Capitolo 4: Questa realtà non mi basta (corretto)
Se è poco esperto di esseri ignivomi (comunemente detti "Draghi", "Volatili sputafuoco" o semplicemente "Sputafuoco") le sarà utile conoscerne le varie sottospecie, ve le illustrerò al momento opportuno, per adesso sappia che ciò che voleva cacciare Etalio era un Velenoso, si riconoscono dalle scaglie marroni. «Ha accettato la richiesta di suo fratello?», si chiederà. Ebbene, l'ho accettata, pagandone perfino le conseguenze, ma non corriamo troppo.
Raramente si vedevano Draghi vicino ai villaggi dei bassifondi, negli istanti in cui se ne presentava uno i forestieri nei dintorni venivano ritrovati qualche Luna più tardi, privi di testa, di braccia, e di pelle. Il Drago, a differenza di altri tipi di selvaggina, è un animale sadico, spesso uccide con l'intento di divertirsi, non con l'intento di sfamarsi, ecco perché detesto quelle creature. Fu una grande soddisfazione avere l'opportunità di poter contribuire all'uccisione di un Velenoso e allo stesso tempo poter stare con mio fratello; appena lette le righe precedenti a questa lei penserà sia stata una giornata splendida quella dell'undici Zenluvia; ma, in un certo senso, devo contraddirmi: dopo aver aiutato ad uccidere il Velenoso andai alla fucina, all'ora mi duole confessarle quanto la tristezza, la frustrazione e uno strano senso di vuoto siano riusciti a contrastare le emozioni positive, per l'ennesima volta. Mi capitava spesso di provare quello strano senso di vuoto da me appena accennato, però su tale sensazione ci tornerò più tardi, quello che devi sapere adesso è che dopo la caccia al Drago la mia misera vita tornò quella di sempre; ritengo un pomeriggio impiegato ad assemblare pezzi di spada e una stupida cena poco importanti per la continuazione della mia storia, perciò, parlando del pomeriggio e della sera dell'undici Zenluvia, sarò riassuntivo.
Giorno: 11 Zenluvia
«Bene, mio fratello non è un codardo. Però devi ridarmi la tua spada, per Anfel», aveva detto Etalio. Una volta deciso di cedere la mia creazione al Ciuffone, ammazzai il tempo passeggiando per la foresta mentre Etalio si recava allo stabile a destare l'"Estraneo".
Durante la girata constatai che per fortuna il vento era svanito e osservai alcuni dei tanti trimetri a est e ovest riempiti dal lastricato che distanziavano un paese dall'altro. Non incontrai nessuno nella foresta, neanche dopo metri e metri di distanza dallo spiano d'erba oramai occupato solo da me, mio fratello e mio zio. Probabilmente la maggior parte della gentaglia dei bassifondi se ne stava a lavoro, oltre a questo molti poveri erano abbastanza condizionati da storie su Streghe e Arpie da non lasciar quasi mai il proprio villaggio, ma non facevo la mia gente talmente paurosa da non cacciare nemmeno; ebbene, ora mi ricrebbi.
"Il popolo si sta rammollendo"
***
Finita la mia breve passeggiata tornai allo spiano d'erba, trovandovi un silenzioso Anfel con una strana rete rossa arrotolata tenuta trai palmi e il mio elaborato in vita (la sua spada lunga l'aveva sicuramente lasciata in camera di mio fratello, poiché non avrebbe potuto usarla), un impaziente Etalio col suo spadone allacciato alla cinghia e, con mia grande sorpresa, un guardingo Ritair con un arco lungo, due faretre e la sua ascia legati sul dorso, e un secondo arco lungo fra le mani.
Mi avvicinai al trio chiedendo istintivamente ad Etalio: «Cosa ci fa il Vecchio qui?».
A rispondere fu Ritair stesso. «Vengo con voi, a caccia. Non sono in forma come una volta, ma verrò comunque con voi; non vedo l'ora di usare di nuovo quella dannata ascia, in tutti questi anni è rimasta nella mia stanza, ad ammuffire assieme alla mappa e alle altre cose. - Zio mi si piazzò davanti, sussurrandomi. - Comunque, ragazzo mio, c'è qualcosa di cui dovrei essere messo al corrente?»
«Cosa intendi?», chiesi, con la sua stessa tonalità di voce.
«Sai benissimo cosa intendo. Etalio mi ha detto che devi soltanto piazzare una ruota a un carro, e che hai tempo fino a stasera. È vero?»
«Certamente. Per quale motivo dovrei mentire?»
«Perché l'hai già fatto, quattro volte», il Vecchio mi squadrò con aria severa.
Non mi sarei presentato al lavoro per la quinta volta, però a differenza delle precedenti non l'avrei fatto per pura e semplice pigrizia, bensì per stare con mio fratello; perciò, cercando di assumere un'espressione sicura, affermai: «Dico la verità.»
«Lo spero per te, o stavolta probabilmente verrai licenziato. - Mi ammonì Ritair prima di porgermi l'arco che teneva tra le sue mani. - È il tuo», non appena afferrai l'arma da lancio Zio si tolse di spalla una faretra: «Prendi, anche questa è la tua. Hai trenta munizioni; un bel po', non credi? Le punte delle frecce sono in legno, la loro forma è triangolare, come piace a te».
«Ottimo», risposi, dopo aver preso la faretra ed essermela messa in spalla insieme all'arco.
«Ricorda, le frecce non saranno efficaci contro le dure squame del Drago, lo so per certo, ne ho affrontati di Velenosi quand'ero nell'esercito, quindi limitiamoci ad infastidirlo e a distrarlo, Anfel ed Etalio penseranno al resto; se tuo fratello e il nostro ospite riuscissero ad aprire ferite abbasstanza grosse nel corpo del Drago cerca di colpirle; infine, se le cose dovessero mettersi male, la mia ascia non fallirà di certo»
«Spero il Capellone sappia come muoversi»
«Sì, lo aiuterà Anfel: il padre del nostro ospite era...»
«Ci siete o avete ancora altro da sussurrarvi?», mio fratello interruppe il dialogo tra me e Zio.
Ritair si limitò a voltarsi verso mio fratello e ad annuire, io fissai la rete di Anfel; avrei dovuto far la conoscenza del biondo, presto o tardi; Anfel era di Rokus, la seconda Città Gemella nonché capitale di Kalarsmit, dunque conosceva, ovviamente, il dialetto di Rokus, però restava da vedere se riusciva a parlare il linguaggio universale di Kalarsmit [ovvero il linguaggio utilizzato da me su questo diario].
«Rokusiano, comprendi quello che dico?»
Ottenni un timido «Sì».
Indichai la strana rete rossa dai grossi cordoni fibrosi nelle mani di Anfel e, un po' imbarazzato per la mia scarsa competenza con le presentazioni, gli domandai: «A che serve questa sottospecie di enorme ragnatela rossa?».
«Perdonatemi... potete parlare più lentamente?»
Allora ripetei, scandendo bene le parole: «La rete a che serve?».
«Serve a bloccare il Drago»
«Non la romperebbe?»
Il biondo scosse la testa. «S-si tratta di una rete fatta con tendini di Drago Nero, nel mio paese la chiamano "Ytis", ovvero "Trappola". Mio padre era un Armatura Rossa, mi ha tramandato molte delle sue conoscenze su Vampiri, Lupi Mannari, Troll e volatili sputafuoco. C-con i Draghi me la cavo discretamente»
«Te la cavi discretamente anche a parlare il linguaggio universale del regno, non provare disagio nell'aprir bocca», dissi.
Il Rokusiano si inchinò: «Essil. - Notai un arrossamento nelle sue guance, e una goccia di sudore sulla sua fronte; credo si fosse accorto della mia espressione confusa. - Perdonatemi, ho dimenticato di non star conversando con un Rokusiano. Intendevo ringraziarvi».
"Almeno conosce le buone maniere"
Ci pensò di nuovo Etalio a interrompere le conversazioni pre caccia: «Prima ho visto una grotta, poco più a sud, il Drago la utilizza come tana, credo. Seguitemi».
Tutto il gruppo, incluso me, ascoltò la richiesta del Capellone.
***
Superate diverse erbacce ed Are, dinanzi a noi si presentò la grotta menzionata da mio fratello; il grigio imbocco della caverna era largo quattro metri e alto tre.
«Questa grotta è della stessa misura di un esemplare femminile di Velenoso», disse a voce bassa Anfel tra sé e sé (non fu difficile udirlo visto che si trovava al mio fianco sinistro; al fianco destro avevo Ritair, accompagnato da Etalio).
