29. Noia
Uscito da scuola mi diressi subito al grande cancello per raggiungere l'auto di mia madre, ma sentii una mano afferrarmi il polso e che mi costrinse a girarmi. [T/n] stava davanti a me, con la frangetta che tra non molto avrebbe coperto i suoi grandi occhi [c/o] se non l'avesse tagliata. Mi fissava triste, sapendo bene che quella, forse, sarebbe stata l'ultima volta che ci saremmo visti.
«Tornerai presto, vero?» Chiese inutilmente, non lasciandomi il polso stretto tra le sue mani.
Non volevo vederla così. Non volevo che soffrisse. Le volevo molto bene ed anzi, proprio durante quell'ultimo anno di elementari quell'affetto era diventato sempre più forte, tramutandosi presto in una cotta. Una piccola e ingenua cotta, da bambino di 11 anni, ma ciò rendeva ancora più difficile allontanarmi da lei.
«No.» Non le mentii dandole false speranze.
Nonostante cercasse di trattenersi, vidi i suoi occhi riempirsi di lacrime. Lasciò il mio polso e febbrile si tolse lo zaino dalle spalle per aprire la piccola tasca anteriore. Ne tirò fuori un fogliettino di carta e me lo porse.
«Tieni, qui c'è il numero del telefono fisso di casa mia. E anche... l'indirizzo. Così se tornerai, ti ricorderai dove sono. Non perderlo per favore.»
Con esitazione presi quel foglietto e lo guardai a lungo.
No. Non potevo darle una tale sofferenza, per così tanto tempo. L'aveva detto lei stessa non molto tempo prima, un'amicizia a distanza non sarebbe mai riuscita a sopportarla. Aveva perso la madre, aveva perso i suoi due primi amici, ed ora stava per perdere anche me. Lei aveva bisogno di avermi vicino per darle un sostegno, anche se non voleva ammetterlo, ma io non ne ero più capace.
Aggrottai le sopracciglia e strinsi quel foglietto. Sapevo ciò che dovevo fare, ma non ne avevo la forza.
«Appena arrivi nella tua nuova città chiamami, d'accordo?» [T/n] si costringeva di sorridere e di trattenere le lacrime.
Chinai il capo e strinsi i denti.
«No.»
«Eh?»
«Ho detto no.» Sollevai la testa e la guardai, fingendomi indifferente e freddo.
«Ma perché no?»
«Credi davvero che io voglia rimanere in contatto con te? Anzi, non vedevo proprio l'ora di trasferirmi e toglierti dai piedi.»
Il suo labbro inferiore iniziò a tremare ed ora mi guardava spaesata.
«Ma che stai dicendo? Siamo amici!»
«Sei tu che da quella volta allo zoo ti sei accollata a me e mi hai seguito come un cane, pretendendo che fossi il tuo salvatore e il tuo migliore amico.»
«Non capisco...»
«Ti difendevo dai bulli solo perché mi facevi pena. Non lo capisci [T/n]? Fin da quando ti ho vista...» le mostrai il foglietto, stringendolo tra le dita di entrambe le mani. «Ti ho sempre odiata.»
Prima di pentirmi di quello che stavo facendo, con violenza strappai il foglio con su scritto il numero di telefono e l'indirizzo di casa di [T/n].
[T/n] fissava i pezzi di carta cadere a terra, con forte sgomento, e lentamente tornò a guardarmi
«Eren...»
«E adesso vedi di lasciarmi in pace. Dimenticati di me ed io farò lo stesso.»
Mi voltai e mi costrinsi ad andarmene. Mi allontanai ed uscii dal cancello, lasciando lì [T/n] che piangeva in silenzio. Rimasi dietro un angolo ad aspettare che se ne andasse e, appena vidi allontanarsi anche lei, tornai indietro e raccolsi i pezzetti di carta da terra, mettendoli in tasca. Mi costrinsi a non piangere e andai via.
Avevo fatto la scelta giusta, pensavo. Ora che mi ero fatto odiare da [T/n], lei avrebbe potuto dimenticarmi e andare avanti con la sua vita senza di me. E vivere la sua giovinezza felicemente, seppur per un iniziale momento di sofferenza.
Sì, avevo fatto la scelta giusta.
Eren's pov. Venerdì notte della seconda settimana di gennaio
«Eren? Sei lì dentro?» Floch bussò alla porta del bagno, dov'ero appoggiato di schiena.
«Sì... Cosa c'è?» Risposi, soffocando un gemito.
«Ti vogliono di nuovo sul palco, sbrigati.»
