Capitolo 1: La storia di Zaykia (corretto)
Ho spezzato troppe lame per una sola spada, battuto troppi guerrieri per un solo Cavaliere, visto troppo per un solo Uomo e condannato troppe anime per una sola vita.
Scrivo, poiché voglio che le generazioni prossime sappiano, che ricordino, che mi ricordino. Scrivo, inoltre, perché ho paura di non riuscire a narrare queste vicende di persona, è naturale temere la morte, temere me stesso. Prego, Dio capirà? Se voi, caro lettore, appartenete agli Umani del Sud mi conoscerete senz'altro, altrimenti continuate a leggere.
Sento il dovere di presentare il mio sangue e le figure attorno alla mia infanzia.
Faccio parte della stirpe Enonguin. Mia madre Ira morì dandomi alla luce, il marito si chiamava Zatan, costui perì in battaglia lasciando soli due bambini di quattro e sei anni i quali probabilmente non erano neanche suoi, se combatti la farai finita con un ferro conficcato nel petto, è destino, ormai l'ho capito.
Fu Zio Ritair a crescere i piccoli Olwin ed Etalio; la casa di Zio divenne la mia casa e quella di mio fratello. Ritair, a differenza di Ira e Zatan, lo ricordo bene. Ritair dalla lunga barba color dell'ebano, dalla testa pelata; arricciava il naso angusteo e si toccava il mento prominente quando raccontava di sua moglie Mayra, ella venne giustiziata dal re Elfico Walgrid nel novecentonovantotto del Dopo Origini per essere sospettata di tenere nascosti dei Nani fuggitivi.
A volte lo sguardo di Zio si perdeva nel vuoto, dopodiché aggrottava la fronte e annusava le vesti dell'amata, nei momenti in cui compiva il rituale sapevo a cosa pensava, sapevo cosa provava: nostalgia.
Mi faceva male vedere il bel corpo asciutto di Zio andare lentamente a ingrassare, nonostante il cibo al villaggio scarseggiasse, e mi addolorava, soprattutto, esaminare i suoi occhioni neri che si inumidivano grazie alle lacrime; si trascurava, lei le mancava parecchio. Quante cose dicevano quegli occhi lucidi! Lo sguardo disperato tipico di chi è in lutto da quindici anni, tipico di chi al suo interno, nel profondo dell'anima, grida: «Ridatemi mia moglie!».
Un bambino ossuto dalla pelle rovinata dalle miriadi di esercitazioni al tiro con l'arco e dai molteplici lavoretti di falegnameria consolava l'Uomo in lutto assieme al consanguineo, quel bambino sono io.
L'ultimo soggetto intorno alla mia fanciullezza che ho da elencarti è Etalio, essendo il maggiore cercava sempre di ingraziarsi Ritair fingendosi serio e affidabile, diventando addirittura odioso, proprio per ciò ci lanciavamo linguacce furtive, e fu divertente finché durò. Purtroppo Etalio crebbe, compì quindici anni, finì di far l'infantile facendo risultar, per il suo fratellino, pesante e monotono accompagnarlo alla Grande Foresta a cacciar selvaggina.
Breve descrizione dell'umile "dimora" di Zio e dei fratelli Enonguin:
I muri erano in grigia pietra, la copertura del medesimo materiale e la pavimentazione in legno; non conosco la tipologia di quel legname molto chiaro che tendeva sul giallo. La casa possedeva due piani, al superiore, passato un lungo corridoio verso destra, si trovavano le stanze dei fratelli Enonguin, scendendo le scale, dopo la cucina totalmente spoglia a eccezione del quadrato tavolo al centro della stanza, del baule alla destra di esso, che serviva a riporre le scorte di cibo, alcune candele e una brocca per l'acqua, e del camino al fianco delle scale, a sinistra v'era l'entrata dal battente in noce, e nella parte opposta la camerata di Ritair.
Il camino non serviva solo a riscaldarsi o a indurire le punte delle frecce, ma anche a cuocere la carne, difatti, poggiato al muro, alla destra del focolare, vi era una bastone a punta che serviva ad arrostir la selvaggina; è la prova che la casa di Zio era molto meglio delle solite costruzioni dei poveri che altro non erano se non delle sottospecie di baracche prive di un focolare adeguato alla cottura della carne e di molto altro.
