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𝚁𝚒𝚌𝚘𝚜𝚝𝚛𝚞𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 O11: rēvērā

𝐑𝐞̄𝐯𝐞̄𝐫𝐚̄.
/re•ve•ra/ [lat.]

1. avv.
In realtà, in verità

2. avv.
Di fatto, in effetti

3. sost. f. [rar.]
Realtà

Ci si sarebbe potuto aspettare che Icarus Lancaster il giorno del tanto agognato inizio delle operazioni della sua fuga fosse entusiasta, persino euforico, o, al contrario, consumato dall'ansia e costantemente sommerso dalla quantità di cose che sarebbero potute andare storte, non solo finendo per ucciderlo, ma inoltre compromettendo per sempre la sua immagine di genio facendolo ricordare alle future generazioni di internati come un inetto.

La verità, in realtà, era che il giovane si stava tremendamente annoiando mentre stava seduto alla sua solita postazione di lavoro, osservando il proprio compito già consegnato e corretto, rileggendo per la millesima volta la parola "eccellente!" scritta da Larry al margine del suo lavoro con una penna rosso brillante e la sua solita tremolante scrittura. Più lo leggeva, più nella sua testa quel breve commento assumeva la voce ed il tono eccessivamente entusiasta dell'uomo. Si massaggiò le tempie mentre faceva passare la sigaretta da un lato all'altro della bocca.
Non era il tipo di persona che si riempie d'ansia prima che una cosa accada o prova entusiasmo per la qual cosa prima che essa accada.
La prima rendeva terribilmente stressante anche lo svolgimento della data azione, rendendola orribile e soprattutto aumentando la possibilità di fare errori, mentre la seconda rendeva troppo sicuri nel completamento della mansione con successo, rischiando anche in quel caso di trattare con eccessiva leggerezza il compito e sbagliare anche in quel caso.

Nel momento in cui suonò la sirena di fine lezione ed il suo insegnante lo chiamò, stava precisamente pensando al fatto che avrebbe preferito che l'uomo avesse graffiato meno sul foglio mentre scriveva, così da non macchiare anche quello sottostante con l'inchiostro.

- ha necessità di una qualche cosa, signore?- chiese, rimanendo in piedi di fianco alla cattedra dove era stato chiamato. Il docente lo accolse con uno dei suoi sorrisi sin troppo calorosi.
Si sincerò con la coda dell'occhio che gli osservatori fossero ancora dietro i loro vetri oscurati e che in corridoio ci fossero ancora ragazzini intenti a passare.
Seppur fosse perfettamente al corrente del fatto che la persona che aveva di fronte non avrebbe mai osato alzare un dito anche solo contro una mosca, figuriamoci verso il suo studente prediletto, quella di controllare di non trovarsi mai completamente solo con una figura adulta, specie se si trattava di un uomo, era un'abitudine che era sempre bene attento a non perdere.
Tornò immediatamente a concentrarsi sul suo interlocutore, che stava frugando con intensa frenesia nella sua borsa.
Non potè trattenersi dal notare che l'oggetto in questione doveva essere stata comprata da un qualche rivenditore scadente perchè, sebbene in uso da solo un paio di anni, mostrava già i primi segni di cedimento, e la vernice sull'ottone della fibbia era già quasi completamente scrostato. Il cuoio non doveva essere di buona fattura, perchè da quel che poteva notare aveva già perso il suo caratteristico odore.

- si, se riuscissi a trovare quello che volevo darti- gli rispose, con metà della zazzera rossiccia praticamente infilata nella borsa. In aggiunta, borbottò a mezza voce.

- era proprio qui, maledizione a me- il ragazzo non si offrì certamente di dargli una mano nella sua ricerca, tuttavia ebbe il buon gusto di non fare domande fastidiose durante il processo di ricerca, nè si mise ad osservare il povero Sig. Thompson, mortificato nell'imbarazzo da quella situazione.

Tristemente, non vi sono molti uomini al mondo che possiedono la classe e che possono vantare la stessa risma che ebbe quello che è noto a voi lettori come Icarus Lancaster. Egli aveva, infatti, un'insolitamente sviluppata capacità di adattarsi alle situazioni e far ciò che a ciascuna di esse risultava più comoda, se lo desiderava.
Non che la sfruttasse sempre, ma quando lo riteneva utile, come nel momento che sta venendo descritto qui sopra, riusciva a sfoggiare un comportamento così fine ed un'eleganza di livello così ineguagliabile che veniva da chiedersi come fosse possibile che tanta classe risiedesse nel corpo di un singolo ragazzino.
Aveva ben imparato, infatti, che un comportamento adeguato ben disponeva le persone verso di lui, e che quindi gli avrebbe reso più facile trovare una maniera per ottenere ciò che desiderava senza destare sospetti, o, in casi come quello, trovare al più presto una scusa per abbandonare la conversazione che stava intrattenendo.

- ECCOLO!- esultò, fuori di sè dalla contentezza, tirandolo fuori e sbattendo sul tavolo con aria trionfale. L'oggetto della sua tanto disperata ricerca era contenuto in una scatoletta di velluto, delle dimensioni di circa la sua mano.
L'insegnante la spinse delicatamente verso di lui.

- avrei voluto dartelo per Natale, ma mia suocera ha avuto recentemente un infarto, quindi io e la mia famiglia abbiamo deciso di partire questo pomeriggio per andare a trovarla in Wisconsin. Consideralo un regalo anticipato- la notizia che Larry non sarebbe morto per via del suo piano non destò in Icarus un particolare livello di gioia, tuttavia gli fece pensare che se non altro avrebbero finalmente potuto assumerlo in una qualche università dove avrebbe potuto svolgere il lavoro per cui si era laureato (in cui doveva ammettere era piuttosto capace) invece di cercare di fare il santone.
Guardò il contenitore, interdetto, trovando che le proprie dita erano improvvisamente incapaci di muoversi ed afferrarla. Il suo insegnante scoppiò a ridere, incoraggiandolo.

- su aprila, non ti mangia mica!- con la bocca asciutta, il ragazzo si mise ad aprire la scatolina con sospetto. Non era mai stato particolarmente abituato a ricevere dei regali senza nessuna motivazione.
Di solito veniva sommerso di doni solo in occasioni particolari, dopo una delle sue esibizioni per così dire, e mai da persone che conosceva, ma sempre da sconosciuti. I suoi genitori, d'altro canto, non gli avevano mai fatto un vero e proprio regalo. Ogni cosa che gli avevano mai dato era sempre stata per un qualche scopo, mai per puro e disinteressato affetto.

