Capitolo 9: Il codardo
Giorno: 26 Zenluvia
Anno: 1018
Non chiusi occhio in tutta la notte, se non altro avevo riposato le gambe, tutti quei lamenti mi ricordavano i racconti di mio zio sull'era della carestia.
Ero già in piedi quando il giovane dai capelli ramati entrò nella nostra tenda, «Ognuno dovrà svolgere un attività qua a Nobor. Ho bisogno di qualcuno che distribuisca del cibo», mi offrii io volontario.
«E chi aiuterà la pattuglia per evitare attacchi?», Etalio non esitò a puntare l'indice a sinistra, nella direzione di Anfel, «Io e lui siamo guardiani, lavoriamo già per la pattuglia, sorvegliare è nostro dovere».
«Bene», detto questo il ragazzo si voltò a destra ove era posizionato Ritair, «Lei, signore?», «Potrei aiutarvi a montare altre tende», «Ottimo».
Dopo una breve pausa il giovane continuò a formulare domande, stavolta era rivolto ad Aene, «Lei?», «Io e mia figlia potremmo procurarci la carne. Cacciare, questo faremmo!», «Bene, mettetevi tutti a lavoro se volete restare qui a Nobor».
Uscii dall'accampamento aspettando che qualcuno mi desse i viveri da spartire tra i vari profughi.
Il ragazzo dai capelli color rame venne fuori dopo di me per poi scomparire tra i numerosi accampamenti.
Tornò con una cassa di legno, la posò a terra dinanzi ai miei piedi e l'aprì, dentro v'era un discreto numero di borracce e di ciotole con al suo interno legumi vari.
Portai il cibo e l'acqua al cittadino più vicino e feci lo stesso con gli altri profughi fino a distribuire i legumi e la borraccia ai membri più lontani della tendopoli.
Questa attività mi tenne occupato fino alla morte del sole.
Notai alcuni individui scorrazzare per gli accampamenti, assieme a loro v'era Anfel e il mio consanguineo, erano i membri della pattuglia.
Alcuni indossavano delle armature, altri, come mio fratello e il biondo erano vestiti come dei contadini, con camice bianche e pantaloni ormai sudici.
Non v'era nessuno che portava abiti popolani, nessuno con addosso i vistosi colori gialli e verdi del cittadino medio, e ciò era più che normale.
Restai ad osservarli fingendo di prendere un po' d'aria, ero preoccupato per Etalio.
La gente era infuriata per il modo in cui Walgrid se ne fregava delle loro condizioni, si lamentavano, pretendevano di essere ascoltati, mentre distribuivo il cibo e l'acqua ne avevo trovati parecchi di aspiranti rivoluzionari, ma avrebbero potuto rifarsela con le guardie, questo mi preoccupava.
I miei timori erano fondati.
In lontananza vidi un uomo seduto a terra, il suo ginocchio sinistro era alzato e sopra di esso teneva appoggiate le braccia,
anche lui indossava degli abiti da contadino.
Era a bocca aperta e ansimava, come se non riuscisse a respirare bene dal naso, riuscii a vedere i suoi denti guasti e neri, alcuni erano persino rotti.
Estrasse un pugnale dalla cinghia e con passo svelto avanzò verso i guardiani.
Temetti il peggio.
«Voi guardie non fate nulla? Ci fate trattare così da quel Walgrid che non merita neanche d'essere chiamato re! Il cibo finirà, non abbiamo più una vera casa e tutto per colpa di quel attizzalite di Walgrid, ebbene io dico che non è giusto! È arrivato il momento di una seconda rivoluzione per Zaykia!», ringhiò il pelato.
Uno dei guardiani senz'armatura sguainò la sua spada corta, «Stia indietro, stia calmo!».
«Sono false promesse quelle che fate!», con tutti quegli strillii quell'uomo riuscì a svegliare tutti i cittadini.
Adesso tentava di incitare i profughi a ribellarsi: «Guardate i vostri custodi! I vostri protettori, alcuni non portano neanche una corazza, la guerra ha preso alla sprovvista anche loro, eppure ecco che ancora giurano fedeltà all'elfo Walgrid, lo difendono, celano i suoi crimini!».
Impossibile contrariare le parole del ribelle, era la verità, la cruda realtà ch'era uscita dalla bocca d'un uomo allo stremo delle forze, allo stremo, un umano ormai stanco di subire gratuitamente, di pagare le tasse del re, di pagare per i crimini di Qualcun'altro.
L'aspirante rivoluzionario aggredì una delle guardie dalle camice bianche, la pugnalò al petto quattro volte mentre tutti gli altri provavano a separarlo dalla sua vittima.
Uno dei membri della pattuglia tentò di afferrare il ribelle per la mano disarmata così da allontanarlo dai civili, ma l'altro non ci pensò due volte a conficcare la sua arma nella spalla del custode.
Dopo aver estratto il pugnale dalle carni della guardia il ribelle avanzò verso la prossima vittima: mio fratello.
«Etalio, attento!», gridai, ancora scosso per quello che era appena accaduto.
Etalio sguainò il suo spadone e lo puntò verso l'uomo sperando che esso non avrebbe avuto il coraggio di fare altri morti.
Il ribelle adesso non stava più camminando bensì correndo con la lama del pugnale rivolta già verso la prossima guardia che avrebbe ucciso.
L'uomo era ormai vicino, non si sarebbe fermato.
Etalio fu costretto a difendersi con la sua spada perforando lo stomaco del ribelle.
Mio fratello gemette per il terrore quando colui che aveva trafitto indietreggiò dolorante ed evitò di far uscire troppo sangue dal suo corpo premendo la ferita con le mani, ma tutto fu vano, l'uomo, infine, si spense.
Il cadavere cadde su una pozza di fango lì vicino causando un tonfo.
Mi avvicinai al mio consanguineo che, ancora scosso e con gli occhi lucidi, ripeteva a se stesso: «Dopo tutto questo tempo che ho passato con la pattuglia non ho mai fatto una cosa simile... non ho mai ucciso un uomo... non ho mai ucciso un uomo... non ho mai ucciso un uomo... mio dio... mio dio...», stava ripetendo a voce bassa tutto quello che aveva passato con la pattuglia, ripeteva, soprattutto, che non aveva mai fatto del male a nessuno, come se si sforzasse di ricordare chi fosse.
Gli tirai un paio di pacche sulla schiena per tranquillizzarlo.
«Va' tutto bene, sei stato costretto», «Sono un uomo malvagio, Olwin», «No, non lo sei. Eri costretto».
Quell'episodio, quella tragedia, fu la causa di un'ennesima nottata insonne, e non solo per me ma anche per Etalio.
Più cercavo di lasciarmi alle spalle la figura della morte che mi tormentava e più si ripresentavano altre immagini altrettanto orride e cruente, come la morte, necessaria, di quel pover'uomo.
Giorno: 27 Zenluvia
Anno: 1018
Venni destato da mio zio Ritair, il modo in cui mi guardava e in cui apriva la bocca e la richiudeva bruscamente lasciava capire che mi voleva informare di qualcosa ma esitava.
Ebbi un minuto per realizzare che Esyl e Aene non erano tornati dalla battuta di caccia, però non mi preoccupavo più di tanto, era normalissimo per dei soggetti in continua ricerca di avventura come loro.
«Parla», dissi a Ritair, una volta alzatomi dal giaciglio, ormai stufo di vederlo biascichare.
«Olwin, v'è un palazzo in legno al centro della tendopoli, l'hai visto?», «Non ancora, no», «Lo vedrai oggi, verrai con me, quello è il rifugio del nuovo capitano delle guardie di Nobor, Etalio l'ha già incontrato...».
Parlava come se volesse tralasciare il dettaglio più importante: lo conosceva.
«Di chi si tratta?», azzardai una domanda, non mi aspettavo una risposta simile però: «Ricordi il maggiore Horlard? È lui», Il mio stomaco iniziò a bruciare, riconobbi all'istante quella sensazione, ero infuriato, «Perché andiamo da quello schifoso?», «Ho una questione in sospeso».
Non disse altro ma ritenni necessario ascoltare la richiesta di mio zio, perciò andai con lui.
Dopo una miriade d'accampamenti ci ritrovammo al cospetto d'un enorme palazzo in ebano, troppo maestoso per credere che facesse parte di una città simile, eppure era così.
Mio zio provò a bussare, l'enorme porta circolare si aprì in un battito di ciglia, ad attenderci dietro di essa v'era il giovane dai capelli ramati che ci aveva dato dei lavori da fare e un rifugio.
Egli si spostò su un lato e protese un braccio all'interno della struttura come per invitarci a entrare, «Prego», disse.
Varcammo la soglia dell'entrata, la prima stanza possedeva degli scaffali con dei libri dalla copertina in cuoio, sul lato destro della parete v'erano due quadri, uno rappresentava un bel prato fiorito, la maggior parte dei fiori erano tulipani rossi e bianchi,
invece la seconda immagine raffigurava una fanciulla dai capelli color miele, vestita di bianco, in procinto di camminare sulla strada maestra.
Dei quadri splendidi, ma anziché spendere dei dragoni per quello Horlard avrebbe potuto aiutare i civili.
Erano presenti due porte, una in fondo alla camera e l'altra alla nostra destra, il ragazzo dai capelli color rame aprì quest'ultima e poi ci fece nuovamente gesto di varcare la soglia, Ritair non esitò ad obbedire, io invece non sapevo se aspettare lì o entrare con lui.
Mio zio mi invitò a seguirlo fino a là, dopodiché sparì dietro a un ennesimo uscio in mogano.
Io l'aspettai seduto su una comoda poltrona in pelle, oltre a quella all'interno della stanza non v'era molto, solo altri scaffali, alcuni con sopra delle statuette in ceramica che rappresentavano dei cavalli bianchi che impennano.
Non mi sarebbe dispiaciuto chiudere le palpebre cullato da quella calda poltroncina, ma l'ansia di sapere cosa avrebbe detto Horlard al mio vecchio mi impediva di ascoltare il mio corpo e di spengermi momentaneamente.
Alla fine mi decisi ad alzarmi e di origliare che cosa dicevano i due.
Protesi l'orecchio verso la porta e ascoltai: «Hai un debito con me, Ritair», «Io non faccio più parte dell'esercito Kalarsmitiano, non sono più un generale, non ho nessun debito», «Oh invece sì, le leggi considerano un simile rifiuto una forma di tradimento. Hai disertato, lo capisci?», «Perché avevo dei nipoti a cui badare!».
«Il debito può essere pagato solo con Olwin, suo fratello è già tra le guardie», «Non ti permetterò di mandare mio nipote in guerra!».
Udii un grande boato, come se qualcuno avesse sbattuto una mano su un qualcosa.
«E io non ti permetto di alzare la voce con me, Ritair!».
Sentii dei singhiozzi, probabilmente appartenenti al mio vecchio.
«Manda me!», «Tu mi servi qui adesso, la decisione è stata presa», «No!», «Basta!», poi vi fu il silenzio finché l'uscio non si riaprì.
Mio zio aveva un aspetto orribile, il viso sbiancato e le guance arrossate, doveva aver pianto parecchio, alla vista del mio vecchio in quello stato il nodo in gola venne anche a me.
«Andiamocene, Olwin», a malapena riuscì a pronunciare queste parole, ma so che avrebbe voluto dire altro: "Ti voglio bene" "Andrà tutto per il meglio", o altre frasi che si dicono a qualcuno di amato che temiamo di non rivedere.
Quando tornavamo al nostro accampamento per poco non inciampò in un misero sasso, lo guardai bene in faccia e mi resi conto che stava piangendo di nuovo.
«Zio... ho sentito tutto», avere il coraggio di essere onesti non è facile, ma se non potevo essere sincero con lui con chi potevo esserlo?
Rimase zitto, muto come un pesce.
«Zio, andrà tutto bene», finalmente rispose: «Sì, andrà benone, troverò una soluzione»,
«Ti ho anche sentito parlare con un soldato prima che il nostro paese venisse attaccato, diceva che dovevo essere reclamato. Credevo che ciò fosse dovuto a una nuova legge del sovrano».
«No, le regole non sono cambiate, almeno non riguardo all'ambito militare. So che è difficile adeguarsi con tutte queste modifiche al regolamento. Se hai un posto di lavoro non puoi essere reclamato però, siamo tutelati anche coi piccoli lavoretti in questa tendopoli. Si tratta d'un debito, tutto qui. Ho rifiutato di combattere per crescere voi quando vostro padre cadde».
Il mio battito cardiaco aumentò, avevo sentito bene? «Allora era mio padre?», «Ragazzo, è complicato, i tuoi genitori non erano ciò che sembrano, prima o poi lo scoprirai da solo», «Allora spero che quel giorno giunga presto».
Non forzai troppo la mano, non mi avrebbe detto altro, non in quel momento.
***
Aene e sua figlia erano ormai tornati, e con un bel po' di carne,
«Abbiamo ammazzato un cinghiale!», avevano detto.
Ma io non ero dell'umore adatto per sentire tutto il racconto di come l'avevano catturato e ucciso, la mia testa era altrove, inutile dire che nella mia mente si erano insediati ancora una volta pensieri negativi.
Mi sarebbe piaciuto combattere, questo è vero, mi immaginavo con una bella armatura scintillante, un elmo da cavaliere sul capo, uno scudo a mandorla in metallo che tenevo con l'arto sinistro, e una spada che brandivo con quello destro.
Ma poi vedevo il mio corpo steso a terra con la bella corazza ormai sporca di sangue.
Nell'immagine successiva ero sopra allo stesso scudo a mandorla in metallo della prima figura, ero dentro una buca che degli uomini stavano richiudendo buttandoci sopra della terra con delle pale, per darmi l'eterno riposo.
Ebbi un ripensamento.
L'eroe che era in me non esisteva più, al suo posto c'era un codardo che lasciava poco spazio al sentirsi invincibile.
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