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26


Non mi sembra vero di essere a un solo, misero, passo dalla verità. Stento tuttora a realizzare di aver chiarito la situazione con Leonard e, ancora di più, di avere il suo appoggio per il confronto che avverrà con nostra madre non appena tornerà a casa.

È questo che abbiamo deciso, infatti: parlarle. Non importa che ora sarà quando accadrà né quanto sarà stanca, perché io e mio fratello abbiamo aspettato e sopportato fin troppo per ottenere le risposte alle nostre domande. Per un secondo vogliamo mettere da parte gli altri e proseguire a mento alto verso ciò che ci suggerisce la testa, ossia sapere.

È questo ciò a cui penso distesa sul divano e con le mani incrociate sul grembo. Leo si è seduto sull'altro, e ci siamo ritrovati nelle stesse posizioni di poco fa, quando Riccardo era ancora qui da noi.

«Credi che sarà sincera con noi?» mi chiede mio fratello. C'è una certa titubanza nella sua voce, ma è comprensibile. Anche io non sono il massimo della tranquillità, però sono diventata brava a fingere che sia il contrario. Non ho più la forza necessaria ad assorbire più del dovuto quello che mi circonda, quello che provo o quello che sentono gli altri. Non so quanto sia un bene, in realtà; tuttavia, nell'ultimo periodo, questo meccanismo di difesa si è venuto a creare in maniera spontanea.

«Non lo so» ammetto, perché è davvero così. Essendo noi totalmente all'oscuro di ciò che sta succedendo, sarebbe facile propinarci una bugia e farla passare per verità. Possiamo soltanto fidarci delle parole che usciranno dalla sua bocca ed, eventualmente, scegliere di crederle. «Potrebbe trattarsi di qualsiasi cosa, purtroppo.»

«Ma se fosse una cosa importante ce ne avrebbe già parlato» tenta lui, eppure mi dà la sensazione che abbia appena cercato una giustificazione al silenzio stampa che ci ha costretti a digerire nelle ultime settimane.

«Forse.» Faccio spallucce, poi mi alzo a sedere anche io. Leonard ha le gambe incrociate e le mani posate sulle cosce, incapaci di trovare una sistemazione stabile. Continua a muoverle, prima dietro la testa, poi dietro la schiena e infine sulla pancia. «Se ci pensi, però, non sapevamo niente neanche di papà» dico rendendomi conto di essermi volutamente addentrata in un campo minato.

Stringe le labbra in una linea dura, severa, gesto che contribuisce unicamente ad accentuare il profilo squadrato del suo viso e i suoi occhi grandi e chiari. Per un attimo mi sembra di vederli luccicare di un'emozione a cui mi rifiuto di dare un nome come quelli di un gatto. Non ho intenzione di infilare il dito nella piaga, tantomeno quella di rivangare un discorso che per quanto mi riguarda è già chiuso.

Il rumore della serratura della porta d'ingresso che scatta, d'altronde, anticipa la risposta di mio fratello. Mi sorprendo a sospirare sia per il sollievo che per l'agitazione.

Anche Leonard diventa all'improvviso muto e rigido, e le nostre teste si girano in contemporanea verso il punto da cui è provenuto.

Nostra madre, Helen, ha i capelli color del grano legati in una crocchia disordinata e la borsa le è scivolata all'altezza del gomito. Aspetta di chiudere l'uscio a doppia mandata prima di sistemarla di nuovo sulla spalla. Da dove mi trovo non riesco a vederla bene in viso, ma persino da qui scorgo le occhiaie scure che adornano i suoi occhi, ultimamente più spenti che mai, e le sue labbra socchiuse.

Il suo capo fa uno scatto quando nota la luce del salotto ancora accesa; le lancette dell'orologio indicano che è ormai mezzanotte e mezza. La sua reazione dura il tempo di un secondo, però, perché svelta riprende a camminare. Arresta il passo soltanto dopo, quando si ferma accanto al caminetto in cui io e Leo abbiamo mantenuto il fuoco acceso. Quest'ultimo dipinge la sua pelle di rosso e arancio mentre le lampadine artificiali rendono invece la nostra ancor più pallida. Sembra più vecchia di dieci anni così; le fiamme non fanno altro che accentuare i suoi lineamenti, le rughe agli angoli degli occhi e della bocca.

La guardo e vedo una versione diversa di mia madre: vissuta, preda del perpetuo e inesorabile scorrere del tempo, stremata. La guardo e la sua stanchezza pare appesantire l'aria presente in questa stanza, i respiri non più regolari di me e Leo. D'un tratto avverto sulle spalle il peso e l'entità dei quesiti che hanno preso il possesso della mia mente, l'incertezza e il dubbio di non poter sopportare o addirittura accettare qualunque spiegazione e giustificazione ci darà.

