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To live or to die

(T/N) ---› tuo nome
(T/C)---› tuo cognome
(T/G/C)---› giorno del tuo compleanno
(C/C)---› colore capelli
(C/O)---› colore occhi
(T/C) ---› colore preferito

Queste sono le condizioni che troverai nella storia, se ci sarà qualcosa di diverso sarà scritto accanto alla condizione fra parentesi.
Questa è una Namjoon x Reader piuttosto particolare, non aspettarti il tuo personaggio come qualcuno di sciocco, debole e lamentoso ma qualcuno di piuttosto "cazzuto" e saranno presenti contenuti sensibili come violenze fisiche e psicologiche oltreché altre cose riguardante il crimine organizzato e le armi quindi, se non è il tuo genere, ti sconsiglio di leggere. Non voglio urtare la tua sensibilità.
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«Correte cazzo» urlava la mora con le mani sul volante, a labbra serrate, con lo sguardo scuro puntato sulla strada ancora sgombra dai nemici, ignorando il suono delle pallottole che venivano esplose dalle canne delle pistole e le urla di coloro che avrebbero dato di tutto per portare dal loro capo le loro teste, proprio come un cane con l'osso.
«Cazzo, cazzo, cazzo ma non doveva essere una cosa tranquilla?» chiese sbuffando la Riccia, salendo velocemente nella portiera aperta dell'automobile sportiva, sbuffando contrariata coprendoti con il suo fidato M110, di un nero lucente che rifletteva i raggi dell'alba appena giunta.
I tuoi capelli (c/c) si libravano in aria seguendo i movimenti repentini del tuo corpo, la tua pelle era segnata da piccoli tagli e rivoli di sangue dovuti a quei proiettili che ti avevamo quasi colpita, i quali, fortunatamente, erano riusciti solo a scalfirti, insieme ai veri rotti della finestra dalla quale eravate schizzate fuori non appena l'atmosfera di quel luogo si era fatta fin troppo sospetta.
«Deve essere stato uno di quei bastardi, scommetto che è stato Jared visto che suo fratello sta con i Black Skull, sapevo che doveva esserci una spia. Dannazione» imprecasti furiosa salendo sull'automobile più velocemente possibile, a quel punto la vettura partì a tutto gas con te che ti scervellavi per capire dove andare per stare in un posto sicuro, poi ti venne in mente un luogo che solo voi potevate conoscere.
«La villa in periferia. Non l'ho mai menzionata e risale alla nostra infanzia, non possono trovarci lì» spiegasti alla ragazza che era alla guida, Veronica, la quale si abbassò la visiera del capello sopra gli occhi come a farti capire che ti aveva ascoltata, tu legasti i tuoi capelli e li camuffasti in un berretto di cotone morbido, nero, mettendo poi un paio di occhiali in stile Rayban, Rosalba invece si limitò a slegare la chioma boccolosa e indossate un paio di occhiali da sole scurissimi per poi occuparsi alla svelta delle tue ferite, sebbene fossero superficiali.
In qualche ora vi trovaste davanti ad una grossa villa di periferia che, a giudicare dalle sue condizioni, era priva di abitanti da molto tempo e quel luogo faceva proprio al caso vostro dato che c'erano davvero pochissime case nelle vicinanze.
Il legno morbido del pavimento, le grosse vetrate ampie e i quadri dall'aspetto austero e prezioso riportarono alla tua mente il tuo passato, ricordasti di quando eri solo una piccola bimba contenta della presenza dei tuoi amorevoli genitori, rammentavi ancora di come credevi alla spensieratezza della vita, ricordasti di quando avevi accanto coloro che ti avevano donato la vita a proteggerti e di quando la tua unica preoccupazione era il tempo, a tuo avviso troppo ridotto, nel quale potevi giocare con le tue amiche d'infanzia.
