13. Ricordi
[T/n]'s pov. Domenica sera
Per tutto il tragitto in auto non feci altro che guardare fuori dal finestrino la poca neve che cadeva, mentre Armin e mio padre parlavano e mia madre guidava.
Nella mia testa continuava ad esserci una sola domanda: Levi aveva fatto sesso con un'altra donna oppure no?
-Ti senti bene tesoro?-
Mi girai verso mia madre e ricambiai il suo sguardo attraverso lo specchietto retrovisore. -Sì. Sto bene.- Mi limitai a rispondere, ritornando a guardare fuori.
-Siamo arrivati!- Esclamò mio padre.
Mamma parcheggiò l'auto nel vialetto e scendemmo, avviandoci al portone della grande casa.
Armin suonò al campanello e dopo qualche attimo venne qualcuno ad aprirci. -Ragazzi, entrare pure!- Ci accolse il dottor. Jaeger, spostandosi di lato per farci spazio in casa.
Entrammo uno dopo l'altro e andammo in salotto.
-Sedetevi pure. Carla arriverà tra un attimo, è in cucina.-
Mia madre si diresse pure lei in cucina con il suo famoso tiramisù tra le mani, mentre mio padre e Grisha iniziarono a chiacchierare seduti comodamente sul divano.
-[T/n]! Armin!-
Vidi Mikasa scendere velocemente le scale con le sue ballerine nere e il suo bellissimo abito corto smanicato rosso, insieme ad un piccolo cerchietto del medesimo colore sui suoi capelli corvini.
Mi venne incontro, abbracciandomi. -Buona Vigilia!-
Andò poi ad abbracciare anche Armin, stringendolo di più. Non lo vedeva quasi mai lui.
Mi girai di nuovo verso le scale e vidi Eren. Lui aveva un completo verde, con pantaloni color beige scuro e i capelli perennemente spettinati e sistemati alla meglio.
Si fermò davanti a me a guardarmi, visibilmente a disagio.
-Auguri.- Disse poi, spostando lo sguardo verso Armin che in seguito andò ad abbracciare.
Rimasi ferma sul posto, finché non venne Carla a salutarmi e farmi gli auguri, e andammo finalmente a mangiare.
Sarebbe stata una cena molto lunga.
Levi's pov.
-Posso avere la vostra attenzione?-
Erwin si alzò da tavola per battere la forchetta sul bicchiere, nel tentativo di attirare gli sguardi dei presenti su di lui.
-Siamo solo in sei, te ne sei dimenticato?- Domandò Mike, un suo caro e vecchio amico al suo fianco.
Erwin gli rivolse uno sguardo divertito, per poi tornare a quel che stava facendo. -Voglio farvi un annuncio importante! Riguarda Hanji e me.-
Anche la castana si alzò avvicinandosi di più al biondo.
Levi li guardò qualche secondo, immaginandosi già quel che stavano per annunciare.
-Io ed Hanji...- Iniziò Erwin, facendo saettare i suoi occhi sull'occhialuta, incitandola a continuare.
-ABBIAMO DECISO DI SPOSARCI!- Urlò lei, facendo urlare anche Isabel che prima era seduta al suo fianco e che andò ad abbracciare.
Al contrario, Levi era rimasto impassibile come prima.
-Non sei felice, Levi?- Lo guardò Erwin, dopo aver abbracciato Mike e Farlan. -Scusate, ma volevo farlo sapere a tutti nello stesso momento. In realtà, è già da qualche mese che le ho chiesto la mano e che stiamo preparando le nozze.-
-In fin dei conti non è cambiato niente rispetto a prima. Continuerete a scopare normalmente.- Fece spallucce il corvino.
Hanji fece una piccola risata, forse per mascherare l'imbarazzo. -Sai, non mi dispiacerebbe se tu iniziassi a chiamarmi mamma. Saresti troppo tenero!- Fece poi un sorriso a trentadue denti.
-Mi dispiace, ma non riuscirò mai a ritenerti una madre.- Levi dopo queste parole, si alzò da tavola. -Come non ho mai ritenuto Erwin un padre.-
-Ricordati che ti ha dato un tetto sotto cui vivere.- Gli rispose Farlan. -Come ha fatto come me ed Isabel.-
-Non lo metto in dubbio, ma non riuscirò mai a ritenerlo mio padre, e i motivi dovresti saperli fin troppo bene.-
-Onii-chan ma dove vai?- Gli chiese la rossa, vedendolo allontanarsi.
-In bagno.-
Appena si chiuse dentro al bagno di camera sua, andò davanti al lavandino e guardò il suo riflesso allo specchio.
Tirò fuori da sotto la maglia il ciondolo della madre che portava sempre al collo. L'unico ricordo che aveva della madre prima che morisse. Appesa alla catenella argentata c'era un'ala anch'essa di argento, che Levi si impegnava a tenere sempre ben curata e non rovinata. Anche se col tempo, diventava inevitabile che si scurisse.
Si ricordò che appeso alla catenella c'era un ulteriore ciondolo, un piccolo angioletto, argentato pure quello. Il tutto, Levi lo teneva in un carillon, anch'esso della madre, in uno spazio vuoto vicino agli ingranaggi.
Ma in qualche modo sia il carillon che l'angioletto andarono persi e Levi non capiva dove. Probabilmente, all'orfanotrofio in cui aveva vissuto per più di tre anni.
Levi chiuse gli occhi e strinse in una mano l'ala, fino a non sentire più le voci dei presenti fuori dalla stanza.
Appena il ragazzino si svegliò, accorsero alcuni infermieri, medici e dottori, per visitarlo e controllare che il bambino non riscontrasse gravi problemi. In seguito, gli chiesero più nel dettaglio cosa fosse successo, ma il piccolo rispondeva sempre "Sono caduto dall'albero."
E alla domanda "Come?" Lui diceva "Non ricordo."
Quindi la diagnosi, spiegarono al ragazzino di 13 anni nel modo più semplice possibile in modo che potesse capire, era che sbattendo la testa aveva avuto una piccola perdita di memoria.
Un giorno, mentre era ancora nel letto della sua piccola stanza d'ospedale, qualcuno bussò alla porta. Ma non era un dottore.
Appena si aprì la porta, fece infatti capolino una testa bionda. Era un ragazzino, presso che della stessa età del piccolo sul letto. Ad accompagnare i suoi capelli biondi leggermente scompigliati e il suo viso allungato, c'era l'azzurro intenso dei suoi occhi, intenti a fissare il ragazzino dai capelli corvini nella stanza, con aria confusa.
-Scusami, devo aver sbagliato stanza. Cercavo quella di una bambina più piccola. Ha i capelli rossi e due grandi occhi verdi, l'hai vista?-
Il ragazzino negò con la testa, tornando alla lettura del suo libro.
Il piccolo biondo stava per uscire dalla stanza, ma il libro tra le mani del corvino attirò la sua attenzione. -Quello è Harry Potter?-
Il ragazzino sul letto si girò di nuovo verso di lui e gli annuì. Non emanava parola, continuava a fare solo movimenti con la testa.
-Che forte! Anche a me piace molto!-
Il corvino fece tornare i suoi occhi grigio-azzuri assottigliati sul libro, ricominciando a leggere.
Il biondino invece sollevò un lato della bocca, facendo così spuntare una piccola fossetta e decise di avvicinarsi all'altro ragazzino. -Quale stai leggendo?-
-Il principe mezzosangue.- Furono le prime parole del corvino a cui il biondo potesse assistere. Rimaneva una risposta flebile e non aveva nemmeno più staccato gli occhi dalla pagine, ma era comunque un passo avanti.
-Wow! È l'ultimo capitolo uscito finora!- Esclamò il ragazzino ai piedi del letto, cercando di sbirciare tra le pagine. -Come ti chiami?-
-Perché ti interessa sapere il mio nome?- Girò pagina il corvino, ricominciando a leggere.
-Perché ad entrambi piace Harry Potter e abbiamo circa la stessa età, sembra.-
Il ragazzino sotto le coperte color latte fissò la pagina a vuoto per qualche attimo. -Levi. Levi...Ackerman.- Aggiunse dopo un interruzione il cognome, quasi insicuro di quel che stesse dicendo.
-Io mi chiamo Farlan. Farlan Church Smith.-
-Hai due cognomi?-
-L'ultimo è del mio padre adottivo. Sta venendo qui perché ho trovato una bambina abbandonata per la strada. Quella che stavo cercando prima. Se i genitori non si trovano o non la rivogliono, potrebbe adottare anche lei.- Sorrise Farlan, ancora troppo giovane per capire come funzionasse un'adozione e tutti i passaggi ad essa legati.
Levi abbassò lo sguardo, ritornando a leggere.
-Perché tu sei qui?-
-Sono caduto.-
-Dove?-
-Da un albero nel mio orfanotrofio.-
-Oh... Allora sei orfano anche tu?-
Levi annuì leggermente la testa.
-E come sei caduto da quell'albero?-
-Non mi ricordo.- Rispose, forse per la millesima volta alla stessa domanda con la stessa risposta.
Farlan non disse nulla e si limitò ad osservare i tanti cerotti sul corpo del ragazzino, più una grande fasciatura sulla schiena ed una flebo nel braccio.
-Proverò ad aiutarti io!- Esclamò d'un tratto.
-Cosa?-
-Tu non devi preoccuparti. Ti farò portare via da questo ospedale insieme all'altra bambina. E non dovrai più tornare a quel l'orfanotrofio!-
I due ragazzini si guardarono negli occhi, ma Levi non poté chiedere spiegazioni.
Un dottore in quel momento entrò nella stanza e si avvicinò a Levi. -Ciao, sono il dottor. Jaeger, ma tu chiamami pure Grisha.- Sorrise al ragazzino, prima di visitarlo.
Levi riaprì gli occhi, tenendoli fissi sullo specchio e ricominciò a sentire le voci degli altri seduti a tavola a mangiare.
Era un bambino che non doveva nascere e che era stato abbandonato in un misero orfanotrofio. E se non fosse stato per quella caduta dall'albero, probabilmente sarebbe rimasto in quel posto fino alla maggior età.
In sintesi, era sempre stato un peso ovunque andasse.
Si pensava che nessuno quel giorno l'avesse visto nel momento della caduta, dato che a poco a poco una massa di bambini aveva iniziato ad accalcarsi intorno a lui solo dopo, quando aveva già perso i sensi. Era stato infatti uno di loro a chiamare un adulto per avvisarli dell'accaduto.
I dottori avevano ipotizzato che volesse togliersi la vita e Levi ben presto smise di pensarci. Aveva dato per scontato che fosse quella la verità. In fondo, non aveva niente da perdere.
A quel punto tirò fuori il cellulare dalla tasca e lo accese. Passò brevemente a whatsapp e cercò un contatto. Entrò nella sua chat e premette sull'immagine profilo.
[T/n].
Era un selfie. Un normale selfie scattato al tavolino di un bar, insieme ad una ragazza dai capelli corvini come i propri.
Rimase a fissarla per chissà quanto tempo, quando venne interrotto da qualcuno che sbatteva contro la porta del bagno.
-Levi! Hai problemi intestinali per caso?- Gridò Isabel. -Sbrigati ad uscire che dobbiamo mangiare il dolce e poi aprire i regali! Ce ne sono un casino per il tuo compleanno!-
-Arrivo.-
Levi spense il cellulare e se lo rimise in tasca.
"Le stavo veramente fissando la foto profilo come un idiota?" Diceva tra sé e sé, uscendo dal bagno per ritrovarsi la faccia sorridente di Isabel davanti.
-Vero che sta sera ci suoni il pianoforte?-
-No.-
-E perché?- Si lamentò lei.
-Non ho voglia. E non riesco a concentrarmi se qualcuno mi fissa mentre suono.-
-Uffa! Almeno uno di questi giorni vieni a trovarmi al bar in cui lavoro da poco?- Lo pregò la ragazza, congiungendo le mani.
-Un giorno verrò.-
A quel punto sorpassò la rossa ed uscì dalla camera da letto, per evitare altre domande.
[T/n]'s pov.
-Ti dico che ci assomigliamo molto io e Walter White, Claire!-
-Non ti ci vedo molto bene a cucinare metanfetamina, caro.- Le rispose mamma, facendo scoppiare a ridere tutti.
-E non sei molto bravo con la chimica.- Rise Armin.
La serata stava andando piuttosto bene, tra risate e chiacchiere. Se non fosse stato per Carla e la sua maledettissima frase. -Ah [T/n], tua mamma mi aveva detto che sei riuscita a trovare un lavoro!-
Io non avevo niente contro Carla, sia mai. Ma in quel preciso istante, la stavo detestando dal profondo del mio cuore.
Mandai giù a fatica il pezzo di carne che stavo mangiando e le annuii con il capo. Sentivo gli occhi di Eren davanti a me costantemente addosso.
-In una discoteca non è vero?- Si mise in mezzo anche Grisha.
-Esatto...-
-Quella di Trost?-
-Sì, anche perché è quella più vicina.- Risposi, facendo uno dei sorrisi più falsi che potessi fare. Avrei voluto ucciderli.
-Nell'ultimo periodo si è data veramente da fare.-
Dopo le parole di mia madre, rivolte a Carla, Eren iniziò a tossire dopo aver messo in bocca un pezzo di carne. Mikasa seduta affianco a lui gli batté la mano sulla schiena più volte per aiutarlo. -Stai bene?-
-Sì, tutto apposto.- Disse con voce roca, riempiendosi il bicchiere d'acqua.
Lo guardai con la coda dell'occhio mentre tagliavo la carne.
-Comunque- Continuò mio padre. -Da quel che ho potuto vedere è molto stanca in questo periodo. Il capo ogni fine settimana deve farle il culo.-
Il ragazzo davanti a me ricominciò a tossire a causa dell'acqua stavolta, insieme a me che quasi sputai la carne nel piatto.
-Sei sicuro di stare bene tesoro?-
-Sì mamma. Vado un attimo in bagno.-
Eren si alzò da tavola senza degnarmi di uno sguardo e uscì dalla sala da pranzo, lasciandomi sola in compagnia degli altri, che ripresero a parlare tranquilli. Quando tornò, la cena continuò tranquillamente.
Dopo aver finito anche il tiramisù fatto da mia mamma e i biscotti di Carla, mi alzai da tavola con la scusa di dover andare in bagno.
Salii al piano di sopra e, al posto di fermarmi davanti alla porta del WC, continuai per il corridoio fino a raggiungere il balcone. Uscii chiudendo la porta a vetri e mi appoggiai alla ringhiera, respirando a pieni polmoni l'aria invernale. La neve continuava a cadere, anche se sempre in piccole quantità.
Non so per quanto tempo rimasi fuori a fissare i fiocchi di neve cadere a terra e sulla ringhiera, sciogliendosi anche sulle mie mani, ma ad un certo punto sentii qualcuno bussare alla porta a vetri dietro di me. -Posso stare un po' con te anch'io?- Chiese aprendo la porta.
-Se vuoi.- Risposi senza girarmi a guardare il moro.
Lui si mise affianco a me e tirò fuori dalla tasca dei pantaloni la sua sigaretta elettronica. -Grazie per avermi fatto iniziare a fumare questa.-
-Sempre meglio delle sigarette che fumavi prima.- Feci spallucce.
Siccome Eren non riusciva a smettere di fumare le sigarette da quando aveva iniziato tre anni prima, qualche mese fa gli feci iniziare a fumare quella elettronica, in alternativa.
-Sai che prima o poi la verità verrà a galla?-
-Lo so bene.- Mi guardai gli avambracci poggiati sulla ringhiera. -Ma preferisco non pensare a questo "prima o poi", per adesso.-
-Quindi io dovrei starmene zitto e continuare a far finta di nulla?-
-Sì. Mi dispiace che tu abbia scoperto la verità in questo modo. Anzi, mi dispiace che tu l'abbia scoperta...- Guardai giù.
-Be', me la sono cercata. In tutti i sensi.- Rise, aspirando il vapore dalla sigaretta.
Feci una piccola risata anche io, alzando il capo a guardare il cielo oscurato dalle nuvole. Presto o tardi qualcun'altro avrebbe scoperto tutto. Ma ci avrei pensato quando sarebbe successo. Per il momento, mi sarei concentrata su quello che dovevo fare, senza continuare a preoccuparmi troppo.
Molto meglio far credere di essere barista alla discoteca di Trost, che prostituta alla via 13 di Shiganshina.
Clic.
Sussultai a quel piccolo rumore, facendo girare Eren verso di me. -Cosa c'è?- Chiese, facendomi arrivare addosso il vapore alla menta della sigaretta.
-Mi era parso di sentire...-
Venimmo interrotti dalla porta alle nostre spalle aprirsi.
-Ma che cosa ci fate qui? Venite dentro.- Ci guardò storto Mikasa.
Eren smise di fumare ed entrò in casa insieme a Mikasa, che si massaggiava le spalle nude per il freddo, seguiti poi da me. In quel modo, mi dimenticai del clic sentito un attimo prima.
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