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𝙸𝚗𝚝𝚎𝚛𝚖𝚎𝚣𝚣𝚘: flos

𝐅𝐥𝐨𝐬.
/flos/ [lat.]

1. sost. m.
Fiore, pianta in fiore.
Es.
I fiori del ciliegio hanno un colore bianco-rosato.

2. sost. f.
Fioritura, florescenza simultanea di molti fiori dello stesso tipo.
Es.
La fioritura dell'erica è un evento che decora la campagna inglese.

3. sost. m.
Significato fig.; il fior fiore, la parte migliore, qualcosa di selezionato con cura.

4. sost. f.
Significato fig. la giovinezza, il fiore degli anni, il momento migliore.
Es.
La giovinezza è il fior fiore della vita.

Non sono mai stata una persona particolarmente sentimentale.
La mia diagnosi da psicopatica dovrebbe esserne la riprova, anche se ormai ho finito la terapia da un bel pezzo.

é più nel senso che sono sempre stata una persona molto pratica forse. Non ho mai avuto un particolare attaccamento a dei gesti, degli oggetti o delle particolari azioni perchè mi ricordavano qualcuno di caro.
Non ho un "mio padre suonava il pianoforte" o un "mia madre mi portava a prendere il gelato ogni venerdì sera per tutta l'estate" anche se i miei genitori sono morti quando avevo quattro anni.

Per cui, non so come sia iniziato questo anniversario ciclico che ripeto ogni anno da più di sessant'anni ormai.
Ho semplicemente cominciato a farlo.

Marcus, mio marito, mi lascia sempre di fronte al cimitero alle undici e trenta, e poi rimane nel parcheggio ad aspettarmi sino anche alle quattro, le cinque, le sei del mattino se quell'anno la situazione è particolarmente grave. 

La tomba di Larry è piccola, di marmo bianco (ho insistito io perchè fosse così) nella parte più a nord del cimitero.
Appena arrivo, svuoto l'acqua e i fiori ormai morti del mio contenitore, riempiendolo di acqua nuova e posizionando quelli nuovi. Sempre begonie e zinnie.
Non ho mai portato altri fiori per lui.
Forse è un poco sentimentalista e frivolo portare dei fiori che portano il significato di quello che voglio esprimere, ma in fin dei conti forse è meglio che io me lo permetta, almeno in questa situazione.

Accanto al mio, ci sono i vasi di Coral, Margot e Frederick, sempre colmi di fiori freschi ogni giorno.
Mi hanno chiesto molto spesso se avessi voluto venire alla sua commemorazione la mattina, alla luce del sole, ma non sono mai stata capace di accettare.

Non voglio che altri mi vedano mentre appoggio la fronte sulla lapide ed esalo i miei respiri più tristi, lasciando sulla pietra l'alone sottile del mio fiato; mentre mormoro tutti i miei segreti più remoti e le mie peggiori paure ad una cosa che non potrà mai rispondermi.

È qualcosa che non voglio condividere, mio e solo mio.

Come una sorta di gelosia per il mio dolore, quasi fosse una creatura che solo io possiedo, allevandolo con cura ed attenzione.
Lo cullo fra le labbra con delicatezza e lo lascio uscire man mano, riaprendo sempre le stesse pieghe nella mia mente ogni volta che lascia la sua casa, il suo nido che ogni anno che passa sembra farsi sempre più stretto, e lo guardo insinuarsi sotto la terra, giù, sempre più giù, sin quando non trova la sua bara.
E allora risale, risale rapido come una folata di vento e mi squarcia il petto per rientrarci dentro e crescere ancora per un altro anno, come una sorta di mostro, un parassita che si nutre della mia stessa sofferenza senza che io riesca a staccarmelo dalla schiena, infettandomi sempre più col suo veleno sino a quando non sarà la fine anche per me, ed allora toccherà a qualcun'altro, forse, provare lo stesso che io sento.

Forse non voglio nemmeno che se ne vada, a dire la verità.
In una certa misura, il dolore diventa quasi confortante.

Non sono stata nemmeno capace di presentarmi al suo funerale.

Ricordo come una ventata di dolore e sospiri investirmi non appena misi piede sulla soglia della chiesa, travolgendomi con irruenza, quasi tentasse di scavarmi dentro con quelle urla e lamenti collettivi resi più imponenti dall'eco.
Mi spaventò.
Mi spaventò come poche cose prima di allora erano state capaci di fare.

Fu una delle esperienze più terribili della mia vita, e lo dico forse anche sembrando un poco esagerata.

Non sono ancora riuscita ad accettare il fatto di mescolare la mia sofferenza a quella di altri per una morte.
La morte è qualcosa di troppo sacro, troppo privato per condividerlo come facciamo noi umani.
Forse condividerlo per alcuni allevia la sofferenza, ma più ci rifletto più la cosa mi sembra stupida.

Bisogna prendersi cura del proprio dolore per una perdita, non cercare di alleviarlo prima ancora che abbia dato un qualche significato alla mancanza a cui è associato.

Ricordo poco di cosa ho fatto dopo, solo spezzoni confusi. Credo di essere corsa via con Marcus che mi correva dietro.
Non ho idea del perché lo abbia fatto, sapeva alla perfezione che non avrei fatto nulla di sciocco.
Forse voleva scappare anche lui da quel mausoleo di struggimento.
Forse era solo un riflesso condizionato per vedere se stessi bene, non ne ho idea.

Poi ci sono solo istanti troppo brevi e troppo confusi per capire cosa sia accaduto in quel frangente di tempo.
So perfettamente che potrei chiedere a mio marito cosa sia successo, ma non voglio ricordare, credo. È meglio così alla fine, non provo tutta l'urgenza del mondo nel sapere come appaio martoriata dalla sofferenza per la morte.
La mia immaginazione basta per il momento.

Chiunque abbia mai detto che il tempo cura le ferite non deve aver sofferto molto.
Il tempo non cura proprio niente.
Il tempi cicatrizza ma non cura, perchè ogni giorno che passa fa solo più male quando quella ferita si squarcia ancora.

Generalmente la fisso in silenzio anche per delle ore, trattenendo le lacrime sul fondo della gola, mordendomi le labbra se è necessario.
Non accetto di piangere di  fronte a quella tomba.

Piango lontana dalla tomba.
Mi dispero nel sedile posteriore della mia auto con le braccia di mio marito che mi avvolgono mentre urlo e strepito in preda al dolore, ignorando anche le sue carezze gentili sulla mia testa per confortarmi, completamente immersa nella mia bolla di irrazionalità.
Ma non piango di fronte a lui.
Non voglio.
Non ci riesco, non riesco nemmeno a singhiozzare di fronte ai suoi resti.

Lui odierebbe vedermi piangere, ha sempre odiato vedermi piangere, ha sempre odiato vedere chiunque piangere.

Mi lasciava piangere, mi diceva di lasciar scendere le lacrime e anche di urlare se mi serviva per stare meglio.
Eppure, ogni volta che piangevo c'era sempre una sfumatura particolare che gli colorava gli occhi ogni volta che vedeva qualcuno disperarsi, quasi lui stesso soffrisse di quel dolore che vedeva impresso negli altri.
Si direbbe che era una persona molto empatica e buona, ed effettivamente lo era, ma questi termini ogni volta che li associo a lui diventano in una qualche maniera vuoti e pieni di significato.
Non mi serve veramente descrivere una caratteristica che solo lui aveva con delle parole così banali e generali.
Tutto perde significato, una volta che lo categorizzi con dei termini che usi per altri, per milioni di altri alle volte in errore.

L'abbondanza uccide l'individuo.
Uccide il ricordo.
Uccide l'essenza stessa del vivere.

Io non credo nell'aldilà, nella vita eterna, nel paradiso, nell'inferno o nell'anima. Non sono mai stata di nessuna confessione religiosa in vita mia, e ho lasciato libere le mie figlie di scegliere se adottare una qualsiasi religione o meno.
Non credo che mentre mi trovo sulla sua tomba lo spirito di mio padre mi stia osservando o qualcosa del genere.
Quello che mi fa male è il ricordo di quello sguardo, sapere che lo avrebbe fatto se mi avesse visto adesso.

Il ricordo di un fantasma che mi perseguiterà sino a quando non morirò io stessa, presumo.

Non ho mai capito il motivo per cui sia concessa la più grande disperazione per una morte solo alle mogli, ai mariti.
Ed i figli?
I figli come me non hanno diritto al dolore, alla sofferenza per chi li ha plasmati nel loro essere?
È vero, io forse non sono veramente sua figlia nella carne, come lo sono i ragazzi di Coral, la mia stessa pelle, scura, fautrice di così tante controversie, testimonia che non c'è una parentela fisica nel nostro sangue.
Nonostante questo, Larry è il padre che ho scelto, così come Coral è la madre che ho scelto di avere.

In questo caso, quanto vale il mio dolore?
Ho il diritto alla mia disperazione o sono esagerata e sfrontata nel mio tormento?


Si negli intermezzi non c'è un commento al capitolo, nè conteggio delle parole.
Rimane così e basta.
Senza un'anima credo.

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