[11]. Guilty pleasure
N.A. Quando nel titolo di un capitolo metterò le parentesi quadre (come questo), significa che in esso saranno presenti scene +14, quindi occhio!
Inoltre, dal momento che non ho mai specificato dov'è ambientata la storia, potete immaginarla nella vostra stessa città (oppure in quella in cui vorreste essere). Io ad esempio mi immagino la mia bellissima Torino🥺❤️
Un mese dopo, venerdì.
«Per che ora tornerai a casa?»
«Non lo so. Magari Eren dopo il ristorante vorrà portarmi da qualche altra parte.» Risposi a mio fratello, mentre mettevo delle cose in borsa.
Andai verso lo specchio all'entrata e guardai il mio riflesso, sistemandomi qualche ciuffo qua e là.
Vidi Levi apparirmi alle spalle, scuro in volto. «O magari ti riaccompagnerà a casa subito.» Ipotizzò, con tono minaccioso. «Io tornerò verso le due di notte, quindi sarà meglio che io ti trovi da sola.»
Mio fratello il venerdì e il fine settimana lavorava come barista la sera fino a notte fonda, mentre nel resto della settimana andava il pomeriggio. E questo suo orario, nonostante non mi fosse comodo per l'università (da quando avevo preso la patente non avevo avuto molte possibilità di utilizzare l'auto), mi era comodo per altri motivi.
"Forse potrei invitare Eren a restare per un po'..."
«Ho diciannove anni Levi, smettila di trattarmi come una quattordicenne.» Sbuffai seccata, quando il campanello suonò e, febbrile, andai ad aprire.
Eren era con le mani infilate nelle tasche del suo giubbotto e si dondolava sulla punta dei piedi, con metà volto affondato nella sua sciarpa. Vedendomi, mi sorrise subito.
«Pronta?»
Annuii silenziosa e gli dissi di aspettare un momento. Richiusi la porta e dopo essermi presa la borsa, indossai gli stivali alti.
«Non mi piace che esci insieme a quel piccolo bastardo.»
«Sì, sì, me lo ripeti tutti i giorni.» alzai gli occhi al cielo, tornando a guardarlo impassibile. «Ma Eren è il mio ragazzo, da più di un mese ormai, quindi dovresti abituarti al fatto che esco spesso con lui.»
«Ti ha abbandonata una volta. Sarebbe perfettamente capace di rifarlo.» Il corvino poggiò una spalla al muro, incrociando le braccia ad altezza dello stomaco.
Quando dissi a mio fratello che io ed Eren ci eravamo messi insieme, non l'aveva presa per nulla bene. Era rimasto in silenzio, ma il suo volto si era talmente tanto incupito che ebbi paura potesse andare ad ucciderlo. Da un lato era dolce che fosse geloso per me, ma d'altra parte era opprimente con tutte quelle cure fraterne.
«Levi, era un bambino e si è dovuto trasferire con i suoi genitori! Ha sbagliato a tagliare i rapporti con me, ma è cresciuto e ha capito i suo errore. Quindi ora smettila.»
Mi abbottonai il cappotto e mi strinsi nella mia sciarpa, per poi aprire la porta. «Ci vediamo domani mattina.»
Levi bofonchiò un «A domani.» e mi raggiunse alla porta.
«Dopo cena deve rientrare a casa. Da sola.» Sentenziò un'ultima volta, rivolto ad Eren.
«Sarà fatto caporale.» Eren si girò, alzando gli occhi al cielo, e mi prese la mano per allontanarci. Già da un paio di settimane aveva iniziato a chiamarlo ironicamente "caporale", a sottolineare il suo atteggiamento intransigente.
«Dove mi porti di bello?»
«Hanno aperto un nuovo ristorante coreano vicino al centro, voglio provarlo.»
Gli sorrisi e ci incamminammo.
L'enorme sorpresa di mio fratello alla notizia di me ed Eren, fu condivisa da Sasha e Connie, che sempre non mancavano di chiedermi come andassero le cose tra noi e com'era essere la ragazza di uno stripper.