I suoi occhi sfrecciarono diverse volte verso l'uomo mentre rivelava il contenuto del pacchetto, vedendone il sorriso farsi sempre più grande man mano che il coperchio si sollevava.
Non potè negare di essere rimasto un poco sorpeso nel momento in cui vide i due guanti di pelle nera che gli si stagliavano davanti adagiati su del velluto bianco.

L'odore di pelle gli pizzicò piacevolmente le narici mentre li indossava, coprendo per la prima volta in anni le cicatrici che gli sfregiavano le mani, carezzando la sua pelle stanca col loro tessuto morbido. Sentiva ancora la loro presenza lì sotto, certo, le percepiva pulsare come avevano sempre fatto da che erano apparse, ma ora che non le vedeva più poteva finalmente concedersi di non pensarci ogni volta che era costretto a guardarsi le dita.
Gli sembrava di star come indossando una nuova pelle sopra quella vecchia, che, certo, forse non rimuoveva quella sottostante, ma che se non altro ammorbidisce e attutisce il dolore che essa causa.

Dopo diversi minuti in cui rimase, quasi incosciente, a fissare i propri palmi ora guantati, ebbe il coraggio di sollevare lo sguardo su Larry, che ormai aveva un sorriso così grosso che gli andava da orecchio ad orecchio.

Percepiva l'assenza di un'emozione, di qualcosa che muovesse un impeto dentro di lui, trovandosi, però, tragicamente vuoto.
Era come se il suo intero corpo fosse stato in attesa trepidante di qualcosa, quasi stesse fremendo per ospitare quel tumulto interiore così tanto atteso e bramato dall'altro Icarus dentro di lui, quello che strepitava, urlava, gli strappava i muscoli e la pelle nel tentativo di uscire, quello che non attendeva altro che essere avvolto e sommerso dall'ebrezza dimenticata di un'emozione, rapida, ruggente, che desse nuova linfa e iniettesse vita in quel cadavere in cui era costretto.
Ma non c'era niente. Per quanto aspettasse, non poteva far altro che rimanere a guardare le proprie mani guantate, con la bocca un poco aperta, quel tanto che sarebbe bastato a fargli cadere la sigaretta di bocca se l'avesse avuta, struggendosi e disperatamente aspettando qualcosa che non arrivava.

Tastò quel vuoto che aveva dentro, ricavandone un pugno di cenere.
In un solo, microscopico secondo, desiderò quell'emozione, il tempo giusto per pentirsi di quel pensiero sciocco e iniziare a sentire la mancanza riempirgli il petto, annegandolo.

Il sapore amaro della mancanza gli riempì la bocca.
Non avrebbe mai pensato che la mente umana fosse in fondo capace di sentire la mancanza di una cosa frivola e passeggera come un'emozione.

La vergogna gli infiammava il collo, bruciando di rabbia verso sè stesso per quel desiderio che si era lasciato sfuggire, che ora lo avrebbe tormentato per ore, lui lo sapeva.
Tuttavia non poteva smettere di agognare quell'abbraccio confortante ed avvolgente di qualcosa che lo riempisse, che anche per un solo secondo sapesse ridargli quel piacere di sentirsi vivo, per un'attimo appena.

Si costrinse a chiudere le mani tremanti in dei pugni e cacciare via quel pensiero sul fondo della mente. L'altro Icarus gemette, disperato, invocando occhi colmi di lacrime che non poteva avere. Lo schiacciò sotto la suola, crudele, cercando di tenerlo a bada.
Lui minacciò, lo maledisse, si dimenò, gli riempì gli occhi di cenere appannandogli la vista, ma, alla fine, taque.

Respirò non troppo profondamente per non insospettire l'insegnante, sentendolo urlare nella sua gabbia, facendo sfociare un poco di quel grido nel fiato delle sue narici.
Ormai quella voce nel retro della sua testa si faceva sempre più testarda e difficile da contenere, e sapeva che era solo una questione di tempo e del suo contegno prima che riuscisse ad emergere.

Non aveva alcuna intenzione che ciò accadesse, ma sapeva, in fondo, che era inevitabile.

Si limitò quindi a fare un cenno rispettoso col capo, portando una mano al petto in segno di gratitudine ed aggiungere a mezza voce.

- la ringrazio infinitamente signor Thompson, é un regalo più che gradito da parte mia. Mi rincresce però che probabilmente, anzi sicuramente ha passare delle pessime ore cercando di farseli approvare- a dir la verità non gli rincresceva per nulla visto che in ultimo la cosa gli aveva portato vantaggio, ma sapeva che era la cosa giusta da dire.

- si, è circa un mese e mezzo che sto cercando di farlo passare- abbassò la voce.

- penso che non ti sia difficile immaginare che faceva ostruzione alla mia proposta, specie dopo i recenti sviluppi- sussurrò, alludendo palesemente alla Prince.

- non lo è, signore- Larry sorrise e gli passò la scatola, che Icarus tenne in mano. Sapeva che probabilmente quei guanti gli avrebbero causato un sacco di guai se non li avesse nascosti prima di arrivare alla perquisizione, sapendo che mai e poi mai gli inservienti avrebbero accettato di credergli se gli avesse detto che erano un regalo approvato e non il risultato di un furto.

Sentì gli angoli della bocca sollevarsi impercettibilmente mentre il suo insegnante lo accommiatava e lui si dirigeva verso l'uscita. Non fu spiacevole.
La voce dell'altro ancora persisteva, ma ormai gli stava venendo facile ignorarlo

- Un'ultima cosa Icarus- lo richiamò Larry, quando ormai era quasi alla porta.

- si, signore?- disse, girandosi.

- non fare nulla di stupido durante la mia assenza, per piacere- il ragazzo sentì quasi una risata crudele scavargli il fondo della gola, schiacciando le proteste della voce e rispedendola nell'oblio, e quella stessa risa riecheggiò mentre pronunciava le parole:

- ho mai fatto qualcosa di stupido signor Thompson?- il fuoco dell'inferno gli parve avvampare nei suoi occchi, brillando come la luce di un faro nella tempesta, facendo crescere ancor più rigogliosa quella semente del male che viveva così rigogliosa, avvolta intorno ai suoi organi.

Quello che stava per fare era di certo tutto, fuorchè stupido.

Nathaniel non potè fare a meno di pensare al fatto che Icarus probabilmente era ancora più paranoico e maniaco del controllo di quello che dava a vedere, visto che aveva persino calcolato il fatto che il giorno prima della loro fuga, quando avrebbero avuto bisogno di un lungo pomeriggio libero, era una domenica, ovvero esattamente il giorno in cui avevano il pomeriggio libero. Visto che le porte si sbloccavano automaticamente solo a precisi orari del giorno, erano liberi di andarsene in giro per la scuola. Tutti i luoghi possilmente pericolosi venivano chiusi, lasciando, di fatto, agli studenti solo i corridoi in cui crogiolarsi.
Non che fosse un qualche atto di bontà verso gli studenti, quantopiù un obbligo per dare agli insegnanti una mezza giornata libera oltre a diverse ore di permesso sparse durante la settimana ed un giorno libero che variava a seconda del docente.

Questo suo ragionamento, però, ebbe l'effetto di farlo restare indietro per l'ennesima volta mentre Mattia ed Harley erano già andate avanti di un bel pezzo nei corridoi bui dei passaggi intramurali e avevano svoltato l'ennesimo corridoio, per poi tornare indietro con aria adirata.

- la vuoi piantare di restare indietro?- sbottò l'albina, inalberandosi come suo solito e puntandogli la luce fioca della torcia in faccia che nel buio totale di quel luogo lo accecò per qualche attimo.

- cosa vuoi che faccia, che porti il signorino a cavalluccio, mh?- continuò, picchiettandogli furiosamente l'indice contro la fronte, facendogli anche un disctreto male per colpa della sua unghia, mentre lui non la stava minimamente ascoltando, più intento ad osservare Mattia avvicinarsi al muro e fissarlo come se fosse stata ad un tanto così dall'iniziare a prenderlo a testate per esprimere quanto le facessero male i piedi.
Sfortunatamente non poteva, e questo sicuramente le deva fastidio, vista la forza e l'insistenza con cui si stava mordendo le unghie.

- ... se ci scoprono per colpa tua giuro che ti taglio la gola- sibilò, per poi tornare immediatamentre al suo posto quando Nathaniel iniziò a fissarla dritto negli occhi e soprattutto le sfiorò la mano con due dita per farla smettere di distruggergli la fronte. Lei, istintivamente, al contatto con quella pelle dall'aspetto malaticcio e inoltre terribilmente screpolata, ritrasse l'intero braccio in un sol colpo con un brivido.
Il ragazzo sorrise, o ghignò visto che era terribilmente inquietante, e lei si infervorò, con le guance nivee che diventarono paonazze.

- non pensare di farmi paura tu piccolo...- l'altro sorrise ancora, mostrando i piccoli denti bianchi dall'aria maligna, resi ancora più terrificanti dal buio totale e dall'enorme squarcio sulla sua gola che si intravedeva in penombra, poco sottostante, mimando lentamente con la bocca le parole:

" tu hai paura "

Aveva visto abbastanza persone comportarsi esattamente come lei per sapere che se all'inizio il suo comportamento la metteva a disagio, ora che ci aveva passato una quantità considerevole di tempo assieme era assolutamente terrorizzata da lui. Non che la biasimasse, ammetteva di averci giocato un poco pesante.
Non aveva potuto resistere alla succosa opportunità di ridurre ad una bimba spaventata una persona autoritaria e fermamente sicura di sè come lei. Non poteva fare a meno di divertirsi un mondo nel vedere persone così crollare miseramente sotto l'effetto della sua efficace manipolazione.

Harley rimase a bocca asciutta, rabbrividendo quando le passò dritto davanti pattandole la spalla con una mano scheletrica.
Si diresse verso Mattia, strattonandole un poco il braccio per farle capire che era ora di andare, sperando che non fosse nuovamente entrata in uno dei suoi stati dissociativi proprio in quel momento.
Grazie a dio, non lo era.

Ripresero a camminare, con il ragazzo che ora si reggeva saldamente al braccio dell'italiana, mentre Harley che seguiva entrambi con aria poco tranquilla. Il leggero brillare negli occhi del ragazzo continuava a inquietarla profondamente, specie quando si girava di tre quarti per osservare che fosse ancora lì. Gli scricchiolii del legno marciscente e il buio che avvolgeva il resto della sua spettrale figura contribuivano a quella tetra scenografia.
Non poteva immaginare quale fosse il suo divertimento a torturarla in quella maniera, nel vedere quei piccoli sobbalzi che faceva quando ritrovava quei due occhi color noce fissarla illuminati da quel leggero bagliore delle torce.

Camminarono ancora per un tempo piuttosto lungo, durante la quale il giovane ad una certa cominciò a trovare lo spaventare Harley noioso. Di conseguenza, smise, trovandosi tuttavia deluso.
Non poteva far altro che trovarsi oltremodo malinconico quando si rendeva conto che i suoi passatempi smettevano sempre più facilmente di intrattenerlo dopo poco tempo, portando davanti a sè l'amara realizzazione che forse entro poco sarebbe andato incontro ad un nuovo periodo di totale mancanza di intrattenimento che non provenisse dalla sola sua mente, che, sfortunatamente, erano generalmente i periodi in cui finiva con maggiore, anzi costante frequenza nei guai.
Non gli dispiaceva certo il caos, il punto era che sentiva ancora l'elettricità nelle ossa e sapore di sangue in bocca dopo la volta precedente. Era pur vero che stava per scappare, tuttavia il dolore non era la sola cosa che lo rendeva avverso a quei periodi.

Tutto sembrava fastidiosamente amplificato. La luce, il rumore, gli odori, i sapori, la noia, che lo avvolgeva sempre come un manto, quando arrivavano quei momenti, che in genere duravano una o due settimane, gli si infilava dentro come una serpe nella sua tana, pronta a levarsi le vecchie spire e farne di nuove, con l'intero mondo che sembrava star stretto sulla pelle di entrambi. Niente sembrava intrattenente, nulla era capace di distoglierlo dalla sua mente, di solito rumorosa e caotica, diventata improvvisamente vuota.
Di solito, era sempre vuoto, desertico, ma la sua mente se non altro veniva risparmiata da quel fiume, da quel mare di assenza, che continuava a ingrossarsi sempre più, sino a strabordare, travolgendo ogni cosa sul suo cammino.
La osservava per giorni bagnargli i piedi con la sua acqua nera e sporca, osservava la voragine immensa che dal cuore si era fatta strada, incontrastata, sinchè non iniziava a camminarci dentro sino ad annegare.

A quel punto, l'acqua si ritirava, lasciando spazio a del nuovo limo fertile, da riusare sinchè non fosse tornata.
Una volta ci voleva tanto, tantissimo tempo prima che lei si ripresentasse. Poi il limo aveva iniziato a diminuire, diminuire drasticamente ogni volta che accadeva, e ancora non dava segnale di arrestarsi.

Quanto tempo ci sarebbe voluto prima che l'inondazione fosse perenne?

Demoralizzato, si concentrò finalmente sulla traversata, che, a giudicare dal dolore alle gambe che provava, gli sembrava star durando da un'eternità.

Il loro compito era quello di raggiungere il luogo dove Alexander e Diana avevano provveduto a nascondere le batterie artigianali con coi avrebbero successivamente innescato un campo magnetico, per poi distribuire queste in giro per i vari cunicoli.
Icarus aveva inizialmente suggerito (o ordinato se si vuole essere realisti) che uno dei due l accompagnasse i tre lungo gli impervi cunicoli, ma vista la latente antipatia che entrambi provavano nei confronti di Harley in una maniera quasi esponenziale, specie Diana per onor di cronaca, tutti e due avevano preferito lasciarli al loro destino, affidandogli semplicemente una mappa mal disegnata su un tovagliolo della mensa dal ragazzo, difficile da vedere al buio e che mancava del requisito principale di una mappa: indicazioni chiare. Frecce, modi di riconoscere le strade, qualsiasi cosa che aiutasse a riconoscere se si stava prendendo una cantonata o ci si stava avvicinando al luogo desiderato.
Tutti e tre desiderarono simultaneamente che fosse stata la ragazza a fare la mappa.

Se avesse mai trovato un lavoro, il cartografo non era certo l'opzione per lui.

Per quanto fosse il migliore di quel trio sgangherato in quanto a senso dell'orientamento, aveva lasciato l'onere a Mattia di guidarli, per colpa del suo profondo astio verso le carte geografiche o le mappe.
Si rifiutò di spiegare la cosa nonostante le proteste dell'albina, e per motivi di comicità, non spiegherò in questo momento la sua motivazione dietro questo odio.
Spero sia divertente per voi quanto lo è per me.

Non potè far altro che sentire le ingiurie di Harley dietro le sue spalle ogni volta che erano costretti a tornare indietro, maledicendo il biondo e come sicuramente quel maledetto stesse ridendo da qualche parte in quel labirinto di cunicoli mentre faceva la stessa cosa che stavano facendo loro con quella faccia tronfia di soddisfazione per la certezza che lei fosse da qualche dispersa.

Prima di finire questo segmento scritto con uno stile insolitamente pretenzioso data la mia recente visione di un film a me gradito, vi informo che, alla fine i ragazzi trovarono quello che cercarono.

Con circa quaranta minuti di ritardo.

Cain assistette e resistette strenuamente ad un vero e proprio inferno uditivo per circa un'ora, cosa di cui si lamentò in varie occasioni, ed in tutte queste, venne completamente ignorato da coloro che lo circondavano.

- siete sicuro che il vostro piano funzioni vostra altezza?- chiese per l'ennesima volta ad Icarus mentre si tappava il naso con due dita per imitare il suo accento. L'altro non diede alcun segno di cedimento, come se il suo comportamento assolutamente inaccettabile per lui non lo scalfisse minimamente, rispondendo con voce meccanica.

- mi sono personalmente assicurato che la cosa andasse in porto, quindi sì, ne sono sicuro- cercò di camminare più veloce per seminarlo, ma l'altro era ben deciso a tenere la sua fonte di intrattenimento ben stretta.
Bethany li seguiva religiosamente infondo al corridoio, o almeno, doveva starlo facendo visto che l'inglesino non aveva ancora detto nulla riguardo alla sua assenza. Era troppo lontana perchè sentisse i suoi passi felpati sul pavimento.

- suonano molto come le ultime parole famose prima che ci facciano saltare la testa a pistolettate se vuoi la mia opinione-

- mi rincresce informarti che non la voglio-

- mi rincresce informarti che io qui sto cercando di infastidirti e sarebbe gradito un contributo da parte tua, come un sospiro, quella tua espressione morta che fai sempre o un invito anche velato ad andare a farmi fottere. Sai qualsiasi cosa che mi aiuti a capire come sto andando, non so se avete questo tipo di cosa in inghilterra, oltre ad orfani malaticci che vagano per le strade a prendersi il tifo- dall'altro lato ci fu il silenzio totale. La disperazione in Cain crebbe.

Per quanto ridicolo infatti, prendere in giro Icarus era un modo per tenere la mente impegnata e tener ben lontana la sua inclinazione ad entrare nel panico e diventare ansioso per ogni minima cosa. Visto che la cosa non funzionava, di conseguenza continuava a strapparsi le pellicine delle dita (facendone anche sanguinare un paio) e aveva il colletto della camicia fradicio di sudore. Avrebbe decisamente gradito enormemente se l'altro avesse fatto qualche sforzo per tranquillizzarlo o avesse avuto uno straccio di indole rassicurante.
Sfortunatamente per lui era più una sorta di amalgama fra Churchill e Hitler, era abbastanza sicuro che più che dargli una soddisfazione avrebbe preferito di gran lunga tagliarsi una gamba con una forchetta.

Passò i restanti dieci minuti di camminata a tentare di scervellarsi sul come diamine faceva ad essere così sicuro che fosse l'ora giusta e soprattutto come poteva sapere certo che la cassetta rubata era proprio quella che avrebbero usato in quella particolare ora.
Riuscì a dare una risposta abbastanza soddisfacente alla prima domanda, ma la seconda, come lo era stata per Diana a suo tempo, rimaneva un totale mistero. Sconfitto dal rompicapo, non potè far altro che tornare all'attacco del suo compagno che ormai dava tutta l'aria di essere sul punto di iniziare a prenderlo a pugni.

Sono certa che il lettore, ovvero tu che leggi questa riga in questo momento, sarebbe lieto, anzi persino deliziato dall'idea di sapere come Icarus Lancaster avesse trovato il modo di risolvere questo problema.
Sfortunatamente per te, caro lettore, questo libro non ha alcuna intenzione di accontentare la tua pigrizia e spiegarti per filo e per segno quale sia la risposta, e ti prega anzi, di cercare di risolvere tu stesso questo enigma.

Cain assistette alla messa in funzione della pompa che in ultimo avrebbe dato inizio al piano seduto in terra, circondato da boccette, fiasche, bottiglie, scatole di medicinali e tanto altro di quanto di più tossico ci fosse in quella scuola, con il piccolo montacarichi della lavanderia che lo sovrastava.

Diana si trovava tre piani più sopra, al sicuro fra le mura dei passaggi segreti, a mandar giù quei piccoli contenitori che aveva nascosto per mesi, e che lui raccoglieva e disponeva sul pavimento. L'idea era venuta ad Eleonor vedendo che, in ogni caso, quello una volta era stato il locale della lavanderia, quindi come conseguenza doveva avere se non altro un montacarichi per gli abiti. Si misero a cercarlo su e giù per i cunicoli per un paio di giorni, sino a che, finalmente, Alexander non era giunto trionfale a comunicare di averlo trovato, al terzo piano. Questo, come detto anche da quello che formalmente era il loro capo, gli aveva risolto un bel po' di problemi, e soprattutto gli aveva dato l'enorme occasione di stare seduto per la maggior parte del tempo mentre Icarus faticava.

Certo si poteva obbiettare che fosse Bethany a star facendo tutto il lavoro serio, ma quando aveva bisogno di una mano di rinforzo non poteva far altro che chiedere allo spocchioso giovanotto di darle una mano, risultando nell'ilarità più totale del cieco (che tanto meglio non era) ogni volta che sentiva il respiro terribilmente provato dell'altro ogni volta che gli veniva affidato un incarico fisico microscopico.

Rise così tanto che diverse volte pensò che l'altro lo avrebbe buttato nella pinta del veleno e lo avrebbe guardato morire agonizzante a lavoro finito, cosa che per sua fortuna non avvenne.

L'unica cosa terribile di quella situazione, oltre all'ansia galoppante che ormai gli stava mangiando il cuore, era il rumore.
C'era troppo, decisamente troppo rumore, ed ogni cosa troppo sospetta lo faceva sobbalzare come un bambinetto. Non aveva idea di come il luogo fosse fatto, anche se la ragazza aveva accettato la sua richiesta di descrivergli come fosse, c'erano ancora troppi buchi.
Quando viveva fuori di lì poteva capire come erano fatti i posti dai suoni che lo circondavano. Il vento che si insinuava fra gli edifici, l'eco della voce delle persone, la pioggia che batteva sulle case. Poteva toccare i muri, il terreno, costruire attentamente il mosaico del mondo che lo circondava sistemando un tassello dopo l'altro con cura magistrale.

Un senso di impotenza gli raschiava le vene mentre stava seduto in balia di un mondo che non conosceva, senza niente a cui appigliarsi.
Era solo, ancora una volta, un bambino troppo spaventato per ammettere a sè stesso di esserlo, raggomitolato in un'angolo polveroso e maleodorante di un luogo che odiava, sperando che finisse tutto presto.

Mentre scendevano le scalette per la sala caldaie, ormai vecchie e coperte di ruggine, il rumore dello scricchiolio gli aveva scavato i timpani sin quasi a farli sanguinare.
Ed era stato solo l'inizio sfortunatamente.

La prima cosa da fare per impedire che l'acqua annegasse tutti quanti lì dentro, era chiudere il tubo da cui avrebbero successivamente pompato il loro mix letale.
Per fare ciò, Icarus si issò sulle spalle di Bethany, visto che la manopola si trovava ben più in alto di entrambi, e iniziò a tentare di smuoverla.
Quella, dopo un bel po' di resistenza, iniziò si a muoversi, producendo un clangore e raspare metallico così forte che fu costretto a schiacciarsi le mani con forza contro le orecchie per diminuirlo almeno un poco. Si concentrò sul respiro pesante e spossato dell'altro ragazzo per tentare di udirlo meno, ma quel frastuono era così predominante che era impossibile.
Gli altri due naturalmente erano infastiditi, ma lui stava letteralmente impazzendo.

Sentiva quel cozzare di metallo rimbombargli nel cervello quasi fosse interamente prodotto da questo, costringendolo a reprimere diverse grida di frustrazione serrando la mascella con tanta decisione da percepire l'orribile sensazione dei propri denti scricchiolare. Ed era comunque grandemente più piacevole del suono che continuava a soffocare la stanza.
Aveva la bocca piena di saliva per questo, e ogni volta che cercava di mandarla giù si sentiva annegare, quindi era costretto a smettere.

Metallo, si sentiva circondato da metallo, immerso in esso, fatto di metallo raschiante e rugginoso.
Odiava il suono che faceva.
Ne odiava l'odore, il suono, quel riecheggio minaccioso che faceva ogni volta che lo si urtava, la sua stupida capacità di immagazzinare calore e diventare caldo, bollente.

Caldo.
Ora che aveva iniziato a pensarci non riuscì a levarselo dalla testa.
Caldo, stava morendo di caldo anche se due minuti prima aveva i brividi a fior di pelle per il gelo.
Caldo, bollente, scottante, che aumentava più quella maledetta cosa continuava a girare.

Due o tre volte intimò con tono piuttosto alterato all'inglese di muoversi. Altre due o tre volte lo fece urlando, cosa che, seppure lui non se ne rese conto, fece sobbalzare sia la giovane che colui a cui erano dirette.

Anche nel momento in cui il suono finalmente smise, quella cacofonia continuò a rimbombare nella sua testa per diversi minuti con la stessa insistenza di quando stava effettivamente venendo prodotta.

Quando, fu, però, finalmente libero, poté notare come Icarus avesse letteralmente il fiato a pezzi, mentre Bethany respirava come se non fosse accaduto assolutamente niente. Il che significava che il primo era terribilmente leggero e denutrito come era la normalità lì dentro, ma che dall'altro lato la seconda era possibilmente più forte di quello che aveva pensato sino a quel momento.
Si incuriosì per qualche attimo su di lei, chiedendosi non solo ed ovviamente sul suo aspetto, ma anche su, effettivamente, lei.

Si concentrò su quel pensiero mentre si alzava in piedi, scoprendo per altro di avere persino le calze sudate, e iniziava con calma a prendere tutto ciò che Diana aveva mandato giù. Il chiacchiericcio sottostante era facile da ignorare, dando alla sua mente la possibilità per le domande "le piace il pollo coi peperoni?" "ha una sezione di algebra preferita?" "perchè cammina sempre sul lato destro dei corridoi e mai sul sinistro? E soprattutto, lo fa consciamente?" "come diamine ha fatto a ridursi così?"

Domanda stupida, si disse solo dopo. Bastava guardarlo per chiedersi che razza di caduta doveva aver fatto per diventare quello che era, ed, essendone consapevole, ne andava abbastanza fiero.

Forse però se la stava prendendo un poco troppo comoda visto che diverse volte dal terzo piano la ragazza strattonò la corda come a dirgli di muoversi.
Tutto quello che potè fare fu naturalmente urlare attraverso il condotto che se non la smetteva le avrebbe rasato i capelli nel sonno e ci avrebbe fatto due treccine da appendersi ai lati della testa per fingere di essere Anna dai capelli rossi.
Lei rispose, dicendo che sarebbe stato meglio farlo coi suoi, ma che avrebbe evitato di tenerseli temendo che i ratti che ci vivevano dentro sarebbero potuti tornare a reclamare la loro casa.

Oltraggiato, stava per rispondere, quando Icarus gli intimò con tono piuttosto perentorio di darci un taglio. Visto il tono che aveva, non osò nessuna delle sue solite repliche.

Decise che l'opzione migliore era scaricarle tutte poi sistemarle, e così fece, per poi strattonare la corda per far capire all'altro capo che aveva concluso.
La notizia fu accolta con un entusiasta "finalmente" con accento italiano particolarmente marcato.
Sorrise per un attimo mentre si metteva ad ordinare le cose tutte assieme, per poi far sciogliere quel sorriso in una sorta di smorfia amara, come se un dolce (Dio! a malapena ricordava il sapore di qualcosa vagamente zuccherato!) che all'ultimo secondo rivela un'inaspettata nota acida, rovinando tutto il sapore piacevole che si era creato.
Era cresciuto in quartieri strapieni di italiani.
Sapeva un poco di casa quell'accento.
Casa.

Scosse brutalmente la testa, facendo accidentalmente rotolare via un'ampolla da laboratorio che dovette inseguire con le dita per non perderla.

Non fece in tempo a tirare un sospiro di sollievo che la sua tortura uditiva riprese, sotto la forma di Bethany che iniziava a smontare quella che doveva essere come una specie di vecchio serbatoio gigantesco in ottone.

Non scenderò nel dettaglio della situazione, bensì vi lascio immaginare quanto gli dolesse la testa a sentire non solo lo smontamento, ma successivamente il rotolare di quell'affare per diversi metri e gli aggiustamenti che gli stavano facendo per renderlo utile.
Il rumore rimbombava così tanto, sbattendo contro le pareti e ritraendosi su sè stesso, rendendogli impossibile capire cosa stesse succedendo.
Il suono, generalmente suo amico e guida, compagno, ora, come una volta, sembrava essere ritornato un nemico infido.

Non capiva più come faceva di solito ad orientarsi in mezzo a tutto quel frastuono, si chiese come era capace, sino a poco prima, si sentire e capire ciò che lo circondava. Sembrava solo chiasso senza senso, in cui era impossibile trovare un solo paletto per orientarsi.
Immerso nel caos, tutto il peso della sua piccolezza  gli si riversò sulle spalle con durezza sconcertante. Il clangore metallico sembrava essere l'unica cosa presente, così enormemente dominante da soffocare ogni altra cosa che fosse presente. Se ne sentiva quasi in balia, sbattuto da una parte all'altra senza che potesse ostacolarlo.
Piccolo.
Insignificante.

Il suono che si propaga nel silenzio non ha nulla ad attutirlo, dopotutto.

Dopo un tempo che non riuscì a quantificare, in cui i suoi unici movimenti ritmici e fissi furono quelli di scaricamento di ciò che arrivava dal montacarichi, la mano callosa e solida di Bethany gli si poggiò pacatamente sulla spalla, dopo aver chiamato diverse volte il suo nome per svegliarlo dallo stato vegetativo in cui era entrato.

A quanto pare era il momento di andare.
Non si era nemmeno accorto che non lo avevano neppure svegliato per svuotare la quantià enorme di liquidi che avevano raccolto, e che, ora che si era ripreso un poco, riusciva a percepire nell'aria con il loro intenso odore chimico, così forte che ebbe difficoltà ad alzarsi per quanto gli diede alla testa.
Appoggiò una mano al muro, massaggiandosi le meningi mentre procedeva con un senso di sollievo sempre maggiore verso le scalette.

- non riuscivamo a svegliarti- disse la ragazza, dirigendogli il braccio verso il corrimano. Di solito avrebbe odiato un comportamento del genere, anche se non lo avrebbe mai dato a vedere, tuttavia in quel momento era già molto se riusciva a muoversi, quindi gliene fu segretamente grato.

- ah- fu l'unico suono che riuscì a tirare fuori dalla sua gola pietrificata.

Percepiva ancora quell'impotenza odiosa mangiargli il petto, consumargli le viscere più ricordava che era stata lì, banchettando e sollevando un calice alla sua debolezza, divorando ogni cosa con così tanta foga e bevendo con nessun riguardo, come una regina abbandonata in un baccanale.

Aveva giurato che mai si sarebbe sentito così ancora volta, eppure quello non era che l'ultimo in cui quella promessa era stata infranta e infangata nel suo onore. Si chiese se avesse ancora senso parlare di una promessa per quante volte era stata calpestata e uccisa, soffocata mentre lui non poteva far altro che sentire i suoi respiri morire, e poi crearne un'altra, ed un'altra ancora, che più il tempo passava, meno avevano valore, sino a diventare una statua vuota e fredda, così fragile che un singolo soffio di vento avrebbe potuto demolirla.
Un soffio di vento sarebbe stato abbastanza per demolire lui stesso, a dire il vero, ma forse preferiva continuare ad illudersi che si fosse nascosto dietro di essa, ce ne sarebbero voluti almeno due.

Eleonor non riusciva a smettere di tremare dall'emozione. Camminava con passo speditto di fronte agli altri due membri della sua squadra, che spessevolte dovevano ricordarle che non doveva correre per non attirare l'attenzione.
Ma non ci riusciva proprio, e pochi secondi dopo un richiamo tornava a correre più svelta di prima, tanto che alla fine furnono costretti a camminare tenendole una spalla ciascuno per impedirle di scappare via.

- attireremo così l'attenzione- protestò, cercando con lo sguardo una qualche traccia degli altri nel dedalo di corridoi. Alexander sbuffò con aria strafottente. Si chiese chi stesse interpretando visto che erano ore che andava avanti a rispondere in quella maniera e sistemarsi la cintura fumando una sigaretta dietro l'altra; con per altro grande invidia di Pearl, che lo fissava con gli occhi di qualcuno che avrebbe ucciso per poter avere un accendino da usare quando gli pareva.

- non so dove viva tu Ellie, ma da che sono qui nessuno ha mai trovato strano quando tre persone camminavano così per rubare tutto il rubabile alla terza- svoltarono a destra, procedendo dritti verso il luogo del loro primo incontro. Sapeva che parlava per esperienza, sia dalla parte del derubato che del ladro.
Le alleanze e gli intoccabili cambiavano terribilmente facilmente in quel posto, visto che tutti erano pronti a tradire tutti e chiunque si aspettava una pugnalata alla schiena.

Una volta era stata molto interessata a quelle dinamiche, fissandole da lontano nella sua confortevole zona di invisibile. Poi però le avevano dato a noia, non ricordava bene a che punto. Non si dava molta pena a ricordare il tempo, era superfluo. Non si ricordava nemmeno la data del suo compleanno, figurarsi. Le piaceva cambiarla ogni anno a seconda di come le girava.

- e se ci fosse qualcuno?- borbottò Pearl col suo solito tono strascicato. La ragazza si stava divertendo a girare la testa da una parte all'altra per seguire i loro botta e risposta, non preoccupandosi troppo dell'inciampare in quei pantaloni troppo grandi per lei che indossava.

- non sai cosa sanno fare degli ottimi accendini e sigarette per far sloggiare la gente- sentì un lamento impercettibile dell'altro ragazzo in cui si lamentava del fatto che a lui di sicuro non aveva dato nessun accendino quando glieli aveva chiesti.

- o Harley- aggiunse lei, sorridendo quando ricevette una pacca sulla spalla da parte di Alexander. Icarus e Pearl continuavano a ripetere che aveva una pessima influenza su di lei, e non poteva far molto altro se non concordare con loro.

- visto Pearl? Nessun problema- l'altro annuì. Non insisteva mai molto visto che palesemente odiava parlare quanto l'altro invece adorava.

Approfittando di quel momento di distrazione di entrambi, cercò di sgusciare via dalla loro presa, ma non ottenne niente. Si limitò a ricevere una stretta più ferrea sulle spalle che la costrinse a rintanare il collo in mezzo ad esse.

- siamo quasi arrivati, rilassati- sbottò Pearl scoccandole uno sguardo di rimprovero da dietro le lenti dei suoi occhiali. Non amava nemmeno quando si comportava così, era sempre stanco di fare tutto quanto. Le ricordava un vecchio cane che girava per la campagna in cui viveva. Era così stanco che non lo avevano nemmeno voluto abbattere seppur fosse selvaggio, non attaccava neppure le mosche o i bimbi piccoli.
Solo che, poi, era diventato così pigro ed incline a far nulla che aveva persino smesso di mangiare, morendo di conseguenza.

- non pensavo che fossi così opportunista, mi sorprendi giovanotta- sussurrò a bassa voce l'altro nel suo orecchio, mentre tutti e tre si rifugiavano dietro un arco mezzo decandente per non farsi notare dai contabili che uscivano da uno degli uffici. La ragazzina alzò le spalle, per poco non colpendo in pieno il lungo naso del compagno, che riuscì a ritirare la testa abbastanza in fretta.

Era abituata al pensiero che gli altri la considerassero inoffensiva e debole visto che non aveva mai tentato di far del male a nessuno al di fuori di sè. Tuttavia, al contrario di Cain, non aveva mai cercato di trarre vantaggio da questo. Forse alle volte sgusciava via dalle situazioni grazie a questo, come nel momento in cui i suoi due trattenitori avevano allentato la presa, ed Alexander era impegnato a vedere se fosse via libera, si liberò facilmente e corse nella direzione opposta, sapendo che Pearl non l'avrebbe davvero fermata, ed infatti non lo fece.
Si voltò indietro un paio di volte, vedendo che la stavano seguendo, ma che non sarebbero corsi sin là per acchiapparla. Accellerò il passo, torcendosi le mani come la prima volta che era passata lì per sentire il piano per l'avventura che Icarus le aveva proposto.

La chiave per scappare dalla sua gabbia.

Certamente strano come una creatura così pacifica e benevola come lo era lei si fosse unita ad un piano del genere, pur se significava poter uscire, non trovate?
Certo era vero che a lei della vendetta e di tutte le cose pompose di cui aveva parlato il leader di quella strana banda non importava proprio un accidente, ma come non le interessava infliggere dolore, così non le importava se il dolore veniva inflitto.

Eleonor disprezzava il mondo reale e, di conseguenza, non aveva nessun interesse nelle conseguenze delle sue azioni, se queste le avrebbero consentito di vivere finalmente l'occasione di  vivere l'avventura che sin dalla più tenera infanzia agognava.
Non le importava di coloro che sarebbero morti, non le interessava minimamente di quello che sarebbe potuto accadere, se ne infischiava pure della sua stessa morte, perchè per lei non avevano uno straccio di valore.

Cos'era la possibilità della morte comparata a quell'estasi, quella sensazione fiammeggiante che le formicolava sulle mani mentre accellerava il passo vedendo Icarus, Cain e Bethany in piedi ad aspettarla. Persino il tempo stesso le sembrava troppo lento rispetto a quello che doveva accadere, quasi che di colpo fosse fatto di melassa. Ogni cosa era lenta. Lei era lenta, le sue gambe erano pesanti e dure rispetto a quanto veloci sarebbero dovute essere per arrivare lì all'istante.

Persino Diana fece in tempo a sbucare prima che lei fosse arrivata. Che terribile umiliazione, si disse, combattendo contro l'improvvisa densità del mondo che la circondava.

Prese posto al fianco di Cain (le aveva detto di stargli sempre vicino una volta che aveva scoperto che era più bassa di lui), che però aveva un'aria un poco catatonica.
Si chiese cosa fosse successo nella sala caldaie, visto che tutti e tre avevano l'aria provata.
Icarus per la prima volta da che lo aveva visto era senza giacca e senza cravatta, coi capelli spettinati e col sudore che gli si stava asciugando sulla camicia, di cui aveva persino tirato su le maniche. Bethany era anche lei sudata, molto più di Icarus a dire il vero, e aveva annodato la sua solita treccia in quello che sembrava essere una sorta di chignon fatto con essa, le mani coperte di ruggine, il viso sporco di polvere. Cain era coperto di polvere dalla testa ai piedi, e non sembrava starsi comportando nel suo solito modo esuberante.
Un vero miracolo, sotto certi versi.

Non appena anche il resto della sua squadra li raggiunse, l'inglese si fissò intorno e chiese.

- avete la minima idea di dove si siano cacciati gli altri tre?-

- no- risposero simultaneamente tutti quanti, cosa che però non gli fece molto piacere.

- interessante oserei dire visto che avevo dato a te, Diana, e a te, Alexander, il compito di fargli strada all'interno dei cunicoli inframurari. E, adesso, voi due avete l'audacia di dirmi che non avete idea di dove siano- il ragazzo ebbe il buon senso di non dire niente considerando la durezza del suo tono, ma lei era sin troppo abituata a tenergli testa per frenare la lingua.

- avrei voluto vedere te con lei a...- il suo interlocutore non la lasciò nemmeno finire. Eleonor sgusciò un poco più vicino per sentire meglio quello che stava accadendo, coinvolta nella situazione come a leggere la scena di un libro.
Il tono come sempre non era arrabbiato, tuttavia era certamente pieno di quanta più delusione e disprezzo si potesse immaginare.

- a cosa, Diana? Quello che vi avevo detto di fare e che ti avevo detto di fare non era negoziabile, era un'incaricato che vi e che ti avevo affidato aspettandomi anche piuttosto ingenuamente a quanto pare che lo portaste a termine. Come, ti chiedo, avete e hai potuto essere così capricciosa e viziata da prendere la decisione di rischiare l'equilibrio precario in cui il piano si trova, sapendo benissimo che non possiamo permetterci di perdere tempo, e pensare anche solo per un'istante che assecondare una cosa così frivola come la tua antipatia verso di lei fosse la cosa più responsabile e matura da fare; e soprattutto con che boria continui a cercare di dimostrare che la tua decisione fosse in qualche modo giustificata invece di fare se non altro una scelta sensata e stare in silenzio mentre ti rimprovero di una tua mancanza così grande. L'intelligenza di cui ti fregi così tanto a me sembra più un riflesso di boria più che d'altro- la ragazza abbassò lievemente la testa in segno di resa, schiacciata ed umiliata dalle parole taglienti di Icarus.

Immaginò cosa le stesse passando per la testa a sentire quelle parole, ben sapendo quanto fosse fiera della sua razionalità e maturità. Ora, qualcuno stava mettendo a nudo ben bene tutto ciò di cui più si vergognava, un'impulsività incontrollata ed incapace di farle vedere le conseguenze, di fronte a tutti. E forse, la situazione era ancora peggiore per via del fatto che fosse lo stoico Icarus, con cui era certamente abituata a battibeccare, ma mai a ricevere un rimprovero così ferreo, da cui era abituata a ricevere sarcasmo al punto tale che forse si era illusa di poter andare oltre il limite che lui aveva tracciato e osare contraddirlo anche in un momento di torto così palese, spinta da quella stessa impulsività che l'aveva già rovinata infinite volte.
Tuttavia, non aveva ancora finito.

- rammarico anche me stesso per aver reputato così scioccamente di poter affidare una missione di questa semplicità ad entrambi voi due. Pensavate forse che visto che non era qualcosa della solita complessità potevate permettervi di non ascoltare ciò che vi avevo detto senza conseguenze? Evidentemente avevo sopravvalutato di gran lunga entrambi- scoccò uno sguardo particolarmente eloquente alla ragazza, a cui però non diede la possibilità di guardarlo negli occhi. Eleonor trattenne il fiato, eccitata da quel proseguire della narrativa.

- forse smetterai di dar aria alla bocca con queste sciocchezze dopo essere andata a cercarli e portarli qui il prima possibile. E tu la stessa cosa- i due si allontanarono con la coda fra le gambe.
Il peso dell'umiliazione a cui li aveva sottoposti con quell'arringa, specialmente lei, era ben tangibile, non solo per le parole in sè, ma anche per il totale disprezzo che esse contenevano, oltre che per il fatto che aveva fatto ben in modo che tutti quanti potessero vedere e sentire ciò che aveva detto.

Li osservò sparire per i corridoi, frizzando di emozione per ciò che sarebbe potuto avvenire dopo.

Ore dopo, Mattia stava seduta per terra nell'oscurità, circondata dai respiri di centinaia di altri ragazzi.
Dopo il blackout, li avevano radunati tutti lì dentro, visto che senza elettricità era impossibile aprire le porte dei dormitori. Non gli avevano dato da mangiare, e la maggior parte di loro stava letteralmente morendo di fame. Chi aveva del cibo lo consumava avidamente, rifiutando qualsiasi offerta di scambio, oppure veniva costretto a cederlo.
Nella massa, migliaia di cose avvenivano sotto il naso delle guardie armate di manganelli, che continuavano a fare la ronda, puntando le loro torce accecanti nel mucchio, stordendoli.

C'era chi si tamponava le ferite causate da quegli stessi sorveglianti quando non erano stati abbastanza svelti per presentarsi lì, e che poi erano stati braccati e portati con la forza, o chi si derubava a vicenda, ignari di quello che sarebbe accaduto da lì a qualche ora. C'erano bambini che urlavano terrorizzati dal buio, e la stessa mastodontica Bethany che tremava come un pulcino contro la sua schiena, mormorando cose senza senso.

Lei però non aveva paura, anzi, non riusciva a smettere di sorridere, ebbra di quella conoscenza che solo lei ed altri pochi avevano degli eventi che si sarebbero svolti quella notte.
L'odore di sangue, le grida di gioia miste a quelle di puro dolore, i corpi accartocciati dalla sofferenza, miserabili come avrebbero dovuto essere.

Un banchetto, una festa di orrore che ogni secondo si avvicinava. L'orologio andava veloce, scorrendo verso la fine inevitabile, ed ogni ticchettio faceva crescere una risata nella sua gola, una risata che strabordò ed esplose in un milione di frammenti colmi d'ogni gioia e follia.

Rise anche col sangue che le colava giù per l'esofago e le riempiva la bocca, spargendolo tutt'intorno a sè dopo la manganellata che le fu inferta.
Non sentì nemmeno dolore.

Il tempo del dolore era finalmente finito per lei. Ora, dopo tutti quegli anni, l'odore della libertà le riempiva i polmoni. Non riusciva a smettere di immaginare, e abbuffarsi di quell'immaginazione, ridendo come un'ossessa sul terreno mentre il sangue le colava giù per le labbra, dopo che ormai avevano capito fosse inutile continuare a colpirla. Non si sarebbe fermata, non più ormai.

Così dolce è il gusto della morte sulle labbra di un demone.


Parole: 8029

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