3. just a dinner
Song: Physical
[Olivia Newton-John, 1981]
26 settembre 1948 - 8 agosto 2022
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3 aprile
«Let's get physical, physical.» Canticchio, provocando una leggera risata a Pieck dall'altra parte del campo da tennis.
«Stai cercando di non pensare a stasera?»
«Esatto. I wanna get physical, physical!»
Prendo un'altra pallina da tennis dal cesto e mi metto in posizione, dietro la linea del campo.
«Ormai mi ero dimenticata che tua madre e la signora Galliard erano amiche prima del trasferimento.» Anche Pieck si sistema in posizione, pronta a ricevere la palla.
«Sì infatti, chi ci pensava più!» Tiro la pallina in aria e la colpisco con un piccolo salto, entrando subito nel campo da gioco.
«Verranno a cena da voi questa sera allora?»
Pieck colpisce e dopo un rimbalzo nella mia metà di campo la colpisco anche io. «Putroppo sì. Ormai mia madre li ha invitati e non posso certo scappare dalla finestra. Mio padre mi ucciderebbe.»
Per la rabbia colpisco troppo forte la pallina, che va fuori campo.
«40 a zero. Ancora uno e faccio match!» Con un'altra risata Pieck lancia la pallina nel cesto dal suo lato, mentre io ne prendo un'altra. L'ultima.
La signora Galliard domenica scorsa era venuta a trovare mia madre. E mia madre che fa? La invita a cena per il venerdì dopo, e cioè per questa sera. Insieme al resto della famiglia. Ed io che speravo di non dover avere più niente a che fare con Porko.
«E quindi? Lo ignorerai per tutta la sera?»
«È l'unica cosa che posso fare. Anche se non ho proprio voglia di averlo tra i piedi, per di più in casa mia!» Stringo con forza la palla.
«Dai, è solo una cena. Arrivano, stanno tre o quattro ore e poi tanti cari saluti.»
Faccio rimbalzare un paio di volte la palla nella mia mano, mettendomi poi in posizione per un'altra battuta.
«Hai ragione. E poi ho altro di meglio a cui pensare, come la partita di domani!»
Tiro. Pieck riesce a colpirla e a rimandarla da me, che con una piccola corsa la raggiungo. La colpisco con forza e per poco non faccio punto, ma Pieck agile riesce ad afferrarla prima che vada fuori.
«A proposito della partita, con Reiner sei riuscita a risolvere?»
Rispondo senza fiato, come del resto anche Pieck stava facendo. «No. Non viene alla partita perché deve dare "supporto morale"» dico con fare canzonatorio «a Berthold ai suoi allenamenti di basket. Quanto lo dedesto quando fa così!» Ricevo la palla e la rimando da Pieck. «Come se io non andassi alle sue partite di football perché devo "assistere" Marco ai suoi allenamenti di calcio!»
Pieck mi rilancia la pallina ed io non sono abbastanza veloce per prenderla, così rimbalza fuori.
«Match point!»
Sarà meglio che io mi dia una svegliata e la smetta di pensare a Porko, prima della partita di domani.
Non appena arrivo a casa mia madre, come sempre quando deve venire qualcuno a cena, sta già preparando tutto il necessario. E non sono nemmeno le sei di pomeriggio.
«Tuo padre sta per tornare dal lavoro. Tu vieni ad aiutarmi a tagliare le verdure forza»
Non so come ma con un escamotage riesco a divincolarmi, parlando di studio e compiti arretrati. Tralasciando la sfuriata per questi ultimi, riesco ad andare in camera mia e rimanerci fino alle sette.
Sto leggendo Just Seventeen preso all'edicola ieri e ascoltando Physical, quando sento mia madre al piano di sotto salutare qualcuno. Esco da camera mia, senza fermare il vinile per non farmi sentire, e mi sporgo dal corrimano delle scale.
«Cavolo ma quanto sei cresciuto! Quasi non ti riconoscevo!»
Vedo mia madre abbracciare Porko, che è di spalle rispetto a me. Porta il solito giubbotto in pelle e un paio di jeans chiari, quindi è riconoscibile ad un miglio di distanza: almeno una cosa di lui non è cambiata.
Mentre mi chiedo quanti paia di jeans di colore diverso possa avere, mia madre parla con la sua e Porko si gira, vedendomi per le scale. Imbarazzata, mi tiro su e torno in camera mia, dove la voce di Olivia Newton-John continua a cantare. Incrociando gli occhi di Porko mi è tornato in mente lo scorso mese, l'ultima volta che ci siamo parlati fuori da scuola. A quando mi ha detto che aveva una cotta per me.
Sento il mio viso scaldarsi senza capirne il motivo e mi dò dei piccoli schiaffi, finché non sento la voce di mia madre chiamarmi dal piano di sotto per scendere.
«Okay. Posso farcela.»
Dopo essermi data una veloce sistemata allo specchio ed essermi assicurata che la gonna non sia spiegazzata, fermo la musica e scendo lentamente le scale. Non appena arrivo in cucina la prima persona che vedo è la madre di Porko, successivamente suo padre.
«[T/n]! Ma quanto ti sei fatta bella!» La signora Galliard mi abbraccia, dandomi un bacio sulla guancia, e il padre si limita ad una stretta di mano. È sempre stato uno di poche parole e a cui non piace il contatto fisico.
«Non che prima non fossi bella. Porko hai visto [T/n]?» La signora gli sorride e, dai suoi occhi, posso leggere il sottotesto di quella sua frase.
"Hai visto quanto è diventata bella [T/n]? Perché non restate un po' soli più tardi? Magari ora la smetterà di odiarti tanto."
La signora Galliard ha sempre capito che io e Porko ci odiamo, al contrario di mia madre. Ecco perché mi sta simpatica.
Senza perdere altro tempo ci sediamo tutti a tavola, Porko di fronte a me. Mia madre ha cucinato arrosto, patate al forno e come contorno altre verdure, gratinate o ripiene. E con tutto ciò ha aggiunto la sua buonissima crema al formaggio.
«Porko togliti il giubbotto.» Gli fa la madre prima di mangiare, con un tono di leggera severità.
«Sì scusa.» Porko si alza un momento da tavola e, mentre penso se l'ho mai sentito scusarsi con qualcuno, si toglie il giubbotto e lo appende sullo schienale della sedia.
Ora: sono consapevole di aver sempre odiato Porko, di non averlo mai sopportato e di aver sempre preferito Marcel a lui. Nonostante ciò, vostro onore, non ho mai pensato che Porko non sia un bel ragazzo. Assolutamente. E non ho nemmeno mai pensato che, seppur la miriade di difetti, non abbia mai avuto un bel fisico. Ma questo non mi ha mai fatto dimenticare il mio odio per lui, di questo ne sono certa signore.
Detto questo, mi rivolgo alla qui presente giuria (qui = il mio cervello): è forse colpa mia se, nell'arco di questi due anni, Porko non solo è diventato più bello ma anche molto, molto più muscoloso di prima? E forse colpa mia se le sue braccia ora mi fanno pensare alla bellezza di quelle del David di Michelangelo?
«[T/n]!»
Mio padre mi butta fuori dal mio tribunale mentale e mi riporta a tavola.
«Cosa?»
«Ti ho chiesto di passarmi la ciotola con la salsa.»
Faccio come mi ha detto e cerco di distogliere mente e occhi dai bicipiti di Porko.
Sentenza: colpevole. L'aspetto di Porko ha per un momento offuscato il mio raziocinio e messo in secondo piano il mio odio per lui. E come se non bastasse mi ha fatto venire in mente Physical che mai, mai avrei voluto associare a Porko.
«Ah, giochi ancora a football Porko? Ricordo che eri molto bravo.» Mia madre avvia una chiacchierata.
«No. Non mi interessa più come prima. Forse proverò nuoto quest'estate.»
Cerco di togliermi dalla testa Porko in costume da bagno e continuo a mangiare silenziosa, finché la signora Galliard non mi domanda qualcosa.
«Tu invece [T/n]? Tua madre mi diceva che sei nella squadra di tennis.»
«Sì, dallo scorso anno.» Le rispondo, quando anche mia madre entra nella conversazione.
«Domani c'è la partita contro i Tigers, della Lowell High School. Eagles vs Tigers. Non è vero tesoro?»
Annuisco e bevo un bicchiere d'acqua, ignorando lo sguardo di Porko su di me.
«Ah, Reiner verrà a vederti vero? Devo ancora invitarlo a pranzo uno di questi giorni.»
La frase di mia madre per poco non mi fa andare di traverso l'acqua e mi schiarisco la gola.
«No. Ha degli impegni.» Rispondo soltanto, evitando di parlare della litigata che ci siamo fatti.
Dopo uno sguardo dispiaciuto inizia a spiegare alla signora Galliard la mia storia con Reiner, come se a lei importasse qualcosa. E per evitare l'imbarazzo dato da mia madre, decido di seguire la conversazione di mio padre e del signor Galliard, nonostante verta come al solito sulla politica. Stanno discutendo se Ronald Reagan avrà un terzo mandato o meno, qualcosa di cui mi importa vagamente poco al momento. Ma almeno posso distrarmi dagli occhi di Porko che ogni tanto si posano su di me con fastidiosa insistenza.
Finita la cena, e dopo la cheesecake che aveva portato la signora Galliard, i nostri genitori si spostano in salotto. Decido di ritirarmi al piano di sopra, ma Porko mi segue. E all'entrata di camera mia mi giro e gli poso una mano sul petto per bloccarlo.
«No. Tu non entri in camera mia.»
«Fai un favore alle nostre madri e cerchiamo di andare d'accordo almeno stasera.» Mi fa lui serio «Tranquilla, non spulcerò più nel tuo diario.»
Eccolo. Il ghigno sulla sua faccia che si decide a comparire. Seppur privo di perfidia, posso vederci la malizia tipica di Porko.
«Vedo che sei tornato il vecchio bastardo di sempre.»
«Certe abitudini faticano ad andarsene.»
Decido di farlo entrare per non doverci litigare, e non rovinare così la serata a mia madre e alla sua. Mi sdraio quindi sul letto a pancia in giù e muovendo le gambe un poco in aria continuo a leggere la mia rivista, cercando di ignorarlo per quanto possibile.
«Vedo che anche le tue vecchie abitudini non sono cambiate. Sempre le solite riviste di gossip spicciolo.» Si siede sulla sedia alla scrivania, di fronte a me.
Sbuffo. «Fatti i cazzi tuoi.» Allungo il braccio verso il giradischi sul comodino e faccio ripartire Physical, abbassando il volume per non disturbare i nostri genitori al piano di sotto.
«Però hai più cassette e vinili di prima.»
Alzo gli occhi su Porko, che sta guardando tra la mia musica sulla mensola posta sopra la scrivania, ma non riesco a lamentarmene o a fermarlo. I miei occhi si muovono sulla sua intera figura. Non è diventato muscoloso ai livelli di Reiner, ma di certo non si è nemmeno lasciato andare in questi due anni, anzi.
"Let me hear your body talk", dice Olivia.
"Stupida ipocrita che non sono altro", penso io.
«Da quando ti ascolti hip hop e rap?»
«Da quando ho voglia.»
Finalmente chiudo la rivista e la butto al mio fianco, alzandomi dal letto per levargli le mie cassette dalle mani.
«E la smetti di toccare la mia roba?»
Sono in piedi di fronte a lui e questo mi fa pensare di avere un minimo di controllo della situazione, finché non si alza.
E qui la situazione cambia.
«Perché Reiner non viene alla tua partita di tennis?»
Distolgo lo sguardo e rimetto in ordine le cassette, com'erano prima.
«Non può. Ha altro da fare.»
«E cosa?»
«Altro e basta!» Rispondo più dura di prima, intimandolo a non chiedermi altro.
Porko ci rinuncia e si siede sul mio letto, portandosi le mani alle tasche dei jeans.
«Davvero sei così orgogliosa da volermi odiare ancora?»
Mi giro verso di lui, attonita.
«Non sono orgogliosa!»
«E allora perché non puoi ammettere che sono cambiato da allora e che voglio migliorare i rapporti con te?»
Una domanda passa la mia mente.
Gli piaccio ancora?
Cerco con tutta me stessa di non pensarci e mi siedo sulla scrivania, tenendo le gambe chiuse a causa della gonna.
«Sono ancora parecchio confusa, sai. Prima mi odi e mi tormenti per due interi anni. Poi parti e quando torni mi dici che ti piacevo. Permettimi di non capirci niente.»
Vedo un sorriso divertito passargli sulle labbra e posa per un secondo gli occhi sulle mie gambe nude, prima di tornare a guardarmi negli occhi.
«Sono stato un idiota, lo so. Ma ora non sono più quel ragazzino. E poi per colpa di quello che provavo Marcel non ti ha più parlato e... mi sento in colpa. Vorrei rimediare.» Mi parla sinceramente, come ha fatto lo scorso mese, ma il cipiglio nel mio sguardo non scompare.
"quello che provavo" ha detto. Questo mi fa capire che ora non lo prova più.
Chissà perché, questa consapevolezza mi rende più nervosa di prima.
«Tanto ormai è andata così. Non mi piace più Marcel ed ora sto con Reiner. Non puoi cambiare quello che è successo.»
Rimaniamo in silenzio, quando decide di alzarsi e scendere al piano di sotto. Ma prima di andarsene si gira verso di me e poggia una mano sullo stipite della porta.
«Io verrò a vederti. Alla partita di tennis. Giusto perché tu lo sappia.»
Se ne va e lo sento scendere le scale, mentre io rimango in camera mia. Mi sposto dalla scrivania al letto e mi ci butto a peso morto, coprendomi la faccia con un cuscino.
«Aaah» Soffoco un urlo frustrato. Non capisco più come devo sentirmi e questo mi fa innervosire. Odio non capire le mie stesse emozioni.
Dopo un paio d'ore i Galliard decidono finalmente di andarsene e, mettendo da parte l'imbarazzo, chiedo alla madre di salutarmi Marcel. Porko in quel momento mi rivolge un ultimo sguardo e mi saluta con un breve cenno di mano. Faccio lo stesso e mio padre chiude la porta.
«Mi ha fatto proprio piacere rivederli. Non ho ragione?»
«I genitori sì, brava gente. Ma il figlio non mi è mai andato giù.» Mio padre commenta burbero, andando verso il salotto per guardarsi la TV.
«Porko? Io lo trovo diverso da due anni fa.»
«Vedila come vuoi, per me era uno stronzetto prima ed uno stronzetto rimane anche adesso. [T/n] se mai ti metterai con uno così ti butto fuori di casa.»
«Ora non esageriamo, è stato molto educato a cena. [T/n] tu che ne pensi?»
«Sì, sarà cambiato. Che ne so io.» Mi fingo disinteressata con una scrollata di spalle, me ne torno in camera e mi metto a letto, cercando di prepararmi mentalmente alla partita di domani.
Il giorno seguente arrivo a scuola in skate (così da non sprecare energie) alle quattro di pomeriggio, con un'ora in anticipo per cambiarmi e prepararmi con Pieck, e ripassiamo la nostra tattica di gioco insieme a Mikasa ed Annie.
«Historia c'è?»
«No, sta male.» Annie mi risponde con indifferenza, quasi non le importi, e si lega le scarpe. Mentre io ripenso a quando mi aveva assicurato che sarebbe venuta, la scorsa settimana in palestra.
Quando sta per arrivare il momento di giocare esco dallo spogliatoio e guardo gli spalti, alla ricerca di Reiner. Speravo che nonostante la litigata volesse farmi una sorpresa, ma quando vedo solo i miei genitori mi ricredo subito.
«Reiner non è davvero venuto?»
«No.» Sospiro affranta, ma cerco di riprendermi in tempo per giocare e dare il meglio di me.
«Guarda però, c'è Porko.»
Pieck mi indica uno dei posti centrali e lo vedo che si fa spazio tra i presenti per sedersi.
Allora era serio quando mi ha detto che sarebbe venuto, penso tra me e me. E in qualche modo, il fatto che sia lì a guardarmi giocare mi tira su di morale.
Inizia la tanto attesa partita e, se inizialmente i Tigers sembrano avere la meglio, verso metà partita recuperiamo i punti persi e vinciamo. È la prima vittoria che mi porto a casa da quando gioco nella squadra della scuola e non riesco a trattenere la gioia. Abbraccio Pieck, saltello in giro e rido, al pensiero che solo ieri non avevo fatto un misero punto contro la corvina.
Noi e il resto della squadra rimaniamo all'interno della scuola e brindiamo nel campo da tennis, stappando la bottiglia di champagne che avevamo portato con la speranza di vincere. Si ferma anche qualche altro studente della scuola, compreso Eren che mi porta in giro per il campo sulle spalle. Vedo in lontananza anche Porko, che noto guardami con un sorriso sulle labbra, ma non mi avvicino a parlargli per tutta la durata dei festeggiamenti, che si protraggono fino alle nove di sera. Ogni tanto lo vedo fumare e parlare con qualcuno, ma per qualche ragione non se ne va e rimane qui.
Siccome Pieck abita dall'altro lato della scuola rispetto a me, lei verso il Golden Gate Bridge ed io verso il Golden Gate Park, ed Eren deve riaccompagnare a casa Mikasa, la sua ragazza, mi metto l'anima in pace e penso di dover tornare a casa da sola. È a soli due isolati, ma è già buio.
«Ti riaccompagno a casa?»
Quando esco dallo spogliatoio per ultima Porko è lì ad aspettarmi. Per un momento, quando mi rendo conto che mi ha aspettato fino ad adesso solo per riaccompagnarmi a casa, mi sento quasi in colpa a non avergli parlato per tutta la sera. E il mio cuore manca un battito per qualche motivo.
«Come vuoi.» Mi fingo indifferente, iniziando a camminare con Porko al mio fianco.
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