Ricordavi il cielo limpido delle giornate estive, il vibrante verde smeraldo delle siepi e delle varie piante del grosso giardino dell'imponente abitazione, rammentavi i colori sgargianti dei vari fiori odorosi e i caldi raggi solari che facevano risplendere l'acqua cristallina della fontana nel centro dell'elaborato spazio verdeggiante.
La mente ti riportava ai tuoi dieci anni, quando ti destreggiavi in quella proprietà al tempo brillante quanto meravigliosa, giocando con le tue amiche felice, come una bambina doveva essere, ma a quei tempi non sapevi ancora che in un solo giorno ogni cosa sarebbe cambiata.
Ricordavi di come le risate giungessero ovunque o di tutte le volte nelle quali eravate inciampate in quel gradino irregolare alla fine della scalinata del primo piano, la tua mente ricacciava i ricordi come se tutto non fosse successo otto anni prima ma quasi fosse accaduto il giorno stessl, la cosa ti fece riempire la pelle di brividi per qualche ragione che non comprendesti.
Stavate giocando, Rosalba era accanto a te, aspettavi che le tue altre due amiche scendessero le scale, Veronica però inciampò aggrappandosi per non cadere, alla schiena di Michela, la quale si riprese per miracolo ma cominciò a correre dietro alla mora per rammentarle di non compiere lo stesso sbaglio ancora una volta, poi all'improvviso sentiste i tuoi genitori gridare, vi presero tutte e vi infilarono in un armadio, prima che i genitori della riccia e di quella ragazza che in quel momento non era più con voi entrassero nella stanza.
«Che sta succedendo signori (T/C)?» chiese una delle donne preoccupata per la sua amata bambina, tuttavia nessuna risposta uscì dalle labbra dei due perché degli uomini, armati fino ai denti, avevamo fatto irruzione nella stanza e avevano cominciato a sparare ovunque, qualche colpo aveva perforato il legno del vostro nascondiglio cosa che, come sarebbe stato normale, fece venire da urlare a Rosalba e Veronica, zittite però prontamente da Michela, che guardava impassibile dalla fessura del mobile, mentre tu eri paralizzata con il sangue che ti si era ghiacciato nel corpo, con una strana sensazione addosso come di irrealtà.
Potevi scorgere come il sangue zampillasse fuori dai cadaveri distrutti da una scarica esagerata di pallottole, quel liquido rosso, a causa dei numerosi colpi era schizzato ovunque, sulle pareti rivestite da tappezzeria pregiata, in origine candida come la neve, sul pavimento di un nero lucido ed era colato fra le fughe delle mattonelle, quelle anche erano state bianche.
Era stato uno scemando: prima c'erano state le grida, brevi ma potenti che avevano riverberato attraverso i vostri corpi, poi erano state spezzate dai singhiozzi sfiniti e le preghiere di genitori che non desideravano che ai loro figli venisse fatto del male, che pregavano gli aggressori di lasciar perdere il sangue del loro sangue ed in fine cadde il silenzio, reso pungente dall'acre odore della morte che aleggiava in quella stanza.
I cinque uomini ben piazzati e chiaramente pericolosi avevano tutti un fattore comune, il tatuaggio di un teschio nero ben evidente sulla pelle del braccio sinistro, proprio all'altezza della spalla e fu qualcosa che nessuna delle ragazze avrebbe mai dimenticato, chi per gli incubi che ancora le popolavano la mente, chi per un odio che non si sarebbe estinto e foste tutte sollevate quando costoro lasciarono la stanza, ancora di più quando udiste i loro passi pesanti scendere lungo la scalinata lignea che sbucava nel salotto al pian terreno.
Eravate ancora spaventate, chi completamente in panico, chi abbastanza maturo da mantenere la calma, come te e la castana che tentavate di tenere a bada le altre due, sapevi che c'era qualcosa che non andava, che era troppo strano che se ne fossero andati senza rubate nulla o tantomeno prendere un bottino, cosa che ti rese piuttosto diffidente verso la possibilità che fosse tutto finito.
