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20. Bugie

Nella settimana che seguì decisi di prendermi qualche ora libera dallo studio e andare in centro da sola, per liberare la mente.
Si iniziava già a sentire l'aria invernale e nelle vetrine di qualche negozio erano già presenti degli addobbi natalizi.

"Devo ancora pensare ad un regalo per il compleanno di Levi..." Pensai, quando i miei occhi si posarono su un gruppo di ragazzi in piazza, tra i quali riconobbi subito Eren, Bertholdt e Floch. Fu quest ultimo a notarmi per primo e picchiettare la spalla di Eren per avvisarlo.

Nel momento in cui incrociai lo sguardo con quello del mio ragazzo, mi voltai e feci per allontanarmi, conscia del fatto che mi avrebbe seguita. Mi tolsi infatti le airpods dalle orecchie e dalle voci dei ragazzi capii che mi avrebbe raggiunta presto.

«Eren la mia bici porca puttana!»

«Te la riporto dopo!»

Mi tenni la borsa stretta davanti a me, facendola sobbalzare camminando, finché non sentii alle mie spalle il rumore di una bicicletta avvicinarsi. Eren mi raggiunse e proseguì lentamente al mio fianco.

«Che fine ha fatto la tua bella moto, campione?» Chiesi sarcastica.

«L'ho barattata.»

«Con questa?»

«Perché? Non farti ingannare dalle apparenze, va come un fulmine guarda!»

Detto ciò Eren mi sorpassò e cominciò a girarmi attorno con gran velocità, dal momento che non erano presenti molte persone nella via.
Fui costretta a rallentare il passo fino a fermarmi, mentre Eren mi girava attorno e successivamente si allontanò solo per fare un'impennata.

A quel punto non resistetti più e scoppiai a ridere divertita. Eren alla fine tornò indietro e frenò a un passo da me.

«Perché non sali? Ti porto a fare un giro.» Chiese con un leggero fiatone.

Mi finsi titubante, con un sorriso caustico. «Non saprei, nei film ho sempre visto che non bisogna fidarsi dei motociclisti. In particolare di quelli spericolati come te.»

Lui ridacchiò e battè una mano sul manubrio. «Andrò piano, promesso.»

Mi morsi il labbro e mi levai la borsa per appendergliela al collo, prima di sistemarmi sul manubrio.

«Se vai veloce o mi fai cadere ti uccido.»

«Ricevuto piccola.» Prima di partire mi lasciò un bacio fugace sulla guancia.

Non riuscii a trattenere le risate nel sentire Eren imitare il rumore di un motore, scansando per poco chi camminava in piazza. Il suo gruppo di amici nel mentre stava entrando in un bar, ma ad Eren non sembrò interessare.

«Dai Eren ora fermati.» Continuavo a ridere.

Lui lentamente rallentò e appena si fu fermato scesi, barcollando un poco, infine mi ripresi la borsa.

«Non torni da loro?» Indicai alle mie spalle i suoi amici, ma Eren alzò le spalle.

«Ora voglio stare con te. E poi non sono miei amici, sono solo colleghi.»

Mi chiesi perché ci stesse uscendo insieme, ma invece che porgli quella domanda, a voce alta gli chiesi altro.

«Eren, hai mai pensato di cambiare lavoro?»

Il bruno non sembrò felice della mia domanda, dal momento che le discussioni che avevamo spesso erano incentrate su questo argomento, ma rimasi calma nel chiederglielo. Volevo veramente saperlo.

«No sinceramente. Mi piace e mi diverto. E poi alle feste ci sono sempre un sacco di alcolici e ci ubriachiamo come pazzi.» Mi sorrise genuino. «Quindi perché dovrei?»

«E gli studi? Sei già un anno fuori corso, hai fatto un liceo dopotutto e-»

«Faccio lo stripper, a che mi serve l'università? Perché ti turba così tanto che io non ci vada?»

«Mi sto solo preoccupando per il tuo futuro Eren.» Risposi, sinceramente preoccupata.

«Ma ora siamo nel presente. Non devi preoccuparti, davvero.»

Irresponsabile.

Stavo per dire altro ma il cellulare di Eren cominciò a suonare e, appena vide chi lo stava chiamando, lo spense.

«È tua madre?»

«Mh? Sì.» Eren tornò ad appoggiarsi sul manubrio, guardandomi.

«Perché non le rispondi mai? Non è la prima volta.» Incrociai le braccia al petto, guardandolo seria.

«Non mi va di parlarle, tutto qui.» Tagliò corto lui, spostando lo sguardo da un'altra parte.

Pensai ad un motivo per il quale non voleva parlarci, quando mi venne un'illuminazione.

«Ce l'hai ancora con lei per averti nascosto l'ex moglie di tuo padre o non averti parlato di come sei nato?»

Non disse nulla e capii di aver fatto centro.

Sospirai. «Eren non puoi ignorare tua madre per questo motivo, di sicuro aveva le sue ragioni per non dirtelo. E poi spettava a tuo padre parlarti della sua ex moglie se vogliamo proprio essere precisi.»

