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xxxiii. parole come coltelli

𝐅𝐎𝐑𝐒𝐘𝐓𝐇𝐈𝐀 ... !
𝖺 𝚆𝙾𝙾𝚂𝙰𝙽 𝖿𝖺𝗇𝖿𝗂𝖼𝗍𝗂𝗈𝗇 ❨ 𝙰𝚄 ❩
ooi. 𝑪𝑨𝑷𝑰𝑻𝑶𝑳𝑶 𝑻𝑹𝑬𝑵𝑻𝑨𝑻𝑹𝑬
🦋🌪 — 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘵𝘪𝘷𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘰𝘵𝘵𝘢𝘳𝘦.



















𝗇𝗈𝗇 𝖼𝖾 𝗅'𝖺𝗏𝗋𝖾𝗂 𝖿𝖺𝗍𝗍𝖺 𝗌𝖾 𝗇𝗈𝗇 𝗆𝗂 𝖺𝗏𝖾𝗌𝗌𝗂 𝗍𝖾𝗇𝗎𝗍𝗈 𝗉𝖾𝗋 𝗆𝖺𝗇𝗈.







Il tempo si fermò nella casa di Wooyoung.
E, a dire il vero sembrava che si fosse fermato nel Medioevo.

I due adulti parlavano, urlavano, lanciavano oggetti contro il pavimento e contro il muro, lo insultavano e lui se ne stava zitto come se avesse le orecchie ovattate, come se fosse in una realtà a parte, come se si stesse distaccando dal mondo e da sé stesso.

Credeva che avessero superato quella fase quando gli avevano dato il permesso di tornare nuovamente a casa, lo credeva e si sbagliava. Pensava, o meglio sperava, che i loro complessi fossero stati superati e non si aspettava di certo una reazione del genere, tanto drastica.

«Dove eri? Con chi eri?» aveva chiesto la madre a denti stretti, già sull'orlo di scoppiare in una crisi isterica.
«Ti abbiamo visto che ti baciavi con quel ragazzo. Ragazzo maschio.» sottolineava suo padre, alzandosi dal divano.
«E quindi?» aveva risposto Woo.
«E quindi, cosa?»
«Sono gay, lo sapete da anni ormai.»

Quell'ultima frase era bastata per scatenare la fine del mondo tra quelle mura. La donna scoppiò in un pianto disperato urlando e gridando come se stessero uccidendo qualcuno, l'altro, invece, sbraitava insulti e minacce a squarciagola, come se le parole potessero cambiare la realtà dei fatti.
«Non comportatevi come se non ve l'avessi mai detto!» ringhiava Wooyoung, difendendosi a tono, «Non è mica una novità!»

E ogni frase pronunciata da quelle persone che, teoricamente, erano coloro che lo avrebbero dovuto amare e supportare di più al mondo, erano un colpo al petto. Un massacro.
Il moro incassava, incassava ogni pugno, incassava ogni insulto, incassava ogni parola detta senza peso e senza pensare.
Se ne stava fermo in mezzo alla stanza cercando di spegnere il cervello e sconnettersi da quella lapidazione, cercava di smettere di ascoltare e concentrarsi su altro eppure, eppure ogni tentativo era fallimentare.

Si prendeva dritto in faccia tutto ciò che dicevano e ogni secondo in più che passava circondato dalla loro voce, era una fitta al cuore che si ampliava, una coltellata nella pancia che veniva spinta sempre più in profondità, un taglio sulla pelle dal quale sgorgava sotto i suoi occhi stanchi sempre più sangue.
Si prendeva dritto in faccia tutto ciò che dicevano e ogni volta che qualcuno alzava un braccio per lanciare un piatto si sentiva svenire, il boato della ceramica a terra lo faceva tremare e i pezzi sparsi per la cucina erano la perfetta rappresentazione di tutto il suo lungo percorso che aveva affrontato per amarsi e accertarsi a pieno: distrutto.

Con i pugni stretti e i denti che digrignano, con il panico alla gola e le lacrime che bussano per uscire, Wooyoung cercava di mantenere sotto controllo la situazione che, però, ad ogni attimo pareva peggiorare sempre di più.
Socchiudeva gli occhi cacciando in pancia la sua tristezza e la sua completa delusione, poi, pensava: "Uno, due, tre... Respira. Pensa. Ricomponiti. Non sei questo, non sei cosi. Non sei un mostro, non sei un fallimento. Tu, tu vai bene così." si diceva nella mente, dandosi coraggio. "Non hai più quattordici fottuti anni. Difenditi, difendi la persona che sei, forza."

«Pensavamo avessi superato quella fase del cazzo!» urlò il padre.
«No, io pensavo che voi aveste superato questa fase del cazzo!» rispose, con tanta cattiveria da lacerarsi i polmoni e strapparsi le corde vocali.

«Perché non puoi essere normale?!» si disperava la madre, tra le lacrime.
«Normale..? Che cosa pensi, che sia malato?! Non scegli tu di chi posso o non posso innamorarmi, mamma.» sbottò sull'orlo di un pianto trattenuto troppo a lungo.
«Sei un ingrato! Tutto quello che ti abbiamo dato! Non ti abbiamo mai fatto mancare niente!» replicava lei.
«Non mi avete mai fatto mancare niente?! - sussultò Woo, spalancando gli occhi e abbozzando una risata nervosa - E cosa ne dici di un tetto sopra la testa? Per non so.. Tipo due anni? Cosa ne dici di quando mi avete cacciato di casa? Di quando avete smesso di guardarmi in faccia e darmi almeno i soldi per comprarmi i libri di scuola? Eh? Ora non parli però!»

«Mi fai schifo» insultò il padre.
«Ormai non mi dispiace nemmeno più. Non sono più piccolo e i vostri insulti di merda potete pure tenerli per voi perché, per quanto mi riguarda, non esistete più per me

Nonostante nel tono di voce di Wooyoung la rabbia e l'indifferenza prevalevano, il suo cuore era annerito dalla tristezza, dalla consapevolezza di aver appena perso i suoi genitori per sempre.

«Non vedi come hai ridotto tua madre?!» sbraitò alzando le mani e indicando la donna distrutta e accasciata al tavolo da pranzo.
«Oh, povera. Di certo la vittima in tutta questa storia è lei, non io!» rispose sarcasticamente.
«Non rispondere in questo modo, porta rispetto Wooyoung!» lo rimproverò.
«Rispetto? Da che pulpito, cazzo! Ammiro il tuo coraggio, dico sul serio! Vieni qua tu a farmi una cazzo di predica dopo che mi hai insultato per quaranta minuti filati? Minchia! Complimenti allora!» rispose.
«Hai finito di fare il simpatico?! Sei solo uno schifoso malato!» esclamò.

Queste ultime parole, a dire il vero, il padre le disse con tanto disprezzo che il moro non riuscì a rimanere impassibile e ribattere con ironia.
Abbassò lo sguardo deglutendo e se fino ad un attimo prima era sicuro di sé, ora tremava.
Fece un respiro profondo e proprio quando sembrava perdere il controllo e scoppiare in un pianto disperato, la sua tasca vibrò.
Era San, ne era certo.

San.

Il suo motivo per lottare.

Rialzò gli occhi mordendosi l'interno della guancia e cercando di non tirargli un pugno dritto sul naso, fissò nelle pupille il padre che, indignato e deluso, disse: «Vattene. Vattene dalla nostra vista, vattene di casa.»

Per la seconda volta in nemmeno vent'anni di vita, Wooyoung era stato cacciato.
«No, sono io che me ne vado. - disse fieramente - Sono io che domani aprirò gli occhi e sorriderò al pensiero di non essere in quella stanza orrenda, di dovervi vedere quando scendo le scale, di sentire la vostra orribile voce. Io scelgo di andarmene.»

Una volta in camera, si gettò sul letto e soffocò un urlo nel cuscino, un urlo pieno di rabbia, sconforto, disdegno.

Accese il telefono e tutti i suoi tremendi pensieri scomparirono quando vide che, il messaggio che aveva ricevuto poco prima, era davvero del suo fidanzato. Bastava quello, bastava lui, ad alleggerirgli cuore e anima, a fargli tornare un minimo di serenità.
"fuori piove e tu odi la pioggia perché ti rende sempre triste, quindi come stai?"

Fece in tutta fretta la valigia, mise i suoi vestiti appallottolati in uno zaino e i suoi averi in una borsa per la spesa, cercò di prendere il più possibile tra le sue cose per non dover tornare in quella gabbia per molto tempo.
Poi, scese le scale senza guardare in faccia nessuno e sbatté la porta uscendo, nuovamente, tra le grida dei genitori.
«Vai! Vai e non tornare! Preferirei vederti morto che in questo stato!»

Non aveva un ombrello e fuori, cosi come dentro di lui, diluviava. Ma non gli importava granché di bagnarsi, a dire la verità. In quel momento, se sentiva le gocce cadere sul suo viso si sentiva vivo.

Aspettava l'autobus e le sue lacrime iniziarono a farsi strada sulle guance e confondersi con l'acqua piovana, rigavano il suo volto e scendevano a dirotto.

Poi camminò, camminò e camminò fino a quando non arrivò di fronte alla porta di ingresso dei Choi.
Bussò con tutti i suoi bagagli tra le mani e un volto sciupato e distrutto.

E dopo qualche secondo, San gli aprì.
Lo osservò in viso inizialmente confuso, ma gli bastò abbassare lo sguardo per capire perfettamente la drastica situazione.
Non disse una parola, sul suo volto nacque un'espressione quasi triste, poi fece un passo in avanti e lo abbracciò stringendolo tra le sue braccia, «Sei al sicuro qui, Wooyoungie» sussurrò al suo orecchio, mentre gli accarezzava i capelli, «Sei al sicuro».

Il maggiore gli prese il viso tra le mani e sotto una pioggia incessante baciò le sue labbra screpolate e piene di morsi, passò le dita sul sulle sue guance umide e fece scontrare le loro fronti. «Posso stare qui?» bisbigliò timidamente il moro, con un filo di voce.
«Puoi rimanere anche tutta la vita, se ti va












༄˚ ༘ ༉ ⋆ ೃ⁀➷ 𝚊𝚞𝚝𝚑𝚘𝚛'𝚜 𝚗𝚘𝚝𝚎 🦋🌪

ciao👍🏻💀
scusate per questo capitolo terribile bruttissimo orrendo tristissimo devastante🥲
vabbe che dire è veramente un capitolo triste l'ho riletto tipo settimana scorsa e mi è scesa una lacrima quindi SI avete il permesso di odiarmi per questo.

fine delle comunicazioni però i prossimo saranno meno tristi..... anche perché la storia sta finendo.....

giulia

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