7
Non saprei dire quante volte mi sono svegliata stanotte, ma sicuramente più di quante ne potrei contare sulle dita di entrambe le mani. E il motivo è uno solo, lo segna il calendario dove mi appresto a segnare l'ennesima x: è martedì, e ciò significa che tra poche ore rivedrò Riccardo, colui che in questi giorni è stato perennemente presente tra i miei pensieri. Il destino ci ha fatti incontrare talmente spesso che forse dovrei darmi la possibilità di sperare, e non quella di avere paura.
Mi alzo subito dopo il suono della sveglia, stranamente, e ripeto la solita routine come fossi un automa. È solo quando mia madre scende al piano di sotto che mi riscuoto e, ormai già vestita, pettinata e truccata, l'avviso che vado a fare una passeggiata prima di andare a lavorare. Lei aggrotta le sopracciglia perché sa bene che non è da me né dire una cosa del genere né tantomeno farla.
«Va bene» annuisce e mi regala un sorriso. «Devo avvisare la nonna?»
«Sì, magari.»
*
Come da abitudine indosso gli auricolari non appena mi chiudo il cancelletto alle spalle. Scorro rapida, ancora ferma sul posto, un bel po' di titoli prima di trovare la canzone che stavo cercando. Non è quella di sempre dato che adesso non ho bisogno di qualcosa che mi faccia pensare, ma soltanto di compagnia.
Mi avvio dalla parte opposta rispetto alla biblioteca e a casa di mia nonna. L'aria è fredda e il vento mi fa danzare i capelli sulla schiena. Imbocco una strada stretta, situata tra due abitazioni, che so condurmi verso i prati verdi e i campi coltivati. La sensazione di essere quasi intrappolata qui, tra due mura, mi fa stringere i denti e aumentare i battiti, però non arresto il passo. So che al di là ci sono la libertà e la tranquillità che bramo, i colori, la bellezza che non chiede ma si limita a dare.
Passeggio per un po' tra di essi con lo sguardo che vaga a destra e a manca senza stazionare a lungo su alcunché; quando parte la quinta canzone e do un'occhiata all'orologio, tuttavia, capisco che è tardi e che ho perso troppo tempo immersa nel nulla. Abbandono allora il sentiero finché non appoggio di nuovo i piedi sull'asfalto più restia di quanto non voglia ammettere. Mi preparo a dare il via all'ennesima giornata che finirà un po' così, che mi lascerà o tutto o niente. Come sempre non ci sono vie di mezzo.
*
Nessuno passa a farmi visita in biblioteca prima delle undici del mattino. Si tratta di Gwen, una madre di trentotto anni con un figlio di nove. La vedo spesso, anche se non quanto mi piacerebbe.
Ha i capelli lisci e corvini, tagliati a caschetto, eppure riesce a portarli con un'eleganza invidiabile. Mi sorride non appena si chiude la porta alle spalle e mi indica il "libro del mese", una sorta di incentivo per il bambino per farlo appassionare alla lettura e ovviamente esercitarsi nel frattempo.
Quando torno con uno di Roald Dahl — Le Streghe — stretto tra le dita, Gwen fa un movimento quasi impercettibile con la testa: la inclina leggermente verso la spalla destra e mi guarda con gli occhi assottigliati.
«Ti vedo un po' pensierosa, Caelie» mi dice piano.
«Vedi bene» annuisco con una scrollata di spalle.
«La mia porta è sempre aperta» mi ricorda mentre afferra il libro che le sto porgendo. «Anche quella del mio studio.»
«Grazie, ma...» rispondo, però vengo subito interrotta, seppur con gentilezza.
«Tu pensaci e basta.»
Lascio tuttavia che esca dalla stessa porta dalla quale è entrata senza darle una risposta, perché lei più di chiunque altro ha capito. Sa che in me c'è qualcosa che non va, un collegamento mancante, qualcosa che davanti agli altri sono capace di nascondere e mimetizzare. Sa che parte di me non è esattamente come dovrebbe essere.
*
Dopo la pausa pranzo mi ritrovo a tirare un sospiro di sollievo. Non c'è stata alcuna traccia di Riccardo da quando ho messo piede in biblioteca, e un lato di me è felice che non abbia rispettato i patti. Quel lato di me esulta e gioisce al pensiero di non doversi confrontare con lui, di non dover fingere una contentezza che in realtà non esiste.
Ecco però che il fato torna a mostrarmi il cammino che ha scelto per me: il ragazzo entra e una folata di aria fredda riempie la sala. Si passa una mano tra i capelli spettinando il ciuffo; il sorriso non ha abbandonato il suo volto, è lo stesso che rammento tanto bene, e i suoi movimenti paiono quelli di un bambino nel corpo di un uomo. Sposta il peso da un piede all'altro quando si ferma di fronte al banco e lentamente mi porge il libro.
L'insostenibile leggerezza dell'essere.
«Ciao» esordisce tendendolo verso di me.
«Ti è piaciuto?» gli domando poi. Per qualche motivo i convenevoli mi sembrano inutili con lui. Non ha facciate, credo sia proprio come lo si vede: allegro, spensierato, uno che dalla vita prende solo il bene.
«Non l'ho letto» mi informa alzando le spalle.
Aggrotto la fronte, confusa, chiedendomi se mi stia prendendo in giro o meno. D'altronde la sua espressione è seria, non cela una bugia, e sono quindi costretta a credergli.
«Davv...» Non faccio neanche in tempo a finire la frase che il mio telefono, ancora nella borsa, comincia a squillare.
«Rispondi pure» mi esorta con l'ennesimo sorriso.
Sto per negare, ma lui sembra più che deciso a non far passare inosservato il suo gesto gentile, quindi lo estraggo e me lo porto all'orecchio.
«Caelie!» esclama Joanne. Ha la voce incrinata, rotta dal pianto, ma io non riesco a evitare di roteare gli occhi al cielo.
Do le spalle a Riccardo. «Che succede?» le domando. La mia suona distaccata al confronto, quasi irritata.
«Ho litigato con Ryan e...» inizia a raccontare.
«Jo, è appena arrivato un cliente» mento. «Devo andare, scusami tanto. Ti richiamo dopo.»
Non le do modo di farmi cambiare idea.
Stavolta è Riccardo a guardarmi con un sopracciglio inarcato, e non mi è difficile immaginare cosa stia pensando. Sono quasi sicura che abbia sentito dalla prima all'ultima parola che ci siamo rivolte io e Joanne. Lo ringrazio in silenzio di non aver commentato ciò che è appena accaduto.
«Allora io vado.» Il sorriso è ancora lì, sul suo viso, ma adesso lo vedo diversamente. È quasi fastidioso, estraneo, e le parole di Joanne vorticano nella mia mente. Mi scoppia la testa e ho lo stomaco in subbuglio. Vorrei solo correre lontano, scappare, dimenticare di aver anche solo pensato di poter vedere Riccardo sotto una luce diversa.
Il ragazzo si allontana a passi lenti, come fosse stremato per qualcosa che non conosco e che lui stesso non mostra. Sta per chiudersi la porta alle spalle quando, per un secondo, esita e si volta a guardarmi.
«Andiamo a bere un caffè insieme, uno di questi giorni?»
La conversazione con Joanne torna prepotente a disturbare l'eco delle sue parole. O con amore o niente, questo è tutto ciò a cui riesco a pensare lucidamente. Non ci sono vie di mezzo.
«Non... Non credo sia il caso.»
L'allegria sul suo volto non scompare. Quel sorriso è sempre lì; sono tuttavia i suoi occhi a tradirlo, ma non si dà per vinto. «Aspetterò.»
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro