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Quel ragazzo, dopo una breve presentazione, su indicazione della Ross corre verso il banco libero vicino a me e si siede, contento. Io mi limito a fissarlo: è strano. E poi è così raggiante, come il sole, che non c'è nel cielo.
Cavolo, ti sei solo trasferito in una nuova scuola, che hai da essere così felice?
<<Sono Hobi!>> dice, accorgendosi di avere i miei occhi addosso.
Rendendomi conto di essere appena stata sgamata, mi giro composta nel mio banco e scarabocchio cose a caso sul quaderno.
Sento il ragazzo ridere, e stavolta gli occhi addosso me li ritrovo io.
<<Perché ridi?>> chiedo, però senza guardarlo.
Hobi non risponde.
Sono quasi tentata di chiederglielo ancora, se non fosse per la professoressa che inizia a parlare della Divina Commedia di Dante Alighieri. Cose fate e strafatte. Inizio così a scrivere i miei soliti pensieri sul vecchio diario che porto sempre con me.
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<<Avanti, condividiamo i tuoi pensieri!>>
OH NO. Non ci credo. No, no, NO!
Ovviamente mi sono persa nello scrivere, e ora la professoressa, accorgendosi che non ero attenta, mi ha sottratto il diario e ora vuole leggere ad alta voce. Tento di fermarla, ma invano.
<<Tutto scorreva come sempre...Fino a dieci minuti fa. Nella mia monotorietà è entrato Hobi, un tipo strano con un cavolo di sorriso sempre stampato in faccia: non ha smesso un attimo di sorridere! Chissà cosa lo rende così felice... Pensa che fortuna, è seduto proprio vicino a me! E mi fissava anche! Ok, solo perché l'ho fatto anche io... Ma questo è un altro discorso, questo mi sa di inquietante...>>
Sento la terra che si dissolve sotto ai miei piedi: voglio sprofondare e non essere mai esistita. Guardo Hobi che fissa la prof ascoltando tutte le parole che escono da quella maledetta bocca.
Prima che lei potesse dire altro corro, le tolgo il quaderno dalle mani ed esco dalla classe umiliata fino in fondo. Lacrime cadono e non mi permettono di vedere chiaro dove vado; in cortile adocchio una panchina: mi ci siedo, sbatto il diario vicino a me e mi chiudo in me stessa, con le cuffie e le mie solite gocce d'acqua.
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<<...>>
Apro gli occhi: qualcuno sta parlando, ma per via della musica non sento le parole: in quel microsecondo ho la possibilità di ignorare o alzare lo sguardo. E non faccio in tempo a decidere che qualcosa mi sfiora la mano che racchiude le mie gambe. Alzo quasi impaurita lo sguardo: sento già che quel poco di mascara che indosso per rendermi presentabile si sia sciolto in modo orribile, ma quel pensiero mi attraversa la mente solo dopo che accorgo di essere osservata. Tolgo le cuffie e cerco di pulirmi il viso, per guardare chi sta interrompendo la mia sezione di pianto.
<<Stai bene?>>
È Hobi.
SUL SERIO?
<<P-perché?>> mi limito a dire, per poi coprirmi la faccia.
<<In che senso?>>
<<Perché sei qui? Dopo quello che hai sentito in classe! Com'è possibile che non mi odi?>>
<<Ma io... Io non ti odio>>
Lo guardo con fare stupito. Mi verrebbe da dire "ma sei scemo?" ma mi contengo.
<<Stai scherzando, forse? Non vedi che già non sto bene? Non sei divertente>>
Hobi si mette a ridere, cosa che inizia ad irritarmi.
<<Perché ridi ancora? Cos'hai da essere così felice, eh? Vuoi farmi vedere che sei capace di sorridere e che sei raggiante? Sei in cerca di amici e fai tutto il simpaticone ridendo sempre? Che problema hai, me lo spieghi? È da quando sei qui che continui con questi giochetti e la cosa mi innervosisce, mi innervosisce molto, perché tu hai tutto quello che io voglio e non posso avere!>>
Mi tappo immediatamente la bocca.
Come mi sono uscite tutte quelle cose?
Mi viene da piangere.
<<S-scusami>> singhiozzo, pronta a beccarmi qualsiasi cosa.
E invece Hobi sposta il diario, si avvicina e mi abbraccia, in modo da nascondermi dagli studenti che passano per la ricreazione in cortile.
<<Tranquilla, ti copro io. Sfogati>> sono le sue uniche parole.
E io piango, piango, lascio che tutto vada come deve andare... E mi sento, per la prima volta in questa odiosa vita, protetta.
Can you hold me without any talking?
Quella frase mi attraversa ancora la mente: è destino, non ho altre spiegazioni.
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