27
Ho gli occhi aperti, nonostante la mia camera sia ancora avvolta nell'oscurità. Non sono riuscita a dormire stanotte e, conoscendomi, avrei dovuto aspettarmelo. Ho passato ore a scandagliare minuziosamente i miei ricordi per almeno provare a recuperare, a individuare, i numerosi segnali che mi sono sfuggiti nel corso dell'ultimo anno. L'unica cosa che mi è saltata all'occhio, però, sono state le poche mattine in cui mio padre era ancora a casa quando noi stavamo uscendo per andare a lavorare o a scuola. Se si esclude il viso di mia madre, che pian piano ha mostrato i segni del tempo che avanza rendendola l'ombra della donna che conoscevo, non mi sono davvero accorta di nulla.
Non riesco a perdonarmi di non aver mai notato che qualcosa non stava andando come invece avrebbe dovuto. Avrei dovuto rendermene conto, anche solo per una frazione di secondo avrei dovuto pensare: perché? Cosa sta succedendo? Sarebbe potuto essere un pensiero sepolto nei meandri più reconditi della mia mente, magari un dubbio pronto ad assalirmi in futuro, ma non è accaduto niente di tutto questo.
Io non ho visto, o forse non ho voluto vedere, mentre loro sono stati abili a nascondere la realtà dei fatti. Anche Leonard era sconvolto quanto me ieri sera. Nemmeno lui si aspettava una rivelazione del genere; malgrado stesse fuori più tempo di quanto ne trascorresse a casa, con noi, i problemi sono sorti molto prima di quella sua reazione inconsapevole.
Spengo la sveglia non appena suona; la luce che emette lo schermo mi porta a strizzare gli occhi e a stropicciarli con le dita essendo stata abituata troppo a lungo alla sua assenza. Mi alzo senza pensarci troppo sopra né desiderare di stare lì ancora cinque minuti, come invece accade spesso e volentieri. Il mio unico obiettivo per questa giornata non è fare finta che stia andando tutto bene e tantomeno dimenticare ciò che ho ascoltato ieri sera; voglio solo fare in modo che questo giorno abbia un senso, un significato, un qualsiasi esito positivo che mi permetta di sperare che non è troppo tardi per cominciare a vivere come vorrei. Voglio trarre qualcosa di buono da quello che mi è successo, che ci è successo, e guardare il soffitto al buio non è assolutamente il modo migliore di affrontare il problema.
Sono stanca di scappare e di tirarmi indietro quando le ore diventano difficili da sopportare, quando vorrei solamente nascondere la testa sotto il cuscino e scordare che non sono forte abbastanza da riprendermi in fretta. Non è mia intenzione correre, ma neanche adagiarmi su quanto accaduto; è finito il momento dell'autocommiserazione. È arrivato quello di lottare per ciò a cui tengo di più al mondo.
Mi sollevo in piedi e vado in bagno, poi mi vesto e mi preparo con calma. Scelgo con cura gli abiti da indossare, presto più attenzione al trucco che oggi si rivela essere leggero, quasi difficile da notare. Solamente quando mi ritengo soddisfatta del riflesso che mi rimanda lo specchio scendo al piano inferiore.
È passata poco più di mezzora da quando mi sono alzata, quindi credo che mia madre sia già sveglia. Leo probabilmente no, ma dubito che si farà pregare tanto prima di abbandonare il calore confortevole del suo letto. Non è un ragazzo stupido, e conoscendolo eviterà in qualsiasi modo di far gravare un ulteriore peso sulle spalle di nostra madre.
Quando raggiungo la cucina, infatti, trovo entrambi lì. Leo sta bevendo il caffè e mangiando un cornetto, mentre mia madre regge tra le dita un bicchiere dal quale prende un sorso di acqua fra una faccenda e l'altra. Quando mio fratello mi vede porta lo sguardo su di me, seguito a breve anche da Helen. Lei si stringe nelle spalle e mi riserva un sorriso timido, mesto, perché i ricordi di ieri sera sono ancora freschi nella mente di ognuno di noi. Vorrei che capisse che la sua unica colpa è quella di non averci resi partecipi della verità, colpa condivisa con mio padre; di conseguenza le mie labbra si incurvano all'insù in un sorriso ampio che non sa né di accusa né di vittimismo.
«Buongiorno» li saluto. «Io vado a piedi, oggi. Faccio un salto dalla nonna e poi vado a lavorare» continuo, stavolta parlando a mia madre.
«Va bene» annuisce.
Vorrei chiederle di prestarmi la macchina stasera, però l'unico punto su cui non ha voluto sentire ragioni è proprio questo: non ha intenzione di abbandonare il secondo lavoro tanto presto. Ho provato a convincerla dicendole che non ne aveva bisogno dato che contribuirò io alle spese, ma le mie parole sono state vane. È giusto che lei prenda le sue decisioni e che la sua scelta finale sia questa, considerando che ha ascoltato i miei dubbi in merito. Non posso forzarla a fare nulla, non voglio.
«Non so se sarò a casa per cena» l'avviso inoltre. «Manderò un messaggio a Leo per fargli sapere.»
«Gli lascio i soldi per la pizza» interviene Helen, ma Leonard è svelto a interromperla. «Vado a cena dalla nonna, è da tanto che non la vedo. Le farà piacere.»
Mia madre si rilassa, anche i lineamenti del suo viso si distendono. Vorrei dire a mio fratello che posso dargli io i soldi necessari, ma preferisco evitarle quest'umiliazione. Non dev'essere facile barcamenarsi tra un lavoro e l'altro solo per portare a casa uno stipendio — o due — a malapena sufficiente per provvedere alle spese di cui non si può fare a meno, quindi l'ultima cosa che voglio è farla sentire in difetto. Non ha niente da recriminarsi, anzi: è una donna forte, ha fatto tutto ciò che era in suo potere per non farci mancare niente.
«Allora io vado» continuo rivolta a tutti e due. «Ci vediamo più tardi.»
Leonard mi saluta con un cenno della mano, Helen con un sorriso. Sono le ultime persone che vedo prima di dirigermi all'attaccapanni, mettere il cappotto e uscire.
Mi lascio il vialetto alle spalle dopo aver chiuso il cancelletto dietro di me. Inserisco gli auricolari nel telefono, poi li porto alle orecchie e faccio partire la riproduzione casuale. Non presto attenzione alla canzone riprodotta, affatto, quanto più a quello che mi circonda. Scorgo ogni giorno le stesse abitazioni, gli stessi edifici, lo stesso parco, eppure oggi mi sento più viva, più presente rispetto a ciò che ho attorno. Osservo il profilo delle altalene cigolanti, quello della villetta al di là della strada con il giardino sempre in ordine, gli alberi ora spogli piantati lungo il perimetro. Sulla pelle solo il vento gelido di metà dicembre che mi porta a passare le mani sulle braccia prima di riporle nelle tasche.
Stamattina è una gioia poterlo percepire, avvertire in ogni meandro del mio corpo un brivido, una scarica di adrenalina che mi fa raddrizzare la schiena e camminare a testa alta. Ho sempre dato tutto per scontato: cose, persone, parole, sogni, gesti. Quanto tempo ho perso lasciandomi scivolare addosso ciò che di bello la vita aveva da offrirmi pur avendomi tolto tanto, ogni sicurezza e fiducia nel futuro.
Dopo l'incidente non reputavo necessario lottare. Inconsciamente volevo quella quotidianità, il vuoto di quelle giornate tutte uguali. Mi sono arresa alla monotonia, al desiderio imposto di restare in questo paesino per sempre, tra la biblioteca e i miei cari. Ho smesso di guardare in là, oltre i cartelli di ingresso e uscita. Ho smesso di voler cedere al rischio, all'ignoto, sia per paura che per mancato interesse.
Ho persino cominciato a scrivere per abitudine, non più per passione.
Arrivo da nonna Betty senza neanche rendermene conto. Le gambe si sono mosse in autonomia, un piede dietro l'altro, in maniera del tutto abitudinaria. Tutta la mia concentrazione si era spostata agli occhi, a ciò che per troppo tempo ho guardato e mai visto, ai ricordi che non hanno fatto altro che confermare quanto io abbia almeno una fetta di colpa in quello che è successo da due anni a questa parte.
Mi fermo in piedi di fronte all'ingresso, immobile, e prendo un respiro profondo prima di estrarre le chiavi dalla borsa ed entrare. Ho il cuore pesante e le mie mani tremano, ma non voglio più scappare. Non c'è più spazio per nascondersi ora che ho capito di avere le carte in regola per almeno provare a risolvere le situazioni in cui ho ancora un briciolo di controllo.
«Buongiorno!» esclamo camminando a passi svelti, attraverso il corridoio, diretta in cucina.
Sento il rumore della moka che viene posizionata sul fornello acceso, il tintinnio dei cucchiaini a contatto con le tazze, la zuccheriera che arresta il suo breve viaggio al centro del tavolo con un suono sordo.
«Caelie» sorride la nonna vedendomi fare capolino dalla porta. «Buongiorno.»
«Lo è» concordo, forse con troppo entusiasmo, mentre abbandono il cappotto sullo schienale e mi accomodo sulla mia solita sedia. Potrei inciderci sopra il mio nome, tante sono le volte in cui mi sono seduta proprio qui.
Maledicendomi per non essere capace di resistere — non oggi, non adesso — mi accendo una sigaretta ancor prima di aver bevuto un solo sorso di caffè. Sono sopraffatta, sfinita, e per quanto questo sia da condannare la nicotina è sempre il primo rifugio che trovo ad accogliermi. Mi passo la mano libera sulle braccia, nonostante io riesca a intravedere la legna che arde nella stufa, poi appoggio la testa sul pugno chiuso della stessa.
«Tu sai sempre tutto» esordisco rivolta a Betty che adesso si è finalmente girata verso di me. Sospira e prende posto all'altro lato del tavolo; di tanto in tanto la scorgo riservare un'occhiata alla caffettiera sul gas.
«Non sempre, Caelie» mi risponde. Il suo tono di voce è tranquillo, come se realmente non sapesse a cosa mi sto riferendo. «Cos'è successo?» mi chiede a riprova di ciò che ha appena detto.
«La mamma ci ha raccontato tutto.»
«Era ora.»
«Ecco, lo sapevi» ribatto stringendomi nelle spalle. «Tu sai sempre tutto» ripeto.
«In questo caso, sì» replica. «Helen è comunque mia figlia, Caelie.»
*
Invio un messaggio a Riccardo poco dopo l'inizio della mia giornata lavorativa. Non so bene se sia la cosa giusta da fare, ma tanto vale tentare. In fondo non ho nulla da perdere. Gli chiedo se può darmi un passaggio a casa di Joanne, questa sera, dopo le cinque. Ho davvero bisogno di parlarle e di chiarire ciò che è accaduto tra di noi. Mi rendo conto che è passato poco tempo da quando abbiamo discusso, però credo di aver raggiunto un livello di maturità diverso in questi giorni. Sono finalmente consapevole dei miei sbagli, così come dei suoi, e voglio sistemare la situazione in modo tale da non compierli più.
È assurdo che sia stata proprio la mancanza della sua figura all'interno della mia vita a farmi sperare di essere una persona migliore. Per me, per lei, per chiunque mi abbia a cuore.
Sono costretta a riporre il cellulare quando un paio di clienti spalancano la porta. Una di essi è Gwen e mi ritrovo a sorridere quando la vedo varcare la soglia, la borsa stretta contro il fianco e i capelli corti e scuri legati in una piccola treccia lungo il lato sinistro del suo viso. I suoi occhi si fanno via via più grandi e scintillanti mentre si avvicina a me.
«Caelie» esordisce. «Ti vedo bene!»
«Gwen, buongiorno!» la saluto ignorando volutamente le sue ultime parole. «Cosa posso fare per te?»
Vedo dietro di lei un ometto di un metro e trenta, la cui testa fa capolino non appena finisco di parlare. Le sue mani sono ben salde sui fianchi della madre, alle sue spalle, quando forse intimorito tarda a mostrarsi a me. Muovo la mano a mo' di saluto e gli faccio cenno di avvicinarsi al bancone. «Tu devi essere James» sorrido.
Il bambino fa su e giù con la testa. «L'unico e solo.»
Scopro sua madre, dietro di lui, ridere sotto i baffi.
«Be', James, è davvero un piacere rivederti dopo tanto tempo.»
«Anche per me» risponde. «Tu come ti chiami?»
«Caelie.»
«C-Caelie? La mamma parla sempre di te» mi confida con aria solenne.
«Spero dica cose belle.»
«Eh...» tentenna. «Dice sempre che devo leggere di più per fare contenta Caelie.»
«Infatti» replico. «Non vedi quanto sono contenta che tu sia qui?» Le mie labbra si aprono in un sorriso grande, ampio, al che il piccolo scuote la testa.
«Sei uguale alla mamma» afferma poi ridendo.
«Ah, sì? E perché?»
«Quando le dico che ho finito di leggere sorride proprio così» ribatte scandendo in maniera chiara e netta le ultime due parole.
«Bene!» esclamo. «Cosa vuoi leggere stavolta, allora? Puoi scegliere tu.»
«Mmm...»
«Vieni, ti accompagno io» propongo aggirando il bancone e raggiungendo James. Gwen si limita a guardarci con la testa leggermente inclinata, lo sguardo quasi lucido. Il bambino, invece, intreccia le sue dita alle mie e attende che sia io a guidarlo attraverso il labirinto della biblioteca.
La sezione si trova poco lontano, accanto alla grande finestra che dà sull'esterno, sul verde. Getto di tanto in tanto qualche occhiata a James, forse temendo di muovermi troppo veloce, ma lui non sembra farci granché caso. Porta le gambe una davanti all'altra con rapidità, mentre i capelli scuri — identici a quelli della madre — danzano sulla sua testa. I suoi occhi si illuminano quando finalmente ci fermiamo davanti allo scaffale dedicato ai bambini nella sua fascia d'età; si posano su un libro in particolare.
«Quello» afferma puntando l'indice verso quello che ha scelto.
«Ah, Il Piccolo Principe!» esclamo. «Sono sicura al cento per cento che lo amerai.»
«Se lo dici tu...» Alza le spalle con noncuranza, però un sorriso gli increspa le labbra.
«Quando l'avrai finito, me lo farai sapere. Affare fatto?»
«Va bene» conviene sollevando la mano in attesa di battermi il cinque.
*
Ci vogliono altri tre clienti e quasi un'ora e mezza di giri di lancetta perché io possa controllare il cellulare. Fremo all'idea di leggere la risposta di Riccardo, dato che non so quanto questo slancio di coraggio e positività possa durare. Ho davvero intenzione di farlo, ma ho paura di potermene pentire, anche soltanto domani, evitando così di dar modo alla mia voce di spiegarsi. Forse sono io a non aver mai meritato di avere una persona come Joanne — o come Riccardo, per quanto valga — al mio fianco. Se la mia volontà di scusarmi con lei è tanto debole, allora che senso ha desiderare a tal punto di risolvere le cose?
Non voglio perderla, non definitivamente, eppure il filo sottile che mi sostiene è sempre più traballante di quanto non lo fosse il secondo precedente. Temo che sia la paura a parlare per me e a farmi vacillare. Succede spesso.
Lavoro fino alle 6 oggi. È un problema se ti passo a prendere più tardi? Sono queste le parole che mi attendono sullo schermo luminoso, inviate probabilmente durante i suoi cinque minuti di pausa. Non ho ancora ben capito che lavoro faccia, ma stasera voglio rimediare anche con lui. Quello che c'è tra di noi è una cosa seria, almeno da parte mia; è una delle persone migliori che io abbia mai incontrato e, da quando l'ho conosciuto, mi sono resa conto di non riuscire a guardare nessun altro come guardo lui. Persino pensare a Sebastian non mi fa più alcun effetto, provo solo un gran bene nei suoi confronti.
È perfetto, digito. Ti aspetto a casa mia, allora. Grazie!
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