«Perché siete ancora svegli?» chiede a tutti e due e a nessuno in particolare sollevando le sopracciglia. Per un istante ho l'impressione che stia parlando tra sé e sé, non con noi.

Mi alzo in piedi con estrema lentezza, seguita subito dopo anche da Leonard. «Dobbiamo parlare.»

«Ragazzi, è tardi» replica; ha la voce flebile, è un sussurro a malapena udibile, una foglia che viene sospinta dal vento totalmente in balia della sua forza. «Dobbiamo svegliarci presto domani mattina.»

«Non ci interessa» ribatto suonando decisa quando in realtà sono tutto fuorché questo. Vorrei farmi piccola piccola e scomparire, rimangiarmi ogni parola detta e correre a gambe levate a nascondermi in camera mia, a sotterrare la testa sotto il cuscino nonostante servirebbe ben poco ad allontanare i miei stessi pensieri. Vorrei non essermi intestardita tanto sul voler sapere, perché a volte è davvero meglio vivere nell'ignoranza e convincersi che stia andando tutto bene.

«Abbiamo un po' di domande da farti» continuo evitando di prestare attenzione al cuore che ora mi palpita nel petto impazzito o al colore che sembra defluire ulteriormente dal viso di Helen. Scaccio anche il tremolio delle sue mani, adesso serrate attorno alla maniglia della borsa, e il modo in cui comincia a muoversi incontrollata la palpebra del suo occhio destro; è un tic che si impossessa di lei quando è particolarmente nervosa per qualcosa, malgrado sia sempre l'ultima ad accorgersene.

«Già» concorda Leonard, e mi rendo conto soltanto in questo istante che mi ha affiancata. C'è a malapena un metro a dividerci da nostra madre. «Abbiamo aspettato abbastanza.»

Helen lascia cadere la borsa, la quale dapprima scivola sul braccio e poi si deposita sul pavimento con un tonfo sordo. Lei traballa brevemente, come se nell'arco di un battito di ciglia le sue gambe avessero perso stabilità. Mi passa accanto e si siede incerta sul bracciolo del divano più vicino a noi.

«È tardi» insiste senza convinzione. «È tardi e voi due dovete andare a dormire.»

Nel silenzio che ci avvolge dopo il suo blando tentativo di sviare la conversazione, le mie orecchie captano il rumore sottile della lancetta dell'orologio che scandisce i secondi. La sento forte e chiaro, rimbomba all'interno del mio condotto uditivo manco fosse un tamburo grande quanto me. Immagino di proteggermi con l'aiuto delle mani, di arginare il suo ticchettio fastidioso e avvertire solo il ritmo costante del mio respiro. Dentro, fuori e poi da capo.

Ma così non è, anzi; la persona che si prende la testa tra la mani non sono io, è mia madre. Strizza con forza gli occhi quando gli arti tornano a riposare lungo il suo busto e in seguito sul suo grembo. Leva il cappotto con fatica, quasi rabbia, e lo lancia dall'altra parte della stanza. Raggiunge la parete opposta prima di depositarsi a terra.

«Ho detto che dovete andare a dormire» dice a denti stretti.

Leonard osserva la scena con lo sguardo perso. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta in una piccola o. Appoggio una mano sulla sua spalla e mi giro completamente in direzione di mia madre.

«No, mamma» continuo. «Ora parliamo, poi andremo a dormire.»

«Caelie Margareth Morris» pronuncia il mio nome per intero, «non voglio ripeterlo un'altra volta.»

Leonard sussulta, lo percepisco sotto le mie dita. Il suo sguardo cristallino cerca il mio, lo intercetta, ma non mantengo a lungo il contatto. Scuote impercettibilmente la testa, e da quanto capisco non sono l'unica ad averci ripensato. Abbiamo scelto però di buttarci, di ballare, quindi balliamo. Non salirò in camera mia prima di aver ascoltato ogni singolo stralcio e dettaglio della verità che ci ha taciuto per mesi.

«Puoi ripeterlo altre cento, mamma. Io non mi sposto da qui.»

«Caelie...» ricomincia, però porto un dito alle labbra facendole cenno di stare zitta.

«Ecco cosa vogliamo sapere: innanzitutto perché sei tornata a quest'ora.» Indico con un dito l'orologio da parete. «E, in secondo luogo, dove vai quando non ci sei. È accaduto troppo spesso perché potesse passare inosservato, non pensi? Credo che queste due cose siano strettamente collegate, ma tant'è.»

Helen emette una sorta di rantolo quando inspira avida alla ricerca di ossigeno. Non mi ero accorta che avesse trattenuto il fiato mentre parlavo.

Le do la schiena e mi accomodo sul sofà di fronte a lei. Non ho bisogno di alzare lo sguardo per individuare Leo. I cuscini del divano cedono nel momento in cui si butta a peso morto al mio fianco.

«Per quanto brutta sia la verità... fidati di me, è peggio non sapere» aggiungo. «Restare nel dubbio ci sta facendo impazzire.»

«Io... Io non posso dirvelo» balbetta. «Ho sempre e solo voluto proteggervi.»

«Da cosa, mamma? Da cosa?» insisto. «Non siamo più bambini, lo sai anche tu.»

«Però ci sono questioni che spetta ai genitori risolvere» ribatte. Il suo labbro inferiore tremola per un istante, poi abbassa la testa e sfugge agli sguardi ora ancora più confusi di me e mio fratello.

Per quanto ci stia provando, per quanto io abbia tentato, non riesco a comprendere. Quest'intera situazione è ridicola e surreale, ma d'altronde sarei una sciocca a illudermi di conoscere la mia famiglia. Gli ultimi avvenimenti che ci hanno coinvolti mi hanno dimostrato sufficientemente il contrario, hanno portato a galla i segreti e la realtà del nostro rapporto. Condividiamo lo stesso sangue, lo stesso DNA, eppure non siamo mai stati la famiglia che pensavo che fossimo. Siamo stati tutti talmente presi dalle nostre vite, singole e individuali, da non accorgerci che la famiglia non è soltanto una manciata di persone con cui condividere l'ultimo pasto della giornata e un'abitazione. Se le cose fossero state diverse, forse avrei affrontato anche Lily e l'incidente in maniera totalmente differente. Probabilmente avrei smesso di sentire la necessità di cavarmela da sola senza mettere in mezzo nessun altro, avrei trovato il coraggio di parlare e di sfogarmi con qualcuno, di non tenere tutto dentro fino a scoppiare. Magari i miei racconti sarebbero stati davvero frutto dell'ispirazione, e non dei miei momenti bui.

«Non è vero. Siamo una famiglia.» Nemmeno io credo alle parole che sono uscite dalla mia bocca, figuriamoci se sono stata capace di convincerla.

Anche io ho i miei segreti, anche Leo ha i suoi segreti, ma niente di ciò che nascondiamo ai nostri genitori si avvicina lontanamente a quello che abbiamo scoperto solo poche settimane fa. Meritavamo di sapere che mio padre aveva un problema non indifferente con l'alcol e che, dulcis in fundo, aveva addirittura tradito mia madre con una donna che non aveva la più pallida idea che fosse sposato.

«Non siamo una famiglia solamente quando vi fa comodo.»

«Hai ragione, Caelie» replica. «Ma certi problemi non dovrebbero pesare su di voi.»

«Se era questo il vostro intento, sei consapevole che avete fallito, vero?» la rimbecco. «Hanno pesato su di noi eccome, quindi il minimo che ci puoi concedere è la verità su quest'ultimo punto: dove vai? Perché non sei mai a casa?»

«Lo so» concorda. «Credendo di fare del bene abbiamo solo peggiorato la situazione.»

Sia io che Leonard ci affidiamo al silenzio, astenendoci dal commentare, speranzosi nel fatto che sia finalmente giunto il momento tanto atteso da entrambi. Allungo un braccio e con la mano gli scompiglio i capelli dolcemente, poi mi avvicino a lui perché adesso ho bisogno di sentirlo accanto. Non abbiamo mai parlato molto né ci siamo abbracciati più di un paio di volte nell'arco di quasi diciotto anni, però non posso concedermi di perdere tempo. Non ancora, non di nuovo. Abbiamo una vita sola, chissà perché ci ostiniamo a sprecarla per imbarazzo, vergogna o altro quando basterebbe allargare le braccia e lasciarsi stringere, aprire la bocca e parlare, sfogarsi, mostrarsi vulnerabili un secondo di più per ricominciare a stare bene.

Mi sono nascosta in troppe occasioni dietro il silenzio, dietro un sorriso o l'ennesimo tentativo di sviare il discorso quando la conversazione iniziava a farsi seria, mirata agli argomenti che mi rifiutavo di affrontare a voce.

Percepisco la mano di mio fratello sulla mia, quella posata sulla sua spalla. Sorrido tra me e me prima di riportare lo sguardo, ora inespressivo, sulla figura di Helen.

«Non so come dirvelo...» ammette in un sussurro, ma le basta riservarmi un'occhiata per rendersi conto che non abbiamo affatto bisogno di parole giuste in questo istante, quanto di realtà, sincerità e onestà.

«Forse non spetta nemmeno a me dirvelo, però eccoci qua.» Fa un respiro profondo, poi si sposta e indietreggia finché la sua schiena non si appoggia completamente allo schienale del divano. «Vostro padre ha perso il lavoro, un anno fa. L'azienda stava effettuando dei tagli al personale in quel periodo, non riuscivano più a pagare i propri dipendenti, e purtroppo una delle persone a essere licenziate è stato lui.»

Trattengo a stento la mia reazione, limitandomi ad aprire la bocca, presa in contropiede; vorrei soltanto alzarmi e gridare, perché questa è una delle tante cose che avremmo dovuto sapere. Come si può non condividere una notizia così? Avrei potuto contribuire alle spese, invece di risparmiare i soldi derivanti dallo stipendio per il piccolo grande sogno di avere un appartamento tutto mio, un giorno.

«Non l'ha presa male, comunque. Si è subito dato da fare per trovare un nuovo impiego, aiutato anche dal precedente titolare che si è attivato per cercare o favorire l'ingresso degli ex-dipendenti in altre società. Il problema è sorto nel momento in cui, vista la sua età e le sue numerose esperienze in quel campo, i nuovi datori di lavoro si sono rifiutatati di assumerlo o hanno usato la scusa che erano pieni. In parole povere, nessuno poteva permettersi di pagare uno stipendio all'altezza della sua esperienza.

«Ha vissuto alla giornata per un po', circa qualche mese... Non era abbastanza per lui, tuttavia. Voleva essere e soprattutto sentirsi utile, cosa che, per quanto sia brutto da dire, non era più per questa famiglia. Credo sia proprio per questo motivo che ha iniziato a trascorrere sempre più tempo al bar, anche durante la giornata, a bere. È questo che l'ha rovinato.

«Non so quando la situazione sia precipitata a tal punto, ma quando me ne sono accorta era già troppo tardi. Ho provato a parlargli, a convincerlo che doveva farsi aiutare da qualcuno, a ricordargli che noi c'eravamo per lui e che non l'avremmo lasciato solo, ma non ha voluto darmi ascolto. Stava bene, diceva, avrebbe trovato un buon lavoro e tutto sarebbe tornato come prima. Mi sono rassegnata e ho mollato la presa, non sapevo più cosa fare per aiutarlo. Si rifiutava di ammettere che aveva un problema.

«Per un po' abbiamo vissuto grazie ai nostri risparmi, ma sono finiti presto. Ho dovuto trovarmi un secondo lavoro, e poi un terzo per un po'. Adesso faccio le pulizie negli uffici, dalle otto a mezzanotte. Ecco perché non sono mai a casa. Era più facile farvi credere che fossi con un'amica o che volessi stare lontano da qui, piuttosto che raccontarvi la realtà dei fatti.»

«Mamma, avrei potuto contribuire» dico con voce flebile.

«No, Caelie, non spettava a te.»

«Invece sì, perché avevo la possibilità di farlo» ribatto. «Sai anche tu che se lo avessi saputo non mi sarei tirata indietro.»

«Appunto per questo ho pensato che fosse meglio tenervi all'oscuro.» Si stringe nelle spalle e sorride mestamente. Ecco da chi ho preso, ecco perché vivo nella malsana convinzione di dovermela cavare sempre e comunque da sola. Mi è stato insegnato così.

«Da oggi una parte del mio stipendio va alla gestione della casa» continuo ignorando le sue parole. «E pagherò io gli allenamenti di Leonard.»

«Caelie, no...» mi blocca mio fratello. In ogni caso lo interrompo perché, stavolta, non voglio davvero sentire scuse. Voglio poterlo fare. «Pensa a finire l'anno scolastico, tu. In estate potrai dare una mano anche tu, ma per ora limitati a studiare. Per piacere.»

Annuisce. «Va bene.»

«Dove si trova papà?» chiedo diretta a mia madre.

«Ha bisogno di stare da solo per un po'. Quando sarà pronto, sono sicura che te lo dirà lui stesso. Sa che, nonostante tutto, non lo abbiamo mai abbandonato. Neanche tu, anche se pensi di averlo fatto.»

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