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| 𝙲𝚊𝚙𝚒𝚝𝚘𝚕𝚘 12 |

<<Ma dove vai? Ma dove vai?
Tanto oramai sei mia
Anzi, faccio così, passo di lì
Ti prendo e ti porto via>>


San Juan, Portorico


"Vai da qualche parte, Mija?"

La possente e, al tempo stesso, ferma voce appartenente ad El Diablo, risuonò soave nei timpani del giovane membro dei Sons of Silence, facendola irrigidire appena.

<Va in figa! Mi ha trovato!> esclamò alquanto frustrata, tra sé e sé, la biondina.

Impercettibile all'attento sguardo di lui, Samantha ingurgitò un piccolo grumo di saliva che gli si era formato in bocca. Facendolo scivolare, lentamente, lungo la sua gola. Istintivamente aumentò la presa sulla tracolla del suo borsone, come se fosse stata colta in flagrante, cosa che effettivamente era accaduto. Dato che, grazie all'aiuto di uno dei suoi fidati cani, Perez era riuscito a scovarla. Fermandola giusto prima che prendesse il volo diretto per Cuba.

Per alcuni lunghi secondi, rimase paralizzata quasi. E, se si avesse potuto, si avrebbe visto come, quelle veloci rotelline che aveva all'interno di quel cranio, stessero ruotando alla velocità della luce. Escogitando, alla svelta, un sensato e funzionante piano B.

Fece un lungo e profondo respiro. Poi, poco prima di voltarsi in direzione del possessore di quei stramaledetti occhioni verdi, abbassò leggermente lo sguardo. Ringraziando, nella propria testolina, tutti gli dei nordici che conosceva, visto che, senza neanche farlo apposta, a coprirle i piedi vi erano le sue, oramai logore, Vans Slip On senza lacci, e non le infradito.

Certo, sarebbe stato meglio se avesse indossato le running Nike. Però, in quel momento, si sarebbe accontentata di correre con altre scarpe. Se, invece, avesse indossato le ciabatte, le sarebbe risultato alquanto difficile scappare con quelle ai piedi. Anche perché è giusto che lo sappiate. La nostra cara protagonista era capace di inciampare nel nulla più assoluto.

Compì qualche passo in avanti, dato che la lenta fila stava avanzando. Successivamente, dopo essersi nuovamente arrestata, si voltò di lato, in direzione proprio del moro. Il quale, silenziosamente, aveva avanzato assieme alla bionda, timoroso quasi di perderla. Di nuovo.

Samantha sbatté un paio di volte le palpebre, osservando quell'uomo che trasudava pericolo da ogni singolo poro e che, inevitabilmente, stava cominciando, anche se in minima parte, ad insinuarsi nelle viscere e nella carne di lei.

"In realtà si, signor Perez" rispose, dopo lunghi attimi di silenzio, al quesito che il capo dei Siervos del Diablo le aveva posto. Dando, ovviamente, del lei al trentenne. "Il mio soggiorno a San Juan è terminato. Ed è giunto il momento di proseguire la mia vacanza" spiegò, mantenendo un tono di voce tranquillo.

Ruben annuì un paio di volte, mormorando poi un "Perché te ne sei andata senza salutare?" riferendosi alla notte che avevano trascorso assieme.

A quella domanda, la Moretti spostò il proprio peso da un piede all'altro, sistemandosi meglio, sulla propria spalla sinistra, la tracolla del borsone.

"Sarebbe stato imbarazzante, non credi?" rispose a quel quesito ponendo un'altra domanda. Per tutta risposta, El Diablo sollevò il sopracciglio destro. Attendendo che la ventiquattrenne proseguisse a parlare. "Ecco..." mugugnò, riflettendo. "Entrambi abbiamo ottenuto ciò che volevamo, no?" chiese, osservandolo di sfuggita. "Perché mai avremmo dovuto rovinare quella piacevole..." si bloccò, non volendo risultare volgare nel pronunciare quel termine che giaceva sulla punta della sua lingua.

"Scopata?" intervenne Perez, passandosi poi, per svariate volte, il pollice e l'indice su quel leggero baffetto presente sopra il labbro superiore.

Non voleva farlo, davvero. 

Samantha non voleva affatto ritrovarsi a seguire, ipnotizzata quasi, quel delicato movimento che Ruben stava compiendo. Ma inconsciamente lo aveva fatto. 

Ed il moro, senza dare troppo nell'occhio, l'aveva beccata ad ammirarlo. Così, giusto per farle un dispetto, si era ritrovato a schiudere le labbra, passandoci sopra, in modo lento, la lingua. Così da inumidirle appena.

E, davanti a quel gesto, Samantha si schiarì appena la voce, distogliendo lo sguardo quanto prima. Ruben, nel vederla voltarsi velocemente, non poté far altro che sorridere. Soddisfatto quasi.

"Scopata, si esatto" parlò nuovamente la biondina, dopo essersi ripresa. "Che avremmo dovuto fare, Ruben?" chiese. E, mentre poneva quella domanda, appoggiò a terra la sacca. Si sfilò dal polso un elastico per capelli di color nero e, frettolosamente, raccolse la sua lunga chioma in una disordinata coda di cavallo. Cominciava a sentir caldo. E, di certo, non era per via dell'elevata temperatura climatica. "Dormire avvinghiati e, chissà, una volta svegli mi avresti offerto la colazione?"

Oh, Samantha.

Sai, fin troppo bene che, le intenzioni di Ruben nei tuoi riguardi, sono ben altre. Decisamente ben altre. Dopotutto avevi o no visto il suo fidato segugio, Francisco Vargas, intento a sorvegliare l'hotel nel quale stavate scopando?