I primi ad entrare nella caverna furono il biondo ed il Ciuffone, seguiti da me e Zio. Pensai che l'interno dello speco era enorme, non avevo poi tutti i torti: si trattavano di dodici metri di liscia e nera roccia. Il Drago, comunque, era presente. Le ali argentee della creatura erano tali e quali a quelle di un pipistrello, si originavano dalla sua schiena e la tenevano al caldo mentre essa schiacciava un pisolino al centro della grotta; a far la guardia al muso della belva dormiente vi era la sua grossa coda color montagna. Nonostante fossi poco esperto di Draghi non mi fu difficile intuire fosse una femmina poiché, come già premonito da Anfel grazie all'altezza dell'imbocco della caverna, si trattava di un Drago largo due metri e alto tre, mentre un Velenoso maschio raggiunge sei metri di altezza e la fronte è munita di corna.
Etalio, preso dall'euforia, strappò di mano la rete ad Anfel per poi srotolarla, avvicinarsi lentamente al rettile sputafuoco e gettarla addosso a quest'ultimo. Quando il Drago sgranò i suoi occhi neri, per colpa della mossa affrettata di mio fratello, Anfel corse prontamente al lato sinistro della Trappola, e la afferrò frettolosamente, nel corso degli istanti successivi mantenne la presa con tutte le sue forze; Etalio, che si trovava nella parte opposta al biondo, fece esattamente la stessa cosa. Io scattai verso il lato di Anfel, dopodiché aiutai a mantenere la presa sulla massiccia ma morbida Trappola, nel frattempo il Drago si dimenava sperando in qualche modo di sfuggire a quella grinfia lunga sei metri che era la rete; Ritair pensò a impugnare il suo arco e ad incoccare una freccia.
Potevamo dire addio alla strategia del Vecchio.
Il Velenoso riuscì a tirar fuori dalla rete le sue grosse zampe anteriori; aimé, non riuscii a sopportare il dolore provocato dai piccoli pezzi di pelle strappatami dalla guancia dalle grinfie d'Avorio del Velenoso. Lasciai andare la Trappola. Anfel e il mio consanguineo sopportarono più a lungo, ma infine anche loro furono costretti a lasciar andare la presa; il Drago rinfilò dentro la Trappola le zampe per alzare la rete, inutile dire che così facendo se la tolse di dosso in un batter d'occhio. Il primo intruso a cui il lucertolone andò incontro una volta libero fu il Ciuffone; io impugnai il mio arco e, come aveva iniziato a fare Zio, cerchai di attirare l'attenzione della bestia con le frecce. Mentre incoccavo e scoccavo vidi due dei colpi di Ritair centrare l'occhio sinistro del rettile; il Drago mugolò per il dolore quando rimase in equilibrio su le due zampe posteriori per staccarsi con le branche anteriori le frecce di Ritair munite di punte forcute in osso dal bulbo.
Nel momento in cui il Drago, oramai mezzo cieco e col corpo riempito di frecce, poggiò nuovamente le sue lunghe zampe anteriori a terra Etalio sguainò il suo spadone e infilzò il muso della belva che venne danneggiato ulteriormente dal taglio dell'acciaro quando il Capellone lo estrasse dalla ciccia del Velenoso.
Il peggio arrivò ora, nell'istante in cui il Drago tirò indietro la testa e spalancò le fauci; tutto il gruppo si spostò su un lato, prima di vedere una sostanza biancastra e delle fiamme uscire dalla bocca della creatura. Il fuoco avanzava dinanzi al rettile mentre Anfel ed Etalio riuscirono a raggiungere la costa destra del Drago avendo così l'occasione di bersagliarle con vari fendenti; io pregavo che il mio elaborato reggesse, ma non fu così. Anfel rimase spiazzato dal Drago quando la lama della mia creazione si spezzò durante il terzo colpo di spada inferto dal biondo al Velenoso.
La prima parte della battaglia si concluse nell'istante in cui la grossa coda del rettile stese a terra Etalio ed Anfel, quando la belva uscì dalla caverna e il gruppo la inseguì iniziò la seconda parte dello scontro.
Ove il Drago passava ove gli alberi cadevano. Al villaggio, date le costruzioni in legno, fu una fortuna che lo sputafuoco non ci arrivò, non che i pochi Draghi visti in zona abbiano mai puntato ai villaggi; ad essere onesto quella Dragonessa non raggiunse nemmeno lo spiano d'erba.
Le poche ferite causate da Etalio sembravano aver beccato i punti giusti, poiché lo sputafuoco sbraitava e ansimava, ma il Drago ebbe comunque forza a sufficienza da dispiegare le ali; ad impedire al Velenoso di volarsene via fu proprio mio fratello che gli mozzò l'ala destra e che, con una veloce piroetta, raggiunse il suo fegato per poi trafiggerglielo. Stavo per incoccare l'ultima freccia rimastami e per mirare alle ferite della nostra preda quando Ritair mi disse: «Aspetta»; Zio si rilegò l'arco sul dorso, al suo posto estrasse la tanto letale e incantata ascia. Adesso il Drago era troppo dolorante per riuscire a muoversi, quindi Ritair ebbe il tempo di mirare al petto del Velenoso, caricare il colpo, perforare le squame e di infilzare il suo cuore; poco prima del colpo di grazia inferto da Zio l'animale aveva tirato indietro la testa, se Ritair avesse rallentato anche solo di un secondo il Drago avrebbe scaricato le fiamme su di lui.
Tutti quanti, ci allontanammo dall'essere in fin di vita per evitare che ci cadesse addosso. La caccia terminò con la carcassa del Drago stesa a terra, tra erbacce e radici.
«La Dragonessa è morta», Etalio osservò la carcassa della preda, compiaciuto.
«L'avremmo uccisa con più facilità e con meno rischi, se mi avresti dato ascolto», probabilmente Etalio non le udì nemmeno quelle parole apparteneti a mio zio, era troppo occupato a scuoiare il Velenoso col suo spadone, probabilmente con l'intenzione di vendere le parti più "Costose".
Anfel, che era al mio fianco, mi porse il manico del mio elaborato, con molta cautela ed esitazione. «Mi dispiace, per l'arma. Se non avessi rotto la tua spada sarei stato più utile, mi scuso anche per la mia scarsa efficienza». Mi limitai a far gesto ad Anfel di tenerla con la mano, non la volevo più. "Non era poi così resistente come diceva Etalio". In fondo, forse, non ci tenevo molto a quella spada, mi ero semplicemente imposto di credere che mi ci fossi affezionato; quella strana sensazione di indifferenza nell'osservare il manico della mia creazione fu uno dei tanti segnali che intendevano farmi riflettere e farmi capire che il fabbro non faceva per me e che non avrei avuto alcuna soddisfazione con quel lavoro.
«Grazie», il Rokusiano me lo disse mentre abbassava timidamente il capo e si piazzava di fianco al Ciuffone. Il biondino osservò con attenzione il Drago senza vita ed Etalio impegnato ad estrarre una sacca dalle carni dell'animale, poi, si decise a condividere col Capellone i suoi saperi da figlio di un AmmazzaDraghi. «È-è una sacca d'acqua. Ogni creatura sputafuoco ne possiede una, serve a non consumare e non bruciare troppo i vari organi. Come puoi notare il sacco contenente l'acqua è composto per lo più di grasso e pelle, con lo spadone rischi di bucarlo». Purtroppo Anfel aveva dato troppo tardi quell'avvertimento, oramai la sacca era già stata perforata dal taglio della spada lunga di Etalio. Il mio consanguineo si consolò alla svelta grazie a un'altra palla di grasso e pelle da lui individuata, stavolta poggiò lo spadone a terra e optò per seguire il consiglio di Anfel, con molto sforzo delle braccia riuscì a strappare la sacca dalla solida "stretta" delle squame dell'animale morto.
Fissando la sacca tenuta con tanta fierezza da mio fratello riuscii a scorgere, oltre il trasparente grasso e della sottile pelle, del liquido biancastro, lo stesso liquido che il Drago aveva rigettato assieme al fuoco: «Questa contiene del Krowt, si tratta di un tipo di veleno rilasciato dai Velenosi, ecco da dove viene il nome di questa sottospecie». Altre perle di saggezza del figlio di un AmmazzaDraghi.
Nei minuti successivi Etalio staccò qualche zanna, osso, e scaglia dalla carcassa della belva, e Anfel tornò dentro la caverna a recuperare la Trappola. Appena vidi uscire il biondo, con la rete tra le mani, dalla grotta mi stupii nel notare quanto la Trappola fosse rimasta intatta. «Il fuoco non ha beccato la rete?», volli sapere.
«I-i tendini di Drago Nero non bruciano. Fra tutti gli sputafuoco, la sottospecie dei Draghi Neri è la più resistente, v'è chi gli chiama "Rettili d'amianto"»
«Grazie dell'informazione»
«Grazie a lei della domanda»
Infine, rivolgendomi ad Etalio, Mi offrii di portare alcune scaglie e zanne a casa, perché così sarei corso alla fucina senza gli occhi di Ritair a squadrarmi.
«Fai pure. - Etalio acconsentì, dopodiché, quando le mie mani posizionate a coppa si riempirono di denti e squame, azzardò una domanda, all'apparenza banale, ma letale per uno scioperato che adesso intendeva rimediare. - Ci vediamo a casa?»
«Forse no, ho voglia di passeggiare»
«Sei euforico, vedo. Ci si sente bene a cacciar Draghi! Vero, fratello?»
Annuii, mentre il mio passo si fece svelto come non mai. Mi allontanai velocemente dal resto del gruppo, e non me ne resi nemmeno conto; tirai un sospiro di sollievo una volta tornato sullo spiano d'erba, ma continuai comunque a mantenere una camminata veloce fino al villaggio, appena raggiunto anche quello optai per la via accessoria a diritto per poi ritrovarmi sul viale principale nel quale si trovava la mia casa. Una buona parte dei passanti mi fissò con attenzione e stupore finché non raggiunsi il mio stabile, credo abbiano pensato: "Caccia grossa oggi?".
Nel girare la maniglia del battente di casa le squame e le zanne mi caddero a terra, v'era da aspettarselo; le raccolsi una ad una, corsi dentro, le poggiai frettolosamente sul tavolo, balzai fuori e corsi alla fucina. Raggiunta la mia seconda destinazione mi accorsi che il baghero era ancora all'interno del recinto e che la ruota era già stata piazzata da qualcun'altro, però grazie alla fretta non me ne curai molto, pensai invece ad aprire il battente della fucina e a solcare la soglia della porta, dentro vi trovai tutti e cinque i miei assistenti.
Un Elfo dagli occhi blu e i capelli rossi si avvicinò a me, si trattava di Ikar, il mio aiutante più produttivo e l'unico così basso e coi capelli che gli raggiungevano il collo, ma non certo l'unico Elfo, anzi, a eccezione di Epristi erano tutti Orecchie a punta i miei assistenti.
«Ci siete tutti quest'oggi, vedo»
«Signore, siamo stufi di esser mandati a casa perché secondo voi "Questo lavoro è troppo duro"»
«Anch'io non mi sono presentato a lavoro alcune volte. Sai quanti clienti ho fatto infuriare? Però dobbiamo godercela la vita»
«Apprezzo il suo "zelo", ma presto non avremo nulla da mettere sotto i denti»
«Vi pago comunque, lo sapete»
«Non mi riferivo alla vostra paga... di questo passo verremo licenziati, e anche voi! Sia io che lei abbiamo ottenuto il nostro mestiere con tanta fatica, evitiamo di buttarlo via»
Si stava arrabbiando parecchio, meglio cambiare argomento: «Il Frasi fatte non ha portato via il baghero?»
«No. - L'Elfo sbuffò per il mio cambio di discorso. - Ranval non è venuto»
«Me l'aspettavo, manderanno un altro tra un paio di Lune. Potresti tornare alle tue faccende ora?»
«Posso farle almeno un'ultima domanda?»
«Certamente»
«Come se li è fatti i graffi sul suo viso?»
«Me li sono fatti cacciando una bestia piuttosto feroce»
Ikar annuì come per dire "Capisco", e tornò a strigliare il pavimento con lo straccio che teneva in mano. Ognuno si trovava al proprio posto; il moro Oilack pensava a togliere le ragnatele dell'edificio con un bastone (probabilmente portato dal suo stabile); il biondo Ereal, invece, affinava le lame delle spade con una cote assieme al castano Aefle e al rosso Epristi; io mi occupai dell'assemblaggio di alcuni acciari.
***
La sera era stata veloce ad arrivare; fra i vari pezzi di una spada riscaldati e i colpi di martello per rendere tutto omogeneo il tempo vola. Avevo completato due acciari e gli aiutanti concluso le proprie faccende; un'altra misera giornata da fabbro era finita, ed io non avevo esitato a tornare allo stabile. "Manico in osso rivestito in pelle. Per Dio, oramai le mie spade sono tutte uguali!", stavo pensando adesso mentre picchiettavo al battente del mio stabile col battiporta. Si sa, quando ci si concentra su un pensiero altri mille ti trascinano via con loro insieme a una lunga serie di ricordi, ciò mi successe in quel momento.
Giorno: 26 Aira
Anno: 1016
[Nonostante odii dover elencare i nomi dei mesi in arcaico mi sono promesso di riportare sulle pagine del mio diario quante più conoscenze riesca a scrivere: la Generazione dei palazzi di metallo chiamava Aira "Maggio".]
Qualcosa mi scosse, strappandomi al dolce sonno; mi alzai dal mio giaciglio senza togliere lo sguardo dalla figura, poco dopo realizzai che era mio fratello.
«Etalio, che c'è?», con gli occhi socchiusi e la bocca impastata parlai a malapena.
«Hai quindici anni. Sei abbastanza grande da capire e di certo non sei mai stato uno stupido, fratellino»
Intuii immediatamente di cosa mi volesse informare, ed era venuto a dirmelo nel bel mezzo della notte per togliersi subito quel peso dallo stomaco. "Lo sapevo"
«Ti hanno accettato? - Non rispose, allora resi il tono della mia voce più insistente. - Ti ho chiesto se ti hanno accettato»
Annuì.
«Se gli Emilciei si infiltrassero a Rokus le guardie verrebbero sopraffatte, ritirati!», fu inutile riscaldarsi in quel modo, non avrebbe obbedito.
«Non posso, a diciassette anni o ti arruoli nell'esercito o trovi un posto di lavoro il più in fretta possibile. Io l'ho trovato. È meno rischioso di combattere coi soldati; raramente ci sarà da lottare, solo se necessario. Un guardiano sorveglia, non tira di spada. Fidati»
«Fratello...»
«Fidati t'ho detto! O rispetto la legge adesso oppure i Dragoni non ci basteranno per tirare avanti»
"È inutile lamentarsi, dice la verità». A interrompere la mia voce interiore fu una pacca sulla spalla del mio consanguineo; Etalio pronunciò tali parole guardandomi dritto negli occhi: «Mi spiace, è la legge.»
Lo capivo, però avevo paura; è strano, lo so, ma avevo paura: se avrei avuto la certezza di essere arruolato un giorno sarei stato felice, estremamente felice, ma se si sarebbe trattato di mio fratello mi sarei preoccupato per la sua vita; coi guardiani mi sarebbe piaciuto stare, anche se non quanto star coi soldati, diciamo che mi sarei accontentato e, comunque, non avrei avuto paura per delle possibili infiltrazioni da parte degli Emilcliei, però temevo per mio fratello; in ogni caso, non temevo per me ma quando si trattava di mio fratello avevo paura, è bizzarro il rapporto che hanno fra di loro due consanguinei se ci pensate, caro lettore. (Sappiate che ci provai a diventare una guardia prima di tentare col fabbro; provai sia con la Pattuglia Nazionale che con quella regionale; non venni accettato per colpa del mio fisico; non possedevo il corpo robusto di Etalio, purtroppo.)
Giorno: 21 Odeshe
Anno: 1016
La mia mente rimase all'anno millesedici, però avanzò di tre settimane, andando al pomeriggio del ventuno Odeshe [ventuno Agosto in arcaico]. Quel pomeriggio Etalio, dopo una settimana di duro addestramento e due di viaggio, era tornato. Le pupille del Ciuffone erano dilatate, lo ricordo benissimo, probabilmente non dormiva da un paio di Lune, presumo fosse colpa del viaggio di ritorno; nessun povero possedeva abbastanza Dragoni da permettersi un cavallo, noi non facevamo eccezione, perciò le gambe di Etalio ne avranno sicuramente risentito. In ogni caso, mi piacque sentir mio fratello raccontare della sua esperienza da guardia, perfino ora rammentai alcune delle sue parole: «Le ore diurne le passi in sala d'addestramento, mentre le ore notturne le trascorri nella Grande Foresta, nella zona vicino alle mura di Rokus. Ho fatto perfino amicizia con uno nuovo, come me, si chiama Anfel». Tutte le volte che raccontava lo faceva poco prima dell'alba, nella mia stanza; erano i racconti sull'esperienza di mio fratello tra le guardie a svegliarmi la mattina. Ogni racconto finiva con: «Oh l'armatura, Dio lo sa quant'è pesante!», persino al Me diciassettenne faceva ridere quella frase.
Giorno: 11 Zenluvia
Anno: 1018
«Olwin, non è stata una "passeggiata" un po' troppo lunga?»
«Ho dovuto anche piazzare la ruota al carro, lo sapevi, Zio. Poi ho aiutato i miei assistenti a svolgere dei compiti»
Zio si spostò verso uno dei due lati della porta, permettendomi di entrare.
Etalio e Anfel se ne stavano seduti nella parte destra del tavolo, le loro dita tenevano ben stretti dei pezzi di squisita carne fumante, dopo pochi morsi entrambi l'avevano finita, subito si allungarono fino al centro della tavola per agguantare altra ciccia. Andò a prendere una fetta di carne anche Ritair, poi si piazzò sulla sedia in cima al tavolo invitandomi a fare lo stesso; mi avvicinai alla tavola e ascoltai la richiesta di Zio, prima afferrai una fetta di carne e poi mi piazzai sulla sedia in fondo. "Se non altro sono tornato in tempo per la cena!"
(tanto per capirci, la "Sedia in cima" per noi era quella più vicina al camino, la "Sedia in fondo" invece era quella più vicina alla porta d'entrata).
Etalio mi salutò con un invito a mangiare e con una delle sue classiche battute: «Forza, assaggia, la carne di Drago è deliziosa! Comunque, durante il resto della mattina e nell'intero pomeriggio non ti sei fatto vivo. Ti sei divertito con una fanciulla per caso? In tal caso parlale di me!», mentre Anfel mi salutò con un semplice e formale «Salve». Risi alla battuta di Etalio e ricambiai la formalità del biondo con un altro «Salve». La cena proseguì tranquillamente e silenziosamente finché Ritair non posò sul tavolo la sua fetta di carne e fissò il figlio di un AmmazzaDraghi.
«Non ti ho ancora chiesto il tuo nome»
«Anfel, signore», rispose il biondo con la testa rivolta verso il basso.
«Bene, Anfel, desidero che tu sappia una cosa: quand'ero nell'esercito ho fatto amicizia con un Armatura Rossa, grazie a questa conoscenza ho imparato a memoria il loro inno»
Il biondo si voltò improvvisamente nella direzione di Ritair. «È stato nell'esercito? Se non combatte più non dovrebbe essere morto?...»
«Erano altri tempi, erano tempi in cui Re Walgrid non necessitava di soldati, erano tempi in cui la scelta di combattere per la patria spettava a te, erano tempi in cui i disertori non venivano pagati con la morte ma coi debiti. - Ritair sospirò. - Non voglio perdermi in chiacchiere, però. Ti va di cantare l'inno insieme a me?»
Ci fu una lunga ed imbarazzante pausa, infine il biondino annuì.
Iniziò a cantare lo stonato e squillante Ritair, quando la canzone arrivò a metà finalmente Anfel prese un po' di coraggio e cantò insieme a Zio; il sussurro di Anfel andò ad intensificharsi lentamente, trasformandosi in una forte e melodiosa tonalità di voce.
Purtroppo non è tanto ciò che ricordo dell'inno: «Nella notte un'armatura brillerà, a puntar le stelle la lama di una spada ci sarà. Fuoco che scatenò la guerra, sacra terra, acqua che ci purificherà. Noi saremo là, a cacciare sotto il cielo stellato. È questo ciò che noi abbiamo giurato. Caccieremo nell'oscurità. La paura mai ci fermerà.
Vedrai spade fendere Draghi, e quelli saremo noi, saremo noi. Vedrai un'armatura macchiata di sangue, e quelli saremo noi, saremo noi. Vedrai un'armatura rossa, e quelli saremo noi, saremo noi.»
Quell'inno mi catapultò in un'altra realtà, in una realtà in cui una fredda armatura era l'unica cosa che poteva proteggermi da uno spietato Arcidemone in groppa ad un Drago Nero, in una realtà in cui una resistente spada e uno scudo argenteo a mandorla erano i miei unici amici, in una realtà in cui il Mondo mi avrebbe ricordato, in una realtà esistente solo nella mia testa che mi diede la conferma che quel mediocre presente non mi bastava. Lo ripetei dentro di me per ben due volte: "Questa realtà non mi basta."
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