«Infatti con lui non ci parlo proprio più.» Disse acido, continuando a non guardarmi.

«Non credo che te l'abbiano tenuto nascosto per dispetto, ma per farti crescere senza tormentarti. Tu invece non parli più nè a tuo padre né a tua madre per ripicca.»

Non disse nulla e non mi rivolse nemmeno un veloce sguardo.

Infantile.

Mi morsi la lingua per non dire altro, finché non fu lui a prender parola per cambiare argomento.

«Stanotte non lavoro. Vieni da me?»

Finalmente si girò a guardarmi, rilassandosi, ma io mi strinsi nelle spalle.

«Domani devo alzarmi presto per andare all'Università. Scusami.» Impassibile distolsi questa volta io gli occhi e innervosita feci per andarmene. «Ora devo tornare a casa, ci sentiamo stasera.»

Eren non obiettò. «Come vuoi.» Rispose soltanto, allontanandosi anche lui.

Quella sera non ci chiamammo.

Il giorno dopo, mercoledì.
Finii l'ultima lezione verso le quattro del pomeriggio e, come avevo detto ad Eren quella mattina, avrei passato un'ora in aula studio per rivedermi la lezione, prima che mi venisse a prendere.

Sentii la porta a vetri alle mie spalle aprirsi, ma non ci diedi troppo peso e continuai a leggere con attenzione, sottolineando di tanto in tanto con l'evidenziatore e scrivendo degli appunti a lato del libro.

Tuttavia quel qualcuno si sedette sul posto affianco al mio e dovetti alzare gli occhi, ritrovandomi Jean che mi guardava.

«Jean...!» Sorpresa posai la matita e mi sollevai per guardarlo meglio.

«Mi dispiace.» Disse subito, sforzandosi di guardarmi in faccia. «Parlando con il mio coinquilino Marco, mi sono reso conto di come ti sentivi tu in questa situazione. Non ci avevo mai pensato che anche tu stessi soffrendo e...» Sospirò sommesso, chinando il capo. «sono stato un egoista [T/n]. Ti chiedo scusa.»

«Non ti devi scusare, non hai colpe.» Gli sorrisi sinceramente sollevata di rivederlo.

«Possiamo ancora essere amici se vuoi...»

Il mio sorriso crebbe. «Certo che voglio, Einstein.» Gli tirai un pugnetto scherzoso sul braccio e per la prima volta da settimane lo vidi sorridere, anche se poco.

«Ora vado, ci vediamo domani.»

«Aspetta.» Lo fermai quando si alzò, buttando un occhio sull'orario dal mio cellulare. «Vado anche io, usciamo insieme.»

Jean aspettò che ritirassi le mie cose e appena mi fui messa la giacca e la sciarpa uscimmo fianco a fianco.

Non molti, a parte chi aveva ancora lezioni, si fermavano all'università fin dopo le cinque di sera verso inverno, siccome era già buio e tornando a casa faceva freddo, perciò a parte noi due erano in pochi quelli ancora presenti nel campus.

«Domattina fai colazione insieme a me ed Armin? Forse ci saranno anche Reiner ed Annie.» Sollevai la testa per guardarlo, non riuscendo a trattenere un sorriso felice.

Jean alzò la sciarpa, nascondendoci un poco il volto, e sembrò pensarci sù. Quando stava per rispondermi, sentimmo dei passi avvicinarsi velocemente a noi.

Tornai a guardare di fronte a me e vidi Eren venirmi incontro. Stavo per salutarlo, ma come una furia si scaraventò contro Jean e gli diede uno spintone talmente forte da farlo quasi cadere.

Inorridita, guardai prima Jean parecchio scosso, e poi Eren. «Eren ma sei impazzito? che cazzo ti prende?!»

«Ti avevo detto di starle lontano, l'hai forse dimenticato?» Eren mi ignorò, focalizzando tutte le sue attenzioni su Jean, che velocemente riprendeva l'equilibro.

«Riprovaci brutto stronzo!» Jean non perse tempo a spintonare Eren a sua volta, incazzato.

«Credi che non ne sia capace?!» Il bruno gli afferrò il colletto della giacca sotto la sciarpa e Jean cerco di spingerlo di nuovo.

«Eren ora smettila!»

Cercai di allontanarlo ma per fortuna, prima che la situazione degenerasse, vidi Reiner al fianco del professor Zeke avvicinarsi e, appena ci notarono, accorsero a dividere i due.

Reiner afferrò Jean da dietro e il professore si mise in mezzo, allontanando Eren con una mano.

«Ma che sta succedendo qui?»

«Sì Eren, perché non spieghi a [T/n] che succede?!» Jean cercò di divincolarsi dalla presa di Reiner, che lo intimava di calmarsi.

Mi girai verso Eren, aspettando delle spiegazioni, ma lui non disse nulla.

«Se non lo fai tu glielo dirò io!» Jean con uno strattone allontanò Reiner e si girò a guardarmi. «La notte della festa di Reiner, verso le quattro, mi arrivò un direct da parte del tuo ragazzo.» Dicendolo, tirò un'occhiataccia ad Eren, il quale ricambiò. «Mi intimava di starti lontano e di non parlarti più.»

Guardai Eren con forte sgomento, lui però continuava a rimanere in silenzio e dalla sua espressione incupita capii che Jean stava dicendo la verità.

In un primo momento non seppi cosa dire e abbassi la testa, portandomi i palmi delle mani premuti sulla fronte. «Dio santo...»

«[T/n]-»

«Sta. zitto.» Bloccai Eren con durezza e alzai la testa, in un sospiro irritato.

«Grazie per essere intervenuti, ma ora me la cavo da sola. Jean, ci vediamo domani a colazione, e scusami molto.» Con voce ferma guardai prima Reiner e il professore e poi Jean, successivamente spostai tutte le mie attenzioni su Eren.

Afferrai con forza il lobo del suo orecchio, tirandolo giù con veemenza, mentre sentii suo fratello ridacchiare.

«Ah- mi fai male!» Grugnì dolorante, ma lo ignorai e lo trascinai via.

Per fortuna non c'erano molti alunni ad aver visto la scenata di prima, ma nel profondo fui soddisfatta nel vedere qualcuno osservarmi mentre trascinavo via Eren come se fosse un bambino.

Mi fermai solo quando raggiunsi la fermata dell'autobus, in quel momento deserta, e finalmente lo lasciai.

«Ma perché cazzo l'hai fatto?!» Prese a massaggiarsi l'orecchio, contrito.

«Perché te lo meritavi, perché sei un deficiente!» Sbottai furiosa, ed Eren sembrò intimorirsi. «Ma come cazzo ti è venuto in mente di minacciare Jean di starmi lontano?!»

«Cosa credevi facessi, dopo avermi detto che ti si era dichiarato!»

«Mi avevi detto che andava tutto bene! Mi hai mentito!» Cercai di mantenere un tono di voce basso, ma ero al limite dallo strillare talmente ero incazzata.

«E infatti andava tutto bene, ma dovevo fargli capire che tu sei la mia ragazza e che non ti deve nemmeno toccare!»

«Come se non lo sapesse già che sei quel coglione del mio ragazzo! Ma sei-» Mi fermai, quando mi tornò in mente un particolare.

Cercai il cellulare nella tasca della borsa dove lo mettevo sempre, ma non lo trovai. Stranita, lo cercai meglio e lo trovai in un'altra tasca.
"Strano... Lo metto sempre lì." Pensai, sicura che anche la sera prima l'avessi messo in quella tasca.

Non si sarebbe mai disturbato a prendere il mio cellulare per cercare il contatto di Jean, perché bastava guardare tra i miei following.

«Eren.» Esordii, con voce ferma. «Hai guardato le mie chat con Jean?»

Lo vidi sussultare colto di sprovvista, ma non mi rispose. Abbassò invece la testa e a quel punto non ci vidi più dalla rabbia.

«Non ci credo, non riesco nemmeno a pensare ad un altro modo per insultarti talmente sono incazzata!» Mi portai le mani alla testa. «Ora non ti fidi nemmeno di me?!»

«Sì che in te ho fiducia, ma è di lui che non mi fido!»

«Non ha il minimo senso Eren, è come se io ogni sera venissi al tuo locale per picchiare qualsiasi donna ti sfiori!»

«Quelle sono semplici clienti, non puoi paragonare le due cose!»

«E invece sì, perché io non mi sono mai presa la libertà di marcare il territorio come un cane al contrario tuo!» Indicai me stessa.

Ipocrita.

Eren si ammutolì ed io ripresi fiato, notando che qualcuno poco lontano ci stava fissando curioso.

Vidi poi che il bus diretto verso casa mia stava arrivando e senza più guardare Eren alzai un braccio per avvertire il conducente di fermarsi.

«[T/n] aspetta mi dispiace, okay? Lo so sono un idiota ma mettiti nei miei panni!»

«Quello che dovrebbe mettersi nei panni dell altro sei tu, Eren.» Risposi freddamente. «Non puoi uscirtene con queste scenate di gelosia. Hai vent'anni, non sei più un ragazzino!»

Sussultai tra me e me, ripensando alle parole che avevo appena usato: ecco qual'era il problema.

«Aspetta ti prego scusami-»

L'autobus si fermò affianco a me e senza aspettare un ulteriore secondo salii, girandomi a guardare Eren.

«Questa sarà l'ultima volta che accetterò le tue scuse Eren, ma ora lasciami sola.»

Le porte si chiusero ed Eren mi guardò partire, senza che potesse fare nulla per fermarmi.

Rilassai i muscoli e chinai la testa, sbuffando.

«È tutto apposto quindi?»
«Sì, va tutto bene.»

Bugiardo... Chiusi gli occhi, stanca.

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