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[029] partorire è meno complicato di guidare

capitolo ventinove
partorire è meno complicato di guidare





                          SEDUTA DIETRO AL BANCONE A SCANNERIZZARE LIBRI, Nathalie non faceva altro che pensare al fatto che fra pochi minuti sarebbe finita la sua mezza giornata e sarebbe andata in spiaggia con Steve. Quando glielo aveva proposto, non ci aveva neanche pensato, ma poi, quella mattina, aveva messo a soqquadro la casa per andare alla ricerca del bikini perfetto. Si era così resa conto di averne alcuni parecchio discutibili, ma, in assenza di tempo per comprarli, aveva optato per uno semplice color blu elettro. Era sempre stato il suo preferito, forse perché era un colore che la stava bene, o forse perché era l'unico normale in mezzo a tanti bikini con numerose fantasie — Claudia spesso dimenticava che oramai fosse grande.

«Me lo dai quel libro o vuoi tenerlo?» una voce stridula la destò dai suoi pensieri.

Solo in quel momento Nathalie si rese conto di essere ancora a lavoro e di tenere quel libro fra le mani da buoni cinque minuti. Questo era evidente che avesse portato gran noia alla ragazzina, che la guardava con un cipiglio, masticando rumorosamente la sua gomma.

«Certo, scusa» si limitò a dire, passandole il libro e lo scontrino.

«Amen» mormorò lei, poggiando i dollari sul bancone.

«E chiudi quella bocca quando mastichi. Non sei una capra» borbottò Nathalie, ricevendo un dito medio in risposta.

Quando la ragazzina andò via, la Henderson tornò a tamburellare le dita sul bancone, non smettendo di guardare l'orologio in maniera ossessiva. Un minuto.

Era parecchio ansiosa, a dirla tutta: insomma, andava pur sempre in spiaggia con il ragazzo che le piaceva, e sperava davvero con tutta se stessa che non flirtasse con nessuna davanti ai suoi occhi. Come minimo lo avrebbe riempito di botte.

Nel momento esatto in cui le lancette puntarono sulle dodici, Nathalie balzò in piedi. «Ehi, Jamie, turno finito. Tocca a te!» urlò alla sua collega, che sfogliava distrattamente una rivista.

Senza aspettare neanche la sua risposta, si mise lo zaino in spalla e abbandonò la libreria, dirigendosi prima verso il negozio di musica per salutare il suo svitato preferito.

Quando varcò la soglia del negozio, si trattenne dal ridere vedendolo litigare con un cliente.

«... d'accordo? Quindi, stronzetto, tu non puoi venire qui e affermare che i Journey sono migliori dei Kiss. È un'eresia, oltre che una grande puttanata».

«Ma io-»

«Ma tu niente. Questa — gli sfilò una cassetta dalle mani — la prendo io, e non voglio vederti più qui dentro fin quando non saprai cantarmi a cappella almeno cinque canzoni dei Kiss, chiaro?»

Il ragazzino, visibilmente spaventato, si limitò ad annuire e, tremando, andò via.

«Munson, ci fai perdere i clienti!» lo bacchettò il suo collega.

Eddie, in risposta, lo fulminò con lo sguardo. «Sai cosa provo quando qualcuno entra qui senza avere una cultura musicale? Mi... mi formicolano le mani, ecco» scosse la testa, indignato.

«Com'è che era? — Nathalie prese parola, attirando la sua attenzione — Il cliente ha sempre ragione

«Errato, piccola Nathalie» scosse la testa. «Il cliente non ha mai ragione. Il cliente va preso a calci in culo quando afferma che i Journey sono migliori dei Kiss. Dio, rabbrividisco se ci penso» assunse un'espressione disgustata.

«Tu lo sai, vero, che esistono i gusti personali, sì?» lo prese in giro, ridacchiando.

«Gu- gusti personali? In quale universo parallelo può essere giusta la sua affermazione? I Kiss... loro sono... sì, sono un'icona» mormorò sognante prima di guardarla con occhi spalancati. «E il fatto che tu lo difenda mi fa sorgere un brutto, orribile dubbio — le si avvicinò lentamente — Journey o Kiss?»

Lei, sentendosi sotto esame, quasi ebbe paura. «Ehm... entrambi?» tentò.

«No, no, no. Non esiste entrambi. Journey o Kiss?» ripetette, poggiandole come al solito le mani sulle spalle. «Ti supplico, dammi la risposta giusta».

Nathalie si trattenne dallo scoppiare a ridere. «Bene, allora mettiamola così: se fossi costretta a scegliere tra Don't Stop Believin' e I Was Made For Lovin' You, sceglierei la seconda».

Eddie rimase fermo a guardarlo per qualche secondo, probabilmente valutando la risposta e cercando di capire se farsela bastare o meno. Alla fine, però, sorrise.

«La passi liscia solo perché sei tu, piccola Nathalie — le strizzò la guancia — A proposito, che hai nello zaino? Qualcosa da mangiare per il buon caro e vecchio Eddie?»

«No. Vado in spiaggia. Sono passata a salutarti» gli rispose.

Il ragazzo quasi ghignò. «Lo senti nell'aria quest'odore di... di primavera, Nathalie?»

«No perché è estate, stupido» gli diede un leggero pugnetto alla spalla.

«Ma a noi non importa, giusto? Se diciamo che è primavera, allora è primavera. La stagione dell'amore» disse teatralmente, strappandole una risata.

«Certo, la stagione dell'amore» scosse la testa, divertita.

«Ehi, ehi, no, sono serio. È il momento giusto. Cogli l'attimo. Sai, no?»

Nathalie sospirò profondamente prima di annuire. «Colgo l'attimo, sì. Ora però vado».

«Ciao, piccola Nathalie» sventolò la mano verso la sua direzione.

La ragazza sorrise prima di girare i tacchi e dirigersi a passo svelto allo Scoops Ahoy, arrivando giusto in tempo per vedere una ragazza rifiutare le avance di Steve, che strinse con forza il cappello. Robin, in risposta, afferrò la lavagnetta con cui teneva il conto dei suoi fallimenti, facendo l'ennesima linea accanto alle altre dieci.

«Nessuna che salpa verso un oceano di sapori con te?» scherzò Nathalie, attirando l'attenzione.

Steve sbuffò rumorosamente, scuotendo la testa. «La politica aziendale fa schifo» gettò il cappello sul bancone.

«Già. La politica aziendale» Robin rise sotto i baffi. «Quand'è che ammetterai la verità?» gli chiese.

«Oh la verità, dici? — la guardò — Cioè che non sono entrato in nessun College, neanche in un istituto tecnico, e mio padre vuole darmi una lezione? Mi pagano tre dollari l'ora e non ho futuro? Questa verità?» domandò retoricamente prima di raggiungere il retro per cambiarsi.

Nathalie era riuscita a notare come gli occhi di Steve fossero, tutt'un tratto, diventati sofferenti mentre aveva pronunciato quelle parole.

Nonostante non lo dicesse a voce alta, lei era consapevole che il non aver ricevuto nessuna risposta da nessun College, lo avesse scoraggiato parecchio, e fatto sentire ancora più stupido. Per qualche strana ragione, Harrington si riteneva destinato a rimanere bloccato nella mediocrità di Hawkins, inconsapevole del fatto che nel mondo non ci si facesse strada solo con la scuola e il College. Era quindi convinto di non avere futuro, di avere oramai perso ogni cosa, mentre invece Nathalie voleva solamente che si rendesse conto del fatto che si fosse appena diplomato e che fosse ancora in tempo per costruirsi un piano futuro, soprattutto perché non era stupido. Steve, però, era parecchio scoraggiato e non tentava di migliorare la sua condizione.

«Sai — Nathalie si avvicinò a Robin — dovresti dargli una possibilità. Non è un idiota».

«Io non sono accecata dai sentimenti» le fece presente, passandole un cucchiaino con della vaniglia sopra. «So che non è odioso — ammise poco dopo — almeno non come credevo, ma sai... il fatto è che... Tammy Thompson non smetteva di fissarlo durante le lezioni con la signora Click. Io... io volevo che guardasse me, ma guardava sempre e solo lui, e i suoi stupidi capelli. E lui faceva domande stupide, Dio, era un imbecille. A lui neanche piaceva, ma gli piaceva il fatto che le piacesse... e lei non mi notava neanche. Ed io, ogni giorno, gridavo col cuscino sulla faccia in camera mia» abbassò lo sguardo mentre sentiva gli occhi pizzicare.

Nathalie sospirò profondamente, afferrandole la mano e stringendogliela con delicatezza. «Ehi, vuoi piangere per una stonata che vuole andare a Nashville?» le chiese retoricamente, strappandole una risata. «Steve è stato un coglione per molto tempo, ma è cambiato, e tu... tu sei fantastica, Robin Buckley» le pizzicò teneramente la guancia.

«Non puoi essere tu la mia fidanzata?» sembrò quasi supplicarla, sporgendo il labbro inferiore.

La castana ridacchiò dolcemente, toccandole la punta del naso con l'indice. «Magari Robin, magari».

«E invece il fortunato è sempre l'idiota» sospirò angosciata prima di allontanarsi dal bancone.

«Ehi — Steve, che si era sfilato l'uniforme, tornò da loro — Andiamo?» le chiese.

«Certo. Ci vediamo domani, Robin» le schioccò un bacio sulla guancia. Nel momento in cui si voltò per uscire di lì con Harrington, si ritrovarono davanti Mike e Undici. «Ehi! La mia coppia preferita!» disse felice.

I due, mano nella mano, fecero un sorriso imbarazzato.

«Continuerai a dirlo ogni volta che ci vedrai?» chiese il ragazzino, inclinando la testa di lato.

«Certo, perché no» annuì con un sorriso.

«Dove andate?» domandò Undici, indicando gli zaini che stringevano lei e Steve.

Nathalie la guardò dolcemente, felice per il fatto che Undici, quella ragazzina che aveva conosciuto nel novembre dell'83, che indossava una maglia gialla e aveva la testa rasata, stesse diventando una piccola donna con un proprio stile e i capelli oramai lunghi fin sopra le spalle.

«Noi ce ne andiamo a mare» si intromise Steve, circondando le spalle di Nathalie con il suo braccio, e lei dovette fare appello a tutte le sue forze per non arrossire — spesso si chiedeva se lui si rendesse conto dell'effetto che quelle azioni avessero su di lei, ma probabilmente la risposta era no.

«Perché non ce lo avete detto?» si lamentò Undici.

«Perché oggi non vogliamo stronzetti fra i piedi» disse Harrington con serietà.

«Oh volete stare da soli» sottolineò Mike, ammiccando.

«Sì, soli. Oggi non siamo babysitter» annuì Nathalie.

«Quindi mollateci il culo, marmocchi» fu l'ultima cosa che disse Steve prima di portare Nathalie fuori dalla gelateria.

«Mollateci il culo — lo scimmiottò — E poi ero io la pessima babysitter» gli pizzicò il fianco.

«Sai, credo ci sia una differenza abissale tra 'mollateci il culo' e 'sì, andiamo a morire'» le fece presente.

«Touché — ridacchiò — ma siamo un'ottima squadra, in fondo. Sai, un po' come Bonnie e Clyde».

«Bonny e Clyde non erano... criminali?» le chiese con incertezza, facendola annuire. «Beh, noi non commettiamo omicidi, però» le fece presente.

«Giusta osservazione. Noi salviamo il cazzo di mondo!»

• • • •

PRIMA DI ARRIVARE IN SPIAGGIA, STEVE AVEVA dovuto lasciare Hawkins e guidare per quasi due ore con Nathalie, che, al suo fianco, gli dava indicazioni. Probabilmente, se solo non gli avesse fatto sbagliare tre volte strada, sarebbero arrivati anche prima, ma ehi, almeno erano giunti a destinazioni.

«Il paradiso» mormorò la ragazza, osservando il mare poco distante e sorridendo felice.

Aveva sempre amato il mare, o meglio, il rumore delle onde che si infrangevano contro gli scogli. C'era qualcosa di così tanto rilassante che lei neanche riusciva a spiegare. Era terapeutico.

Quando non sentì Steve rispondere, si girò verso di lui, deglutendo rumorosamente quando si rese conto del fatto che già si fosse sfilato la maglietta, rimanendo in costume.

Steve Harrington non era chissà quanto muscoloso, eppure aveva un petto piuttosto definito, ma anche se avesse avuto la pancia, Nathalie era abbastanza sicura del fatto che avrebbe reagito alla stessa maniera perché, cazzo, era comunque il ragazzo che le piaceva.

Quando lui si voltò a guardarla, immediatamente la Henderson abbassò il capo, sperando di non essere stata colta in flagrante.