Alla prima domanda rispondevo sempre «va molto bene». Ci sentivamo tutti i giorni almeno per telefono, uscivamo per quanto ci era possibile, tra l'università e il suo lavoro, e avevo passato alcuni pomeriggi (seppur pochi) nel suo appartamento; lì non era difficile immaginare cosa facevamo la maggior parte delle volte. All'inizio ero molto reticente e mi sentivo parecchio, per non dire tanto, a disagio, ma Eren fu comprensivo e paziente e ci andò molto piano. Con le settimane acquistai più fiducia in me stessa e sapevo che tra non molto lui mi avrebbe chiesto se ero pronta ad andare oltre il semplice petting.
Alla seconda domanda non sapevo mai come rispondere: la verità è che cercavo di ignorare il suo lavoro con tutta me stessa. Eren sapeva che non lo apprezzavo, dunque non entrava mai in merito e sviava il discorso, senza mai invitarmi ad una delle sue serate. Infine, Levi non sapeva nulla del lavoro di Eren, ovviamente, e se fosse mai venuto a scoprirlo Eren sarebbe dovuto espatriare nella migliore delle ipotesi.
Finita la cena io ed Eren facemmo una passeggiata per il centro, illuminato dalle sole luci dei lampioni e animato da quella particolare vitalità che solo a tarda serata aveva, e che io amavo.
«Prima di raccompagnarti a casa prendiamo un gelato?» Eren si girò, stringendomi la mano.
Ci pensai un attimo. «Ho anche io del gelato a casa se non ricordo male.»
Lui mi dedicò un sorrisetto e di tutta risposta fece dietrofront, diretti verso casa mia.
«Aspetta.» Mi fermai arrivati davanti casa mia, dopo aver aperto la porta. «Mio fratello ha detto che devo rientrare a casa da sola...» Mi finsi dispiaciuta.
Eren mi invitò ad entrare per prima, mi chiuse la porta dietro le spalle rimanendo fuori e, prima ancora che potessi capire le sue intenzioni, suonò al campanello.
Aprii la porta, cercando di trattenere una risata.
«Sei rientrata da sola. Ora posso entrare anche io. Nessuna regola del caporale è stata infranta.»
Mi portai una mano sulla fronte e lo feci entrare. «Sei un coglione.»
Mentre ci spogliavamo di giacche e scarpe e andammo a lavarci le mani, pensai che da quando stavo con Eren avevo cominciato a sorridere e ridere molto più spesso, oltre che essere più felice. Continuavo ad avere il mio carattere distaccato un po' con tutti, ma in sua compagnia mi sentivo una persona totalmente diversa.
Stavo per andare in cucina e chiedergli che gelato volesse, ma Eren nel mezzo del salotto mi afferrò i fianchi da dietro e affondò la faccia nell'incavo del mio collo, spostando di poco il colletto alto del mio abito in lana.
«Il gelato può essere rimandato a dopo.» Mormorò, cominciando a lasciarmi piccoli e caldi baci sulla pelle.
Immobile, socchiusi gli occhi, beandomi per un istante della sensazione che mi trasmettevano le sue labbra. Mi girai poi a baciarlo e, in men che non si dica, mi strinse a sè e andammo verso il divano. Si mise a carponi sopra di me e riprese a baciarmi, cercando la mia lingua con la sua e facendo vagare le mani lungo le mia gambe nude.
«Preferivi avere freddo in pieno autunno... piuttosto che privarmi di questa vista... vero?» Disse tra un bacio e l'altro lungo il mio collo, stringendomi prima le cosce e poi i glutei.
Mi scappò un sussulto, ansimante, e in poco tempo lo aiutai a sfilarmi l'abito di dosso.
Eren prese a mordere e succhiare un lembo di pelle sopra le mie clavicole, mentre alla cieca tirava sù il mio reggiseno, troppo eccitato per perdere tempo a sfilarlo. Infatti scese con le labbra e cominciò a succhiare e leccare il mio seno destro.
Gli strinsi i capelli tra le mani e lo sentii grugnire in risposta.
«E-Eren... Cazzo...» Cercai di trannere un gemito appena sentii le dita di Eren premere sopra la mia intimità; passò il medio e l'anulare lungo le labbra, attraverso il tessuto in cotone, e poco dopo spostò la mano sotto di esso e si soffermò sul clitoride, con movimenti circolari.
Sentii un piacevole calore accrescere e soffermarsi nel mio basso ventre ed Eren, capendo che stavo per raggiungere l'apice, aumentò i movimenti delle sue dita, scrutandomi il volto a pochi centimetri di distanza.
Quando sentii l'orgasmo arrivare come un fulmine e le mie gambe prese da piccoli e improvvisi spasmi, portai una mano tra i nostri corpi e cercai di fermare quella di Eren, ma lui non me lo permise e continuò i suoi movimenti.
«Merda... Eren...!»
«Voglio vederti venire di nuovo.» Mormorò sulle mie labbra, fermando solo per un istante le sue dita così da inumidirle con il mio fluido.
In un primo momento fui ancora troppo sensibile e perciò infastidita, ma lentamente sentii tornare il piacere e, mentre le dita di Eren si muovevano sempre più rapide, senza che quasi me ne rendessi conto raggiunsi di nuovo l'orgasmo, questa volta più intenso di prima.
Urlai il suo nome e questa volta Eren fermò la sua mano, premendola contro la mia intimità, lasciandomi godere della sensazione e sentendo le mie pareti interne contrarsi ritmicamente, accompagnate da altri spasmi più forti del mio corpo.
Eren mi baciò un'ultima volta con passione e quando allontanò le nostre labbra un rivolo di saliva mi colò sulla guancia. «Impazzisco quando urli il mio nome in quel modo...» Dicendo ciò levò la mano dalla mia intimità e si portò le dita alla bocca, leccandosele.
Prima ancora che potessi nascondere il mio volto, rosso per l'imbarazzo e l'eccitazione, il cellulare di Eren suonò e lui si mise a sedere e lo sfilò dalla tasca dei suoi jeans per rispondere.
«Cosa c'è Floch?»
Avvertii la voce del suo collega sottile dall'altro capo del telefono e non riuscii a capire cosa stesse dicendo, così approfittai di quel momento per tirarmi sù a sedere nell'angolo del divano.
«Ti avevo detto di dire che stanotte non ci sarei stato.»
«E l'ho fatto! Però...» Riuscii solo a sentire, siccome Floch aveva alzato la voce.
Mi risistemai il reggiseno e strinsi le gambe al petto, ancora scossa dai due precedenti orgasmi.
Eren sbuffò. «Va bene... Sì, dammi un quarto d'ora e sono lì.»
«Che succede?» Domandai mentre il mio battito tornava regolare, fissando l'espressione algida di Eren.
«Mi vogliono al lavoro. Una festeggia l'addio al nubilato. Scusa...»
Abbassai gli occhi, rabbuiata, e mi strinsi di più le gambe affondando il volto tra le mia ginocchia, quasi per coprirmi. «Va bene...»
Percepii i suoi occhi puntati su di me e, alzandosi dal divano, mi sollevò il volto tra le mani e mi baciò dolcemente le labbra.
«Ci vediamo domani?» Mi chiese con sguardo dispiaciuto.
«Non credo. Domattina vado all'Uni per studiare e rivedermi la lezione di questo pomeriggio. E poi esco con Sasha. Verso le sei di sera sei libero?»
«Mi sono offerto di aiutare ad organizzare una festa al night club, quindi andrò prima. Comunque, chi va all'università per studiare anche di sabato??»
Ridacchiai. «Dopo un po' mi deconcentro se resto a casa. Su forza,» gli feci cenno di allontanarsi «ora vai o ti cazzieranno per colpa mia.»
Mi sorrise e, dandomi un ultimo bacio sulla fronte, si rimise giacca e scarpe e uscì.
Sospirai sommessamente, fissando la porta. Non riuscivo più a nascondere il fatto che odiavo il suo lavoro con tutta me stessa.
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