20
Quando rientro a casa sono da poco passate le undici. Tutte le luci sono spente, quindi deduco che sia mia madre che mio fratello siano già andati a dormire. Strano, penso, Leonard di solito resta a guardare la TV in salotto fino a tardi.
Faccio spallucce e salgo al piano superiore senza pormi ulteriori domande a riguardo. Sono stanca di stare ai comodi degli altri e rovinarmi l'umore per il semplice fatto che le persone non corrispondono mai alle mie aspettative. Sono io a sbagliare aspettandomi troppo da loro — o, meglio, aspettandomi ciò che farei io se i ruoli fossero invertiti. Oppure ancora aspettandomi che seguano, giorno dopo giorno, la stessa routine di quello precedente. Sono così ferma nelle abitudini — le mie, quelle degli altri — che quasi non ritengo possibile che si possa cambiare.
Eppure eccomi qua, consapevole di non essere la persona che ero una settimana fa né quella che ero solo un paio di ore fa. Ero talmente convinta di essere la medesima Caelie del passato da non aver avuto la lucidità di realizzare che, di quella ragazza, ora non restano altro che vecchie foto dimenticate nell'archivio del computer e memorie sbiadite dal tempo nella mia mente.
Prendo un grande respiro prima di muovere un altro passo; questo pensiero mi ha colpita con forza e sento le domande affollarsi rapide all'interno della mia testa, incapaci di trovare un ordine preciso per farsi ascoltare. Vedo le cose in modo diverso adesso, ma è più una sensazione che un'affermazione. Sento di avere finalmente a disposizione più prospettive da cui osservare la stessa situazione.
Forse non avevo tanto torto a credere che allontanare mio padre da casa potesse farci bene o che dare una possibilità a Riccardo mi avrebbe davvero permesso di ricominciare da capo. Probabilmente era questo che mi mancava sin dall'inizio: fidarmi del fatto che niente accade senza un motivo. D'altronde Riccardo è arrivato per una ragione ben precisa, ossia farmi capire che l'amore che pensavo di provare per Sebastian era soltanto platonico, frutto delle illusioni di una ragazzina che aveva ricevuto quel tipo di attenzioni per la prima volta. Vale questo ragionamento anche per la mia famiglia, dato che per migliorare in quanto tale avevamo bisogno di ammettere a voce alta che c'erano evidenti problemi tra di noi. Il passo successivo sarà accettare la realtà, cioè che siamo ben lungi dall'essere l'immagine della famigliola perfetta che propinavamo agli altri e persino a noi stessi, ed eventualmente tirarci su le maniche e darci da fare per diventare una versione migliore di noi, sia come singoli che come nucleo familiare. Stranamente questo pensiero mi dà forza.
Salgo le scale con passo deciso, fiera di essere arrivata a questa conclusione anche se da sola.
L'uscita con Gwen è stata semplice e divertente, un'uscita tra amiche e non una sorta di appuntamento gratuito tra paziente e psicologo. Abbiamo parlato poco di me, quasi per niente, e mi è andato bene così. L'argomento sarà affrontato nel momento in cui comprenderò di aver raggiunto un certo livello di amicizia con lei, una certa confidenza che mi permetterà di rinunciare al desiderio di mantenere questi segreti per me un solo minuto di più.
Attraverso il corridoio e, invece di fermarmi all'altezza della mia camera, proseguo ancora. Do un'occhiata veloce alla stanza di Leonard, dove lo scopro addormentato e pacifico come non lo era da tempo. Sorrido tra me e me al pensiero che abbia finalmente qualche ora di serenità anche lui, lontano dai problemi che ci hanno sommersi in questi ultimi giorni. Cammino fino a raggiungere la porta in fondo, dove sono sicura che troverò mia madre a fare zapping tra un canale e l'altro perché di dormire otto ore di fila non se ne parla.
Appoggio la mano sulla maniglia, titubante come quando vi ero entrata per scoprire che mio padre se n'era andato, e muovo un passo al suo interno. Mia madre sta dormendo, ha le palpebre abbassate e il suo petto si muove a intervalli regolari. Convinta che fosse sveglia, mi lascio sfuggire un sospiro di delusione dalle labbra.
Mi siedo poi sul letto, quasi sul bordo, perché non voglio che abbandoni le braccia di Morfeo solo per vedermi e sapermi sana e salva a casa. Se è così tranquilla deve aver letto il biglietto che le ho lasciato sulla mensola prima di uscire. Il peso del mio corpo che muove il materasso, però, fa sì che il sonno leggero di cui era preda si dissolva come una nuvola di fumo.
Sbatte le palpebre un paio di volte prima di rendersi conto che non è più da sola. Il suo sorriso si allarga quando mi scorge lievemente chinata verso di lei coi capelli biondi che fanno da cornice al mio viso tranquillo.
«Ciao» mi saluta, nonostante abbia la voce impastata dal sonno.
«Ciao, mamma. Torna a dormire» le dico con fare materno, quasi i ruoli si fossero invertiti senza che io me ne rendessi conto.
«Che ora è?» mi domanda ignorando le mie attenzioni.
«È presto» le rispondo sbrigativa.
«È passato un ragazzo dopo cena» continua. «Chiedeva di te.»
Sento il cuore fare un salto nel petto e lo stomaco in subbuglio, neanche mi avesse appena detto la cosa più bella del mondo, la sola che volevo sentire. Per quanto io provi a trattenerlo un sorriso mi fa increspare le labbra, facendo in modo che mia madre si issi a sedere con uno scatto e una strana espressione si dipinga sul suo volto.
«Chi è?»
«Nessuno» replico immediatamente tradendo il finto disinteresse che cercavo di dimostrare. Lei inarca un sopracciglio divertita, poi con una mano mi spintona scherzosamente. «Si chiama Riccardo» mi arrendo infine. «L'ho conosciuto in biblioteca.»
«E...?» mi esorta.
«È il ragazzo con cui sono uscita la sera che ho beccato papà» le spiego, le parole che stentano a prender voce.
«È un bravo ragazzo» aggiungo. «Mi fa bene. Mi fa stare bene.»
«È tutto ciò che ho bisogno di sentire.» Mi accarezza la testa e sorride ancora, lieta di sapere che Riccardo mi rende felice. Gli occhi non sanno mentire, lo sguardo racconta sempre la verità.
*
Quando entro finalmente in camera mia, l'orologio digitale posato sul comodino mi ricorda che è quasi mezzanotte e che forse — forse — è il caso che io vada a dormire. Nonostante il mio sonno negli ultimi giorni non sia stato dei migliori, ho comunque bisogno di riposare e di alzarmi in forze.
Prima di abbandonarmi alla notte, però, ho un'ultima cosa da fare. Mi infilo sotto le coperte e le alzo fino a coprirmi quasi del tutto, lascio solo le braccia fuori. Attacco il telefono al caricabatteria e lo sblocco subito dopo, per niente stupita di non trovare alcun messaggio che aspettava di essere letto. Ho cancellato tutti quelli che ho ricevuto negli ultimi giorni per sentirmi meno in colpa, probabilmente, dato che ho deciso che affronterò le persone in questione a tempo debito.
Scorro con il dito indice le poche conversazioni che sono rimaste e clicco sul nome di Riccardo affiancato dall'emoji di un timido girasole. Sorrido tra me e me al pensiero di ciò che questa piccolezza significa per me.
"Domani sera?" digito rapidamente e invio. Non aspetto una sua risposta e dopo soli due minuti gli scrivo un altro messaggio. "Buonanotte."
L'idea di rivederlo mi fa battere il cuore all'impazzata nel petto, ed è strano che sia stato proprio il non vedersi a far crescere i sentimenti che fin dall'inizio ho cercato di negare e celare. Ma va bene così, perché non ho più paura di parlare o di ammettere a voce alta che ho bisogno di amore anche io. Non ho più paura di diventare vulnerabile o, meglio, di permettere che altre persone vedano quel lato di me che per troppo tempo ho nascosto ritenendolo una debolezza.
Sono pronta a lanciarmi in questa nuova avventura, anche senza avere certezze e con il dubbio che possa andare male. Sono pronta a darmi una possibilità per essere felice, per costruire il mio presente partendo da questo istante e non dal passato. Sono pronta, mi ripeto ancora per convincermi che sia davvero così.
Le mie labbra si increspano all'insù, in maniera automatica, mentre il volto di Riccardo prende velocemente forma nella mia mente come un sogno ad occhi aperti. Ci sono il suo sorriso bianco che mi ricorda l'esistenza della serenità oltre i problemi che stiamo affrontando, i suoi occhi come il cielo di una mattinata invernale, così chiaro da non poterlo nemmeno definire azzurro. Ci sono i suoi capelli mossi tra i quali immagino di passare le dita attraverso, il disegno della mandibola e il profilo del collo, la clavicola dove voglio riposare la testa e sentirmi dire che andrà tutto bene. Poco più in basso ascolto il suo cuore accelerare i battiti nel momento in cui sono tanto vicina da avvertire il suo respiro caldo infrangersi sulla mia pelle.
Il cellulare vibra tra le mie mani strappandomi ai miei pensieri e desideri, a quei sogni lucidi che non mi vergogno più di fare perché, nonostante tutto, credo non siano troppo lontani da adesso.
"Non vedo l'ora. Mi manchi."
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