Mi ricordo che di fianco a qualsiasi abitazione del paese era presente una stalla, anzi, un tugurio; talvolta lo stato si degnava di donare delle mucche ai poveri, non vi incantate, amico lettore, il re lo faceva semplicemente per evitare possibili rivolte.
Giorno: 2 Rauchen
Anno: 1013
"La mia prima caccia", sembra ieri, invece sono passati decenni. Accompagnavo già Etalio ad abbattere creature, però adesso avrei dovuto scoccare io la freccia; con "Adesso" intendo quel lontano secondo giorno del mese di Rauchen, "Marzo" per l'arcana Generazione dei Palazzi di Metallo.
Rammento che mi alzai tardi.
Ho l'immagine del "Piccolo Me" dentro la testa con la camicetta bianca sozza di terra, al contrario lo sporco dei pantaloni lo si notava poco. I poveri potevano permettersi soltanto camicia bianca e pantaloni marroni in cotone e stivali e giubbotto in cuoio; eravamo vestiti così in quel posto, era un villaggio dei bassifondi il mio.
Ma ritornando al due di Rauchen:
Non appena notai i raggi solari che passavano attraverso la cortina della finestra mi resi conto di aver dormito troppo, così indossai gli scarponi, il giubbotto in cuoio e scesi le scale in pietra, più veloce che potei. Etalio e Zio aspettavano seduti dinanzi al focolare con già i cappotti addosso.
«Scusa». Mi dispiaceva realmente del ritardo? Sì. Temevo punizioni da parte di Ritair? No, io e mio fratello maggiore avevamo sempre pensato a lui come "Ritair il Vecchio, lo zio poco severo". Preferisco precisare che nostro zio aveva cinquantacinque anni, chiamarlo "Vecchio" lo ritenevamo inadeguato, naturalmente, tuttavia ci sembrava divertente.
«Va bene, piccolo. - Zio si alzò dalla sedia ed entrò nella propria stanza. - Aspettatemi qui, ho dei regali per voi». Tornò con due faretre e due archi lunghi tra le braccia, «Sono in legno di tasso, sei frecce a testa», disse.
La bocca di Etalio si inarcò, formando un riso: «Non posso crederci, un arco nuovo!».
«Esatto», confermò Ritair ricambiando il riso.
[Il numero due si sta presentando spesso, che buffa coincidenza; magari fossi in grado di riderci su, peccato.]
Ritair aprì il battente, l'uscio si spalancò in sincrono con le mie vie respiratorie; finalmente, aria fresca non contagiata da polvere e muffa.
Ci incamminammo in direzione della Grande Foresta tutti e tre insieme. Se non siete del Sud vi starete chiedendo quanto fosse veramente grande quella foresta, ve lo dico io, abbastanza da costruire un'enorme strada maestra tra la vegetazione per unire ogni zona e città della nazione di Kalarsmit, altrimenti i cittadini si sarebbero persi in mezzo alla boscaglia. Mi sarebbe piaciuto vedere la Strada maestra un giorno, purtroppo non era fattibile dato che si collegava solo con il confine della zona dedicata ai bassifondi, noi, invece, ci trovavamo al centro di essa, non che fosse lungo come viaggio, però prima o poi le frecce a nostra disposizione sarebbero finite e con esse anche la possibilità di nutrirsi, in più non avrebbe avuto alcun senso camminare per dieci giorni solamente per questo. con "Zona dedicata ai bassifondi" non si intende solo i villaggi ma anche una buona parte della boscaglia lì vicino, ciò era per dare un nome a ogni cosa riportata sulle mappe così da evitare di non aver la pallida idea di dove ci si trovasse; rispondendo a una vostra ipotetica domanda: sì, anche i poveri possedevano delle copie della mappa regionale del Sud.
Ed ecco che fissai l'albero vicino alla nostra stalla. Gli Are, quelli simili ai pini ma dal tronco rosso, ricrescevano e nascevano continuamente distruggendo il lastricato in pietra; spesso sbucavano perfino dalle case, la nostra era e rimase intatta, un grande colpo di fortuna avevamo. Gli Are andavano abbattutti con asce intrise di Magia bianca, se ne trovano poche; Ritair ne guadagnò una nell'esercito, definiscila pure una sorta di ricompensa per esser salito al grado di generale. Penserai che abbattendo l'Are l'edificio davanti allo stabile di Zio sarebbe stato spacciato; ma le vie erano abbastanza large; penserai che sarebbe stato comodo realizzare costruzioni con il quasi indistruttibile legno degli Are, ma sarebbe rischioso fare una cosa del genere poiché tale materiale pare esser fatto di vita propria ed è impossibile controllarlo; e penserai che il villaggio un giorno sarebbe stato devastato dalla forza della natura, come tutti i villaggi poveri; probabile... ma ci pensarono gli Emilciei a raderlo al suolo innanzi tempo.
Comunque superammo le misere abitazioni composte alcune di pietra e alcune di legno. Capitava di scorgere tre stabili privi di tetto in qualsiasi via, non che le vie fossero tante e non che vi fosse granché in paese. Ce n'erano sette principali di vie, tre a destra, tre a sinistra e una in mezzo alle altre che puntava a nord, ed era quella su cui abitavamo. C'erano delle stradine secondarie rivolte in direzione della Grande Foresta di dirimpetto a ogni viale principale; in poche parole, per quanto bizzarro sia, erano dei sentieri accessori che permettevano l'uscita dal minuscolo paesello; la strada principale, quella a diritto, possedeva un pozzo e una piazza che andava a dividere in due il percorso stesso; basta, nient'altro c'era in paese. Un lastricato collegava i paesi poveri tra di loro; i paeselli erano uno di fianco all'altro, e non esagero nell'affermare che erano quasi tutti uguali, ne ho visitati abbastanza nei momenti in cui accompagnavo Zio a consegnare archi o oggetti intagliati in legno (quando poteva usava le sue doti da falegname per guadagnare un po' di soldi) ai suoi clienti vicini fuori dal nostro casamento, e posso constatare che di diverso dal mio villaggio avevano soltanto la disposizione dei viali e l'ubicazione delle piazza.
A ogni modo, Ritair salutò qualsiasi compaesano che incrociammo per la stradina collegata alla nostra via, dovete sapere che in pochi riuscivano a non essere amici di Zio con tutte le storie da soldato e generale vissuto da lui narrate. E dovete sapere anche che il Vecchio rallentò di gran lunga la camminata rispetto alle altre mattinate, voleva discutere di qualcosa, sia io sia Etalio lo sapevamo.
«Un'altra delle tue storie, Zio?», chiesi sogghignando.
«No!», si lasciò sfuggire delle piccole e goffe risatine.
«Allora cosa c'è?», fu Etalio a formulare l'interrogativo.
«Desidero raccontarvi di Zaykia».
«Che noia!», mugolò il mio fratellone.
Ritair improvvisamente corrugò la fronte e serrò la mascella; parve deluso e irritato come mai prima di all'ora, in alcun episodio precedente alzò la voce, «Olwin ha dodici anni, tu ne hai quattordici, Etalio! Sapete almeno da dove arriva la parola "Zaykia"?», strillò con tale forza da arrochirsi.
Nessuna risposta, oltre a non saperlo realmente eravamo mortificati, spiazzati dallo strano e improvviso comportamento di Zio; così il Vecchio spiegò cosa volesse dire: «Kya è "Mondo", zya è "Perfezione", nel linguaggio Kalarsmitiano può essere tradotto in "Mondo della Perfezione". - Sospirò, di nuovo quell'espressione triste e malinconica. - Onestamente... ha poco e nulla di perfetto. Comunque è la Lingua Lucente, la lingua degli Angeli. Perdonatemi se ho alzato la voce, mi manca vostra zia, spero possiate capirmi».
Il Vecchio riuscì a catturare l'attenzione dei nipotini per merito di "Angeli", «E sorvolano tutt'ora i cieli?», il mio consanguineo si fece coraggio e domandò ancora, seppur titubante.
Ritair sorrise con fare dispettoso, tentando di tornare in sé, «Vi siete interessati, dunque. Non vi racconterò più niente, presumo».
«Dai, per favore!», lo supplicai.
«Dopo la caccia, Olwin». Ci spronava, finiva la storia soltanto se svolgevamo i compiti assegnatoci, sempre.
Infine il lastricato che collegava tutti i villaggi dei bassifondi lasciò spazio ad alberi, bronchi e ad uno spiano d'erba largo circa quattro metri. «Attento a dove metti i piedi! Occhio alle radici o inciamperai! È già successo, in fondo». Ero inciampato molte volte nella foresta, soprattutto quando correvo a espletare i miei bisogni e poco badavo a dove mettevo i piedi, ne facevo comunque a meno della dritta di Etalio.
Ci accovacciammo dietro a dei cespugli.
«Prendi», ordinò Zio porgendomi uno degli archi.
Esitai: «Ma...».
«Niente ma!», mi rimproverò, o almeno ci provò, dopotutto è del "Poco serio" che sto scarabocchiando, e poi doveva riprendersi dal senso di colpa per merito della sua brontolata precedente.
Spettava a me decimare qualche essere selvatico, l'idea mi piaceva, ma mi terrorizzava. E se il bersaglio fosse scappato? Appena presi l'arma da getto Ritair tese la faretra da cui sfilai la freccia dalla punta sferica fatta in corno di alce. «Vado?», ammicchai poi al coniglio bianco che gironzolava serenamente sullo spiano d'erba di fronte a noi; il Vecchio mi poggiò il palmo della mano sul petto e mi invitò a starmene fermo.
«Perché?»
«È troppo piccolo per te, e sarebbe impossibile che ci sfami tutti»
Mio fratello, immobile, senza fare smorfie, ci era abituato lui, io già mi annoiavo; passarono quattro ore, cinque ore, Sei, sette... «Zio, ho fame!», non mi calcolò nemmeno; ero talmente occupato a lamentarmi da non accorgermi che fissava un daino dal manto bruno scuro dinanzi a noi, quindi ripetei: «Zio, ho fame».
«Zitto, Olwin», non fu il Vecchio a sgridarmi, fu Etalio, da buon fratello maggiore e da buon leccapiedi; io l'invidiavo perché, nonostante fosse antipatico, riusciva ogni volta ad essere il preferito di Ritair grazie alla sua finta voglia di responsabilizzarsi; gli volevo bene ed eravamo comunque inseparabili, era mio fratello in fondo.
«Che c'è?», sbuffai.
«Guarda avanti»
Obbedii, nel mentre Etalio cercò di incoraggiarmi: «Nostro zio ti ha insegnato a scoccare, e tu ti sei allenato duramente, perciò scocca». Disse il vero, ma si trattava della prima volta che ebbi a che fare con bersagli in movimento, oltre alla paura di mancare il daino munito di manto bruno scuro mi dispiacque freddarlo; difatti, anticipo, fu la pietà a farmi sbagliare.
Chiusi gli occhi e respirai profondamente per evitare di entrare in panico, lo facevo spesso negli istanti in cui dovevo essere concentrato, e in quell'istante dovevo esserlo. Mi focalizzai sulla cacciagione. Poi tirai su le palpebre, incoccai... Le chiome dei tigli selvatici mi oscuravano la visuale, se solo ci fosse stata più illuminazione, mi avrebbe facilitato le cose. "Se solo il lume avesse penetrato l'oscurità", a scriverlo mi rendo conto della situazione alquanto poetica; immaginai i Demoni in procinto di diffondere il male e il buio su Zaykia; strano modo di metaforizzare il fogliame. Puntai alla testa del daino, tenni stretta la corda dell'arco fatta in tendini di chissà quale creatura e la lasciai andare subito dopo. Come previsto, mancato.
L'animale scappò via.
«Non l'ho fatto a posta...»
«Migliorerai», mi rassicurò il Vecchio; però non perse tempo per dare l'altra arma da lancio e l'ennesima munizione a mio fratello, ci avrebbe pensato Etalio alla prossima selvaggina.
***
Il cervo chiazzato di bianco con la peluria marrone giunto in zona pochi minuti prima dette le spalle all'arbusto nel quale eravamo nascosti; Etalio mirò e tirò speditamente, il suo obbiettivo iniziò a correre lasciandosi dietro una scia scarlatta e schiuma.
Se Etalio assumeva la faccia da "Vero tiratore" tanto stimata da me era opera della capigliatura e del "Ciuffo" che gli copriva metà di uno dei verdi bulbi che parevano sempre sorridere; i folti capelli a forma di coccio eran castano chiaro e al buio apparivano più opachi, rendendogli il volto ombroso; anche se, ad essere onesto, il ciuffo lo odiavo, mi bastava guardarlo qualche istante e la voglia di grattarmi mi costringeva a massacrare le mie povere sopracciglia; fu ciò che feci ora, mi grattai le sopracciglia.
«Bravo! - Si congratulò col ciuffone di mio fratello il Vecchio. - Gli hai bucato i polmoni», finiti i complimenti loro seguirono la scia rossa lasciata dal cervo e io provai a tenere il passo; impiegarono brevi minuti per raggiungerlo, io lo trovai già scuoiato.
«Zio, hai dell'acqua? Per favore».
Zio si limitò a fissarmi strabuzzando gli occhi, segno che non l'aveva con sé.
Quando tornai allo stabile afferrai la brocca arancione di ceramica dimenticata da Zio sul tavolo in frassino e andai velocemente a riempirla al ruscello più vicino (sull'ubicazione di tale ruscello mi ci soffermerò nell'istante in cui vi parlerò del giorno dieci Zenluvia dell'anno millediciotto) poiché al pozzo i contadini e i piccoli non ricevevano calorosi benvenuti, dopodiché ho bevuto. Ritair spesso diceva: "Hai accumulato mari interi.
Se ti scuoio trovo centinaia di navi, ci scommetto la testa!".
***
«Continui con le origini di Zaykia?», volli sapere una volta divorata la mia porzione di carne.
Ritair fissò per un secondo il tavolo e si levò dalla seggiola annuendo.
«Vedrò che posso fare, non interrompetemi però, è abbastanza lunga rispetto alle leggende che vi narro di solito. Zaykia è il Terzo Mondo, è a destra...».
«A destra dove, di cosa?», il Capellone avrebbe potuto lavorare a centinaia di libri con su scritto tutte le domande da lui poste, la sua curiosità non possedeva limiti, naturalmente se l'argomento non era noioso.
«I Pianeti risiedono nell'antro nero nominato "Oblio", gli Elfi lo chiamano "Universo". - Spiegò Ritair. - A sinistra è collocato il Primo Mondo, appartiene ai Demoni e la denominazione è Aok, al centro v'è Ivren, la dimora degli Angeli, il Secondo Mondo. Antecedentemente all'Era delle Origini, ovvero precedentemente alla ricostruzione di Zaykia, esistevano Maghi parecchio evoluti e avanti con la tecnologia rispetto ai progressi odierni; vennero annientati dagli abomini di Aok che giunsero dal cielo tramite il Possente Portale, ciò accadde attorno al quattromila del Prima Origini.
La Terra divenne il Pianeta perfetto su cui i Demoni potessero regnare per possedere due Mondi e attaccare gli Angeli. Passati tre secoli vi fu l'Era della Rinascita; i guerrieri di Ivren atterrarono sul Terzo Mondo e sconfissero le belve di Aok con estrema facilità facendoli rintanar nel sottosuolo. Gli Angeli curarono Zaykia e crearono altri esseri; purtroppo ogni razza bramava, e brama, il potere: gli Umani si scontrarono contro gli altri durante l'Era di Sangue... ora viviamo nell'Era della Seconda Apocalisse.»
«Cos'è la Barriera?»
"Basta domande, fratellone, lascialo parlare", commentai dentro di me.
«È un muro intriso di Magia. Dovete sapere che grazie alla Barriera, eretta da degli Stregoni esperti, abbiamo separato il Nord dal resto di Zaykia. Lì, nel suolo isolato del Nord, i Demoni vagano in attesa, la Magia a protezione del muro si consumerà, e sarà la fine della Terra; ma, ahimè se mai ci sarà un'ennesima guerra mossa dal Sud sarà contro gli Emilcliei, credo che il nostro re stia sottovalutando fin troppo l'intelligenza dei Diavoli. Però basta coi preludi, sono stanco, seguiterò domani. Olwin, aiuta Etalio a mungere le mucche, e tu, Etalio, levati quel ciuffo dall'occhio! Ai veri arcieri serve la vista»
Da bambino sognavo di stare tra i miti,"L'Eroe in mezzo all'orda di mostri","L'Eroe con addosso le vesti dei suoi antenati dei Palazzi di Metallo", non divenni l'Eroe, no; bensì il sanguinario che faceva stragi di gente innocente.
Prima, divenni un soldato che vide troppo sulla crudeltà della guerra, dopo, un sanguinario. Questa parola mi tormenta...
Sanguinario.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro