22
Socchiudo gli occhi nel buio della mia camera da letto. Non so da quanto io sia sveglia, in realtà; mi accorgo di esserlo davvero soltanto adesso. Le persiane sono ancora abbassate e la porta è chiusa, quindi dubito che mia madre sia già in piedi o che sia passata di qui.
Quando controllo l'ora sul cellulare, infatti, vedo che sono le sei e mezza del mattino. Troppo tardi per tornare a dormire, troppo presto per tirarmi su dal letto. Approfittando però del fatto di essermi svegliata in anticipo una volta tanto, cerco di scrollarmi il sonno di dosso e di trovare la forza di alzarmi.
Lo faccio e scopro la casa quieta, così calma che per un attimo mi imbambolo ad ascoltare il suono dolce del silenzio in mezzo al corridoio. Sembra irreale, soprattutto perché sono abituata a sentire mia madre gridare continuamente i nostri nomi pur di evitare di arrivare in ritardo a scuola — per quanto riguarda Leonard — e da nonna Betty per quell'ora di pace che, io e lei, ci concediamo insieme ogni mattina.
Dopo una breve capatina in bagno mi vesto e raggiungo la cucina per fare colazione. Mi fa provare una strana sensazione anche solo pensarlo, considerando che non ricordo nemmeno l'ultima volta in cui ho mangiato e bevuto il caffè qui, a casa. Preparo la caffettiera da tre e la posiziono sul fornello dopo averlo acceso, forse in cuor mio aspettando di ricevere un muto ringraziamento da parte di mio fratello e di mia madre. Il mio pensiero vira ben presto su mio padre e la tristezza mi pervade facendomi stringere lo stomaco. Faccio fatica ad allontanarla, ma non voglio che niente rovini questa giornata e il mio buonumore.
Sto per versare il liquido scuro nelle tazzine che avevo precedentemente preparato sull'isola della cucina quando sento dei passi provenire dal piano di sopra. Percepisco il leggero scricchiolio delle scale, quindi faccio un respiro profondo e mi preparo a salutare mia madre e a sopportare le sue occhiate sorprese.
«Caelie» esordisce sulla soglia. «Cosa ci fai già sveglia?»
Faccio spallucce fingendo che non sia niente di entusiasmante, nulla di cui valga la pena parlare più del necessario. Sistemo poi le tazze sul tavolo e posiziono una scatola di cereali nel mezzo. Mia madre mi lascia fare senza commentare o chiedermi la ragione di questi miei gesti, anche perché non sarei in grado di darle una spiegazione. Mi limito a sorridere e a prendere posto, mentre mia madre si assenta brevemente per chiamare Leonard a colazione. Lo sento masticare insulti e brutte parole a cui sono purtroppo abituata soprattutto quando qualcuno disturba il suo sonno, malgrado sia spesso rabbioso e agitato.
Torna con un'espressione abbattuta sul viso, e io stessa mi rendo conto che non deve essere facile ascoltare ogni cattiveria possibile, una mattina dopo l'altra, quando si sta solo facendo il proprio dovere di genitore nel miglior modo che si conosce.
Quando mia madre rientra nella stanza, la tentazione di affrontare quel discorso mi sfiora la mente. Vorrei davvero sapere dove va quando ci lascia soli, con chi sia o per quale motivo si ostini a mantenere tanta segretezza su questo punto. Vorrei avere la consapevolezza di conoscerla non solo perché è mia mamma, ma perché decide di parlarmi come si fa con un'amica o un confidente, quando non ci sono segreti e l'unica intenzione è quella di essere totalmente trasparenti con qualcuno.
Si china di poco per prendere il bicchiere d'acqua che ho messo in tavola solo per lei, beve un rapido sorso e lo posa nuovamente sulla tovaglietta. La osservo distante e assente, come se fossi una banale spettatrice e non fossi davvero qui con lei. Mi sembra di sentirla lontana, nonostante l'abbia avvertita vicina quanto mai prima di allora nel momento in cui le ho rivelato chi fosse Riccardo per me. Potrei addirittura tendere un dito, toccarla, e scoprire che la donna che ho davanti non è altro che un ologramma, un'immagine sbiadita creata appositamente dalla mia mente per darmi l'impressione che sia tutto al proprio posto, esattamente dove dovrebbe essere.
«Vado a prepararmi» mi avvisa mentre afferra dalla credenza una merendina e la scarta lungo il tragitto che la separa dall'atrio. Non mi disturbo neanche ad annuire perché mi ha già dato le spalle.
