28
Esco di casa dopo aver spento le luci rimaste accese, poi chiudo la porta a doppia mandata alle mie spalle. Leonard ha ripreso gli allenamenti — cosa che, nelle ultime due settimane, aveva evitato di fare preferendo tenermi il broncio da quando rincasavo a quando andavamo a dormire — quindi l'ho avuta tutta per me per poco più di un'ora.
Ne ho approfittato per farmi una doccia e cambiarmi prima di incontrare Riccardo e, se andrà tutto secondo i piani, anche Joanne.
La visita di Gwen e James mi ha risollevato il morale più di quanto avessi mai potuto immaginare. Il sorriso del bambino e il suo modo di fare sono stati sufficienti a farmi dimenticare per un po' l'obiettivo che mi sono prefissata di raggiungere oggi. Vorrei prendere la situazione alla leggera, esattamente come avrei fatto all'età di James, ma nel momento in cui l'affluenza di clienti ha rasentato lo zero la mia mente si è concentrata su un unico pensiero: Joanne. Non so cosa le dirò né se lei sarà felice di vedermi, considerando che sto per presentarmi alla sua porta senza il benché minimo preavviso o la sicurezza di trovarla lì. Non vorrei fare un buco nell'acqua, ma le possibilità che accada sono alte. Sono consapevole di non essere l'unica amica di Joanne o colei a cui si appoggia nel momento del bisogno. È probabile che sia uscita con il gruppo di amici creatosi all'università oppure addirittura con Ryan, per quanto ne so in questo istante.
Scuoto la testa e cammino svelta lungo il vialetto. Già a metà intravedo la macchina di Riccardo e in piedi, appoggiato alla carrozzeria, il ragazzo. Non appena lo intercetto avverto i muscoli delle mie spalle che si distendono, i battiti dapprima impazziti del mio cuore che rallentano adeguandosi a un ritmo normale e costante. Un sorriso scatta in automatico sul mio viso; stringo la mano attorno alla maniglia della borsa e compio gli ultimi passi che mi separano dal cancelletto e da lui.
Lo apro e corro, quasi senza rendermene conto, finché non lo raggiungo. Gli getto le braccia al collo e lo tengo stretto in un abbraccio, nonostante questa posizione mi costringa a sollevarmi in punta di piedi. La mia testa si ferma sul suo petto; volto leggermente il viso e la mia guancia viene solleticata dal tessuto del giaccone che indossa. Il mio naso gli sfiora la mandibola. Per un attimo mi sembra di averlo sentito rabbrividire, chissà se per il freddo o per la mia vicinanza.
Mi allontano riluttante quando le sue mani abbandonano la mia schiena. Le mie dita si fermano in seguito sul suo collo, il pollice disegna cerchi immaginari sull'accenno di barba di Riccardo. Alzo gli occhi verso di lui e li avverto inumidirsi: è come guardare il sole e sperare di poterlo fare a lungo, salvo poi distogliere lo sguardo e lottare per ricominciare a vedere chiaramente senza averli offuscati dalle lacrime.
Il ragazzo socchiude le labbra, forse per parlare e salutarmi, però non lo fa. Restiamo immobili per un lasso di tempo che non sono in grado di definire. Ci sono i nostri respiri e le mie mani, le sue tra i miei capelli, le pupille fisse e i nostri cuori che battono forti, decisi, uno insieme all'altro in una danza impeccabile.
Mi sporgo e la mia bocca tocca la sua in un bacio a stampo. Mi sottraggo al contatto e lui sorride prima di riavvicinarmi a sé con gentilezza. Il bacio si fa ben presto più approfondito, mentre il tempo attorno a noi rallenta e i rumori diventano echi distanti che non mi premuro di decifrare. Le nostre lingue giocano divertite e desiderose di avere di più, solo un po' di più. Sospinta con meno delicatezza del solito, avverto quasi la carrozzeria dell'auto contro di me via via che Riccardo mi avvicina a sé. Mi stringe, respira sulla mia pelle tra un bacio e l'altro.
Sorride e io mi pietrifico di fronte a lui e alla felicità che sono sicura che stia provando, perché è così anche per me. Appoggio entrambe le mani sulle sue spalle, poi le faccio scivolare all'altezza dei suoi pettorali.
«Mi sono innamorata di te» dico e mi esce di getto, con una naturalezza e spontaneità che non credevo più possibili ad animare la mia voce. Le sue dita si alzano per una carezza alla mia gota sinistra tremanti e contemporaneamente sicure, indecise ma salde.
«Anche io, Caelie. Anche io.» Le sue labbra tornano sulle mie, però faccio in tempo a notare il luccichio che illuminava i suoi occhi prima di baciarlo di nuovo.
*
L'intero tragitto lo trascorro a guardare Riccardo: la mano destra morbida sul cambio e quella sinistra sul voltante, lo sguardo rivolto alla strada, il profilo del suo viso, il sorriso che di tanto in tanto gli fa spuntare una tenera fossetta sulla guancia, le occhiate che mi riserva sapendo che ha ogni briciolo della mia attenzione.
Fermi a un semaforo, tendo una mano e la poso sulla sua. Una scarica di eccitazione mi riempie le vene, una fitta mi fa accartocciare lo stomaco. «Sono felice, Rick. Con te lo sono davvero.»
Non risponde subito. Lo vedo e sento prendere fiato, scegliere le parole con cura. «Avevo paura di poterti ferire. Ce l'ho tuttora» mi confessa in un sussurro dopo una breve pausa.
«Non l'hai mai fatto» lo rassicuro. «Sei una persona così bella...» La mia voce si spezza quando sto per terminare la frase. «Voglio soltanto saperti felice.»
«Tu mi rendi felice» sottolinea. «Mi rendi felice» ripete, «e l'uomo più fortunato sulla faccia della Terra.»
L'auto ha nel frattempo ripreso la sua corsa da un bel pezzo, eppure non riesco a distogliere lo sguardo. Ad essere fortunata ad averlo sono io, non lui. Sono io ad aver trovato un tesoro quando l'ho conosciuto, sono io ad aver vinto alla lotteria nel momento in cui ha varcato la soglia della biblioteca in cui lavoro. Sono io ad aver imparato di nuovo a sperare, a restare e non più a scappare, a essere forte anche quando tutto pare essere contro di me. È merito suo, è grazie a lui, e io mi auguro di non ferirlo mai. Non voglio perderlo.
«Non vedo l'ora di passare tre giorni con te» aggiunge quando il silenzio cala placido su di noi. «Non voglio starti lontano. Mi manchi sempre.»
«Stiamo diventando un po' troppo sdolcinati, non pensi?» ricorro al sarcasmo, ma fallisco miseramente. «Ma è lo stesso per me. Vorrei stare sempre con te, sempre» ammetto.
Abituata a tacere sentimenti ed emozioni, il mio cuore si libera di un peso. Riccardo ne vale la pena, quindi l'orgoglio si trasforma in un ricordo lontano.
*
L'abitazione di Joanne si staglia candida tra le villette a schiera in fondo alla strada. Non appena la intravedo faccio cenno al ragazzo di rallentare e di fermarsi di fronte all'entrata. Mi sudano le mani, sarei un'ipocrita se dicessi che la paura di un rifiuto è sparita, ma non voglio tirarmi indietro. A prescindere da come si evolverà la situazione, voglio che lei sappia che mi dispiace di essermi comportata in quel modo nei suoi confronti. Non ho scusanti, se non che forse ho peccato di ingenuità dando molte cose per scontate.
Riccardo appoggia una mano sulla mia coscia, dopo la sposta e prende la mia. La tiene un poco lì, tra le sue dita, e la lascia andare. «Andrà bene.»
«Non lo so» rispondo di getto, il tremolio nella voce. «Lo spero.»
«Fai un bel respiro» mi dice. «Stai tranquilla.»
Le mie labbra si increspano in un sorriso, ma rimango in silenzio ed è di nuovo lui a prendere la parola. «Vado a bere un caffè, intanto. Chiamami quando sei pronta ad andare.»
Mi sporgo verso di lui e gli do un bacio prima di farmi coraggio e aprire la portiera dell'auto. Le sue mani mi danno l'impressione che mi voglia trattenere con sé, ma presto il calore della sua pelle fa spazio al freddo che, immediatamente, ricopre la mia di brividi sotto gli strati di vestiti. Gli rivolgo un'ultima occhiata prima di scendere e avanzare verso il citofono.
I miei passi non sono incerti, non devo trascinare le gambe perché portino il mio corpo a destinazione. Il cuore mi rimbomba nelle orecchie, perciò pigio il tasto del campanello per evitare di dare troppo peso alla miriade di sensazioni contrastanti che sto provando in questo momento.
Suono due volte a distanza ravvicinata e, inconsapevolmente, indietreggio dopo averlo fatto. Ripongo le mani nelle tasche per scordare che stanno ancora tremando, preda delle emozioni che sto disperatamente tentando di soffocare.
«Chi è?» domanda una voce, però non la riconosco.
Mi faccio forza e dico il mio nome. «Sono un'amica di Joanne. È in casa?» aggiungo successivamente.
«Oh, tesoro, mi dispiace. È uscita mezzora fa» mi avvisa la donna.
«N-Non si preoccupi» replico mentre sento la delusione affiorare. «Grazie comunque, buona serata.»
Mi allontano prima di udire una qualsiasi risposta. Il mio sguardo vaga in lungo e in largo senza in realtà vedere alcunché mentre i miei respiri si fanno più corti e ravvicinati. Sono costretta a sorreggermi contro un muretto per non cadere o urlare spaventando l'intero vicinato.
Le parole di Riccardo, quelle di poco fa, si insinuano con prepotenza nella mia mente. Fai un bel respiro.
Inspiro ed espiro lentamente, l'aria entra ed esce dai miei polmoni. Dopo circa mezzo minuto il respiro migliora, e persino il cuore sembra beneficiare di quel lasso di tempo di pura calma e silenzio.
Allento la presa sulla maniglia della borsa che tengo stretta contro il fianco e inizio a camminare in direzione del bar dietro l'angolo. Non so dove sia andato Riccardo a bere il caffè, ma quello è il locale più vicino della zona. Affido i miei sensi al vento gelido, al freddo che penetra nelle mie ossa facendomi intorpidire gli arti, al suono attutito dai muri di una televisione col volume particolarmente alto, al rombo delle macchine che sfrecciano sulla strada principale, quella laterale a questa.
Quando i miei piedi si fermano di fronte all'ingresso sono di nuovo padrona delle mie percezioni e delle mie azioni. Spingo la porta a vetri e mi addentro all'interno avvertendo subito il calore confortante della sala, il chiacchiericcio affatto fastidioso che anima questo luogo. I miei occhi si posano sul bancone addobbato in vista del Natale, sulla schiera di alcolici direttamente dietro, sistemati con una cura e un ordine impeccabile. Lì accanto c'è una ragazza dai capelli viola così sgargianti da dare la sensazione che sia parte integrante del posto, un punto di colore e luce indispensabile. Ha un piercing al naso e un altro sotto il labbro inferiore; quest'ultimo danza quando parla e ride rivolta a un paio di clienti che non devono avere molti anni più di lei.
Mi riscuoto dal calore dell'ambiente, e il mio sguardo viaggia da parete a parete finché non intercetto Riccardo seduto al tavolino in fondo con la schiena contro il muro. C'è una piccola finestra a disegnare giochi di ombre sul suo viso.
Sorrido in direzione della cameriera, la quale mi ha rivolto un occhiolino quando mi ha vista persa e infreddolita, e soltanto allora lo raggiungo. Ha il capo chino, ragion per cui non si accorge immediatamente del mio arrivo, e le mani strette attorno alla tazza che presumo invece essere ricolma fino all'orlo di cioccolata calda e panna. Non ha ancora bevuto niente.
«Ehi» lo saluto richiamando la sua attenzione. Poso la borsetta sul pavimento, accanto alla sedia, e dopo qualche istante mi libero anche del cappotto che d'un tratto è diventato ingombrante.
Appoggio le mani sulla superficie metallica del tavolo; Riccardo tende le braccia e stringe le mie tra le sue. Sblocca poi il cellulare in modo tale da controllare l'ora sullo schermo. «Cosa ci fai già qui?»
«Joanne non era a casa» affermo piano.
Non voglio nascondermi, non con lui, ma ero così convinta di trovarla. Non posso fingere che questo risvolto non abbia avuto alcun effetto su di me, perché mi si legge in faccia che ho appena ricevuto una batosta bella e buona nel momento peggiore.
«Avresti potuto chiamarmi e dirmi di tornare da te.»
«Ho preferito camminare un po', dovevo schiarirmi le idee.» Faccio spallucce con aria colpevole, nonostante non ci fosse alcun bisogno di giustificarsi. Riccardo capisce, Riccardo sa. Magari non riesce a individuare la ragione dei miei comportamenti una volta sì e una anche, ma è al contrario consapevole che dietro di essi c'è sempre un motivo.
«A quale conclusione sei giunta?» mi domanda in tono conciliante, dolce, per farmi tranquillizzare.
«Ci sono rimasta male» ribatto. «Molto.»
«Lo so» dice creando forme circolari sul dorso della mia mano con il pollice. «Ma non è finita qui.»
«No» confermo un po' titubante. La tentazione di scappare e sparire è forte, però non l'avrà vinta. Non di nuovo. Glielo devo, lo devo sia a Riccardo che a Joanne, e soprattutto a me stessa. «La chiamerò.»
*
«Che ne dici se mangiamo qui?» propone Riccardo. «Quando sono entrato ho visto che ci sono anche i toast sul menu, sembravano niente male.»
«Certo» annuisco. D'altronde avevo già avvisato sia Leonard che mia madre che molto probabilmente non sarei tornata per cena.
