Capitolo 6: Il viaggio verso la rovina (corretto)
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Chiedo perdono per la fretta che adesso traspare dalla mia scrittura.
Restare troppo allo scoperto sapevo prima a poi mi sarebbe costato caro, soprattutto adesso, con la Notte Nera; ho dovuto trovare un nascondiglio ed usare la forza.
Respingere un gruppo composto da dieci Angeli non è certo impresa facile, ma così ho avuto conferma di non essere arrugginito né con la Magia né tantomeno con lo stocco, o spada corta, chiamatela come più vi aggrada; non posso che essere soddisfatto delle mie abilità.
Qua a Nord, durante il trentuno Zenluvia, non vi sono Spiriti, Streghe, Lupi Mannari o quei mostri chiamati "Incendiari" che dall'alba al giungere del pomeriggio si divertono a bruciare alberi, ma soprattutto non vi sono monotone giornate trascorse chiusi in una sicura casa; qua a Nord vi sono solo Demoni ed Angeli, e sono entrambi decisamente più pericolosi di qualsiasi altra creatura che ho appena citato...
Credo di star nuovamente delirando, a malapena tengo la penna in mano, ma io voglio che voi conosciate la mia storia, altrimenti tutto questo non avrebbe alcun senso. Io devo scrivere, sì, sì, io devo continuare a scrivere.
Devo scrivere.
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Giorno: 1 Kaeren
Anno: 1018
Mentre a malapena mi reggevo in piedi per merito del sonno contemplavo la volta celeste dalla mia finestra. Ripensavo alla Notte Nera; una notte insonne, trascorsa a mangiarmi le unghie, in preda al nervoso e, dato che ero talmente abituato al buio da non aver bisogno di una candela in stanza, ad osservare il bagliore lunare che penetrava l'oscurità della mia camera. Ripensavo a quella strana atmosfera, quella strana cupezza e cambio d'aria scatenati dall'Eclissi. Ripensavo all'orario in cui strane donnaccie dalla pelle verde squamosa e i capelli corvini barcollavano per strada [erano Streghe], seguito da altre ore di Uomini celesti semi trasparenti, e seguito a sua volta da altre ore di enormi lupi grigi dagli occhi rossi muniti di robuste zampe simili alla conformazione delle gambe di un Umano o di un Elfo. Gli ultimi sessanta minuti prima dell'alba invece vennero riempiti, come al solito, da un sospettoso ed inquietante silenzio: i Demoni, anziché insinuarsi nel corpo di qualcuno per infiltrarsi nei bassifondi avrebbero usato le loro dodici ore a disposizione per regioni più importanti. Dentro di me ragionavo anche sull'ironia del coprifuoco che alla fine serve solo per non vagare senza una meta come un cieco durante le ore notturne, ma che con la Notte Nera diventa essenziale per non avere una brutta esperienza o per non rischiare di rimanerci secco.
Però, nonostante mi sforzassi di concentrarmi sul trentuno Zenluvia, ad innervosirmi non era quella notte oramai passata, bensì il fatto di dover entrare nell'esercito.
Comunque, l'Alba Rossa era finita da un pezzo, come era appena finita l'intera mattinata, a darmene conferma fu la gente che se ne usciva dalle proprie abitazioni, il cielo che aveva assunto un colorato indaco e il fatto che nessuna cortina di fumo (ovviamente provenienti dalla Grande Foresta e causate dalle strane creature che durante la mattina del primo di Kaeren si divertono a bruciare gli alberi; creature che, tra l'altro, non avevo mai visto e mai ci avrei tenuto a vedere) arrivava più alla mia finestra; di conseguenza uscii dalla mia stanza e mi recai al piano inferiore dello stabile per dire ad Etalio che era ora di partire, ma non ce ne fu bisogno, ciò fu ovvio notando la porta spalancata con Anfel, Etalio e Zio dinanzi ad essa ed il castano Horlard dinanzi a loro.
Se non altro non avrei provato nostalgia e tristezza per mio fratello poiché lui non si sarebbe separato nuovamente da me, non fino alla fine del viaggio almeno. Allora perché mi sentivo comunque vuoto e triste? Semplice, mi sarei separato da un'altra persona a me cara. Mi sarei separato da Zio.
Mi posizionai dietro la schiena di Ritair, cerchai di aprir bocca, di dire "Addio", ma non ci riuscii; e quando Ritair, probabilmente grazie alla coda dell'occhio, si accorse della mia presenza la sua reazione fu quella d'un forte abbraccio. Io mi dimenai, mi opposi alla presa, quasi come per dire che non c'è n'era bisogno.
«Mi farò sentire ogni tanto, Vecchio. Ti invierò delle lettere, giuro... giuro che imparerò a scrivere». A quella promessa a Zio scappò una risatina malinconica, una di quelle risatine che scappano quando si ha la fronte corrugata e la luce nei nostri occhi è debole.
Con un grande mal di stomaco e voglia di vomitare mi rivolsi poi ad Horlard: «Sono pronto a partire»
«Lo sono anch'io. Solo non preoccuparti troppo per Olwin, lo rivedrai. Anche l'esercito, come la Pattuglia, avrà dei periodi di congedo, presumo. - Etalio poggiò dolcemente una mano sulla spalla di Zio. - Stammi bene».
«Stammi bene anche tu»
L'ultimo saluto fu un inchino di Anfel.
«È stato un piacere, signore. Sa, i poveri non sono gli individui ottusi descritti dalla massa»
«Il piacere è stato mio, figlio d'un Armatura Rossa»
I nervi tremarono al sol abbandonare la soglia della casa, e tutto mi parve grigio proprio come quel lastricato sul quale camminavo nel momento in cui lasciai la via insieme agli altri lanciando un'occhiata triste ad un Ritair piangente al mio fianco che era riuscito ad accettare la mia decisione e a non opporsi, nonostante avesse dovuto convivere col timore di leggere un giorno su una lettera l'avviso della morte di suo nipote e, peggio ancora, con la solitudine. Lasciateci alle spalle persino le vie secondarie rivolsi lo sguardo in direzione dello spiano d'erba, però inizialmente non mi diede nessun emozione, questo per il semplice motivo che se anche Zio sarebbe potuto venire a Rokus mi sarei lasciato alle spalle la vita dei bassifondi senza alcun problema. Lo spiano d'erba una forte emozione negativa, quale la tristezza, me la diede invece nell'istante in cui il Vecchio si fermò proprio in quel punto.
Notai poi un Elfo barbuto fra gli alberi in sella a un cavallo nero munito di una strana musaruola collegata a dei lacci in cuio che scoprii successivamente si trattasse di un "Morso" collegato a delle "Redini", e un "Collare con le tirelle"; al fianco dell'Elfo era presente anche un cavallo dalla peluria color castagno, sempre munito di redini, collare con le tirelle e morso.
«Qui ci separiamo, suppongo», commentai, con un forte nodo in gola.
Zio annuì, serrando la mascella, ma non riuscendo comunque a trattenere le lacrime, di conseguenza si stropicciò gli occhi.
Non volevo forse ciò? Non volevo combattere? Eppure, "Posso morire".
Se non fossi stato così irresponsabile col lavoro non ce ne sarebbe stato bisogno! È stupefacente e spaventoso allo stesso tempo quanto ogni tua azione possa portarti, nel mio caso, alla rovina. Inoltre, addio all'Uomo che per me era stato come un padre, addio al "Poco severo", addio all'Uomo che aveva offerto una casa a me e a mio fratello.
[Ma in fondo sto ripetendo le stesse frasi in continuazione, probabilmente facendo anche la figura del patetico e del banale.]
«Addio, Vecchio»
Io ed Etalio regalammo a Zio dei sorrisi amari, prima di avvicinarci al cavallo color castagno e di obbedire al «Salite in groppa» di Horlard; Anfel invece venne invitato a montare sul cavallo nero, dietro all'Elfo; anche lui obbedì naturalmente. Poi io indietreggiai con le chiappe per far montare Horlard e fargli prendere le redini.
«Ritair, talvolta sono proprio irrascibile. - Horlard si voltò a fissare Zio, per confessare. - Se la nostra nazione entrerà in guerra non nascondo che tuo nipote possa morire, e non nascondo che ho offerto ad Olwin un posto trai soldati principalmente per i miei interessi, ma voi ci guadagnerete, ciò non è certo un male, spero basti a farmi perdonare per il mio caratteraccio... Non ti odio, semplicemente non ho mai avuto il coraggio di dirti che hai ragione»
Il Vecchio non rispose.
Dopodiché i due cavalli iniziarono a trottare verso destra, restando di lato ai vari paesi.
Ogni tanto io e mio fratello ci giravamo e lanciavamo delle occhiate a Ritair dalla barba color dell'ebano, come lui faceva con noi, finché egli non divenne un piccolo puntino all'orizzonte; ci voltammo infine in direzione delle abitazioni del nostro villaggio nonostante oramai fossero impossibili da scorgere a causa delle strutture degli altri paesi accanto ad essse. Ed eccoli là, due fratelli figli della malinconia.
Poi, giungemmo all'inizio (o alla fine, tutto dipende dalla prospettiva e dal viaggio) della grigia linea di marmo larga quattro metri comunemente chiamata "Strada maestra", una linea di marmo libera da erbacce, alberi e radici, la quale iniziava proprio di fronte agli ultimi villaggi dei bassifondi, per guidare i viaggiatori oltre quella regione.
Avevo appena avuto la possibilità di vedere la Strada maestra, eppure non era l'entusiasmo a pervadere il mio corpo, bensì la tristezza.
Horlard e l'Elfo svoltarono a destra, dopodiché trottarono fino a raggiungere quella che per me era una scatola gigante in abete a quattro ruote larga due metri e lunga tre sulla strada; fu in quel momento che l'Elfo scese di sella e si posizionò dinanzi alla prima carrozza che io avevo l'onore di vedere a contemplare le due robuste corde stese a terra fissate sotto quella che io presumevo fosse la pedana del cocchiere.
«Non hai pensato che la carrozza potesse bloccare qualche altro viaggiatore?», brontolò Horlard.
«E dove avrei potuto lasciarla? Non c'era molta scelta. E comunque, a meno che non si tratti di ricchi bastardi o di qualche disperato che viene qua per lavoro, e di quest'ultimi ce ne sono pochi, a nessun viaggiatore frega di visitare questa feccia fatta regione. - L'Elfo fece una pausa. - Senza offesa per i tuoi inaspettati amici e per il tuo paese»
«Nessun offesa, è la verità», dissi io.
«Avrebbe potuto rubarla un brigante, potevi pagare qualcuno per controllarla», ribatté Horlard.
«La carrozza non è tua, poco mi importa se hai paura di rimanere a piedi; non ho intenzione di sprecare Dragoni per farmela "controllare" da qualcuno quando io non sono presente»
«D'accordo. - Una volta arresosi Horlard smontò di sella e condusse le due cavalcature davanti alla carrozza. - Voi altri, scendete, prego»
Anfel fu il primo a lasciare la sella libera, fu seguito da me e, per ultimo, da Etallo; dopodiché Horlard e l'Elfo pensarono a fissare le due robuste corde alle tirelle delle due cavalcature, mentre io, Etalio ed Anfel aprivamo le portiere ed entravamo nella carrozza. Io occupai uno dei due posti più avanti e vicini al bianco tendaggio che separava i passeggeri dal cocchiere, accanto a me si piazzò mio fratello, mentre dietro di me si piazzò il Biondino.
Una volta finito di sistemare le corde toccò ad Horlard occupare l'ultimo posto rimasto all'interno del veicolo, ovvero quello al fianco di Anfel, e a richiudere gli sportelli.
«Quindi è l'Orecchie a punta il nostro cocchiere?», chiese Etalio ad Horlard, nonostante la risposta a me sembrasse abbastanza ovvia.
«Sì»
I minuti seguenti li trascorsi immerso in pensieri fugaci; talvolta l'occhio mi cadeva su Etalio ed Anfel, in quegli istanti mi dicevo tra me e me: "Ma come possono non infastidirli quegli spadoni sui fianchi? E quelle armature, sarebbe stato certamente ingombrante chiuderle in un sacco per poi indossarle alla caserma, però non oso immaginare quanto siano pesanti; e pensare che dovrò indossarne una anch'io. Almeno si sono risparmiati di mettersi l'elmo...».
Il mio dialogo interiore venne interrotto da un trottio; ricordo che all'ora provai una strana sensazione, quel tipo di sensazione che si prova quando siamo all'interno di un veicolo in movimento, si sentono scosse e il nostro corpo sembra stia fluttuando; ciò mi diede la conferma che la carrozza stava iniziando a muoversi. Avrei voluto sbirciare oltre il tendaggio, per vedere il cocchiere in procinto di guidare i cavalli muovendo le redini con dei bruschi movimenti dei bracci; per la prima volta avrei potuto vederlo, quel "Brusco movimento dei bracci" di cui avevo sentito parlare dai pochi cantastorie del mio villaggio. Già avevo allungato una mano per spostare un poco il tendaggio, ma qualcosa mi frenò: mi ero reso conto solo in quel preciso momento di aver dimenticato l'oggetto più importante della mia vita.
"Ho dimenticato il mio arco!".
Alle provviste per il viaggio vi aveva pensato Etalio, difatti ora teneva la sacca, con sopra il proprio elmo, contenente del cibo e qualche borraccia ben stretta trai suoi arti superiori; ma al mio arco avrei dovuto pensarci io, santa Myrian!
"Pazienza, tanto Horlard mi insegnerà sicuramente ad usare la spada, non ho bisogno dell'arco", mi dissi, cercando di non preoccuparmi del fatto di non avere con me il mio "Portafortuna"; dovevo digerirla per forza quella mia dimenticanza, non si torna indietro, è la vita.
"È la vita", con quella frase, cullato dalla nera poltrona in cuoio sulla quale ero seduto, e con uno strano senso di sicurezza dovuto dal fatto di essere chiuso in una sorta di scatola di legno a quattro ruote detta carrozza, mi assopii.
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