"Mi spiace per te ma non sono tipa da fare questo genere di cose" ammise, rimettendosi in spalla la tracolla del borsone. "Io non merito né attenzioni né tanto meno la felicità" aggiunse, in un flebile sussurro.

E, purtroppo, era fottutamente vero. 

Dopo lui, Samantha Moretti aveva smesso completamente di provare ad instaurare un qualsiasi tipo di legame con persone di sesso maschile. La relazione che aveva avuto con lui, non l'aveva semplicemente scottata. Si era ustionata. E, anche se in principio non voleva farlo, dopo il suo addio si era ripromessa che, mai più, avrebbe provato amore per qualche altro uomo.

Perché, a detta sua, non se lo meritava proprio non solo un lieto fine ma la felicità di per sé. Perché, purtroppo, morte e male avevano sempre regnato sovrane nella sua giovane vita. E, tutti coloro che, sia prima sia dopo di lui, le si erano avvicinati, puntualmente la ventiquattrenne li aveva allontanati dalla sua vita. Innalzando muri dai fili spinati attorno al suo rotto cuore.

Nell'udire quella confessione, detta con un filo di voce, come se... Come se, in realtà, nessuno dovesse udirla, Ruben inclinò di lato la testa. Puntò quei suoi grandi e lucenti smeraldi sulla figura della Moretti, studiandola con attenzione.

<Perché mai affermi queste cose?>

<Perché sostieni di non meritare la felicità? Tutti la meritano>

Avrebbe tanto voluto, El Diablo, porre ad alta voce quelle due domande. Ma, ahimè, non ce la fece. Difatti, non appena aveva schiuso le carnose labbra, pronto a chiedergli il perché di tali affermazioni, quelle parole gli morirono in gola. La salivazione venne a mancare e la bocca si seccò.

E, forse, era giusto così. 

Era corretto che, quelle domande, non lasciassero mai la gola di Perez. E che quella curiosità che fin dalla prima sera... Quella sera sulla spiaggia, lo aveva inevitabilmente condotto a lei, vogliosa di essere appagata, rimanesse così. Asciutta.

"Beh... Mi dispiace per te, Alex" parlò il trentenne, dopo alcuni secondi trascorsi in silenzio.

Il giovane membro dei Sons of Silence sollevò lo sguardo da terra, puntando i suoi occhi chiari in quelli altrettanto chiari di lui. E fu li che lo vide. Vide come, quei meravigliosi e lucenti pozzi verdi, presero, man mano, a scurirsi. Ed un velo di malvagità cominciava, pian piano, a materializzarsi su quelle iridi.

Ruben Perez si stava trasformando, per così dire.

Stava per accantonare la gentilezza e il buon senso che, fino a qualche minuto prima, aveva avuto nei riguardi di Samantha Moretti. Li stava mettendo da parte per tornare ad essere quello che, realmente, lui era.

Un uomo capace di prendersi tutto ciò che voleva, senza minimamente tenere in considerazione il volere degli altri.

Un predatore che, fin da quella festa sulla spiaggia, aveva messo gli occhi su quella che, solo all'apparenza, risultava essere una docile preda. Ed, oramai, quella succulenta preda era nel suo mirino.

Se la sarebbe presa senza troppi problemi. Fregandosene, altamente, del fatto che si trovavano in un luogo pubblico ed affollato.

L'avrebbe presa con forza, contro la sua volontà. Mostrandosi, finalmente, per quello che realmente era. 

Un mostro. 

O, per meglio dire, l'incarnazione del Diavolo stesso.

"Vieni con me" il tono di voce di Ruben si era fatto più duro e autorevole.

Allungò la mano sinistra, con l'intento di afferrare per l'avambraccio la giovane dagli occhi azzurri. Ma, non appena Perez aveva allungato quell'arto, la Moretti, prontamente, aveva compiuto un passo all'indietro. Allontanandosi appena dalla sua presa.

"No! Mi sto per imbarcare per andare a Cuba!" alzò, di qualche nota, il tono della sua voce. Quel tanto che bastava per far capire, al moro, che non gli avrebbe ubbidito. Ma, al tempo stesso, aveva mantenuto un tono di voce moderato. Dato che, trovandosi all'interno di un aeroporto, l'ultima cosa che voleva era quella di attirare, su di loro, l'attenzione di tutti gli altri. "Non volevi forse portarmi a letto?" domandò, non permettendo al trentenne di rispondere. "Beh, mi hai scopato. Quindi ora, se permetti, io me ne vado" sibilò a denti stretti.

Quello che successe in quel momento in aeroporto, tra i due, sarebbe stato solo il primo di una lunga ed interminabile sfilza di battibecchi che, nel corso di tutto il loro rapporto, i due avrebbero avuto.

Perché, anche se Ruben cercherà, e credetemi lo farà, di mostrarsi migliore di quello che realmente è... Di farle capire che, per lui, il tutto è più di una semplice attrazione fisica, Samantha, al contrario, farà l'esatto opposto. Continuerà, inevitabilmente, ad innalzare nuove e possenti barriere attorno a quel difettoso organo che le batte nel petto. Sosterrà che, quei muri che ha innalzato saranno messi lì per difesa personale. Per proteggere se stessa ed i suoi sentimenti. 

Ma, forse, verranno messi lì per altri motivi. Non per difesa ma bensì per paura. Paura di affezionarsi nuovamente a qualcuno. Paura che, come già le è successo in passato, anche Ruben le venga portato via. Lasciandola, nuovamente e tristemente, da sola.

Oramai, davanti a lei, vi era solo un signore di una certa età che attendeva di far controllare i propri documenti e biglietto. Doveva resistere ancora per pochi minuti... Forse secondi. E poi sarebbe toccato a lei. Avrebbe fatto controllare passaporto e biglietto aereo e se ne sarebbe andata.

Avrebbe preso quel cazzo di volo che l'avrebbe condotta all'Avana, come da programma.

"El siguiente" la dolce voce dell'hostess di terra, addetta al controllo dei biglietti, attirò l'attenzione non solo della biondina ma anche del moro.

Con un sorriso che, man mano, si faceva largo tra le sue labbra, Samantha raggiunse l'hostess. Passandogli contenta il proprio biglietto aereo.

Stava per passargli anche il passaporto quando, la possente mano di Ruben, la fermò. Rapidamente, tolse dalle mani della giovane hostess di terra il biglietto. Puntò i suoi occhi in quelli di Samantha e, mentre la osservava, voglioso più che mai di ammirare la sua imminente reazione, strappò a metà il biglietto aereo, gettandolo tra i suoi piedi e quelli della ventiquattrenne.

Un sorriso che era un mix di diabolicità e soddisfazione, per quanto aveva appena compiuto, si materializzò su quel cazzo di viso, dai tratti angelici, che possedeva.

"¿Pero qué hizo él?" domandò, con voce incredula, la giovane hostess, rivolgendosi ad El Diablo.

"Mi novia quería irse para evitar resolver la pelea que tuvimos anoche" rispose così il capo dei Siervos del Diablo, rivolgendosi alla donna.

<Ah, quindi è così che te la vuoi giocare, Ruben?> tra sé e sé, la Moretti si pose quel quesito. <Molto bene, El Diablo. Molto bene>

"¿Quieres que llame a seguridad?" questa volta, l'hostess di terra si rivolse alla biondina. Per tutta risposta, Samantha scosse il capo, dicendole che era tutto sotto controllo. "Señorita, ¿está segura de que todo está bien?"

"Si todo esta bien. No te preocupes" rispose la Moretti, cercando di tranquillizzare l'altra giovane donna.

Sia l'hostess di terra, sia il capo dei Siervos del Diablo, non fecero in tempo a metabolizzare le parole che, il giovane membro dei Sons of Silence aveva appena detto perché, prontamente, quest'ultima aveva agito.

Difatti, cogliendo di sorpresa le altre due persone che si trovavano rispettivamente davanti e, affianco a lei, la ragazza degli occhi azzurri, rapidamente, aveva sollevato in aria la mano destra. La quale, non molto graziosamente, aveva terminato la propria corsa, definiamola così, sulla guancia sinistra del moro. E, quel violento contatto, aveva prodotto un sonoro suono. Suono che aveva rallegrato, anche se per pochi attimi, l'umore della Moretti.

Davanti a quel gesto, l'addetta al controllo dei biglietti, istintivamente compì qualche insicuro passo all'indietro. Allontanandosi, in quel modo, da quella scena che cominciava a surriscaldarsi.

E, se da una parte la brunetta si era allontanata intimorita, e la biondina aveva stampato in volto la beatitudine più totale, Ruben, d'altro canto, era rimasto alquanto stupito da quanto era appena accaduto.

Oh Ruben... Sei rimasto sorpreso, non è vero? Mica te lo aspettavi che, la tua dolce Mija, fosse capace di tirarti uno schiaffo in piena faccia e, oltretutto, davanti a svariate persone?

Con gli occhioni sbarrati dallo stupore, si era portato la mano sinistra sulla parte lesa del suo viso, dando un leggero sollievo, visto che aveva la mano abbastanza fredda, a quella sua gote rossa e scottante.

Non poteva affatto credere che, la sua Mija, gli avesse appena tirato un sonoro ceffone sulla guancia.

"¿Quieres arreglar la pelea de anoche?" domandò lei, rivolgendosi a Perez. Il quale ebbe solo il tempo di schiudere le labbra e non profilar alcuna parola. Dato che, prontamente, la ventiquattrenne proseguì il suo discorso. "Bien. Vamos a resolver"

Senza profilar alcuna sillaba, si sfilò dalla spalla sinistra il borsone e, tenendolo ben saldo nella mano, lo spostò. Facendolo poi ricadere, con un leggerissimo tonfo, proprio davanti ai piedi del famigerato capo dei Siervos del Diablo. Obbligandolo, in quel modo, a portarle il bagaglio.

E, il costringerlo a portarle la sacca, faceva semplicemente parte del suo piano di fuga.

Di certo, la nostra protagonista, mai si sarebbe messa a correre, visto il suo precario equilibrio, portandosi in spalla pure quel bagaglio. Anche perché tutti gli oggetti di valore, come cellulare, portafogli e passaporto, li aveva appositamente messi all'interno del proprio zainetto borchiato. Quindi, lasciare solo per un paio d'ore, la propria sacca contenente unicamente i suoi indumenti e qualche altro piccolo prodotto, nella mani de El Diablo, non era affatto un problema. Tutt'altro.

Avrebbe recuperato tutto in un secondo momento. Senza alcun problema.

Ne sei proprio sicura, Samantha?

Silenziosamente ma, soprattutto, con le rotelline in piena funzione all'interno della sua graziosa testolina, si incamminò verso l'uscita di quell'immenso aeroporto internazionale Luis Muñoz Marín. Seguita a ruota da un Ruben Perez altrettanto silenzioso.

El Diablo non si aspettava di certo che, quella ragazza che lo stava mandando in confusione, lo seguisse così tranquillamente. Senza opporsi od obbiettare nuovamente.