«Ancora nulla?» una voce ovattata, probabilmente proveniente dalla fine del corridoio nel quale si trovava quella stanza giunse alle vostre orecchie, poi una risposta urlata forse dalla scalinata da lì poco distante «No, non dovevano esserci delle bambine qui? Se le trovate potremmo ricavarci un bel po'» e quando udiste questo capiste tutte, subito, in che situazione eravate.
«Che succederà se ci prendono?» chiese Rosalba che si era calmata
«Meglio non scoprirlo» rispose velocemente Michela guardandoti e tu annuisti, eravate le uniche due abbastanza lucide da capire che i sentimenti vi avrebbero condotte ad un brutto fato e anche se eri triste, arrabbiata e troppe altre cose per comprenderle, stavi tentando di mantenere la mente sgombra e fosti felice di essere così sveglia sebbene ancora una bambina.
«Dobbiamo separarci, è più facile che ci trovino ma dato che stanno cercando ovunque ci beccheranno in ogni caso, almeno così c'è più probabilità che almeno una di noi riesca a scappare» dicesti sussurrando con tono calmo, cercando di trasmettere un po' di coraggio a Veronica che tremava impaurita, incapace di sviare lo sguardo dai cadaveri sanguinolenti di chi le aveva donato affetto e amore nel corso degli anni.
Usciste lentamente dal vostro nascondiglio, Michela fissò per un attimo il corpo della madre, l'unica con il viso integro e le chiuse gli occhi in silenzio, per poi coprire, con l'aiuto di voi altre, tutti i corpi, giusto per far conservare un minimo di dignità a quei poveri cadaveri, poi prima di aprire la porta decideste che direzioni prendere, vi salutaste come se quella fosse potuta essere l'ultima volta che vi vedevate e poi vi separaste, a malincuore, con il muscolo vitale che palpitava in gola e la paura che circolava nei vostri corpi.
Proseguivi aquattata vicino alle pareti, ti muovevi lentamente facendo attenzione a non causare il minimo rumore, che fosse il tuo respiro o anche solo lo scricchiolare delle assi in legno e in questo modo, neppure tu sepesti con quale calma, riuscisti ad aggirare un gran numero di persone che a quanto pare vi stavano cercando convulsamente, quando poi però fosti vicina alla porta secondaria posizionata in cucina sentisti delle mani grosse e brusche che ti tirarono indietro.
Volevi urlare per chiedere aiuto, divincolarti, agitarti il più possibile nel tentativo di scappare e correre via, nonostante la stretta forzuta dell'uomo che ti aveva afferrata, tuttavia urlare non sarebbe servito a nulla se non ad attirare maggiormente l'attenzione e soprattutto le altre o erano state già catturate o stavano ancora tentando di scappare e sapevi bene che se ti avessero udita, qualcuna fra loro avrebbe tentato di aiutarti.
Anche se sapevano che per nessun motivo avrebbero dovuto voltarsi e che dovevano solo continuare a correre quanto più in fretta fosse stato possibile se fossero state trovate, che avrebbero dovuto essere caute nei movimenti per riuscire ad andarsene più lontano possibile nel minor tempo.
Dunque, ti trattenesti dal lasciare uscire le urla, sebbene il tuo istinto primario fosse quello di farlo, ma a quel punto una mano venne posizionata davanti alla tua bocca, impedendoti così di produrre suoni eccezione fatta per qualche lamento ovattato, questo ti fece spalancare gli occhi (C/O) che, agitati, corsero per tutta la stanza alla ricerca di una via di fuga fino a quando notasti la figura della corvina che si trovava davanti a te, seduta per terra, imbavagliata con un panno sporco, talmente stretto da aver segnato la sua pelle pallida, con la testa pendente di lato, la chioma scura, scompigliata che le sfiorava le palpebre celate, probabilmente un segno del fatto che fosse stata stordita in qualche modo.
La voce profonda e graffiante del tuo aggressore chiamò i compagni nella stanza a fianco, i quali ti tennero ferma, rendendo così più facile a loro il compito di legarti e a te quello di tentare la fuga, nonostante ti stessi dimenando, cercando di togliere quelle grosse mani dal tuo corpo, senza successo e subito dopo, colui che vi aveva fatto questo, ti guardò «Peccato che non ci sia nessuno che pagherà per avervi indietro, ma sono certo che tuo zio, cara (T/N) (T/C), pagherà bene pe averti fuori dai piedi e se la gestisco bene posso anche arrotondare. I bordelli illegali hanno sempre bisogno di facce nuove...» disse schernendoti, con il suo sguardo scuro puntato su di te, tu però non riuscivi a vederlo bene in faccia, dati i forti giramenti di testa che in quel momento provocati, probabilmente dall'odore acre che sentivi filtrare attraverso il bavaglio che ti avevano messo e mentre perdevi conoscenza realizzasti che si trattava di cloroformio.
Quando vi risvegliaste non avevate nemmeno di quanto tempo eravate rimaste svenuta, poteva trattarsi, di secondi, minuti, ore o addirittura giorni, l'unica cosa della quale eravate certe era che non eravate più nello stesso luogo, tu avevi un mal di testa terribile che stava distruggendo la tua mente appena desta mentre, con le poche forze che ti erano rimaste, tentavi di tirare su il tuo corpo da quel pavimento gelido e scomodo, quella posizione faceva dolere i tuoi muscoli dunque tentasti di sistemarti meglio, senza badare al fatto che i tuoi vestiti fossero completamente sgualciti, i tuoi capelli (C/C) scompigliati e la tua vista imprecisa, ancora offuscata.
Solo dopo qualche istante che ti fu necessario per lasciare alla tua mente analitica la possibilità di elaborare quanto accaduto, ti rendesti conto che ti avevano slegato, fortunatamente, ma quel luogo sudicio ed ignaro non lasciò spazio alla contentezza, anche se fosti sollevata di notare che Veronica non stava male e che stava tentando di capire dove fosse finita e come.
Tu lasciasti che Il tuo sguardo stanco, lento e attento, passasse lungo tutta la superfice della cella in cui eravate state rinchiuse «Veronica» sussurrasti scuotendole le gambe dolcemente, a causa della distanza, seppur breve, chiamasti il suo nome trascinandoti leggermente verso di lei, con fatica, notando come fosse riuscita finalmente ad aprire completamente gli occhi, rendendosi conto della situazione mentre massaggiava i suoi poveri polsi dolenti, visibilmente agitata e spaventata, con gli occhi innocenti inondati di lacrime, le stesse che tu non versavi per non peggiorare la situazione, cercando di calmarla, consapevole che sareste dovute crescere troppo in fretta da quel momento in poi, come già detto eri sempre stata sveglia.
Ti chiedevi invece che fine avessero fatto Rosalba e Michela, speravi ottimisticamente che fossero riuscite a scappare, non volevi pensarci e non avrebbe avuto senso farlo in quel momento, in quella condizione potevate preoccuparvi solo di voi stesse, sgombrasti la mente e una volta che le lacrime smisero di solacare il volto della mora, afferrandole le mani dicesti «Ascoltami bene, per prima cosa ora asciugati quelle lacrime o quello che ne è rimasto, fatti forza perchè dobbiamo cercare di uscire da qui» «Rosalba e Michela?» chiese «Non sono qui, ma sono sicura che se la sono cavata...» rispondesti per tranquilizzarla, prima che la porta della cella venisse spalancata e dei piatti contenenti del cibo dall'aspetto orribile venissero adagiati a terra in malo modo, esitaste ma cedeste alla fame e mentre mangiavate sentiste le urla e i pianti di alcune bambine o ragazze, erano lamenti disumani che ti fecero provare timore, la porta in pesante ferro era stata chiusa e non potesti vedere nulla ma non fu difficile immaginare «Dobbiamo uscire da qui, velocemente » esclamasti preoccupata.

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