«Non ti spogli? Dalle mie parti, a mare si sta con il costume, Henderson» la prese in giro.

Nathalie ruotò gli occhi al cielo prima di sfilarsi il pantaloncino e il jeans, rimanendo in bikini. Fin qui, niente di imbarazzante, se non fosse per il fatto che Steve la stesse squadrando, facendo scorrere lo sguardo lungo tutto il suo corpo, e lei non sapeva per quale diavolo di motivo la stesse osservando così tanto e così intensamente, e, soprattutto, quali pensieri la sua mente stesse partorendo — la trovava brutta?

Errore, ovviamente. Steve, infatti, aveva sempre saputo che avesse un fisico ben definito con tutte le forme al posto giusto, eppure vederla in costume era tutt'altra cosa. Era davvero bella. Non sexy, come probabilmente avrebbe detto il vecchio Steve. Ma bella.

«Finito con la radiografia?» chiese imbarazzata lei, destandolo dai suoi pensieri.

Steve ghignò. «Continuerò dopo».

«Sai — iniziò Nathalie — non credo ci sia molto da vedere avanti. Taglia pressoché piccola» si strinse nelle spalle.

Lui schioccò la lingua sotto il palato. «E chi ha detto che le taglie grandi mi piacciono?»

«Forse le ragazze del Liceo?»

«Oh fanculo il Liceo».

E senza darle il tempo di ribattere, la prese per le gambe, mettendosela stile sacco di patate sulle spalle.

«Woah woah woah! Harrington! Mettimi giù! Se provi a buttarmi in acqua, ti giuro che-»

«Che mi picchierai con le tue manine?»

«Ti ho già dato un pugno una volta!»

«Vero, ma posso accettarne un altro».

«Steve, no! L'acqua è fredda!» continuò ad urlare, dimenandosi invano mentre lui avanzava verso il mare.

Harrington non le rispose. Semplicemente, si limitò a lanciarla — letteralmente — in acqua, seguendola subito dopo e iniziando a pizzicarle i fianchi.

Quando Nathalie riemerse, si ritrovò a ridere a causa non solo del solletico, ma anche per la situazione. Steve era in grado di farla ridere, ridere talmente tanto da farle venire i crampi allo stomaco, ed era così felice di averlo nella sua vita — la vecchia Nathalie avrebbe un'espressione accigliata mista al disgusto.

«Sei un dannato coglione, Steve Harrington, e giuro che me la paghi!» gli puntò l'indice contro, ma non riuscì a trattenere un sorriso divertito.

«Attendo di scoprire la mia punizione» e, subito dopo, le mise una mano sulla testa, immergendola in acqua.

Ovviamente, in risposta, ebbe qualche schiaffo, ma quel momento di pura leggerezza stava riscaldando il cuore di entrambi mentre si rendevano conto del fatto di provare una sensazione di libertà solo quando erano insieme.

«Dio, adoro il mare» mormorò poco dopo Nathalie, tornata su dall'ennesimo tuffo.

«Fin quando non annegherai e il campione di nuoto della Hawkins e bagnino certificato per tre anni dovrà correre a salvarti» si pavoneggiò.

«Harrington. Uno, smettila di vantarti — gli schizzò l'acqua — E due, quante volte devo ripeterti che ero piccola?»

«Beh, non proprio piccola. Tua mamma ha detto che avevi dieci anni e stavi annegando in una piscina, Henderson. Una dannata piscina» rise divertito.

«Ridi, ridi. Se fossi annegata, tu ora non ti staresti divertendo con me. E poi non tutti hanno avuto un insegnante di nuoto da piccoli e hanno la piscina in giardino».

«Oh sei invidiosa, Nathalie Henderson?»

«Invidiosa di te, Steve Harrington?»

«Puoi dirlo forte».

«Meh, no, non direi» prese un po' di acqua in bocca e gliela sputò contro.

«Gesù — mise su un'espressione disgustata — È la cosa più schifosa che tu abbia mai fatto, e ne hai fatte di cose schifose».

«Ti prego, tu sei quello che mangia le patatine immergendole nel gelato e nella Coca».

«Quante volte devo ripeterti che è un abbinamento fantastico? Provalo prima di dare aria alla bocca».

