3. please let me go
anno 854
Come fu prevedibile, qualcuno arrivò alle mani. Non appena Annie e, in particolare, Reiner rivelarono la vera causa della morte di Marco, Jean esplose d'ira e scaraventò Reiner a terra, picchiandolo a sangue mentre io, Armin e Connie cercammo di allontanarlo. Fu Gabi a mettersi in mezzo beccandosi un calcio sulla bocca dello stomaco, che vidi le tolse il fiato per un istante.
Con Gabi prima di quel momento ci ebbi parlato per quelli che saranno stati non più di due minuti. Fu tenuta prigioniera insieme a Falco, al ritorno da Marley, dopo che ebbe sparato a Sasha. Guardarla mi faceva terribilmente male e una parte di me avrebbe voluto ucciderla con le mie stesse mani, tanto la odiavo per aver tolto la vita a colei che ritenevo la mia migliore amica, tuttavia osservandola dimenarsi nella sua prigione, sbraitando e strillandomi che noi demoni saremmo morti tutti, provai una gran pena. La filosofia che Marley le aveva inculcato e messo in testa da quando era in fasce non era una sua colpa. Il mondo dov'era cresciuta le aveva insegnato che noi eldiani sull'isola eravamo i veri demoni da estirpare dal Pianeta. Non doveva stupire quindi che ci odiasse tanto e che fosse stata capace di uccidere Sasha. E che Reiner fosse stato capace di uccidere Marco.
Raggiunsi lei e Falco in prigione perché volli sapere come stesse Reiner, nonostante continuassi a ripetermi quanto fosse sbagliato. E mentre Gabi continuava a urlare minacce, fu il suo compagno, Falco, a rispondermi.
«Non sappiamo come stia. Ma quando ce ne siamo andati da Marley, non era in perfetta salute, al contrario...» si bloccò.
Mi tornò in mente il ricordo del gigante corazzato praticamente a pezzi, in piedi di fronte ad Eren. Cacciai quell'immagine dalla mia testa, addolorata.
«Ma sono convinto che stia bene adesso. Il vice capo Braun è sempre stato un uomo pieno di forza.»
Chinai lo sguardo con un sorriso amaro sulle labbra.
«Sì lo so.»
Con un cenno salutai i due bambini, dileguandomi. Ed eccoci ad ora, con quella stessa bambina che prima mi gridava di morire, ora con gli occhi gonfi di lacrime, lo sguardo colpevole e sofferente, che si scusava con noi insieme a Falco.
Jean si allontanò da noi, ancora troppo scosso per parlarci, e Armin e Connie aiutarono Reiner a rialzarsi e lo appoggiarono al tronco di un albero. Gabi rimase al fianco di Reiner e Falco tornò a mangiare, tirando di tanto in tanto un occhiata ai due. Io mi allontanai un momento con un fazzoletto di stoffa e andai verso il fiume per inumidirlo. Tornai poco dopo e anch'io mi sedetti al fianco di Reiner, Gabi dal lato opposto rispetto al mio. Il biondo stava ancora rinsavendo, ma immaginai si fosse accorto della mia presenza e facesse finta di essere ancora mezzo svenuto per non dovermi parlare. Iniziai a tamponargli il viso fumante con il fazzoletto.
«Tanto il sangue evaporerà.» Disse Gabi con un fil di voce, incerta se fermarmi o meno.
«Non è il suo questo.»
Gabi capì all'istante ed io continuai a pulire il viso di Reiner, senza particolari pensieri a occupare la mia testa.
«Tu mi odi vero?»
Tirai una veloce occhiata alla bambina che fissava il terreno, pensai, senza il coraggio di guardarmi negli occhi.
Sospirai. «No. All'inizio sì, dopo che hai ucciso Sasha. Come tu odiavi me per aver ucciso i tuoi compagni. Ma immagino non sia colpa di nessuno a questo punto, dico bene?»
Gabi alzò di sfuggita gli occhi verso di me.
«Mi dispiace...»
Non fu Gabi a scusarsi come pensai in un primo istante, ma la voce esile e sommessa di Reiner. Mi girai a guardarlo, trovando lui a fare lo stesso. Il suo viso era praticamente pulito, se non per dei denti mancanti e del sangue che ancora stava evaporando.
«Per colpa mia, tuo padre... mi dispiace...»
Lo guardai con apparente indifferenza, ma nel profondo avvertii il forte impulso di piangere.
«Smettila di scusarti, sei noioso. Jean ha fatto bene a prenderti a pugni.»
«Scusami.»
Nonostante il mio proposito di mostrargli freddezza, senza volerlo mi sfuggì un sorriso e soffocai una leggera risata. Sentii gli occhi di Gabi costantemente addosso e mi chiesi che cosa stesse pensando.
«E poi te l'ho detto. Sia allora che adesso.» Ripiegai il fazzoletto, osservando attenta il viso del biondo. «Non è colpa di nessuno.»
Gli pulii un'ultima macchia di sangue sul mento, tra i peli della sua barba, posandogli una mano sulla guancia per tenerlo fermo.
«Non sei cambiata.» Mormorò d'un tratto, guardandomi dritto negli occhi.
Avvertii un brivido percorrere la mia spina dorsale e, nel tentativo di non darlo a vedere, mi alzai da terra con un sorriso.
«Nemmeno tu sei cambiato di una virgola, nonostante tu voglia farlo pensare con quella barba. Sei sempre lo stesso che cerca di far felici tutti, anche se sa che è impossibile.»
Un sorriso spuntò sulle sue labbra e, seppur mesto, fu il primo che fece da quando l'ebbi rivisto. Tornai al fiume per sciaquare il fazzoletto e tornando indietro vidi Jean seduto a terra, poggiato di schiena contro un albero. Le mani alle sue orecchie non gli permisero di sentirmi arrivare e alzò gli occhi per guardarmi solo nel momento in cui mi piegai di fronte a lui. Senza dir nulla gli porsi il fazzoletto, che lui accettò afflitto per pulirsi le mani. Restai con lui, entrambi nel più assoluto silenzio, quando mi alzai e gli offrii la mano per tornare dagli altri e dormire.
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anno 850
Dopo tre anni di allenamento nel 104° corpo di addestramento reclute, mi diplomai. Come immaginavo non raggiunsi i primi dieci classificati, ma fui pienamente soddisfatta del mio percorso e dei miei risultati. Essere arrivata fino a quel punto era il più grande traguardo a cui potessi aspirare.
Ma non tutto andò come pianificato.
Dopo cinque anni il gigante colossale tornò ad attaccarci, aprendo un varco nel distretto di Trost. Nel panico generale, noi cadetti appena diplomati avemmo il nostro battesimo del fuoco e fummo messi in azione per fermare l'avanzata dei giganti. Venni messa nella retroguardia per la protezione dei cittadini, e riuscii a vedere Reiner solo qualche istante prima di andare a combattere.
«Reiner!»
Gli corsi incontro prima che si allontanasse con la sua squadra e non appena mi vide si fermò, aspettando che lo raggiungessi.
«Cosa c'è?»
«Io... volevo dirti-» Mi bloccai. Cosa volevo dirgli? Ero corsa da lui inconsciamente, senza riflettere. L'unico pensiero che ebbi in testa fu che potessimo morire da lì a poco. E se proprio doveva succedere, almeno volevo rivederlo un'ultima volta.
«Allora?» Mi incitò, sbrigativo.
«Solo... buona fortuna. Non morire.» Mi strinsi nelle spalle con occhi bassi e, non sentendo risposta, trovai il coraggio di guardarlo.
Ancora, quello sguardo contrito. Avrei tanto voluto chiedergli cosa gli passava per quella mente, ma lui alzò un braccio e portò una mano alla mia testa, accarezzandomi i capelli.
«Non morirò. Non adesso. Non posso permettermelo.»
Lo guardai interrogativa, ma lui non disse altro se non un «Non morire neanche tu.» detto di sfuggita, mentre già si girava per andarsene.
Per qualche motivo mi trovai delusa da quell'ultimo saluto e, a maggior ragione, sperai con tutta me stessa che quella non fosse l'ultima volta che lo rivedevo.
E per fortuna, non lo fu.
La battaglia di Trost fu lunga ed estenuante. Molti valorosi soldati morirono, tra cui Marco. Il numero delle vittime fu tale da non permetterci di gioire per la prima vittoria del genere umano, ma permise di aprire un barlume di speranza. Con la scoperta che Eren poteva diventare un gigante, il genere umano aveva finalmente la possibilità di avere un futuro e di liberarsi dalla sua prigionia durata cent'anni. Come tutti, ero scioccata da questa notizia e vidi di persona Eren uscire dalla nuca di quel gigante; e anche io mi battei per fargli richiudere la breccia di Trost. Non riuscii a parlare con Reiner per i tre giorni seguenti, non solo per il fatto che tutti noi fummo impegnati nel recupero dei cadaveri, ma anche per le ore di rapporto che dovemmo lasciare ai nostri superiori. Non ci fu permesso di avere un secondo di respiro, fino al giorno di assegnazione ad una delle tre armate.
«[T/n], ti posso parlare?»
Ero con gli altri, poco prima che tutti ci riunissimo in piazza per il discorso di Erwin Smith, comandante del Corpo di Ricerca, quando sentii la voce di Reiner alle mie spalle.
«Va bene.» Rimasi sorpresa dalla sua richiesta. Nell'ultimo periodo non ci fummo più rivolti la parola quasi e, inoltre, lo vedevo più turbato del solito. Pensai che fosse ancora troppo scosso dalla battaglia per poter parlare con qualcuno.
Lo seguii in un posto più appartato e, mentre il Sole calava dietro le mura, aspettai che Reiner dicesse qualcosa.
«Quindi? Volevi parlarmi?»
«Sei ancora sicura di voler entrare nel Corpo di Ricerca?»
La sua domanda mi stupì ma tentai di nasconderlo dietro un'apparente calma.
«Certo che sì. Non ho fatto tutta questa strada per nulla.»
«Pensaci bene. Nella Gendarmeria potrai vivere tranquilla nei territori interni. E se proprio non vuoi questa vita, ti rimane il Corpo di Guarnigione. Lì non sarai sola, molti nostri compagni si uniranno a quell'armata.»
«Reiner lo sai bene come la penso. Non ho intenzione di starmene con le mani in mano, mentre tutta l'umanità viene annientata.»
Il mio tono di voce duro lo turbò e aggrottando le sopracciglia riprese, man mano che continuava diventando sempre più irato.
«Lo so che vuoi vendicare il dolore di tua madre, ma ci sono altri modi per rendere giustizia a lei e a tuo padre.»
«Mio padre era un barone. Dovrei sposarmi con un barone quindi, così da ricordare mio padre e far felice mia madre? È questo che mi stai dicendo?»
«Sì, potresti.»
Ebbi una fitta al petto, ma la ignorai.
«Io non voglio. Voglio vendicarlo, uccidendo i mostri che hanno fatto lo stesso con lui!»
«È proprio questo il punto!» Alzò la voce, avvicinandosi spaventosamente a me. «Dopo che hai visto di che cosa sono capaci quei mostri, dopo averli visti divorare così tanti nostri compagni, hai comunque intenzione di combatterli?»
«Sì.»
«Ma morirai!»
«Allora morirò, se è questo il prezzo da pagare.»
La mia risposta lo scosse e si ammutolì, fissandomi. Mantenni quel contatto visivo con freddo distacco, nascondendo i miei sentimenti per lui. Se non fossi riuscita a mettere da parte quei miei stessi sentimenti, difficilmente avrei avuto il coraggio necessario di entrare nel Corpo di Ricerca.
Reiner distolse lo sguardo dal mio e adirato si allontanò. Ebbi per un istante l'impressione che avesse paura che io morissi, ma non ebbi ulteriore tempo per rifletterci perché i superiori ci chiamarono a posizionarci di fronte al palco. Il discorso di Erwin Smith stava per avere inizio.
Ero convinta che non avrei rivisto Reiner mai più, perché sapevo che lui sarebbe entrato nella Gendarmeria. Tuttavia, con mia profonda sorpresa, alla fine del discorso del comandante Reiner rimase tra chi voleva unirsi al Corpo di Ricerca, al fianco di Bertholdt. Vidi solo Annie allontanarsi e, scioltosi le file, a passo pesante seguii il biondo.
«Reiner!»
Non si girò a guardarmi, continuando a camminare al fianco di Bertholdt verso il dormitorio provvisorio all'interno del Wall Rose.
«Reiner!» Lo chiamai di nuovo e, capito che non si sarebbe fermato, con una corsetta lo raggiunsi e gli diedi uno spintone tale che gli feci quasi perdere l'equilibrio.
«Ma che diavolo fai?!»
«Perché anche tu sei entrato nel Corpo di Ricerca?!»
Lo guardai con rabbia, ma Reiner si girò verso Bertholdt e, con un cenno, gli disse di iniziare ad andare. Bert mi tirò un'occhiata fugace che non riuscii ad interpretare e si allontanò.
«Volevi andare nel Corpo di Gendarmeria! Cos'è, ora hai cambiato idea?»
«Sì, e con questo?»
«Perché?!» Urlai.
«Sono fatti miei il perché.»
«Anche tu rischierai di morire, lo sai?» Le lacrime cominciarono a riempire i miei occhi, ma con rabbia riuscii a non lasciarne sfuggire nemmeno una goccia.
«Non morirò. Io ho più chances di sopravvivere rispetto a te, ricordatelo.»
Sussultai, sentendomi pungolata nel profondo. Un pensiero occupò la mia testa e, decisa a liberarmene, decisi di domandarglielo.
«Sei... sei entrato nel Corpo di Ricerca per proteggermi, non è così...?»
«No.»
La sua risposta fu veloce e schietta. Sorpresa lo guardai dritto negli occhi, nel tentativo di trovare un'ombra di menzogna. Eppure sembrò sincero, tanto che sentii il mio cuore spezzarsi.
«Capisco...» Sussurrai, non curandomi se mi avesse sentita o meno.
Reiner però riprese. «Perché so che ti puoi proteggere benissimo da sola. Non sarai entrata tra i primi dieci del corso, ma so che sarai abbastanza forte da sopravvivere.»
Nuovamente, lo guardai con sorpresa e confusione.
«Ma perché...» La mia voce si ruppe e non fui capace di continuare.
«Perché cosa?»
Velocemente le lacrime iniziarono a sgorgare dai miei occhi. Cercai di asciugarle, ma più ci provavo e più aumentavano. Sembravo un fiume in piena.
«Perché ogni volta che penso di averti capito, scopro che in realtà non ho capito un bel nulla? Perché è così difficile capirti? Anzi, perché per me è così difficile starti vicino?»
Mi coprii gli occhi, premendo coi palmi delle mie mani nel tentativo di ricacciare tutte quelle lacrime indietro. Reiner non disse nulla ed io continuai disperatamente ad aprirgli il mio cuore, singhiozzando.
«Tu sai ciò che provo per te. E nonostante a parole tu mi abbia detto che provi lo stesso, perché non lo dimostri mai? Sei sempre così inquieto quando stai con me. Se un giorno mi allontani, l'altro ti preoccupi per me. Se un giorno mi tratti con distacco, l'altro mi fai gli occhi dolci. Ma lo capisci che io così non ci capisco niente?»
Ancora, non sentii Reiner fiatare e in uno scatto alzai il capo per poterlo guardare.
«Insomma si può sapere che ti passa per quella testa?!» Scoppiai. Un misto di rabbia, sofferenza e amore a riempirmi il petto, fondendosi l'un l'altro senza controllo.
Serrai gli occhi, tirando su col naso tra i singhiozzi. Sentii qualcosa sfiorarmi i capelli, ma non appena ebbi riaperto gli occhi vidi la mano di Reiner tornare sul suo fianco. Aspettai che dicesse qualcosa, qualsiasi cosa, purché mi parlasse. Ma tutto quello che ricevetti fu la vista dei suoi passi che riprendevano il suo percorso, verso il dormitorio.
Ero arrabbiata, ma la delusione e l'amarezza ebbero la meglio e continuai a piangere.
«[T/n] tutto bene?»
Mi girai e vidi Sasha guardarmi preoccupata, Ymir e Christa alle sue spalle. Nonostante fosse ancora sconvolta per aver scelto anche lei il Corpo di Ricerca, ebbe il tempo di chiedermi se stavo bene.
Istintivamente abbracciai la bruna, piangendo sulla sua spalla.
«P-perché... perché non riesco a stargli vicino?»
Passò così un mese, tra preparativi e addestramenti, finché Erwin Smith non diede inizio alla 57° spedizione fuori dalle mura. E per la prima volta, dopo ben tre anni, venni messa nella stessa squadra di Reiner. Sarebbe stata una bella notizia, se non per il fatto che non ebbi parlato con Reiner da quella sera, dopo l'assegnazione al Corpo di Ricerca. Lo evitai nel corso delle settimane e lui fece lo stesso, non guardandomi nemmeno quando ci incrociavamo nei corridoi della base.
La mattina della spedizione arrivò e uscimmo dalle Mura. E, per la terza volta nell'arco di poche settimane, nonostante la tensione tra me e Reiner e la freddezza che ci dimostrammo, ebbi il timore di non poterlo più rivedere. Le missioni all'esterno delle Mura provocavano la perdita di circa il 30% dei soldati e, nonostante la presenza di Eren, i miei timori non cessarono, tantomeno diminuirono.
Eppure l'astio tra noi, durato settimane, scomparì in meno di venti secondi, al pari di una folata di vento che porta via le foglie secche dagli alberi.
A causa di un gigante dalle fattezze femminili intere squadre vennero annientate e, rimasti io e Reiner, recuperammo Armin che fu quasi ucciso da quell'esemplare anomalo. Venimmo poi raggiunti da Jean, con il quale demmo battaglia con quel gigante. Come immaginavo, non eravamo abbastanza pronti e fu un attacco fin troppo avventato. Armin venne scaraventato via, stessa sorte toccò a me. Jean si salvò per un pelo, per qualche ragione, ma quando provò Reiner ad attaccarlo quel gigante lo stritolò nella sua mano. Fu come se tutta la vita mi fosse passata davanti e il cuore smise di battere, mentre con sgomento guardavo la scena. Pensai davvero che Reiner fosse morto, quando lo vidi liberarsi e balzare a terra. Non ebbi nemmeno il tempo di rendermene conto poiché in un istante prese Armin sotto braccio e corse verso di me.
«[T/n]! Riesci a rialzarti?!»
Non riuscii a fiatare e lui, interpretandolo come un no, mi afferrò un braccio.
«Salimi in spalla, forza!»
Ancora profondamente scossa e con il cuore in gola, il mio corpo si mosse meccanicamente e dolorante salii in spalla a Reiner, stringendogli le braccia al collo. Scappammo così da quel gigante anomalo e ci salvammo.
«Ma perché il mio cavallo non torna, dannazione!»
Diedi un'occhiata fugace a Jean, che continuava a fischiare con la speranza che il suo cavallo tornasse. Il mio cavallo, come quello di Armin, furono scaraventati via e l'unico rimasto era quello di Reiner.
Tornai ad Armin, chinandomi di fronte a lui, e tirai fuori dal taschino della camicia un fazzoletto in stoffa. Lo inumidii con dell'acqua e pulii il sangue dal viso del biondo.
«Sei sicuro di star bene, Armin?»
«Sì. Per fortuna non ho preso una botta troppo forte.»
Sospirai sollevata e finii di pulirgli il sangue, così che Reiner potesse passargli una garza attorno alla testa. L'osservai, ma lui non ricambiò il mio sguardo.
Sotto consiglio di Armin lanciai un fumogeno d'emergenza e fortunatamente arrivò Christa con due cavalli. Divisi il cavallo con lei e ci dirigemmo verso la foresta di alberi giganti, dove ci fu dato l'ordine di bloccare i giganti e non farli entrare nel bosco, sotto i nostri sguardi confusi e perplessi.
«Reiner.»
Il biondo si trovava su un ramo affianco al mio, poco più in basso.
«Che c'è?» Non si girò a guardarmi, osservando i giganti sotto di noi che si sbracciavano per raggiungerci.
«Come hai fatto a liberarti dalla presa di quel gigante?»
Stette in silenzio, tanto che pensai non mi avesse sentito.
«Sono riuscito ad aprirmi un varco con la lama. Tutto qui.»
«Capisco.» Sussurrai, pensando che la conversazione fosse chiusa.
«Tu stai bene?»
«Sì, credo di sì.» Risposi dubbiosa. «Ho la schiena leggermente indolenzita per la caduta, ma sto bene.»
Reiner sospirò e mi sorrise «Menomale. L'importante è questo.»
"Non sembra che ci tenga così tanto a me... ma perché in altri momenti dimostra il contrario?" Mesta tornai a guardare i giganti che ci fissavano impazienti di divorarci.
Mi fermai a riflettere.
Prima, quando Reiner rischiò di morire a causa di quel gigante anomalo, pensai che avrei voluto dirgli ancora tante cose. Il tempo trascorso insieme nelle ultime settimane mi apparve improvvisamente triste e monotono, portando a chiedermi perché mai non ci fossimo più parlati. Continuavo ad arrabbiarmi con lui perché le sue azioni mi apparivano insensate e il suo atteggiamento nei miei confronti era spesso contraddittorio. Eppure a pensarci bene, non passò un giorno in cui non dimostrasse affetto nei miei confronti, anche se poco: che fosse con un sorriso dolce o con una smorfia d'ira, che mi offrisse il suo sincero aiuto o mi persuadesse a non entrare nel Corpo di Ricerca per vivere felicemente nei territori interni. Dunque non era questo l'importante? Sapere che Reiner, nonostante tutto, ricambiasse i miei sentimenti, anche se a modo tutto suo? E soprattutto che stesse bene.
Forse era un sentimento egoista da parte mia voler capire a tutti i costi Reiner. Anzi, essere la sola a capirlo meglio di chiunque altro. Ma tutto ciò che sapevo era che qualcosa lo turbava, qualcosa dentro di lui lo stava logorando. Non riuscivo ancora a comprendere che cosa, ma non per questo avrei dovuto smettere di volergli bene. Di amarlo così com'era, in tutte le sue contraddizioni.
La spedizione fuori dalle mura fu un completo fallimento, portando nient'altro che perdite e malcontento, non solo tra le armate ma anche tra la popolazione. E lo scioglimento del Corpo di Ricerca appariva più vicino che mai.
Due giorni dopo, per qualche ragione, ci mandarono al distretto Sud del Wall Rose, tuttavia io venni raggiunta da un gendarme: mio zio voleva che presediassi immediatamente da lui, a Sthoess. Immaginai il motivo, ovvero costringermi a lasciare il Corpo di Ricerca una volta per tutte. Giacché i miei superiori non poterono opporsi mi ordinarono di tornare il prima possibile, nonostante le mie forti perplessità a riguardo. Non capivo perché dovessimo rimanere in quella zona, per di più in abiti civili, ma non osai chiedere spiegazioni. Prima di andarmene però sentii la necessità di parlare con Reiner, così andai al tavolo dov'era seduto assieme a Bert, Connie e Sasha.
«Posso parlarti un momento?»
«Certo.»
Aspettai che si alzasse e andai verso l'entrata, sentendolo alle mie spalle. Uscimmo e rimanemmo ben in vista dei superiori.
«Qualcosa non va?» Si poggiò sulla parete esterna e incrociò le braccia al petto, guardandomi preoccupato. Non potei che esserne felice.
«Va tutto bene. Mio zio mi ha detto di andare da lui, quindi tra poco parto.» Gli spiegai con un sorriso.
«Però sembri felice. È successo qualcosa?»
«Solo... Dopo la nostra spedizione fuori dalle Mura ho rifletto un po'.» Misi in ordine le idee e con un respiro profondo gli parlai sinceramente.
«Nell'ultimo periodo, da quando siamo entrati nel Corpo di Ricerca, mi sono allontanata da te perché non sopportavo il fatto di non riuscire a capirti e che tu mi allontanassi. Volevo che fossi un libro aperto per me e in qualche modo volevo che io fossi speciale per te... che tu provassi i miei stessi sentimenti. Non desideravo altro. Ma ora ho capito che non è questo l'importante tra noi. L'unica cosa che voglio davvero è poterti stare vicino, Reiner, anche se tu non vuoi.»
Mentre parlavo mi tormentai le dita, cercando qualcosa da guardare che non fosse il viso di Reiner. Lui però non distolse gli occhi da me per un singolo istante, ascoltandomi con viva attenzione tutto il tempo.
«Tutto qui... volevo solo dirti questo.» Pensai che come suo solito non mi avrebbe risposto apertamente, ma a quel punto non mi importava granché. Nel caso fosse successo qualcosa, il mio unico desiderio era fargli sapere ciò che pensavo e mostrargli il mio profondo affetto per lui.
«Anche io voglio starti vicino [T/n].»
Sussultai e lo guardai stupita. Il suo volto era illuminato di una luce nuova e per la primissima volta vidi i suoi occhi non solo guardarmi, ma vedermi.
«Dici davvero?» Boccheggiai.
«Più di qualsiasi altra cosa. [T/n] io... non voglio assolutamente perderti. E farò di tutto per far in modo che questo non accada.»
Il cuore mi balzò in gola e il fiato mi si bloccò in petto. Avvertii gli occhi pizzicare e velocemente chinai il capo per asciugarmi le lacrime agli angoli degli occhi.
«Perché stai piangendo adesso?» Reiner mi si avvicinò preoccupato, ma velocemente tornai a guardarlo.
«Niente. Solo solo molto felice.» Gli spiegai con un sorriso, tirando su col naso.
Inaspettatamente Reiner mi cinse la vita, abbracciandomi, e mi ritrovai con il volto sul suo petto, tanto che potei sentire il battito veloce del suo cuore. Strinsi le dita alla sua maglietta, sentendone l'odore di lavanda pervadere le mie narici.
«Ti proteggerò a costo di perdere la vita. Te lo prometto.»
«Non esagerare. Non voglio che tu muoia per proteggermi. Dopo che ti ho visto nella stretta di quel gigante femmina, il pensiero che tu possa morire mi distrugge.» Mormorai sulla sua maglietta, affondando il volto per trattenere le lacrime.
Improvvisamente sentii il corpo di Reiner irrigidirsi e il suo cuore mancò un battito.
«Reiner?» Lo chiamai.
Non mi rispose e subito mi allontanai, sciogliendo senza troppa fatica la sua presa.
«Reiner? Stai bene?»
Sussultai non appena vidi il suo volto. La stessa espressione che ebbe quando gli ebbi detto che mio padre era morto, quel giorno in cui mi venne a trovare durante le vacanze primaverili del nostro secondo anno d'addestramento. Lo stesso sgomento, lo stesso orrore negli occhi. Non mi capacitai di quel repentino cambiamento.
«Giusto... Quel gigante mi ha stretto nella sua presa... Ed io mi sono liberato... sopravvivendo.»
Lo scrutai atterrita, cercando la ragione di quel turbamento improvviso.
«Sì... ma perché tutto d'un tratto sembri così sconvolto?»
Non mi rispose e si voltò, tornando dentro la caserma senza rivolgermi altro sguardo.