I due avevano, oramai, quasi raggiunto la grande porta in vetro che conduceva verso l'uscita quando, non si sa da dove di preciso, apparve l'uomo che era stato capace di trovarla, ovvero Mateo Bravo. La biondina, non appena lo vide con la coda dell'occhio, mentre si avvicinava a loro, non poté fare a meno di storcere il naso in segno di disappunto e maledirlo mentalmente. Con lo sguardo, l'uomo dalle origini afro, chiese spiegazioni riguardanti alla guancia arrossata del suo capo. E, quest'ultimo, con un semplice gesto della mano, gli fece intendere che ne avrebbero parlato con calma non appena sarebbero arrivati alla villa.

Una volta messo piede all'esterno dell'aeroporto, El Diablo finalmente parlò.

"Mateo, contatta Asier" ordinò. Il tono di voce trasudava autorità. "Ha parcheggiato qui, da qualche parte" spiegò indicando l'ambiente circostante. E, mentre parlava, tirò fuori dalla tasca posteriore dei suoi corti jeans, un pacchetto di sigarette e l'accendino. "Digli che siamo qui, davanti all'entrata principale e che lo aspettiamo per tornare alla villa" concluse, passando poi al suo uomo anche il borsone appartenente al giovane membro dei Sons of Silence.

Non appena Bravo si allontanò di qualche metro dai nostri protagonisti, con l'intento di trovare un punto poco rumoroso per poter contattare Castro, senza dover ripetere più volte quanto diceva, il moro prestò nuovamente tutte le sue attenzioni alla biondina. La quale continuava a starsene in silenzio, con le braccia incrociate sotto al seno, ed un'espressione rabbuiata ad ornarle i bei lineamenti.

"Mija" mormorò, mentre una nuvoletta grigiastra di fumo lasciava la sua bocca e si disperdeva nell'aria.

Il moro allungò la mano destra, con l'intento di accarezzarle la gote sinistra ma, non appena lei vide la mano di lui avvicinarsi, in modo brusco e repentino, si allontanò da Ruben.

In cuor suo, il trentenne sapeva, fin troppo bene che, la reazione appena avuta dalla ventiquattrenne era del tutto normale. Visto il modo poi con cui, poco prima, lui le si era rivolto. Ma l'averla vista, coi propri occhi, sottrarsi ad una sua innocente carezza, gli fece provare una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Come se, in modo feroce, qualcuno gli avesse appena tirato un potentissimo pugno. Privandolo d'aria per alcuni brevi secondi.

"Mija" la chiamò nuovamente, pronunciando ancora quel grazioso nomignolo che le aveva affibbiato. Ma la Moretti, ancora una volta, non gli diede la men che minima risposta. "Guardami" mormorò poi, cercando di addolcire quanto più poteva il tono della sua voce.

"Chiamami ancora una volta in quel modo" cominciò in questo modo il suo discorso Samantha, voltandosi in direzione del moro. "E credimi. La prossima volta ti spacco il naso con un solo pugno" ringhiò guardandolo in cagnesco.

<Dio, sei così bella quando ti incazzi> ben presto Perez si ritrovò a pensare a questo, mentre l'ammirava. La fronte corrucciata e un luccichio di cattiveria a lampeggiare su quei zaffiri lucenti che lei possedeva.

A dividerli, vi erano si e no tre passi. E, in men che non si dica, quella breve distanza fu colmata proprio da El Diablo. Il quale, dopo aver dato l'ultimo tiro alla cicca che teneva tra le labbra, gettò a terra il mozzicone di sigaretta, avvicinandosi poi a quella dannata ragazzina. La quale, contro ogni probabilità e logica, non solo aveva riacceso, in lui, quella curiosità che da tanto tempo si era spenta. Ma che, anche, lo stava inevitabilmente portando a provare quel sentimento che, mai, aveva provato nei confronti di una ragazza.

Si avvicinò cautamente a lei. Come se temesse che, per davvero, gli avrebbe potuto rompere il setto nasale con un semplice pugno. Puntò i suoi occhi verdi in quelli altrettanto chiari di Samantha, guardandola con attenzione. Anche la Moretti lo guardò attentamente e, nel perdersi quasi in quei smeraldi, poté apprendere che, quella maligna ombra, la quale lunghi minuti prima si era celata negli occhioni di Ruben, era sparita del tutto. O almeno era quello che le sembrò di scorgere.

Il portoricano lentamente sollevò la mano destra e, con l'aiuto di due dita, sollevò il mento della giovane, bloccandola subito dopo. Obbligandola, in quel modo, a non spezzare quel loro contatto visivo. Almeno non finché non lo avesse deciso Perez.

"Oh, credo che per oggi possa bastare quel grazioso schiaffo che mi ha assestato prima... Mija" affermò, pronunciando l'ultima parola detta, dopo qualche attimo di silenzio. 

Curioso, abbassò lo sguardo, scoprendo che, entrambe le mani del giovane membro dei Sons of Silence erano serrate a pugno.

<Prima o poi te lo faccio sparire, da quel cazzo di bel viso, quel stramaledetto sorrisetto!> mentalmente disse questo Samantha, dopo aver visto come, gli angoli della bocca de El Diablo, si erano piegati verso l'alto. Creando quel sorrisetto che, purtroppo, cominciava a mandarla in tilt.

La Moretti fece solo in tempo a schiudere le labbra, pronta per dirne quattro al portoricano ma, come per anticiparla, lui parlò per primo. Impedendole di profilar alcuna sillaba.

"Dopotutto, avremmo un sacco di tempo per conoscerci meglio, tu ed io" le mormorò, con le proprie labbra ad un soffio da quelle di lei.

"Beh" prese a parlare la biondina, poggiando tatticamente entrambe le mani sulle spalle di lui. Si sollevò appena sulle punte, così da poter avere la bocca a poca distanza dall'orecchio sinistro di Ruben. "Prima però devi provare a prendermi"

Non appena ebbe concluso di dire quella frase, vedendo di sfuggita un'espressione alquanto confusa apparire sul volto del capo dei Siervos del Diablo, agì. Proprio come gli aveva istruito suo padre, Alessio, durante una delle tante sessioni di autodifesa che le aveva insegnato, assieme all'aiuto di Viper, sollevò in aria il ginocchio destro assestando, in quel modo, una vigorosa ginocchiata ai gioielli di famiglia del trentenne. Il quale, a colpo ricevuto, si piegò leggermente in avanti, trattenendo un mugolio di dolore che gli giaceva nella cavità orale.

"Ci si vede, signor Perez" lo salutò, facendogli un cenno con la mano.

Indietreggiò di qualche passo poi, dopo aver visto che Mateo stava tornado nei loro pressi, si sistemò meglio il proprio zainetto in spalla, si voltò e fuggì via. Cercando di correre il più velocemente possibile.

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Era passata quasi un'ora da quando, dopo esser stato colpito dove non batte il sole, il noto capo di uno dei più pericolosi cartelli portoricani, El Diablo, stava istruendo i suoi uomini, i Siervos del Diablo, sulla prossima mossa da compiere. Non c'era tempo per tornare alla villa e farli tornare tutti lì. Obbligandoli, in quel modo, ad interrompere ogni lavoro che, fino a poco prima, stavano compiendo. Anche perché, l'immensa proprietà appartenente a Perez, si trovava lontana dalla capitale. In un luogo tranquillo e noto a relativamente poche anime.

Così, in parte incazzato e, in parte divertito dall'inaspettato evolversi della situazione con la sua Mija, aveva mandato un messaggio ad ogni membro del suo cartello, ad eccezione di Bravo e Castro. I quali si trovavano già al suo fianco.

<Avete quindici minuti di tempo per raggiungere l'aeroporto internazionale Luis Muñoz Marín. Dopodiché inizieranno a volare delle teste!> recitava il testo del messaggio che Ruben aveva inoltrato ai membri del suo cartello.

"Contattate ed inoltrate la sua foto a tutti coloro che, anche se in piccola parte, hanno affari con noi qui, a Portorico" ordinò autorevole El Diablo, buttando fuori dalla bocca l'ennesima nuvoletta di fumo della terza sigaretta che, in quasi sessanta minuti, stava fumando. "Il primo che sarà in grado di trovarla, riceverà centomila dollari come ringraziamento ed, inoltre, avrà la possibilità di ampliare i propri affari con noi" aggiunse, così da esser sicuro che, quante più persone possibili, partecipassero a quella caccia, vista la cospicua somma di denaro e l'affare che erano in palio. "Entro sera Alex deve trovarsi dentro le mura della villa. Sono stato chiaro?"

"Si, Diablo" risposero così, quasi all'unisono, tutti i membri dei Siervos del Diablo.

Impiegarono alcuni minuti di tempo ad inviare messaggio e foto di Samantha Moretti a tutti i loro affiliati e alleati di Portorico. Poi, silenziosamente, i sei uomini al servizio de El Diablo, raggiunsero ognuno la propria vettura, dileguandosi rapidamente dall'aeroporto e lanciandosi in quella folle caccia all'uomo. O forse era meglio definirla caccia alla donna?

E, se gran parte della criminalità organizzata di Portorico, si era messa alla ricerca di quella misteriosa ragazzina, con l'unico obbiettivo di trovarla prima di altre gang locali, così da non lasciarsi sfuggire l'opportunità di ampliare i propri affari coi Siervos del Diablo, dall'altra parte il giovane membro dei Sons of Silence, si stava dando alla fuga.

Durante la sua folle corsa priva di alcuna meta precisa, la ragazza dagli occhi azzurri aveva optato per percorrere delle stradine secondarie. Evitando così le grandi strade principali. Col cuore che, incessante, le martellava nel petto, voglioso quasi di abbandonare la cassa toracica, si era intrufolata all'interno di un piccolo negozietto d'abbigliamento. Guardandosi costantemente intorno, aveva frettolosamente agguantato una canottiera bianca, un paio di pantaloncini da ginnastica ed un capellino col frontino. Facendosi largo tra i vari clienti, si diresse verso i camerini dove, rapidamente, si cambiò d'abiti. Poi, dopo aver lanciato i suoi vestiti all'interno dello zainetto, si diresse verso le casse.

"Quédese con el cambio" mormorò al commesso, depositando delle banconote sul bancone, vicino alla cassa.

Recuperò i propri occhiali da sole, firmati VR46, e proseguì la sua fuga.

Si stava dirigendo verso un piccolo ostello, con l'intento di fermarsi lì per riprendere fiato e per poter trascorrere la notte quando, a poca distanza da lei, non vide proprio colui che, la mattina che aveva lasciato Ruben, in quella stanza d'hotel, li stava tenendo d'occhio. Ed, assieme a Francisco, vi era colui che aveva iniziato a chiamarla con il nomignolo Gattina. Ovvero Luka.

Cercando di non dare nell'occhio, indietreggiò molto lentamente. Mantenendo però gli occhi puntanti su di loro. Ma, ahimè, il mantenere lo sguardo fisso sui due membri dei Siervos del Diablo, e non su ciò che la circondava, la fece accidentalmente andare addosso a dei bidoni della spazzatura. I quali, essendo semi vuoti, caddero a terra producendo un'assordante frastuono.

E, nell'udire quel baccano, l'uomo dagli occhi verdi, Francisco, ruotò il capo in direzione del suono, notando Samantha. La quale, nonostante portasse capellino e occhiali da sole a coprirle gli occhi, era ugualmente riconoscibile per loro.

Difatti, non appena Vargas si accorse di lei, con la mano colpì il braccio di Torres, indicandogli poi, con un semplice gesto del capo, la biondina. Gli occhi scuri di Luka, rapidamente saettarono proprio nel punto indicatogli dal suo collega.

I due uomini, dopo averla osservata per qualche breve secondo, presero a correre proprio nella sua direzione, con l'intento di acciuffarla quanto prima. La Moretti, vedendoli avanzare rapidamente verso di lei, si voltò velocemente, riprendendo successivamente a correre.

E corse tanto, fino quasi allo sfinimento. Le gambe presero a farle male. I polmoni man mano cominciarono a svuotarsi d'aria.

Dopo essersi arrampicata lungo una recinzione in legno di una casa, con l'intento di attraversare quanto prima quel piccolo giardinetto, balzò a terra. Ma, nell'atterrare sull'erba, mise male il piede sinistro.

"Fanculo, fanculo, fanculo!" sibilò, portandosi le mani sulla caviglia.

Non appena poggiò le mani sulla parte lesa, una fitta di dolore le attraversò il corpo, facendola contorcere appena. Con forza, si morse la lingua. Evitando così di urlare per il male che sentiva alla caviglia. Si sfilò dalla testa il capellino, gettandolo lontano dalla sua figura. Poi, tra un mormorio di dolore e l'altro, si rimise a fatica in piedi. Si passò la mano destra sulla fronte sudaticcia e, dopo aver respirato a fondo, riempiendo nuovamente d'aria i suoi polmoni, cercò di allontanarsi quanto prima da quell'abitazione. Zoppicando notevolmente, raggiunse il cancelletto posteriore che conduceva all'interno del giardinetto della casa. Trascinò a terra il piede sinistro e, non appena raggiunge i bidoni della spazzatura, si fece spazio tra di loro, sedendosi a terra.

Doveva trovare un modo per andarsene da San Juan. E alla svelta.

Poggiò la nuca contro la fredda parete della casetta, cercando non solo di riprendere fiato e forze. Ma anche cercando di escogitare un nuovo piano di fuga.

Solo quando il respiro tornò a farsi più lungo e regolare, Samantha recuperò dallo zainetto il proprio cellulare, con l'intento di chiamare la sua famiglia.

"Andiamo! Ti prego zio, rispondi" mormorò mentre teneva l'apparecchio elettronico poggiato contro l'orecchio destro.

Siamo spiacenti. Il numero da lei chiamato non è al momento raggiungibile. La preghiamo di riprovare più tardi.

"Cazzo!" sibilò, digitando successivamente il numero di Stellan.

Il quale, purtroppo, risultava anch'esso irraggiungibile. Stessa identica cosa per il numero di Sebastian.

"Si può sapere dove cazzo siete?" domandò, frustrata.

Controllò l'ora impressa sul display del suo cellulare e, dopo aver fatto un breve calcolo sul fuso orario, si maledì per non esserci arrivata prima. Sicuramente, la sua famiglia, attualmente si trovava al laboratorio. Intenta ad ultimare qualche arma. Per questo, nessuno dei tre, le aveva risposto al cellulare. Perché il laboratorio si trovava in un luogo sperduto in mezzo alla vegetazione. E, perché, nessuno portava mai, il proprio smartphone, al laboratorio. Così da non essere localizzati ed evitando, in quel modo, che il loro laboratorio venisse scovato.

"Ed ora che cazzo faccio?" Lacrime di frustrazione presero a fuoriuscire dai suoi occhi, rigandole le accaldate e arrossate guance.

Con la mano che tremava dal nervosismo, fece scorrere i numeri della propria rubrica telefonica, alla ricerca di qualcuno da contattare. E, neanche farlo apposta, la sua ricerca si arrestò proprio sul numero di telefono di lui. L'unica persona che, ad eccezione dei suoi, avrebbe potuto contattare. Col pollice, cliccò sopra il nome di quel contatto, così da aprirlo. Si soffermò più e più volte a leggere il nome indicato con quel numero di telefono. Combattuta più che mai sul da farsi. 

Una parte di lei voleva terribilmente contattarlo, chiedendogli aiuto. Ma, l'altra parte di lei, le diceva di non farlo. Di evitare di chiamarlo. Dopotutto, era passato quasi un'anno dall'ultima volta che, lei e lui, erano entrati in contatto. E, telefonargli proprio ora, ad un anno quasi di distanza dalla loro ultima conversazione, le sembrava troppo una mossa da vigliacca.

Ma non sapeva che altro fare. Non sapeva a chi altro appoggiarsi.

E così, con la mano che le tremava, fece partire la telefonata. Si portò il cellulare all'orecchio, attendendo che lui le rispondesse.

Un squillo. 

Due squilli. 

Tre squilli. 

Quattro squilli.

Stava per riattaccare la chiamata, decisa oramai ad arrangiarsi quando lui finalmente le rispose.

"Semmi?" rispose il ventinovenne che si trovava dall'altra parte del telefono. "Semmi sei tu?" chiese, con voce allarmata.