Nathalie ruotò gli occhi al cielo. «Rifiuto e corro a prendere il sole. Questa pelle cadaverica ha bisogno di scurirsi» disse, iniziando a nuotare verso la riva.

«Sai di cosa hai bisogno?» le chiese, seguendola.

«Ehm, sì. Di prendere il sole. L'ho appena detto» gli rispose con nonchalance.

Dopodiché, i due corsero verso i loro zaini, infilandosi le ciabatte a causa della sabbia bollente.

«Cosa?» chiese confuso Steve quando si ritrovò gli occhi di Nathalie addosso.

«Non mi hai detto di cosa ho bisogno — gli fece presente con ovvietà — Continua la frase».

«Ah oh... no, in realtà non intendevo dire nulla» si grattò la nuca, imbarazzato.

Lei lo osservò per qualche secondo prima di scoppiare a ridere e prendere posto sul telo che poco prima aveva steso sulla sabbia, e, ben presto, venne raggiunta da Steve, che le passò gli occhiali da sole che aveva portato anche per lei.

«Sai — la Henderson prese parola dopo qualche secondo — Dustin stamattina è tornato a casa. Ha detto che domani viene a salutarti alla gelateria».

Steve sorrise. «Finalmente quello stronzetto è tornato dopo un mese! Dio, mi mancava».

«Già, e stamattina non ha fatto che parlare di Suzie» disse ancora.

«Suzie?» domandò confuso.

«La sua fidanzata dello Utah, te ne ho parlato. Ma non dirgli che l'ho fatto. Voleva che fosse una sorpresa».

«Oh sì — annuì lui — Ma esiste almeno?»

«Steve!» gli colpì il petto, facendolo gemere.

«Gesù! — si lamentò — Dico solo che... insomma, ti ha mai fatto parlare con lei?» chiese.

«Mh no» ammise.

«Quindi potrebbe anche non esistere».

«Sai, non credo che mio fratello inventerebbe un fidanzamento... insomma, ha chiesto ai ragazzi di raggiungere la collina più alta di Hawkins per assemblare una radio che ha costruito proprio per tenersi in contatto con Suzie. Non credo che qualcuno lo farebbe per la sua finta fidanzata» gli spiegò.

«Una radio su una collina? — domandò scettico — Non può semplicemente alzare il telefono e chiamarla? Non hanno i telefono nello Utah?»

«Dice che Suzie è mormone» gli disse.

«Mormo-che? Nel senso che non ha elettricità?»

«Quelli sono gli amish» gli fece presente.

«Mormone, amish. Che diavolo stai dicendo, Henderson?» chiese esasperato.

«Sono bianchi super religiosi. Ce l'hanno l'elettricità, ma Dustin non è mormone e quindi la famiglia di Suzie non approverebbe» spiegò velocemente.

«Gesù. Tipo un ebreo con una nazista?»

«Mio fratello... sarebbe l'ebreo?»

«Beh sì».

«Sai, direi più come Romeo e Giulietta».

«Ma muoiono entrambi».

«Anche l'ebreo muore».

«Quindi tuo fratello morirebbe in entrambi in casi».

«Dio, Harrington».

«Okay, okay, ma perché diavolo gli amish non hanno elettricità?» domandò, ancora piuttosto incredulo dalla notizia appena ricevuta.

Lei gli lanciò un'occhiata che sapeva di 'sul serio?', ma, alla fine, decise di rispondere. «Qualcosa sul fatto che rovina... l'anima, credo. Preferiscono l'energia naturale».

«Quante cazzate» mormorò. «Dustin non può stare con una che non ha l'elettricità».

«Lei c'è l'ha l'elettricità, Harrington! — disse esasperata — Gli amish non ce l'hanno, e lei è mormone».

«Ah, vero» sussurrò. «Sai, Henderson, la vita stramba di tuo fratello mi fa venire il mal di testa».

«Vero, parliamo di altro».

• • • •

                                   «GESÙ, HENDERSON, MANTIENI IL PIEDE stabile sull'acceleratore! Non puoi alzarlo e abbassarlo!» urlò agitato Steve, aggrappato al sedile della sua povera auto, che veniva guidata da una folle Henderson che aveva sfiorato un palo, preso un fosso e quasi investito una coppia di fidanzati.

E tutto in un parcheggio.

«Ma è la tua auto a fare schifo. Io non alzo e abbasso il piede dall'acceleratore. È lei che... salta» si giustificò la ragazza. 

Aveva chiesto a Steve un aiuto con le guide, eppure, ogni volta che si metteva al volante della sua BMW 733i, si pentiva amaramente di averglielo chiesto per due motivi ben precisi: Steve Harrington non aveva alcuna pazienza, e, oltretutto, teneva fin troppo a quell'auto, motivo per il quale si spaventava anche solo per il minimo errore.

E poi, dannazione, urlava. Urlava come un dannato.

«La mia auto... salta? — la guardò come se fosse pazza — Strano, perché con me va benissimo, Henderson».

«Sei tu che mi metti agitazione!» ribatté.

«Ah, ora sono io? Non puoi semplicemente ammettere che sei tu a non saper guidare?» chiese esasperato.

«Se sapessi guidare, ora non staremmo qui in un parcheggio e avrei già la mia patente, non credi?» gli fece presente — ma ehi, almeno aveva superato quel dannato esame teorico.

«Henderson...» si fermò per un attimo, facendo un profondo sospiro. «È sera ed io vorrei tornare a casa vivo senza una denuncia per omicidio».

«Sei drammatico ed eccessivo. Siamo in un parcheggio».

«E stavi investendo comunque due persone».

«Sono sbucate dal nulla!»

«Gesù, tu sei- Non staccare le mani dal volante!»

«Ah sì, scusa».

«Mi sembra di rivivere un déjà vu».

«Oh andiamo, so portarla meglio di Max».

«Peggio, vorresti dire. Ed è grave, Henderson».

«Posso accendere la-»

«No! — la fermò — Hai la concentrazione di un bambino. Con la musica ci infiliamo nel fast food».

«Ehi, ma questo è un freno, giusto? Posso tirarlo?»

«Ma co- È il freno di stazionamento. Non puoi tirarlo su nel bel mezzo della guida, Gesù» si passò una mano fra i capelli.

«Quale sarebbe la differenza con il freno giù? È più comodo. Ho due piedi, non tre».

Harrington spalancò gli occhi, osservandola come se fosse veramente pazza. «Tu non sei reale» scosse la testa. «Henderson, il piede destro per l'acceleratore e il freno, e quello sinistro per la frizione» ripetette per la centesima volta.

«Ma allora perché hanno inventato questo freno qui?»

«Lascia perdere questo dannato freno a mano!»

«E tu smettila-» si bloccò nell'esatto momento in cui fece spegnere l'auto. «Ops» sorrise nervosamente.

«Hai premuto solo il freno?» le chiese esasperato.

«Già. Avevo dimenticato di dover abbassare prima la frizione — si passò una mano fra i capelli — Dio, sono una frana» si scoraggiò.

«Frana è un complimento» mormorò lui, ricevendo una gomitata alla costola. «Ahia!» si lamentò.

«Dovresti... che so, consolarmi, dirmi 'non preoccuparti, ce la farai', non darmi ragione quando dico che faccio pena a guidare» borbottò.

«Henderson... tu fai pena a guidare» le fece presente.

«Già» sbuffò, poggiando la fronte contro il volante.

Steve addolcì lo sguardo. «Ce la farai, Nathalie».

«Lo dici solo perché io ti ho detto di dirlo» lo accusò, girandosi verso di lui.

«No — ridacchiò — Sei davvero pessima, ma tutti imparano».

«E se non dovessi riuscirci?»

«Ehi, ti prometto che prenderai quella dannata patente, okay?» la guardò negli occhi.

Nathalie accennò un sorriso, porgendogli il mignolo. «Prometti con il mignolo».

«Cosa?» domandò divertito. «Gesù, sei una bambina — mormorò, facendo come richiesto — Te lo prometto» ripetette.

«Bene» annuì lei, lasciandosi poi andare contro il sedile. «Sai, Harrington, se dovessi entrare al MIT-»

«Tu ci entrerai» disse sicuro.

«Mi mancherai» ammise, sentendo le guance scaldarsi.

Steve avvertì il cuore battere più velocemente mentre un sorriso si faceva spazio sul suo volto. Poco dopo, però, si spense mentre si rendeva effettivamente conto del fatto che quello sarebbe stato l'ultimo anno insieme — anche perché sarebbe sicuramente entrata al MIT.

Certo, lei sarebbe tornata in Indiana, soprattutto durante le festività, ma erano comunque circa tredici ore di distanza, quindi lo avrebbe sicuramente fatto di rado. Si sarebbe costruita una vita, avrebbe conosciuto altre persone, e Steve Harrington sarebbe diventato solo un ricordo. Quell'amico a cui si era inaspettatamente avvicinata, con cui aveva affrontato i Demo-cani, e che probabilmente avrebbe portato sempre nel cuore. Ma nient'altro.

Lui invece sarebbe rimasto fermo ad Hawkins, cercando invano di dimenticarla.

«Ehi, stai bene?» gli chiese Nathalie, notando il suo silenzio e lo sguardo perso.

Steve tornò con i piedi per terra, accennando un sorriso tirato. «Sì io... pensavo».

Lei sospirò, guardandolo dolcemente. «Tu lo sai che la tua vita non si ferma al Liceo, vero? Puoi fare grandi cose».

«Tipo lavorare in una gelateria? Oh, già lo faccio» disse ironicamente. «Ma va bene, sai... è tutto okay».

«Non è tutto okay — gli afferrò la mano in un gesto spontaneo, stringendogliela — Sei intelligente, Steve Harrington, e hai ancora tempo per capire che strada prendere. Ti sei appena diplomato, cazzo».

Steve rimase in silenzio per qualche secondo, accennando un piccolo sorriso: nonostante non ne fosse ancora sicuro, lei era sempre in grado di farlo stare meglio e di fargli vedere le cose da un'altra prospettiva.

«Sai Henderson, mi mancherai anche tu» ammise, annuendo leggermente.

«Il mio appartamento sarà sempre aperto per te. Se vuoi fare un salto nel Massachusetts o stabilirti lì con me, un coinquilino mi farebbe comodo» gli fece un veloce occhiolino, ed era estremamente seria.

Steve sorrise, ma decise di non rispondere. Era felice per il fatto che lo volesse accanto e che addirittura volesse vivere con lui, ma sapeva, in fondo, che fosse solo un modo per non lasciarlo lì nella mediocrità di Hawkins, e non voleva questo. Non voleva essere un peso per lei. Anche perché, cos'avrebbe fatto nel Massachusetts?

Ma non voleva rovinarle l'entusiasmo, e, per il momento, voleva cullarsi anche lui in quell'illusione.

«A volte... — Nathalie riprese parola — a volte pensi mai al Sottosopra, ai Demo-cani...?» gli chiese.

«Non si dimenticano facilmente» le rispose.

«Già» mormorò. «E pensi che sia tutto finalmente finito?» domandò ancora.

Steve sospirò. «La sensitiva ha chiuso la Porta. Certo che è tutto finito» o almeno lo sperava.

«Sensitiva? — ridacchiò — Ha i cazzo di superpoteri. Tu ne vorresti uno?»

«Mh, sai, non sarebbe male leggere nella mente delle persone».

«Mh non male. Ma avere la capacità di riavvolgere il tempo se fai qualche errore? Tipo: vuoi fare qualcosa ma non sai che conseguenze potrà avere. La fai, e se le conseguenze sono negative, riavvolgi tutto e non commetti quell'errore. Figo, no?»

Harrington assunse un'espressione pensierosa. «Sai che non è male?» ci pensò su.

Steve, se avesse avuto quella capacità, avrebbe senza dubbio riavvolto il nastro e sarebbe tornato ai primi anni di Liceo. Non avrebbe fatto il coglione, e probabilmente ora avrebbe ricevuto almeno una risposta positiva da uno dei College a cui aveva fatto domanda.

Inoltre, avrebbe senza dubbio baciato Nathalie Henderson per conoscere la conseguenza di quell'azione. Se le cose fossero andate male e il rapporto si fosse rovinato, avrebbe riavvolto tutto.

«Peccato che anche l'azione più piccola abbia una conseguenza» mormorò Steve, guardando un punto indefinito.

«Effetto Farfalla» disse Nathalie.

«Cosa?» la guardò confuso.

«Si chiama Effetto Farfalla. In poche parole, una piccola azione, può portare grandi conseguenze in futuro» spiegò.

Steve la guardò per qualche secondo prima di accennare un sorriso.

«Sei una fottuta secchiona, Nathalie Henderson».

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