«Reiner? Reiner!» Lo chiamai, invano.
Mi misi l'anima in pace, convinta di potergli parlare una volta tornata da Stohess. Andai dunque da mio zio, trovandomi immischiata contro la mia volontà in una battaglia contro il gigante femmina. Salvai persino la vita a mio zio e da quel giorno non si oppose più alla mia volontà di fare parte del Corpo di Ricerca. Successivamente rimasi bloccata nei territori interni con Eren, Mikasa, Armin e Jean. Volevo raggiungere nuovamente Reiner e gli altri, tuttavia la notizia di una breccia nel Wall Rose buttò tutti nel panico. Rimasi al fianco di Jean ad aspettare direttive per un giorno intero e proprio mentre ero nel panico più totale, in pensiero non solo per Reiner, ma anche per Sasha, Christa e tutti gli altri, arrivò un soldato a cavallo con delle novità. E assieme a lui c'era anche Sasha.
Non ebbi ricordo di quel momento. Mi risvegliai su un letto, all'interno di una delle camere del dormitorio del Corpo di Ricerca. Rimasi a vagare confusa per la base semideserta, quando vidi il capitano Levi ancora ferito all'esterno della base. Uscii con lo scopo di chiedere spiegazioni a lui, ma non ne ebbi il tempo. Il Corpo di Ricerca era appena tornato assieme ad alcuni soldati del Corpo di Gendarmeria, stremato e distrutto, sembrando reduce di una battaglia. Vidi infatti il comandante Erwin senza un braccio e altri orrori da far accapponare la pelle. Poco distanti vidi Sasha e Christa che scendevano dai rispettivi cavalli e le raggiunsi di corsa, chiedendo loro di spiegarmi che cosa fosse successo.
A quanto pare, il soldato venuto a cavallo insieme a Sasha diede la notizia che altri tre soldati del 104° si erano rivelati essere giganti ed erano riusciti a portare via Eren. Jean provò a chiedere chi erano ma venne fermato dal Comandante Erwin, il quale diede l'ordine di preparasi per inseguirli. Un attimo prima, riuscii a farmi dire da Sasha chi erano quei tre soldati.
Bertholdt Hoover
Ymir.
Reiner Braun.
Lo shock fu tale che caddi a terra priva di sensi e venni portata alla base del Corpo di Ricerca, in attesa che riprendessi conoscenza. Ma anche se fossi rinsavita in tempo, non sarei stata in grado di combattere; questo mi spiegò Sasha.
Passarono due mesi, nei quali mi unì alla squadra del capitano Levi. Accaddero molte altre cose e venimmo a conoscenza della verità sulla famiglia reale. Historia, vero nome di Christa, venne incoronata come legittima erede al trono e nel mese seguente seguirono i preparativi per la riconquista del Wall Maria.
Durante quei tre mesi ebbi modo di riflettere sulla vera identità di Bertholdt, Ymir e Reiner. Ma mentre Ymir mi mancava ed ero triste per il suo destino, a seguito di ciò che mi raccontò Historia, per Reiner non provai altro che odio. Aveva contribuito ad uccidere mio padre. Aveva rubato la vita a tantissimi altri innocenti. E capii che, con me, il suo obiettivo fu sempre e solo avvicinarsi per entrare in contatto con la Gendarmeria centrale e, in seguito, la famiglia reale. Proprio come ebbi pensato dall'inizio, nonostante i fini fossero diversi da quelli che mi aspettavo.
Come aveva potuto illudere tutti in quel modo? Come aveva potuto farmi innamorare, per poi abbandonarmi nel modo più doloroso possibile? Non me ne capacitavo, non riuscivo a darmi pace e fu l'odio per lui che mi spinse a partire insieme al Corpo di Ricerca per raggiungere Shiganshina. Ero decisa a ucciderlo, senza esitare.
Ma come potevo prevedere che a causa di un guasto, una lancia fulmine di un nostro compagno partisse contro la sua volontà e puntasse proprio nella mia direzione? Come potevo immaginare che un secondo prima che mi colpisse sulla bocca dello stomaco, Reiner mi avrebbe protetta perdendo un braccio? Lo guardai attonita e, nonostante fosse all'interno del gigante corazzato, lui sembrò fare lo stesso. Ma in quel momento di distrazione diede agli altri la possibilità di attaccarlo e, apparentemente, ucciderlo. Io rimasi inerme a guardare la scena, a guardare lui che rinsavito urlava per richiamare Bertholdt, e per tutto il tempo il mio corpo non fece altro che muoversi meccanicamente, per puro istinto di sopravvivenza, fino alla fine della battaglia. La mia mente non faceva altro che proiettare quell'istante nella mia testa, in loop.
Quell'odio provato per tre mesi non fu altro che una maschera per nascondere il mio profondo dolore. E sempre quello stesso odio scomparve non appena mi resi conto che Reiner ebbe rischiato la vita, pur di proteggere me, un suo nemico.
Com'era possibile?
«Ti proteggerò a costo di perdere la vita. Te lo prometto.»
"Io pensavo che mentissi. E invece ora scopro che eri sincero quella volta" pensai, guardando Reiner ferito e intrappolato dal capitano Hanji, quest'ultima cercando di convincerlo a dirci tutto quello che sapeva. Mi dovetti voltare e trattenere le lacrime, mentre il capitano gli amputava gambe e braccia, le sue urla di dolore troppo strazianti per avere il coraggio di guardarlo.
"Perché? Perché mi hai protetta, Reiner?"
«[T/n]. Devi parlare tu con Reiner.»
La voce di Jean mi risvegliò dai miei pensieri e mi girai a guardarlo.
«Cosa?»
«Prima Reiner ti ha protetto da quella lancia fulmine. Sapeva che andava a suo svantaggio ma l'ha fatto comunque. Questo vuol dire che tu sei ancora molto importante per lui, più di noi, quindi forse tu riusciresti a convincerlo.»
«Tu mi piaci molto [T/n], dico sul serio. Però... la mia testa è un casino e non penso si sistemerà tanto presto.»
"Possibile che mi ami davvero? Ma non ha alcun senso..."
«[T/n]. Dobbiamo sbrigarci. Tra poco Mikasa potrebbe tornare col capitano Levi e il siero.»
«Quindi faremo davvero divorare Reiner?» Mormorai in un fil di voce, guardando Jean. Probabilmente lesse la paura nei miei occhi, tanto che distolse lo sguardo dal mio e mi disse nuovamente di andare a convincere Reiner a collaborare.
Feci un respiro profondo e andai verso di lui, sentendo le gambe deboli e sul punto di cedere. Mi inginocchiai di fronte al biondo e l'osservai. Solitamente, se si odia tanto qualcuno si gioirebbe nel vederlo così privo di forze e impotente. Eppure nel vederlo in quello stato provai una fitta lancinante al petto.
«Reiner.»
Il biondo rimase immobile e silenzioso, ma il suo respiro si fece più pesante.
«Reiner.» Lo richiamai. Tentai di mantenere ferma la voce, ma ciò che ne uscì fu un fievole tremolio.
«Se non dirai tutto quello che sai, ti faranno divorare da qualcuno di noi tramite il siero. Morirai. Quindi ti conviene collaborare.»
Inaspettatamente un ghigno spuntò sulle labbra di Reiner, digrignando i denti.
«Hai sempre fatto schifo a nascondere le tue emozioni. E nonostante non ti possa vedere, anche adesso so che non è cambiato nulla.» Sputò il biondo, derisorio.
Avrei voluto chiedergli molte cose: se mi amava davvero e, in tal caso, se era per quel motivo che mi aveva protetta da quella lancia fulmine. Tuttavia riprese appoggiando la testa al muro. Il suo ghigno si tramutò in una smorfia acre e penosa.
«Ma forse... è anche per questo che non riuscivo ad allontanarti. Così goffa e impacciata da far innamorare chiunque.»
Il mio cuore palpitò, provando un miscuglio di emozioni difficili da decifrare.
Guardai la sua benda agli occhi e inconsciamente sollevai una mano per levargliela, tuttavia un suo sussurro mi bloccò.
«Cosa?»
«Mi dispiace.»
Sprofondai e rimasi a fissarlo scossa.
«Eh..?» Riuscii solo a sussurrare, prima di sentire Jean urlare il mio nome alle mie spalle.
Non ebbi il tempo di capire cosa stesse succedendo che Jean si catapultò su di me e mi buttò a terra, un attimo prima che il gigante carro riuscisse ad azzannarmi. Portarono via Reiner e non potemmo fare nulla per fermarli, perdendo presto le loro tracce.
• • •
I nemici quel giorno fuggirono e noi riuscimmo a riconquistare il Wall Maria, scoprendo la verità sul mondo esterno. Reiner non tornò più e arrivai a pensare che non l'avrei mai più rivisto, ma non smisi di pensarlo un singolo giorno. Sasha lo sapeva bene e fu sempre lì a rincuorarmi, con un abbraccio o una spalla su cui piangere. Le gridavo di odiare Reiner, che mi mancava, che volevo rivederlo; che non riuscivo a dimenticarlo, tantomeno a smettere di amarlo. E Sasha fu sempre al mio fianco in quei momenti, fino alla fine.
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