"Nate" pronunciò in mormorio strozzato. Gli occhi presero man mano ad inumidirsi. "Ho combinato un casino, Nathan" disse al cugino. "Mi stanno seguendo... Mi vogliono prendere... Credo di essermi slogata la caviglia" farfugliò in preda all'ansia ed al panico.

"Un'informazione alla volta, Semmi" rispose Bailey. "Dammi un minuto, ok?" le chiese e, in sottofondo, Samantha poté tranquillamente udire i pesanti passi di suo cugino attraversare varie stanze, raggiungendo quella di uno dei suoi uomini. La biondina lo sentì poi chiamare Erasmuss, ordinandogli di mettersi rapidamente al computer. "Semmi ci sei?"

Sul subito, la Moretti annuì poi, ricordandosi che Nathan non la poteva vedere, rispose affermativamente al quesito che gli era stato posto.

Con calma e, tenendo ben teso l'altro orecchio, così da poter captare anche il più piccolo e strano rumore, il giovane membro dei Sons of Silence raccontò per filo e per segno quanto era accaduto in quella giornata.

"Mi puoi aiutare, Nate?"

"Farò tutto ciò che è in mio potere per trovarti. Te lo prometto" le promise Bailey, alleggerendo appena l'ansia che, la biondina, stava provando in quel momento.

Mugugnando per il dolore, Samantha a fatica si staccò dalla parete, sporgendosi con la testa verso quel stretto vicoletto e, non appena lo fece, intravide la possente figura di Luka Torres, intento ad osservare l'ambiente circostante. 

Cercando di fare meno rumore possibile, sgusciò nuovamente contro la parete. Si portò le ginocchia al petto, trattenendo un lamento di dolore quando, per farsi sempre più piccola e nascosta, fece un movimento brusco con la caviglia.

"Nate... Credo che mi abbiano trovata" sussurrò, udendo dei pesanti passi farsi sempre più vicini ai bidoni della spazzatura.

"Resta con me ancora un po'. Erasmuss ti ha quasi localizzata" rispose, implorandola quasi di non riagganciare. "Erasmuss, cazzo! Quanto tempo ti ci vuole ancora?" sbraitò Bailey al telefono. Obbligando la biondina ad allontanare appena il cellulare dal proprio orecchio.

Samantha stava per parlare quando, proprio davanti a lei, una figura torreggiò imponente. Sovrastandola.

"Finalmente ti abbiamo trovata, gattina"

Questa fu la frase che, dall'altra parte del telefono, il Segugio Infernale, Nathan Bailey, riuscì ad udire prima che la linea cadesse, lasciandolo in preda all'ansia.

Torres, dopo aver sottratto dalle mani della ventiquattrenne il suo smartphone, ed averlo passato a Vargas, si allungò verso la ricurva figura di lei, con l'intento di sollevarla da terra. Con un forte strattone, la fece alzare e, non appena la Moretti fu in piedi, accidentalmente poggiò maggior peso sulla gamba sinistra. E, subito, si ritrovò a sussultare per il male. 

La ragazza dagli occhi azzurri cercò di allontanare i suoi aguzzini, provando ad assestare qualche pugno contro le loro ben definite figure. Ma, non appena cercò di colpirli, si ritrovò, contro la sua volontà, nuovamente seduta a terra. Labbra serrate e mani a tenersi la caviglia.

Francisco, notando che, nella sua fuga, la ragazzina si era fatta male, la prese in braccio, caricandosela sulla spalla. E, il giovane membro dei Sons of Silence, vedendo come, con estrema facilità, l'uomo che portava i capelli rasati a spazzola, fosse stato in grado di caricarsela sulla spalla, rimase un attimo stupita.

Poi, dopo aver realizzato a pieno che l'avevano catturata, cominciò a divincolarsi come un'anguilla, intenzionata più che mai a sottrarsi alla sua ferrea presa.

"Lasciami andare sottospecie di delinquente mal riuscito!" tuonò, mentre colpiva ripetutamente la schiena di Vargas. "Tu non sai chi sono io!" sibilò poi, mordendolo.

Un sonoro schioccò spezzò il momentaneo silenzio che si era creato. Difatti, infastidito più che mai per esser stato morso, l'uomo dagli occhi verdi aveva tirato, con la mano ben aperta, un forte e sonoro schiaffo tra la chiappa e la coscia destra della Moretti, facendola zittire.

"So benissimo chi sei" rispose Francisco. Ed udire quella risposta fece perdere un battito al cuore di Samantha. La quale trattenne anche il respiro. "A quanto pare sei il nuovo giocattolo de El Diablo"

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Non riusciva a vedere nulla, Samantha. A causa della federa scura che, una volta caricata nel Suv guidato da Hector, Luka le aveva messo a coprirle la testa. Così che non riuscisse a vedere la strada che percorrevano per raggiungere l'immensa tenuta de El Diablo. Ed i suoni, purtroppo, risultavano alquanto ovattati.

Riuscì solo a percepire qualche parola qua e là nei discorsi che, i tre uomini appartenenti ai Siervos del Diablo, stavano tenendo all'interno della vettura.

Mosse o almeno ci provò, i polsi che le erano stati legati da delle fascette nere da elettricista. 

La pelle si lacerò, la carne fu lesa. 

Le avevano legato i polsi così da impedirle di colpirli nuovamente. Dato che, mentre Francisco la stava caricando nel Suv, la Moretti era stata in grado di assestare un cazzotto sotto al mento proprio a Vargas, e tirare una testata all'indietro verso Lopez. Il quale la stava tenendo sotto le braccia, aiutando l'amico a caricarla.

Riuscì a sentire, per sua fortuna, il rumore delle ruote che scivolavano lungo un sentiero in ghiaia, ed il motore della macchina spegnersi non appena arrivarono a destinazione. Sentì lo sportello posteriore aprirsi, ed un flebile fascio di luce attraversare il scuro tessuto della federa che le copriva il volto. Una possente mano l'afferrò per il braccio destro, aiutandola a scendere dalla vettura. E, non appena poggiò i piedi a terra, lo stesso uomo che l'aveva aiutata a venir fuori dalla macchina, la prese in braccio evitando, con quel gesto, che la biondina aggravasse la slogatura alla caviglia.

Una volta all'interno di quell'inespugnabile fortezza, la nostra protagonista riuscì a sentire vari... Molti passi seguire lei e Luka. Perché si, era stato proprio Torres a prenderla in braccio ed a condurla nel grande salotto.

Con garbo, l'aveva fatta accomodare su di una sedia, levandole dal capo la federa del cuscino. L'improvvisa luce che gli balenò davanti agli occhi, obbligò il giovane membro dei Sons of Silence ad abbassare le palpebre. Infastidita dalla troppa luce. Luka fece il giro della sedia, tagliando in due le fascette che tenevano legati i polsi della ragazza. Solo quando li sentì finalmente liberi, Samantha portò nuovamente in avanti le braccia, cominciando a massaggiare, prima uno poi l'altro, entrambi i suoi doloranti polsi.

Inspirò a fondo poi, dopo essersi fatta coraggio, sollevò piano le palpebre permettendo, in quel modo, ai propri occhi di abituarsi nuovamente alla luce.

E, solo quando mise nuovamente a fuoco l'ambiente e gli oggetti che la circondavano, scoprì che, proprio davanti a lei, con le braccia conserte e le labbra piegate in una linea dritta e dura, vi era proprio colui che la desiderava ardentemente. El Diablo.

La Moretti sbatté un paio di volte le palpebre, cominciando poi ad osservarsi intorno. E, solo facendolo, poté realizzare che tutti i membri dei Siervos del Diablo si trovavano in soggiorno. Tutti e sei intenti ad osservarla. Sollevò il mento, mostrando a quel stra cazzo di cartello che, lei, non aveva minimamente paura di loro.

In silenzio, Javier, meglio noto a tutti come El Perro, nonché braccio destro di Ruben, raggiunse proprio il suo capo, passandogli lo zainetto borchiato appartenente alla biondina. Quest'ultima, nel vedere il proprio zainetto, contenente i propri documenti, tra le mani del moro, impallidì appena e, senza dare troppo nell'occhio, deglutì un grumo di saliva.

Ruben, d'altro canto, mantenendo i suoi famelici smeraldi puntati sulla figura della ragazza, aprì lo zainetto, estraendovi il portafogli.

"Sai, sei stata una preda molto difficile da acciuffare, Alex" disse, dopo lunghi ed estenuanti minuti trascorsi in silenzio.

Poggiò a terra lo zainetto, il quale toccò il pavimento piastrellato con un leggero tonfo che echeggiò per tutta la stanza. 

Lentamente, cominciò a circumnavigare la sua graziosa Mija. Nello stesso modo in cui, un feroce predatore, circumnaviga la sua nuova preda.

"E sei anche tenace" aggiunse, arrestando il suo passo proprio davanti alla ventiquattrenne. "Con gli artigli molto, molto affilati" sottolineò, riferendosi a quanto aveva compiuto nelle varie ore precedenti.

Aprì il portafogli, estraendovi dal suo interno la carta d'identità elettronica della Moretti.

La vera identità del giovane membro dei Sons of Silence verrà fuori tra tre... 

Due... 

Uno...

I chiari occhi di Ruben si spostarono dalla sinuosa e formosa figura della ragazza dagli occhi azzurri, posandosi sul documento d'identità appartenente a lei. Quest'ultima, non distolse mai lo sguardo dalla possente figura del portoricano, intenta ad osservare ogni singolo movimento che, lui, stava compiendo.

Vide come, man mano che leggeva i suoi dati personali, gli occhi di Ruben si illuminavano di una strana luce e, quelle maledette, seducenti e carnose labbra, pian piano si sollevavano verso l'alto. Creando un sorrisetto che era un miscuglio tra il divertito e l'incredulo.

Compì due soli passi in avanti, fermandosi proprio a pochi centimetri di distanza dalla sua Mija. Si chinò, così da essere quasi alla stessa altezza dalla ragazza che aveva preso in ostaggio. Con delicatezza, le bloccò il mento tra le dita, obbligandola a non interrompere il loro contatto visivo.

"Su quante cose mi hai mentito, Samantha Moretti?"





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SPAZIO AUTRICE:

Si, lo so benissimo. Questo è un capitolo chilometrico (è il più lungo pubblicato fin'ora) ma credetemi. NON potevo proprio spezzarlo. 

Allora, Ruben è riuscito nel suo intento, eh? Finalmente è riuscito a catturarla. Riuscirà a tenerla incatenata a sé, oppure la nostra Sam sarà in grado di svignarsela? 

Inoltre volevo dirvi che, se vi può interessare, sul mio profilo trovare una "raccolta" (che ho iniziato a pubblicare oggi) riguardante i vari personaggi presenti e che verranno su questa storia. L'ho voluta realizzare per darvi delle piccolissime informazioni su di loro. Per ora è presente solo la scheda di Ruben. Man mano che la storia si evolverà, realizzerò le schede di ogni personaggio. Quindi, se avete voglia e se siete curiosi di conoscere un pochino di più i personaggi de El Diablo, sul mio profilo trovate questa raccolta. Si chiama "Card personaggi de El Diablo"

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