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II

Anni erano passati da quel lontano evento, ma il dolore in Alaain non era cessato neanche un secondo.

Governava sugli elfi da un secolo, beveva, restava fuori tutta la notte camuffandosi da uomo e tornando a palazzo ubriaco. E mai nessuno osava sfidare la sua autorità.

"Mio Re" disse un servitore inchinandosi davanti al trono.

"Parla" concesse Alaain con un cenno della mano.

Non riusciva a vederlo, per questo iniziò a roteare gli occhi a vuoto. Non riusciva a vedere mai nulla in quei giorni.

Per rimediare bevve un altro sorso dal bicchiere colmo di vino.

Sul suo trono intrecciato giacevano troppe bottiglie vuote.

"Un'elfa chiede udienza" sussurrò l'elfo impaurito.

"Cacciala" rispose il Re.

"Dice di conoscerla, il suo nome è Katerin. Scusatemi se mi permetto, ma vi ho sentito molte volte pronunciare questo nome nel sonno" osò il servitore.

Alaain si rialzò sul trono, mentre la sua mano tremava, facendo uscire qualche goccia di vino dal bicchiere colmo.

"È impossibile" sussurrò stringendosi il petto "Lei è andata via"

Ricordava benissimo quella giornata soleggiata di fine stagione.

Quando le aveva urlato di andarsene se non voleva sottostare al suo governo.

Quando lei aveva pianto. Quando gli aveva detto "Alaain sei cambiato".

Il Re si alzò barcollante, rischiando di inciampare più e più volte, poi si diresse di corsa all'entrata del palazzo reale.

"Mio Re" disse Katerin inchinandosi. Era cambiata, gli occhi nocciola sembravano spenti, il corpo magro era più muscoloso e più ferito, notò Alaain, ma non aveva perso la sua bellezza.

"Cosa ti porta qui?" sussurrò il Re degli Elfi, cercando di mettere a fuoco la forma dell'elfa.

"Una confessione che non ho mai condiviso con te" sussurrò lei.

"Vieni nel bosco con me?" osò chiedere.

Katerin sorrise, sapeva che non era sobrio, sapeva che avrebbe dimenticato tutto, ma non le importava.

Camminarono a lungo proseguendo fianco a fianco, poi giunsero in una radura.

"Ti ricordi questo posto?" chiese Katerin.

"Sei bella" disse Alaain.

No, non glielo stava dicendo perché ricordava quella vecchia conversazione fatta secoli prima, l'elfo aveva presente solo la morte di suo padre in quel giorno scuro.

"Non sai quello che dici" continuò lei, come gli aveva detto da giovane.

"Invece sì, lo penso davvero" ammise lui, i suoi occhi annebbiati dicevano la verità.

La grande mano di Alaain sfiorò la guancia di Katerin, e la attirò a sé in un gesto improvviso.

Le loro labbra si scontrarono e si cercarono, recuperando il tempo passato lontani l'uno dall'altro.

"Ti amo Alaain" sussurrò lei.

"Oh, Katerin" rispose.

Quando l'elfa si allontanò lui la tirò di nuovo a sè.

"Da secoli aspettavo questo momento" sorrise Alaain.

"Non andrò più via, te lo prometto" disse Katerin, accarezzando lentamente la guancia del suo amato.

E si baciarono ancora, tra i boschi e tra le stelle della sera, che stava lentamente calando su tutta la città.

~~~~~~

Venne il mattino e il sole sfiorò dolcemente i volti dei due elfi addormentati beatamente.

Le palpebre di Alaain ebbero un fremito, poi si aprirono, consentendogli di assistere alla vista del bosco nelle prime ore mattutine.

Non ricordava molto della giornata precedente, non ricordava come era finito abbracciato all'elfa, non ricordava perché Katerin fosse lì con lui. Lei era andata via.

Con un movimento impercettibile sfiorò la mano della sua regina, osservandola.

Erano entrambi appoggiati con la schiena ad un albero, che donava loro la sua ombra. L'ondeggiare dei rami al vento permetteva alla luce di raggiungere il volto di Katerin, infastidendola leggermente.

Alaain portò la sua mano in direzione degli occhi dell'amata, facendole ombra.

"Oramai sono sveglia" sussurrò lei, depositando un bacio sul palmo dell'elfo.

"Vieni con me" propose lui, e la accompagnò in uno spazio senza alberi, dove il sole era libero di giocare con i riflessi sulla lunga spada del sovrano, che teneva sempre al suo fianco.

"In guardia" disse Alaain porgendo la sua arma a Katerin, poi tirò fuori un misero pugnale. "Ho intenzione di arruolarti nell'esercito" sorrise.

Eccola, la scusa perfetta. Sarebbe stata un semplice soldato, poi il sovrano avrebbe rivelato di avere una relazione amorosa con lei e i suoi elfi avrebbero accettato senza fare problemi.

Lei sollevò la spada, osservandola.

Era bella e lucente, come ogni spada appartenente ad un sovrano, e riportava incise le iniziali del Re.

A.M.

Alaain Meylord.

"Non voglio essere soldato" disse. 

"Allora illustrami i tuoi desideri" rispose l'altro.

Katerin compì una giravolta su se stessa, cercando di fare un affondo al sovrano, prontamente fermato dal piccolo pugnale.

"Voglio essere la tua regina" 

E con un movimento agile raggiunse le labbra del sovrano facendole sfiorare con le sue.

I due corpi si allontanarono.

Lei scosse la testa sorridendo. Era decisamente ridicola come scena, non aveva alcuna possibilità contro l'elfo, neanche adesso che era armato solo di un pugnale.

Indietreggiò, poi riprovò a colpire il sovrano, questa volta con un cambio veloce di posizione, fingendo un attacco a destra e spostandosi verso sinistra.

Alaain restò impassibile, fermando ancora una volta la sua stessa spada.

"Prevedibile" commentò accennando un piccolo sorriso.

Un altro rumore metallico e la spada era stata di nuovo bloccata dal pugnale.

Altri due ed il pugnale era puntato al collo dell'elfa.

"Ho perso l'allenamento a combattere" decretò Katerin.

"Non sei cambiata neanche un poco dall'ultima volta che ci siamo visti"

Alaain si poggiò sull'erba, osservando l'elfa. "Mia regina"

Lei sorrise, con un sorriso talmente vero e grande che il suo volto splendette più del sole per qualche secondo.

"Mio Re"

Da quel giorno passò parecchio tempo.

Tempo nel quale ci fu amore, gioia e pace, sia nel regno degli elfi sia nei circostanti.

Erano anni d'oro per la terra di Loraan, dove gli elfi abitavano e curavano la magnifica vegetazione, erano anni d'oro per la terra di Meta, dove facevano sentire la loro presenza i nani, infine c'erano gli anni d'oro della lontana isola di Sindhra, nella terra degli uomini.

"Amore mio?" chiese Alaain bussando alla porta della sua stanza.

Katerin era chiusa lì dentro con un'elfa anziana da troppo tempo.

Era svenuta in giardino, sotto l'ombra degli alberi, tra le braccia del sovrano.

"Amore?" provò ancora Alaain.

La porta fu socchiusa dalla servitrice.

"Tra poco non sarete solo in due a governare su questo regno" disse.

Dietro al corpo dell'elfa si scorgeva Katerin, sdraiata tra le candide lenzuola, con in volto una gioia che solo le madri sono capaci di provare.




A palazzo quel giorno c'era grande entusiasmo e confusione.

La regina stava partorendo il principe, il suo erede al trono, o forse la sua principessa, quindi una donna da cedere in sposa a qualche ricco sovrano.

Alaain camminava da ore intorno al lungo tavolo della sala da pranzo, cacciato malamente dalla sua stanza.

I lunghi capelli erano disordinati, la sua veste sgualcita. In volto aveva un'espressione indecifrabile, mentre teneva le mani intrecciate dietro alla schiena.

Si avviò verso uno degli innumerevoli scaffali, un libro era illuminato dalla luce.

Era un gioco di specchi assurdo, ma creato con gioia da Erdal, lo stregone che conoscevano tutti, l'unico ancora in vita.

Quel libro non era casuale, era il libro della stirpe dei Meylord, generazione per generazione.

Alaain lesse il primo nome, nell'intrecciato albero genealogico.

"Amryn" sussurrò.

Le dita affusolate afferrarono la piuma nel calamaio, scrivendo lo stesso nome sotto il suo e quello di Katerin.

Era sicuro che suo figlio fosse un maschio.

Lo sentiva nel cuore.

All'improvviso udì un lontano vagito.

Si alzò di scatto.

Alaain corse per tutte le stanze, entrando all'improvviso nella sua camera.

"Amore" sussurrò Katerin.

"Benvenuto in famiglia, Amryn Meylord" disse Alaain prendendo tra le braccia il neonato.

Lo osservò attentamente, aveva lunghe orecchie a punta, coperte da una folta capigliatura bionda, più bionda della sua.

Gli occhi erano color perla come i suoi, ma lo sguardo era quello di Katerin.

La risata candida del bambino echeggiò nella stanza.

Poi un corno.

"Le vedette!" esclamò Alaain.

Katerin si alzò a fatica dirigendosi al grande balcone.

Le guardie erano sul suolo, con numerose frecce conficcate nel corpo.

"Ci attaccano!" urlò, stringendo forte a sé il bambino appena nato.

Grandi fiamme si dimenavano ai piedi del palazzo reale.

Andava tutto a fuoco, non c'era via di scampo.

Alaain trascinò Katerin e suo figlio in un passaggio segreto uscendo nel bosco.

Gli alberi riflettevano il rosso fuoco delle fiamme, riflesso anche negli innocenti occhi di bambino di Amryn.

Alla loro vista comparvero milioni di creature armate, erano i Mutati, umani che tempo addietro avevano negato il loro giuramento di pace. Umani trasformati in mostri, umani quasi imbattibili.

Alaain sguainò la spada, ma vide l'ultima cosa che avrebbe voluto vedere, un enorme rettile volante.

Rosso come il fuoco e grande quanto il palazzo reale.

Un drago, era un drago quello che volava sulle loro teste.

Lo stomaco dell'animale si riempì di lava incandescente e sputò fuoco.

Il palazzo era ormai andato perso.

Altre fiamme fuoriuscirono dalle fauci della bestia, il bosco era completamente incendiato.

Ancora fiamme, ormai tutti vedevano solo fuoco.

Katerin urlò una frase che nessuno udì, neanche le orecchie degli elfi, abituate a cogliere anche i suoni più lontani.

Era qualcosa in una lingua sconosciuta.

Fatto sta che Alaain si ritrovò con suo figlio tra le braccia, mentre una fiammata più potente di altre si dirigeva nella sua direzione, si abbassò, ma niente lo colpì.

Qualcosa era stato messo davanti a lui per bloccare il fuoco.

Qualcosa o qualcuno.

"Katerin!" fu il suo ultimo urlo.

Poi iniziò a correre come non aveva mai fatto verso l'unica via di scampo.

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