*
Bevo il secondo caffè della giornata dieci minuti dopo aver messo piede nell'abitazione di nonna Betty. Ha il viso più colorito rispetto a qualche giorno fa, e persino il suo sguardo mi pare più acceso e vivo. Non si tiene una mano sulla schiena, non cerca di nascondere alcuna espressione dolorante alla mia vista. Sorrido tra me e me quando mi accomodo sulla sedia di fronte a lei, felice nel profondo del mio cuore di sapere che sta meglio.
Non vorrei affrontare brutti discorsi proprio oggi; vorrei al contrario godermi questi attimi di pace e di calma apparente fino in fondo, ma non riesco a togliermi dalla testa le troppe domande che affollano la mia mente. Oltre a mia madre c'è un altro quesito che mi tormenta, e di certo non è meno importante: perché mio padre ha iniziato a bere?
Giro lentamente il cucchiaino per far sciogliere lo zucchero, e lo sguardo di mia nonna segue ogni mia azione senza preoccuparsi di fingere che non sia così.
«Sei così pensierosa in questi giorni, Caelie» mi dice piano, la voce poco più di un sussurro. «È per tuo padre?»
«Anche» rispondo sincera dopo aver portato la tazzina alle labbra e preso un sorso di caffè. «Continuo a chiedermi perché abbia cominciato a bere.»
«Forse neanche lui lo sa...» replica lei, il tono ancor più rassegnato e impotente di poco fa.
«Già» concordo. «È questa la cosa peggiore.»
*
Sono le undici mattina quando saluto la signora Meeks, un'adorabile vecchietta che negli anni non ha mai perso la passione per la lettura. Anzi, tutt'altro, dato che nel tempo non ha fatto altro che rafforzarsi. Ama leggere libri gialli, thriller, tutto ciò che ha a che fare con un'indagine di polizia e un detective un po' scorbutico e autoritario.
Mi assento momentaneamente per andare a prendere i libri di cui mi ha indicato i titoli su un foglietto stropicciato delle dimensioni di un post-it — glieli ha consigliati una sua amica, così mi ha detto. Le ho sorriso e ho sperato di poter un giorno condividere con qualcuno la mia passione per la scrittura e quella per la lettura. Ad esclusione di Nathan, il musicista figlio del titolare del ristorante in cui vado quando ho bisogno di stare da sola, nessuno conosce questo lato di me. Nessuno si è preoccupato di chiedere, a dire il vero, perché in fondo non ho alcun problema ad ammettere a voce alta che è in questo modo che mi piace trascorrere il tempo libero. Crediamo sempre di sapere tutto di tutti quando in realtà non sappiamo un bel niente.
Torno al banco con tre libri tra le mani che appoggio sul ripiano. Annoto i dettagli del prestito al computer, poi li porgo alla signora.
«Grazie, Caelie» mi sorride. «Spero di venire più spesso.»
«Lo spero anch'io» rispondo annuendo. «Buona lettura!» esclamo poi. La seguo con lo sguardo finché non esce dalla biblioteca.
Veloce com'è arrivata, la momentanea distrazione se ne va. Rimango da sola, a braccia conserte, a guardare la sala colma di scaffali e libri che vorrei poter leggere in una giornata che non termina fino a quando non ho finito io. Vorrei buttarmi a capofitto in quei mondi che ancora non ho avuto il piacere di conoscere, vorrei smettere di vivere per un attimo la mia vita e dedicarmi a quella di un altro che, forse, sta avendo qualche avventura più di me tra le mani.
Recupero una sedia e la posiziono dietro il banco, poi mi accomodo e prendo un grande respiro. I miei occhi corrono dalla porta alla sala vuota di persone e viceversa, quasi pregustando l'esatto istante in cui dovrò alzarmi di nuovo e dare a qualcuno quella possibilità che io mi sto precludendo — volontariamente, purtroppo, in quest'ultimo periodo.
Dopo almeno dieci minuti passati a fare niente di rilevante, se non osservare la desolazione di questo posto che meriterebbe molti più visitatori, afferro il telefono e scorro la rubrica fino a trovare il nome di Cecily. Premo il tasto di chiamata e, nel frattempo, mi sollevo in piedi e inizio a camminare lungo il perimetro della stanza. Sono a malapena le dieci, d'altronde, e io non ho la più pallida idea di dove sia la ragazza o se sia impegnata in qualcos'altro.
«Caelie» esordisce. Gli squilli erano diventati così tanti che avevo iniziato ad avere paura di disturbare. «Va tutto bene?» continua senza darmi il tempo di risponderle.
Annuisco con la testa, dopo a voce. «Diciamo così... Mi dispiace di essere sparita senza dirti nulla.»
«Sta' tranquilla» replica subito. «Ho parlato con Riccardo, ma sappi che non volevo intromettermi.»
«No no, hai fatto bene. Avevo solo bisogno di stare un po' da sola.»
«Cos'è successo?» mi domanda apprensiva. Riesco a immaginarla mentre stringe con più forza il telefono all'orecchio, quasi come se così facendo potesse raggiungermi.
«Preferirei parlarne di persona» le dico e, nel farlo, le mie labbra si increspano in un timido sorriso. So che lo voglio fare, me ne accorgo perché non ho sentito il cuore battere impazzito o le gambe implorare un ulteriore sostegno per tenermi in piedi.
«Per me è perfetto» concorda. «Devo raccontarti anche un'altra cosa, in realtà.»
«Di cosa si tratta?» chiedo preoccupata. Mi sono fermata davanti a una delle grandi vetrate della biblioteca; il sole splende al di fuori, anche se è una luce tenue che illumina a malapena questo posto. Appoggio il palmo della mano libera sul vetro.
«Joanne» sospira. «Sta di nuovo frequentando quel tipo...»
«Cosa?!» esclamo incapace di trattenermi.
Credevo che quella storia fosse ormai un capitolo chiuso per lei. Non avrei mai pensato che potesse mandare all'aria ogni progresso fatto in così poco tempo. Per quale motivo, poi? Ho provato per tanto tempo a capire quale fosse la ragione che la legava a lui a tal punto, ma non sono stata in grado di venirne a capo. Ogni suo comportamento fa scattare un campanello d'allarme, e l'unica soluzione possibile è dire basta e andarsene. Chiunque meriterebbe meglio di così.
«Non so da quanto vada avanti» aggiunge. «Li ho visti insieme qualche giorno fa.»
«Non riesco a crederci» replico mangiandomi le parole.
«Neanche io» sussurra lei. Il senso di sconfitta si è fatto strada anche nella sua voce, tanto che vorrei correre ad abbracciarla e a rassicurarla che non è né colpa sua né colpa mia. A quanto pare, Joanne è una di quelle persone che hanno bisogno di sbattere la testa contro il muro più volte per capire che fa male. Spero soltanto che lo comprenda prima che sia troppo tardi per tornare indietro.
Sento i campanelli della porta tintinnare alle mie spalle, quindi sono costretta a salutare Cecily. «La chiamo più tardi» mormoro. «Magari ci vediamo tutte e tre e ne parliamo.»
*
Ancora una volta quando rincaso non c'è alcuna traccia di mia madre. La luce della cucina è spenta, esattamente come quella del salotto e dell'atrio. Accendo quella più vicina a me prima di chiudermi la porta alle spalle e dare un giro di chiave. A meno che mio fratello non sia in camera sua, cosa di cui dubito, sono a casa da sola.
Salgo allora al piano superiore con tutta la calma di questo mondo, perché questa situazione mi fa impazzire e ho la sensazione che a ogni problema risolto se ne crei uno nuovo da affrontare. Il che mi fa pensare che devo ancora chiamare Joanne, dato che ho preferito aspettare ed essere sicura di non essere interrotta per farlo.
Poso la borsa su una sedia, il cappotto sullo schienale, poi mi accomodo sul letto. Prendo tempo perché non ho la più pallida idea di cosa dire a Joanne, nonostante io sappia che ha bisogno di me e Cecily ora più che mai — o forse no, forse è completamente convinta della scelta che ha fatto. Mi tolgo le scarpe con lentezza, il maglione, rimanendo così con solo una maglia leggera addosso.
Mi lascio cadere sul materasso e porto le mani alle tempie, all'improvviso incerta sul prossimo passo da compiere. Penso al fatto che non ho il diritto di intromettermi, nonostante io l'abbia fatto fin troppo ormai, e che è giusto che lei prenda le decisioni che ritiene migliori per se stessa. Alla fine è vero che né io né Cecily possiamo davvero capire perché l'abbia fatto, perché sia tornata da lui o perché abbia accettato di dare una seconda possibilità alla loro relazione.
Mi sento d'un tratto piccola e fastidiosa come un moscerino in piena estate che ronza attorno al viso; non vorrei che fosse questa la goccia che fa traboccare il vaso ponendo una volta per tutte fine all'amicizia che ci lega. Ci sono dei limiti da rispettare anche in questo tipo di rapporti, e io li sto oltrepassando tutti.
Recupero il telefono dalla borsa e, senza indugiare oltre, attendo che siano i bip continui del telefono a essere l'unico suono che sento.
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