«Cazzo...» Mormorai, e non appena sentii i passi di Floch allontanarsi afferrai la testa della ragazza in ginocchio di fronte a me, per avvicinarla e rilasciare il mio orgasmo.
Lei fece un verso strozzato ingoiando tutto, per poi allontanarsi e pulirsi le labbra.
«Ti è piaciuto?»
«Mh? Sì, certo.» Noncurante mi tirai su i boxer e i pantaloni in pelle, facendo un respiro profondo.
Quella ragazza nel frattempo si alzò e prese della carta igienica per pulirsi, guardandosi allo specchio. Mi aveva detto il suo nome poco prima, ma me lo ero già dimenticato.
«Ieri ti ho mandato un direct su Instagram ma non mi hai risposto...»
«Me ne arrivano tanti tutti i giorni.» Mi limitai a risponderle, per poi lavarmi le mani.
Guardai la sua immagine riflessa allo specchio, mentre si puliva il rossetto sbavato e si scioglieva la coda di cavallo. Non seppi il motivo, ma provai un profondo disgusto.
«Hai ragione, scusami... Effettivamente con quasi ventimila follower diventa difficile rispondere a tutte...»
"Idiota" pensai seccato.
«Io ora devo andare.» Stavo per uscire, ma lei mi fermò e tirò fuori dalla borsa un pezzo di carta e una penna.
«Tieni, questo è il mio numero. Così potrai contattarmi!» Mi sorrise e, con voce squillante, mi salutò.
Quando uscii dal bagno buttai un'occhiata al numero e subito dopo mi raggiunse Bertholdt.
«Tieni, sbrigati a salire.» Con un leggero fiatone mi passò un cappello da cowboy e si allontanò, chiudendosi nel retro.
Guardai prima il cappello e poi il foglio nell'altra mano, in una smorfia di ribrezzo.
"Che schifo..." Stropicciai il foglietto e lo buttai nella pattumiera lì vicino, mettendomi poi il cappello in testa per andare verso il palco.
Da quando [T/n] mi aveva lasciato il mese scorso non provavo più alcuno svago nel fare lo stripper, o intrattenere gruppi di ragazze. Quella che prima era una distrazione ed un divertimento, ora era diventata una tortura. Ma continuavo a farlo, perché non avevo nulla di meglio da fare. Continuavo a rappresentare l'oggetto del desiderio di tutte quelle donne sotto al palco perché ormai tutto mi annoiava tremendamente. E anche se offrire una lap dance ad una donna a quel punto non mi provocava altro che fastidio e noia, era sempre meglio del non provare nulla.
Verso le cinque di mattina, nonostante il freddo, mi ero seduto fuori dal retro per fumare, non permettendomi di pensare a niente.
«Hey, c'è un'altra che ti vuole.»
Mi girai e vidi Floch e Bertholdt venirmi incontro, con tre bottiglie di birra.
«E lasciala dov'è.» Risposi al rosso, mentre Bert mi passava una bottiglia.
«Te l'ho detto solo perché pensavo ti interessasse. Nelle ultime settimane non hai fatto altro che lavorare e scopare.» Sogghignò lui, sedendosi al mio fianco insieme al bruno.
Lo ignorai e spensi la sigaretta ai miei piedi, pestandola sotto la suola.
«Da quando ti sei lasciato con... [T/n] giusto? non sembra piacerti più questo lavoro. Perché?» Chiese Bertholdt incuriosito, portandosi poi la birra alle labbra.
«E che ne so.» Dissi austero, guardando di fronte a me.
«Però... al pubblico sembri piacere di più così.» Riprese Floch, rigirandosi la bottiglia tra le mani. «Le ragazze ora impazziscono, con i tuoi atteggiamenti bruschi e il tuo sguardo freddo.»
"Ma perché mi trovo qui?" Mi ritrovai a pensare con stizza e in un sospiro frustrato mi alzai.
«Torni a casa?» Bert alzò la testa per guardarmi.
«Sì.» Dissi soltanto e senza salutarli uscii dal locale e andai verso la mia moto. Finii la birra in pochi sorsi e la buttai nella pattumiera poco lontano con un lancio.
Quando arrivai al mio appartamento erano le cinque e quaranta, ma non avevo sonno, dunque mi sciolsi i capelli e restai per qualche ora sdraiato sul letto ad ascoltare un po' di musica, girovagando sui social.
«Effettivamente con quasi ventimila follower diventa difficile rispondere a tutte...»
Entrai nel mio profilo Instagram, guardando le mie foto e i commenti, per la stra gran maggioranza di ragazze. Alcuni erano delle semplici emoji, mentre altri erano da parte di qualche ragazza straniera. Entrai poi nei direct e, scorrendo tra tutti quei messaggi nemmeno aperti, mi ricordai di cosa mi aveva scritto [T/n] l'ultima volta che ci eravamo parlati.
Aveva ragione, non si era mai lamentata di tutto quello. Nonostante fosse turbata e infastidita da tutte quelle ragazze che mi facevano la corte o che mi mandavano foto spinte nei messaggi privati, non l'avevo mai sentita lamentarsi. Neanche una sola volta. Al contrario, si lamentava di me e del mio atteggiamento, perché invece che ignorarle ad alcune rispondevo e fingevo di starci.
Mi accorsi solo in quel momento che non avevo mai postato nulla con [T/n], più per il timore che qualcuna potesse unfollowarmi, piuttosto che per la paura che potessero criticarla. Volevo continue attenzioni, da tutti.
[T/n], per tutto quel tempo, si era tenuta dentro questi pensieri, mentre io ero stato uno stupido a non notarlo. Ero stato un gran coglione ed ora era troppo tardi per rimediare.
Sentendo dei rumori in cucina verso le sette, uscii da camera mia con addosso solo i pantaloni e legandomi i capelli andai in cucina, dove vidi Zeke farsi un caffè. Si girò sentendomi arrivare e mi sorrise.
«Pensavo stessi ancora dormendo, dopo il lavoro.»
Alzai le spalle e presi posto a tavola. «Non ho sonno. Fa' un caffè anche a me per favore.»
Non mi rispose e tornò a ciò che stava facendo. «Non ti fa bene rimanere sveglio così tante ore di fila. Lo stai facendo fin troppo spesso in questo mese.»
Non risposi e poco dopo Zeke mi posò una tazzina da caffè davanti. Avvicinai il barattolo dello zucchero e ci misi un cucchiaino, iniziando a girare.
«Ci sono ancora gli esami all'università fino a febbraio, quindi anche oggi tornerò tardi. Ordina qualcosa per la cena se vuoi.» Mi diceva, ma in verità non ci prestavo molta attenzione.
«Papà ha richiamato.» Dissi ad un certo punto, continuando a girare il cucchiaino nella tazza. «Vuole parlarti.»
Zeke non disse nulla, ma si allontanò e prese la giacca.
«Non m'importa. Se tu l'hai perdonato per averti nascosto la verità, sono affari tuoi. Ma non mettere in mezzo anche me.» Rispose freddo, prima di salutarmi e andarsene.
Io passai il resto della mattina a oziare e fare ginnastica. L'appartamento era silenzioso e gli unici rumori che sentivo provenivano dalla piazza.
Dopo il pranzo mi arrivò una chiamata da Zeke, dove mi diceva di portargli dei fogli che aveva dimenticato a casa, e senza lamentarmi uscii per raggiungerlo.
Mi accorsi che mi stavo sempre più abituando alla vita notturna, tanto che la luce del Sole seppur debole in inverno mi infastidiva.
Parcheggiai la moto e mandai un messaggio a mio fratello per chiedergli dove trovarlo, e mi indicò l'aula. Entrai in uno di quegli edifici e iniziai a cercarla, chiedendo in giro, mentre notavo gli sguardi di alcune ragazze posarsi su di me. Bisbigliavano cose tra loro, alcune ridacchiando, ed io le ignorai fino a trovare l'aula. Diedi tutti i fogli a Zeke, che mi ringraziò, e prima di uscire diedi uno sguardo a tutti quegli studenti impegnati nell'esame scritto.
"Come fanno a studiare così tanto? Cosa li spinge a spaccarsi la schiena su tutti quei libri?" Pensavo, mentre mi tornavano in mente tutti quei libri universitari da centinaia e centinaia di pagine di Zeke, a casa.
«Il fatto che tu critichi il mio fare progetti e prepararmi per il futuro dimostra quanto tu sia infantile! e mentalmente bloccato agli anni liceali cristo!»
Mi tornarono in mente anche le parole di [T/n], dette con così tanta rabbia che non sembrava nemmeno lei. Uscito dall'aula mi guardai allora intorno, osservando tutti quegli studenti che chiacchieravano e che, nonostante tutto, sembrava piacergli stare lì.
"Forse è per questo che a [T/n] piace questo ambiente... Forse anche io..."
«Eren?»
Quella voce.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro