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sᴇᴠᴇɴ

𝒊𝒏 𝒕𝒉𝒆 𝒘𝒆𝒆 𝒔𝒎𝒂𝒍𝒍 𝒉𝒐𝒖𝒓𝒔 𝒐𝒇 𝒕𝒉𝒆 𝒎𝒐𝒓𝒏𝒊𝒏𝒈 ~ 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑘 𝑆𝑖𝑛𝑎𝑡𝑟𝑎
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Levi si curò di potersi permettere un viaggio e, una volta sistemate tutte le sue cose, si prese delle ferie da lavoro e partì. Il suo piano era di viaggiare per un breve periodo, e solo in seguito cercare lavoro all'estero e allontanarsi per sempre. Non voleva scappare, o almeno questo era quello che si ripeteva, ma voleva lasciarsi tutto alle spalle. Quella vita, tu, il tuo matrimonio, tutto quanto. Non voleva più saperne nulla, perché non gli importava più nulla. Non era talmente disperato da togliersi la vita, o chiudersi in una stanza e non uscire più alla luce del sole per settimane e settimane, ma sentiva la forte necessità di spezzare quei fili che lo legavano a te o al vostro passato e andare dovunque volesse. E l'unico luogo che gli venne in mente per iniziare fu un piccolo paesino in montagna, non molto isolato ma abbastanza lontano dalla città. In quel paesino aveva vissuto i primi anni della sua vita, quando sua madre aveva scoperto di essere incinta, il suo ragazzo l'aveva lasciata non appena scoperto e Kuchel era tornata ad abitare dai suoi, proprio in una di quelle tante villette di paese. Levi aveva pochi ricordi di quell'epoca, a mala pena ricordava il volto dei suoi nonni. L'unica cosa che ricordava chiaramente era la felicità della madre. Nonostante la sua vita sembrava andare a rotoli, trovava sempre la forza di sorridere e di rialzarsi. Per quanti pugni prendesse dalla vita, lei ne tirava altrettanti col sorriso. E infatti non molti anni dopo trovò un lavoro giù in città e tornò a vivere da sola, vivendo bene fino alla sua morte.

Parlare della morte della madre era difficile per Levi, ancor più quando ora si trovava proprio in quella casa col giardino a ripercorrere i primi anni della sua vita. Non era più abitata da tanti anni, eppure tutto o quasi era identico (tralasciando i centimetri di polvere a vista d'occhio e che fecero percorrere più di un brivido lungo la schiena del corvino). E proprio mentre puliva e dava una sistemata ovunque, Levi pensava al giorno della morte di sua madre, avvenuta il primo giorno di primavera del suo quarto anno liceale. Solo due anni prima si era scoperta affetta da un tumore invasivo al seno al terzo stadio. Le cure erano ancora possibili, qualcosa era già stato fatto e dei miglioramenti si erano già verificati. Ma purtroppo, Kuchel non faceva parte di quella percentuale di donne guarite, e dopo una veloce e imprevista ricaduta si spense per sempre nel suo letto d'ospedale.

I mesi a seguire furono oltremodo sofferenti e difficili. Levi faticava a studiare, ad uscire di casa, a fare tutto. Al funerale non era nemmeno riuscito a fare quel discorso che con tanta fatica si era preparato. Il mondo gli era crollato addosso e si sentiva una piuma in balia del vento, sballottata con prepotenza da una parte all'altra. E quando tutto sembrava distrutto un uccellino riuscì ad afferrarlo e a portarlo nel suo nido, al caldo. Tu eri quell'uccellino che l'aveva salvato e gli era stato accanto senza pretese o senza chiedere nulla in cambio. E infondo, era sempre stato così. Eri tu ad essergli sempre stata affianco, ad averlo aiutarlo, ad avergli offerto una spalla su cui piangere, tu e soltanto tu. Ma perché, ora, tutto era cambiato? Perché, si ripeteva.

Mettendo in ordine, Levi aveva ritrovato una vecchia macchina da scrivere, impolverata ma ancora funzionante. Con poca difficoltà capì come utilizzarla, si sedette al tavolo del soggiorno, si accese una sigaretta e mise un foglio sul rullo. Cominciò così a scrivere, specialmente la notte quando non riusciva a chiudere occhio. Scriveva parole, pensieri, qualunque cosa gli venisse in mente. E così facendo ricordava squarci della sua vita, lasciando che questi lo attraversassero come spettri.

Tua cugina era in vacanza col marito e ti aveva lasciato la figlia di quattro mesi in custodia fino al suo ritorno. Levi era venuto a trovarti e, mentre facevate un giro per il centro, gli avevi lasciato la bimba da tenere in braccio per pagare il conto, dal momento che non ne voleva più sapere di stare nel suo passeggino. Goffamente il corvino la prese saldamente sotto le ascelle, tenendo le proprie braccia tese in avanti. Tu ti girasti a guardarlo, in un misto di confusione e divertimento.
«Ma cosa stai facendo?»
«Sto tenendo la bimba.»
«Sì ma non è una bomba.» Scoppiasti a ridere, ma subito posasti il portafoglio e prendesti la piccola. «Paga tu, prima che qualcuno ti guardi male.»
Levi non odiava i bambini, e tu lo sapevi bene, ma non riusciva a starci insieme. Non sapeva come trattarli, come farli smettere di piangere, come dargli da mangiare o come farli addormentare. Un impedito di prima categoria con i bambini.
Tu invece saresti stata una meravigliosa mamma, pensava Levi, e si chiedeva spesso se mai lui potesse essere tanto fortunato da sposarti e formare una famiglia insieme a te.

Dicevi sempre di odiare i film romantici, ma stravedevi per storie d'amore come Orgoglio e Pregiudizio, Via col Vento, Colazione da Tiffany, Dirty Dancing...
Levi era talmente divertito da te, quando ti ficcavi due dita in bocca fingendo di vomitare alla vista di due fidanzati che si sbaciucchiavano per strada, ma che ti scioglievi come gelato al sole alla dichiarazione finale di Mr. Darcy ad Elizabeth; a Rossella che prega Rhett di restare; al bacio passionale tra Holly e Paul. Ti divoravi quei libri la notte quando non riuscivi a dormire e sospiravi sulle note di Time Of My Life, eppure se un uomo ti regalava dei cioccolatini a San Valentino li rifiutavi e, quando Levi rimaneva solo con te, prendevi in giro chiunque lo facesse.
«Davvero credono che con una scatola di cioccolatini le donne cadano ai loro piedi?»
«Se fosse stato uno dei protagonisti dei tuoi Classici li avresti accettati volentieri, non pensi?»
«Vedi è che... Non lo so! Loro hanno quel tipico fascino da bello intramontabile. Me li posso immaginare un po' come voglio nel mio mondo immaginario, come più fa piacere a me. Mentre gli uomini reali... la realtà è completamente diversa. Gli uomini alla fine non sanno fare altro che far soffrire, facendo crollare quel tuo castello di carte che sono le tue fantasie. Ah, ovviamente non tutti gli uomini, per esempio tu non sei e non sarai mai tra questi.»
«Non ti seguo proprio.»
«Quello che sto cercando di dirti è che certe cose è meglio che rimangano nella mia testa, per la mia sola immaginazione. Dove posso innamorarmi di un uomo come Darcy senza la paura che mi faccia soffrire. Nella vita reale invece non posso permettermi di lasciarmi andare a queste fantasticherie, che di certo tu ritieni stupide, perché so che la vita mi farà soffrire. Devo essere razionale. Una romanzo è una cosa, la vita vera è un'altra.»
Levi cercava sempre di capire a fondo questi tuoi ragionamenti, questo tuo strano dualismo femminile. Ma spesso gli era complicato.
«Quindi se io ti regalassi delle rose bianche, le tue preferite, quale sarebbe la tua reazione?»
«Scoppierei a ridere, perché so che non è da te!» Gli rispondesti ridendo serenamente.
Già, non era da lui. Non era da lui lasciarsi andare a queste romanticherie. Eppure avrebbe tanto voluto che non fosse così. Avrebbe tanto desiderato, un giorno, bussare alla tua porta e sorprenderti con un mazzo di rose bianche tra le mani, e un bacio sulle labbra. Ma non era da lui, il tuo migliore amico, e tu gli saresti scoppiata a ridere in faccia.
"il mio mondo immaginario" avevi detto. Chissà se in quel tuo mondo immaginario ci sarebbe mai stato posto anche per lui...

Dopo un mese passato in quella casa in completa solitudine, a scrivere e a leggere, una fredda sera d'inizio inverno il cellulare di Levi squillò. Era il tuo numero, ma non voleva rispondere. Non dopo il vostro ultimo incontro. Quando smise Levi riprese a scrivere, sovrappensiero, e solo prima di mettersi a dormire vide che avevi lasciato un messaggio vocale nella sua segreteria. Stava per cancellarlo senza pensarci troppo, ma un pensiero fece bloccare il suo dito un attimo prima di farlo, e solo dopo ulteriori venti minuti si decise ad ascoltarlo.

«Levi ciao, non so se ascolterai mai questo messaggio ma... va be', comunque. Volevo solo dirti che... che io... uhm... sabato prossimo, il diciotto, andrò al negozio di abiti da sposa giù, in centro, quello accanto al bar dove andavamo spesso. Hai presente? Ecco insomma, verso le quattro di pomeriggio sarò lì, insieme a Eren, Mikasa e forse qualcun altro. So che... molto probabilmente non ti farà piacere sentire questo messaggio, e che quasi sicuramente non vorrai venire. Anzi, di sicuro non vuoi più vedermi dopo...»

Ti bloccasti a lungo, e Levi pensò che il messaggio fosse finito, ma inaspettatamente riprendesti.

«Ma io... Sarebbe davvero importante per me se tu ci fossi. E sarò al settimo cielo, semmai decidessi di accettare anche l'invito alle nozze. Dico sul serio Levi io... volevo solo dirti che mi manchi. Ciao.»

Passarono altri quattro giorni, a ripensare a quel messaggio vocale e a scrivere.

Eravate sdraiati su di un prato in piena notte e ascoltando jazz parlavate, vagheggiando con le idee.
«Hai mai la sensazione che la tua vita stia andando a rotoli?»
«Mh?»
«Insomma, la paura di star facendo solo scelte sbagliate, che stai soltanto perdendo tempo. Hai mai pensato "ma dove sto andando?"» Ti girasti a guardarlo
«Non so. Può darsi.»
Tornasti a guardare il cielo stellato. «Ci penso da un po', tutti i giorni. È come se nulla avesse davvero importanza, come se niente avesse un senso di essere. E mi chiedo se mai troverò il mio spazio in questo pazzo mondo.»
Questa volta fu Levi a girarsi per guardarti, ma tu strozzasti una risata, più per sdrammatizzare che per reale divertimento.
«Tanto è solo uno di quei classici discorsi esistenziali che tutti almeno una volta fanno nella vita. Lascia stare. Però ho voluto parlartene lo stesso perché sei tu. E tu sei l'unica persona con cui potrei mai parlarne a voce alta. Dico davvero.»

In quel momento Levi smise di scrivere e rilesse quell'ultima frase. Davvero gli andava bene rinunciare a tutto questo per sempre?

E qualcuno bussò alla porta.

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