L'orologio impostato sulla televisione a schermo piatto presente all'altro lato della sala, alle mie spalle, segna le otto e qualche minuto quando mi volto brevemente in quella direzione.
La barista ci ha permesso di parlare, ci ha regalato quasi un'ora di pace da quando sono entrata, e le sono infinitamente grata di questa cortesia. Non è da tutti, soprattutto quando si tratta di un locale.
Decido allora di alzarmi e di raggiungere io stessa il bancone. «Buonasera» dico. «Possiamo ordinare?»
«Ovviamente.» La ragazza mi sorride affabile. «È tutto ok?»
Chino leggermente la testa e faccio un respiro profondo, ma i miei occhi tornano presto su di lei. «Sì, grazie di averci lasciato un po' di tempo per parlare» mi sbilancio.
«Figurati.» Fa spallucce durante la breve pausa tra una parola e l'altra. «Sembrava tu ne avessi bisogno.»
«Cosa vi posso portare?» mi domanda dopo il mio silenzio riconoscente.
«Due toast e una bottiglia di acqua frizzante, se possibile.»
«Certo! Arrivano subito.»
Le rivolgo un ultimo sorriso prima di tornare da Riccardo. Ha l'aria persa, malgrado stia cercando in qualunque maniera di nasconderlo. Sono talmente abituata a vederlo solare e spensierato da provare l'impulso di abbracciarlo, far riposare la sua testa sul mio petto finché non chiude gli occhi e si addormenta pacifico. Non sono così stupida da credere che sia semplicemente il suo carattere; mi ha detto lui stesso che il suo è un modo come un altro per reagire a ciò che gli accade. È una persona positiva, questo sì, e ottimista, ma questo non toglie che abbia anche lui giornate no e problemi con cui doversi confrontare.
«Va tutto bene?» gli chiedo prendendo nuovamente posto davanti a lui. Il suo viso si solleva con lentezza, le sue iridi azzurre trovano le mie e ci si aggrappano con forza. I suoi occhi si fanno umidi pur rimanendo fissi nei miei per restare ancorato al presente, a questo momento.
«Ho bisogno di andare via per un po'» mi confessa. «Ho un assoluto bisogno di avere altro a cui pensare.»
«È per questo che non vedi l'ora di partire, vero?» domando, nonostante io in fondo conosca già la risposta. «Tieni duro, manca poco più di una settimana» lo rassicuro poi accarezzandogli una mano con dolcezza.
«Vorrei fosse possibile partire da soli» ribatte. «Solo io e te...»
Mi mordo il labbro inferiore, presa in contropiede. L'idea che voglia stare con me, soltanto con me, mi fa accartocciare lo stomaco e provare una sensazione di inspiegabile potenza. L'idea che non abbia bisogno che di me mi rende forte anche per lui, più di quanto sia possibile immaginare e credere. Stringo maggiormente la presa sulla sua mano, come a dire: se è questo che vuoi, io ci sto. Sono pronta a mettere da parte i miei desideri, la voglia di passare una serata come quella in compagnia di Cecily, mio fratello, Sebastian e forse persino di Joanne. Ha sempre pensato prima a me che a chiunque altro, compreso se stesso; sono sicura che il suo non è egoismo, solamente necessità di quiete e silenzio, di coccole e parole che sanno calmare, colmare. Se me lo dovesse chiedere, accetterei.
«Ma ne ho già parlato con Cecily, ne abbiamo parlato addirittura con il proprietario della baita. Non posso rimangiarmi tutto adesso.»
«Sono sicura che capirebbe.»
«Sì, lo farebbe» concorda. «Non la voglio deludere, però.»
«Non è per questo motivo che deludi una persona.»
«No, ma avremo comunque tempo per stare insieme, io e te da soli. Non siamo le uniche persone ad aver bisogno di evadere dalla realtà per qualche giorno» insiste.
«Già... Sai che ti dico? Un fine settimana, quando ti va, prendiamo la macchina e ce ne andiamo lontano da tutto e tutti» propongo. «Solo io e te. E se vuoi parlarne, di qualsiasi cosa si tratti, io sono qua. Non dimenticarlo.»
«Grazie, ma per il momento non me la sento.»
«Va tutto bene» lo rassicuro. «Non devi farlo per forza. Quando sarai pronto, mi troverai qua.»
Riccardo sorride e mi bacia il dorso della mano poco prima dell'arrivo del cameriere che porta al tavolo le nostre ordinazioni. Percepisco il suo respiro caldo contro la mia pelle e, per un attimo, anche il lieve movimento delle sue labbra che si dischiudono per parlare. Quando alza nuovamente il capo, infatti, due parole prendono vita da esse: «Ti amo.»
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