Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo 13: Il grigio castello

Giorno: 4 Esabone

Anno: 1018

Le prime ventiquattr'ore passate coi soldati furono orribili, avevo paura, il mal di petto non mi lasciò in pace neanche per un minuto.

Ansia, temevo di perire? A dire il vero neanche io stesso saprei dire che cosa provassi quel pomeriggio, non so nemmeno che cosa sognai la notte, sicuramente feci un incubo, ma non lo ricordo, e forse è meglio così.

Credo di aver avuto tanti interrogativi, ma non mi azzardavo a chiedere né ai soldati né a Kitahter, e oggi non ricordo neanche che genere di domande fossero ad essere onesti.

Gli unici interrogativi di cui rammento sono forse questi: "Perché il generale di questo gruppo si è preoccupato di arruolare un profugo dato che sta per scoppiare una guerra? Ma soprattutto, perché stiamo andando a Rokus? Gli emilciei non l'hanno attaccata? La città è ancora in piedi?", la mattina del quattro Esabone ebbi il coraggio di chiedere a Kitahter, ed ebbi le risposte: «Alcuni miei colleghi li stanno tenendo occupati ad Evaer. Si estingueranno presto spero, quei bruti! Quanto alla tua seconda domanda, c'è crisi, i ribelli di Arok non sono altro che delle fastidiose mosche, gli emilciei invece ci stanno pressando troppo. Ma sono ottimista, o almeno mi sforzo di esserlo, però in molti sono già caduti. C'è un disperato bisogno di uomini, anche un ragazzino di undici anni in questo momento potrebbe tornarci utile, credo.
Quanto all'"Perché andiamo a Rokus" non dovrei neanche rispondere, è ovvio! Rokus è il rifugio dei soldati, dopotutto dobbiamo essere alla capitale anche per difenderla, non credi?».

Ci eravamo fermati solo la notte, non per far arrivare i soldati riposati alla capitale bensì per far riposare le cavalcature, «Un destriero con gli ossi spezzati non è utile», così aveva detto Kitahter.

Qualunque fosse il trattamento che avrei ricevuto a Rokus sarebbe stato certamente meglio di quello che avevo ora.

Morivo di freddo, nessuno aveva mangiato, e avevamo dormito nel fango.

L'unica cosa che avevamo fatto era stata quella di bere, e no, non c'erano borracce, chiunque aveva il bisogno di dissetarsi doveva soddisfare il bisogno grazie ai vari fiumi che trovavamo sul nostro cammino, più di una volta mi sono fatto male ai denti per questo motivo, l'acqua era troppo fredda.

Adesso il cavallo del generale continuava a trottare mentre io mi guardavo intorno, fissavo la neve che, grazie alla luce del giorno, un po' sembrava argentea, un po' azzurra e ogni tanto assumeva persino un colorato cinereo.

Ero spaesato, non avere una casa e vivere a Nobor era difficile ma almeno avevo con me mio fratello e mio zio, andare in guerra invece è tutta un'altra storia, che sarei morto ora era quasi una certezza, e con me non v'erano più Etalio e Ritair, mi sentivo indifeso, vulnerabile.

Ci eravamo ormai lasciati indietro un tratto della grigia strada maestra, stranamente le fiamme verdi che tanto mi inquietavano la notte e mi rasserenavano il giorno erano spente.

Proseguimmo dritti, senza sostare, nessuno fiatò.

Giorno: 12 Esabone

Anno: 1018

Eravamo passati in mezzo ad Ivirokus e Kalarokus, oramai eravamo alla capitale.

A darci un caloroso benvenuto furono l'imponente bastione ricoperto di neve e la porta maestra in ebano che venne aperta da alcune guardie per permetterci di entrare in città.

Rokus, bellissima.

I palazzi in marmo parevano vivi, titani pronti a schiacciare il nemico per difendere la cittadella: questo sembravano.

In strada erano presenti delle donne vestite con abiti dal color dell'erba e con il capo coperto da un panno sporco, (probabilmente per ripararsi dal vento), purtroppo la crisi esisteva anche lì, le strade di Rokus spruzzavano povertà da tutti i pori.

Quell'atmosfera non rendeva giustizia alle mura, alle case, a ciò che la gente indossava (ma quei bei vestiti da nobili avevano ormai perso il loro fascino per merito della sporcizia) e al bel castello grigio che ora era davanti a me.

Il generale scese da cavallo, così feci anch'io e gli altri soldati.

Alcuni del gruppo aprirono l'enorme porta del castello, dopodiché Kitahter varcò la soglia dell'entrata e mi invitò a seguirlo, assieme salimmo le fila di scale in granito che parevano non finire mai.

Una volta raggiunto il primo piano restai stupito dalla grandezza dell'edificio, ai lati del corridoio del primo piano erano presenti un'infinità di scale e stanze.

Le porte delle camere erano in legno, oserei dire che v'era ogni tipo di legno esistente, le pareti del varco erano in marmo.

Continuai a seguire Kitahter per un bel po', quel corridoio sembrava infinito.
Poi, finalmente, il generale aprì l'uscio di una stanza a destra, dopo che ebbe varcato la soglia della camera, (lunga una sessantina di metri), mi disse di entrare, non me lo feci ripetere due volte.

L'ambiente sarebbe stato totalmente vuoto se non fosse stato per una serie di supporti per armatura appoggiati ai muri in arenaria che, inizialmente, non avevo notato.

Alcune corazze erano ancora presenti, forse non erano mai state usate o forse erano state rimesse al loro posto perché i proprietari precedenti avevano trovato armature migliori, chissà.

«Prendine una», mi ordinò il biondone, io mi avvicinai a una corazza in fondo alla stanza, stava in mezzo alle altre, fu proprio questo ad attrarmi, la contemplai per qualche istante.

Kitahter uscì e richiuse la porta dietro di sé, così io potei spogliarmi e indossare l'armatura.

Non v'era davvero bisogno di uscire visto che eravamo dello stesso sesso, mi sembrava un soggetto molto schizzinoso, un individuo che stava sulle sue, almeno era questa l'impressione che mi aveva fatto.

Mi levai gli stivali, poggiai l'arco a terra assieme alla mia spada e mi tolsi i pantaloni e la maglia.

Prima indossai i barabracci in cuoio e i guanti del medesimo materiale, poi gli stivali in ferro, dopodiché il busto in acciaio e infine un elmo cilindrico con una piastra sagomata e delle feritoie per la visibilità e la respirazione, devo ammettere, però, che di visibilità ce n'era ben poca.

Inizialmente feci fatica persino a respirare, era veramente pesa quella cosa, Etalio non aveva tutti i torti a lagnarsi.

Comunque, a differenza di mio fratello, io preferii non lamentarmi, dato che quella corazza nel campo di battaglia avrebbe potuto salvarmi la vita.

Etalio, se solo fosse stato lì con me.

Aprii l'uscio della sala e me ne tornai nel corridoio, ove era il generale, mi risultò molto complicato muovermi con l'armatura addosso.

***

La tappa successiva fu la mensa, speravo in un buon pranzo.

La stanza era bella grossa, era lunga cento metri, se non di più, all'incirca v'erano un centinaio di tavoli e sedie.

I posti erano quasi tutti occupati, trascorse un po' di tempo e ancora non sapevo dove mettermi, alla fine riuscii a trovare una sedia libera, dovetti aprirmi un varco tra una miriade di soldati affamati per raggiungerla e sedermici sopra.

Quando tutti si misero a tavola passò una giovane dagli abiti color porpora e i capelli dorati a distribuire il cibo e il vino.

Niente acqua, solo vino, io non l'avevo mai bevuto, sarebbe stata una primizia.

«Occhi azzurri, perché non ti levi quel bel vestitino?», chissà da quanto tempo non si era divertito con una donna quell'uomo che aveva appena parlato, «Pensa a mangiare» lo liquidò lei, «E se mangiassi te? Saresti un bel bocconcino!».

Mi levai l'elmo dalla testa, afferrai la carne e iniziai a mangiare ignorando il soggetto che si avvicinava a me.

Che stava succedendo?

Già scoppiava una rissa?

Che avevo fatto?

Ed ecco che l'individuo dall'elmo in metallo si appoggia al mio tavolo e protende la mano verso di me.

Lo ricordo bene quell'incontro, talmente bene che mi sembra di riviverlo.

«Piacere», mi disse, «Piacere», accettai l'invito a stringergli la mano, «Bella stretta! Sei nuovo?», «Sì, mi chiamo Olwin».

«Io sono Enoc. La guerra può far paura, Olwin, v'è chi l'ammette e chi no, ma siamo tutti dei vigliacchi, tu però non temere, qui nessuno lascia indietro nessuno. Sono il campione di Kitahter. Presto ti ci abituerai, al fetore della morte, alle grida sul campo di battaglia, all'impatto della tua lama col nemico, a impugnare la spada mentre senti che essa sta lacerando le carni del tuo avversario. Sì, ti ci abituerai! Buona fortuna, e buona guerra!».

Mentiva, non mi sarei mai abituato a tutto ciò.

Giorno: 13 Esabone

Anno: 1018

La mia camera, come presumo anche quella degli altri, era abbastanza piccola, l'unica cosa presente era un giaciglio in pino, ma non m'importava di quanto fosse grande o quanto fosse decorata.

Un posto dove dormire, un giaciglio che non fosse in paglia, che non fosse in una tenda...

In quel momento mi parve di essere l'uomo più felice del mondo, ma poi pensai che stavo per andare in guerra, e che con me non c'erano le due persone più importanti della mia esistenza.

Quando Kitahter entrò nella mia stanza mi trovò già alzato e con l'armatura addosso, ero pronto per l'addestramento.

Non avevo certo intenzione di prendermi qualche sgridata per insubbordinazione, dentro a quel castello, al piano più alto, c'era Walgrid, ed era l'elfo che aveva dato inizio ai miei incubi peggiori.

La sala d'addestramento era al secondo piano, e salire quelle ripide scale di granito con addosso un rivestimento in acciaio e ferro è un'esperienza che vorrei dimenticare.

La stanza dedicata agli allenamenti era la prima a sinistra.

Il pavimento era così chiaro che m'era impossibile non riconoscere con cosa fosse fatto: col cedro, ed era ricamato col cipresso.

La camera era, probabilmente, lunga centodieci metri.

Un soldato mi venne incontro, quando iniziò a parlare, nonostante la voce un po' metallica per via dell'elmo, lo riconobbi all'istante, si trattava di Enoc.

«Fammi vedere come te la cavi con la spada», "Male, malissimo", «Vorrei essere tra le fila degli arcieri», «Spiacente, impossibile, abbiamo bisogno di uomini che ci sappiano fare con armi da mischia. Odio ripetere le cose due volte ma... fammi vedere come te la cavi con la spada».

Sfilai la mia creazione dal fodero e mi preparai a dare il meglio di me, o forse dovrei dire il peggio di me.

Enoc impugnava uno spadone dal pomo in oro con ricamato un sole, sembrerà strano ma l'intera sua arma sembrava fatta in pelle di serpente, era color verde scuro e chiazzata di nero, tra la guardia crociata e il resto del manico vi erano raffigurati due piccoli occhi blu, la lama non procedeva dritta, era talmente storta da sembrare una saetta.

Parai qualche fendente ma l'allenamento cessò dopo pochi istanti, mi liquidò con un colpo d'elsa, aveva puntato alla testa, per fortuna l'elmo attutì la batosta evitandomi un bernoccolo.

«Con la spada sei pessimo, spero almeno che l'armatura ci abbia messo del suo», la corazza ci aveva sicuramente messo del suo, grazie a essa ero più impacciato che mai, ma non ero un abile spadaccino, dovevo migliorare, questo era sicuro.

«C'è speranza per me?», «Sì, giovane Olwin, c'è speranza», si era tolto l'elmo dal capo, adesso potevo farmi un'idea del suo aspetto.

Somigliava molto a mio fratello Etalio, con quel mento quadrato, quei capelli color castagno che gli arrivavano sulle spalle, però a differenza di Etalio non aveva nessun ciuffo a copirgli il viso e i suoi occhi erano azzurri, non verdi.

Mentre con una mano teneva l'elmo con l'altra si asciugava la fronte, «Con questa corazza sudo anche se resto immobile come una statua, almeno avrò la possibilità di dimagrire un po'!», se non altro era un soggetto abbastanza simpatico.

Dopo essersi strofinato il viso Enoc si rimise l'elmo, fu l'inizio di un secondo scontro, speravo solo che finisse in un modo meno umiliante del primo, purtroppo no, venni messo fuori combattimento sempre da un colpo d'elsa.
Continuò così per ore, per giorni.

Giorno: 20 Esabone

Anno: 1018

Ovviamente l'addestramento non proseguì in modo troppo veloce, Enoc aveva altri pivellini da allenare.

Ero ancora pessimo, in una battaglia vera sarei sicuramente morto, ma mi piaceva pensare che qualche miglioramento ci era stato.

Se solo Etalio avesse avuto il tempo di insegnarmi qualcosa in più, sarei stato più preparato a ciò che stava per accadere.

Sarei stato più preparato, pronto per la guerra.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro