, metallica quasi. La donna sospirò di fronte al proprio, ennesimo, tentativo di interazione fallito e iniziò a cercare la sua tabella oraria di quel giorno nella pila, dopo aver annuito mentre si segnava la sua richiesta. Lui roteò gli occhi al cielo per non guardare l'ammasso di fogli mal messi e spiegazzati che aveva di fronte, dileguandosi dopo aver ricevuto il proprio.
La mensa più che una mensa era un gigantesco stanzone con altre stanze più piccole al suo interno ricavate da tendoni, con al loro interno tavoli di plastica e panche di compensato.
Doveva essere stata un salone da ballo una volta, a giudicare da quanto era rovinato il pavimento e dalla sua dimensione.
La sua colazione, come sempre, aveva l'aspetto di qualcosa lungi dall'instaurare in qualcuno la fame o il desiderio di richiederene ancora.
A memoria d'uomo, non c'era stata persona in quell'istituto ad aver richiesto altro da mangiare, anche se stava morendo di fame. Non era difficile indovinarne il motivo, sarebbe bastato guardare il pasto di Icarus per rendersene conto.
Caffè solubile, freddo, in una tazzina di plastica, dei toast bruciati (o per meglio dire carbonizzati) sui bordi e alcune volte anche al centro con delle piccole porzioni di marmellata preiscatolate in degli imballaggi tondi del diametro di circa sette centimentri, da cui rimuoveva il coperchio (si toglieva come quello di uno yogurt) che recava sempre illustrazioni di frutti succosi e dolci, quando avevano tutte lo stesso medesimo sapore nauseante per via del troppo zucchero e consistenza sabbiosa.
La cosa più divertente secondo il suo punto di vista era che quello che aveva lui a disposizione da consumare era uno dei pasti migliori che si potessero ottenere grazie al suo punteggio, e credo che da questo il lettore potrebbe notare come non avesse la minima idea di quale sia il vero significato della parola divertente.
Bevette il caffè a piccoli sorsi e mangiò solo un po' di pane e marmellata, lasciandolo perdere quando si sentì la gola impastata e dal fastidioso retrogusto dolciastro ed allo stesso tempo amarognolo. Come ogni mattina, sistemò i toast avanzati per ordine di grandezza e fece una pila di marmellate, sistemandole più in alto o più in basso a seconda dell'iniziale del presunto frutto presente sul coperchio.
Fuori dai giganteschi finestroni della sala, la luce stava appena iniziando a fare capolino, ma la maggior parte del parco che circondava la struttura era ancora immerso nel buio, gli alberi si muovevano tetri al soffio di una lieve brezza di fine settembre.
Erano avvolti in un mare nero-verdastro, un'onda sospinta dal vento sembrava stare per abbattersi da un momento all'altro sulla sala, travolgendo tutti i presenti, il fruscio delle onde poteva essere così facilmente scambiato con il ruggito di uno tsunami da far sembrare quel paragone reale per un secondo.
Dovevano essere quasi le sette.
Passarono il secondo e il terzo richiamo prima che Icarus si alzasse dal suo tavolo, riportando il suo vassoio a posto mentre la maggior parte dei ragazzi arrivava, in una calca chiassosa e vociante che avanzava come un essere unico. I bambini quasi correvano per accaparrarsi i posti che volevano, i più grandi, calmi, guardinghi, non si affrettavano e non facevano quasi rumore, osservavano i bambini con nessun vero interesse, corpi vuoti che aspettavano impazienti di vedere anche gli altri diventare man mano come loro.
Che prendessero il loro posto.
Tutti erano destinati a diventare così una volta entrati lì dentro.
Aveva letto dei libri in cui si diceva che le condizioni avverse rendevano le persone degli animali, pronte a qualsiasi cosa pur di sopravvivere, malvagie, crudeli, con a cuore solo loro stesse.
Ma Icarus pensava davvero era che quella fosse la loro vera natura.
Coloro che entravano non perdevano la loro umanità all'interno del St. Marcel.
La sviluppavano.
Accellerò il passo per non vederli, sentendosi annegare in quella broda di bestiame, vedendo le porte dell'ingresso nord avvicinarsi sempre di più, finalmente fuori da quel posto che sembrava fatto di carcasse putride.
Sino a che non si sentì chiamare per la perquisizione.
Nome: Varian
Occupazione: sorvegliante della mensa
QI: sicuramente sotto l'ottantacinque
Giudizio: è troppo irrilevante per avere un'opinione su di lui.
Varian era una persona talmente dimenticabile che il ragazzo scordava nel giro di pochi minuti, da anni, il volto associato al suo nome, anche perché non aveva mai molta occasione di guardarlo in viso durante le perquisizioni.
Fissava in terra di solito, o teneva gli occhi chiusi.
Ricordava bene le sue scarpe però. Mocassini di cuoio castano, con i lacci incrociati a due a due e su cui non faceva mai un fiocco ma bensì un nodo semplice. Le suole stavano per sfondarsi in circa tre punti ciascuna, tanto era il tempo che aveva tenuto quelle scarpe.
- corpo dritto e braccia distese- aveva una voce noiosa, calma in una maniera lamentosa.
Meccanicamente fece come ordinato. Mise la sigaretta che teneva sulle labbra in tasca.
Guardò prima in alto e poi in basso.
Respirò lentamente.
Il cuore gli esplodeva nelle orecchie forte come un ruggito.
"È tutto sotto controllo"
Il sorvegliante iniziò a perquisirlo, con gli stessi, perennemente identici, movimenti ritmici che faceva ogni giorno.
Icarus si sentì la pelle andare a fuoco.
Il dolore era così vivo, lacerante sulla carne che chiuse istintivamente gli occhi, costringendosi nel buio, contraendo i muscoli, reprimendo l'istinto immediato di allontanarsi.
"Non è nulla"
Stava annaspando.
Il sapore del vomito gli corrodeva l'esofago.
Aveva preso a mordersi l'interno della guancia per tenere le labbra serrate, sino a sentire il sapore ferroso e acidulo del sangue riempirgli la bocca, scivolando giù per la gola e mescolandosi a quello delle corde vocali che gli si strappavano per le urla mute.
"Controllati"
Ogni parte del suo corpo sembrava in fiamme.
L'odore del fumo lo soffocava insieme al rigetto.
Stava bruciando.
Era reale.
Il suo corpo era in fiamme.
"Resisti"
Il respiro non usciva più dai polmoni.
Anche le gambe, i piedi, tutto si stava consumando sotto il fuoco.
"Fa male"
L'uomo si allontanò ed annuì, andando ad annotare qualcosa alla sua postazione. Il sorriso lontano di una donna dai capelli bianchi entrò nel suo campo visivo, ma non lo registro sul serio. Rimase impresso sullo sfondo.
- puoi andare-
Icarus aprì gli occhi, forzando l'aria fuori dal proprio naso per respirare.
Era intatto. Niente era fuori posto.
Eppure sentiva ancora la carne ardere sopra le braci, sentiva l'odore di fumo, sentiva ancora il tocco della pelle di un essere umano sulla propria come un marchio.
I piedi si mossero incerti.
Stava per vomitare.
I piedi iniziarono a camminare.
Il suo corpo sanguinava.
I piedi accellerarono.
Stava iniziando a tremare.
Sentiva la gola piena di chiodi.
I piedi cominciarono a correre.
Si accasciò contro la parete di un corridoio secondario, deglutendo per cacciare giù il vomito, che raspò sulle corde vocali, doloranti per come le aveva tese pur di non urlare, sentendole dolergli ancora di più.
Il cuore gli stava collassando nella cassa toracica.
Il corpo tremava senza che riuscisse a controllarlo.
I pensieri iniziarono a rifluire tutti assieme, come un fiume, un'esondazione. La testa gli faceva male.
La testa gli esplodeva.
Più si diceva di calmarsi più i pensieri si facevano invasivi. Colavano senza che avesse alcun potere su di loro, impotente nella sua stessa mente.
Ricordi.
Rabbia.
"Sparisci"
Sensazioni sulla carne. Pelle che scivola su altra pelle.
Paura.
"Hai fame?"
Odio.
Fuoco.
"Stai bene?"
Urla.
"FUORI DI QUI"
Continuano ad urlare.
Sta accandendo davvero o sono i miei ricordi?
Lacrime.
"Oggi è una bella giornata eh?"
La schiena fa male.
Tutto fa male.
Come adesso.
Sta accadendo anche adesso?
"BASTA"
Le mani tremanti gli stringevano le tempie.
Sapeva che la cosa si sarebbe ripetuta a pranzo e poi a cena.
E poi ancora la mattina dopo.
All'infinito.
Avrebbe dovuto farci l'abitudine dopo tutto quel tempo, ma a lui sembrava che la cosa diventasse solamente peggio. Era diventato bravo a non gridare, a non rendersi ridicolo ed andare nel panico di fronte a tutti quanti, a nascondere il terrore puro che provava per quel controllo, quel contatto.
All'inizio, ricordava di aver provato solamente bruciore. Doloroso certo, ma bruciore.
Adesso al minimo tocco, la sua pelle si trasformava in un incendio.
Le lezioni al St. Marcel non erano esattamente definibili lezioni nel vero senso del termine, nè tantomeno le classi erano qualcosa di assimilabile a quelle di una scuola normale come Icarus era riuscito ad immaginarsela.
Le classi si trovavano in un luogo separato dalla struttura in cui erano collocati i dormitori, l'infermeria, l'ufficio del direttore e tutto il resto, un prefabbricato di cemento armato che più che un edificio sembrava un bunker antinucleare (decisamente adatto in quel periodo, ma molto poco per l'anno in cui era stato costruito).
L'interno era un labirinto di stanze coi muri in plexiglass, affiancate da stanzini con muri in cartongesso dove gli scienziati e gli osservatori conducevano le loro ricerche.
I bambini più piccoli venivano guidati lì dentro per fare in modo che non si perdessero, erano arrivati da poco meno di un mese d'altronde, mentre a partire dal secondo anno di permanenza si aveva piena autonomia, bastava arrivare in orario alla lezione.
Sulla porta di ciascun'aula era scritta in grande la materia che si svolgeva all'interno e i ragazzi di quale ala la frequentavano. Fra le altre cose, Icarus aveva sempre trovato i caratteri usati terribilmente poco eleganti, rozzi persino.
L'aula di decodificazione del reparto diciassette era ridicolmente piccola, per quanto dovesse contenere solo quattro studenti. Aveva più l'aria di uno sgabuzzino.
All'inizio erano in sei, ma poi Ruth e Will erano entrati in stato di demenza in seguito a degli elettroshock (probabilmente gli infermieri avevano calcolato male il voltaggio, capitava spesso), quindi alla fin fine erano rimasti solo in quattro.
Nessuno si era dispiaciuto per la loro assenza, nonostante lui si fosse un poco rammaricato per la mancanza di Ruth, era l'unica che riusciva ad avere dei punteggi più alti dei suoi alle volte, quando aveva voglia di impegnarsi. La sua scomparsa aveva tolto competività alla situazione e l'aveva resa, persino, poco stimolante. In quanto a Will, non aveva mai brillato per doti a detta sua degne di nota, quindi lo aveva dimenticato in fretta.
Ruth era la numero quarantaquattro del loro anno, al tempo in cui erano entrati. Aveva gli occhi più immobili che avesse mai visto.
Più di chiunque altro al suo arrivo, lei aveva lo sguardo di un cadavere.
Le porte delle aule quel giorno si sarebbero aperte alle nove, o almeno così descriveva la tabella oraria che gli avevano fornito. Dalle nove alle undici ci sarebbe stata la spiegazione, dalle undici all'una consegna dei materiali di apprendimento e studio individuale, l'intervallo del pranzo e, dalle due sino alle sette meno un quarto, pratica.
Desiderava ardentemente un orologio per poter sapere con esattezza quanto tempo mancava e di quanto era in anticipo, il fatto di avere solo un'idea approssimativa del tempo che trascorreva e che stava passando lo irritava. Non era in controllo di quello che faceva, era solo in balia di quello che le campanelle gli dicevano.
Mordicchiò il filtro della sua sigaretta, infastidito, aspettando di fianco alla porta muovendo un piede mentre i minuti passavano. Era sempre il primo ad arrivare, e la cosa non gli dispiaceva per nulla, anzi andava estremamente orgoglioso della sua puntualità.
Gli altri ragazzi arrivarono poco prima del suono della campanella, che più che una campanella a lui aveva sempre ricordato una sirena. Era forte, fastidiosa, a volte gli faceva venire mal di testa per quanto era ridondante.
Quel giorno come loro insegnante era di turno Larry. Gli insegnanti erano gli unici che cambiavano di giorno in giorno, a ciclo di nove giorni, in modo che si potesse studiare come il cambio di tipo di spiegazione e di atteggiamento poteva influire sul loro apprendimento e resa. Non lo avevano mai detto esplicitamente, ma non serviva essere particolarmente svegli per arrivarci.
L'uomo li stava già aspettando ordinando i fogli sulla sua scrivania, mentre i sorveglianti li guardavano entrare con aria sospettosa, mani pronte a lanciarsi sui manganelli che tenevano appesi alla cintola. Gli osservatori invece, erano invisibili dietro il loro vetro oscurato, per quanto riuscisse perfettamente a sentire i loro sguardi sulla nuca.
Ogni giorno, fissava dritto verso il centro del vetro, sino a che non gli sembrava che fosse passato un minuto. Contava al meglio che poteva.
Non sapeva di preciso come aveva iniziato a farlo, sapeva solo che oramai era una routine troppo ben radicata perchè riuscisse ad estirparla.
Vedeva a malapena le loro sagome dietro il vetro scuro.
I loro occhi invisibili lo giudicavano, lo soppesavano, lo squadravano, lo misuravano come lui faceva col mondo.
Probabilmente pensavano che il suo sguardo vitreo e immobile, diretto dritto verso le loro figure fosse un atto di sfida giornaliero, una specie di ultima risorsa rimasta ad un animale costretto in catene.
Lui non aveva mai inteso sfidarli, ad essere onesti.
Non sarebbe stato altro che uno spreco di tempo una rivalità con loro, a cosa gli sarebbe servito gareggiare con dei burattini?
La realtà era che quando lo faceva si sentiva superiore a loro.
Se era quello il meglio che l'umanità aveva da offrire, il controllo attraverso la violenza cieca e stupida, un terrore instillato in modo labile e facilmente sovvertibile, che riusciva solo ad alimentare odio da parte dei suoi sottoposti, odio senza nessun vero terrore da parte loro. Venivano puniti solo con dolore fisico, non c'era fedeltà.
Se quello era il miglior modo che possedevano di intimorirlo allora poteva di certo ritenersi migliore dell'umanità intera.
Ok edge lord.
> Parole 3532.
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