17
Riccardo, dopo quel bacio, non ci pensa due volte a intrecciare le sue dita alle mie. Lo trovo un gesto dolce e intimo, ancor più del contatto con le sue labbra.
Il ricordo dell'unica volta in cui è successo qualcosa di simile con Sebastian riaffiora nella mia mente, una foglia scura e consumata dalle intemperie che galleggia sul pelo dell'acqua.
Per tanto tempo, dopo la fine della sua relazione con Lily, ho cercato di limitare qualsiasi tipo di dimostrazione fisica di affetto nei suoi confronti. Combattevo contro il dolore che scorgevo nei suoi occhi, divisa a metà tra la libertà di poterlo finalmente amare alla luce del sole e la sofferenza che provavo per lui, con lui. Mi ero illusa di potergli essere più che amica.
Un pomeriggio decidemmo di andare al cinema pur di fare qualcosa di diverso. In quel periodo evitava i luoghi affollati per paura di incontrarla, ma presi quell'invito come un passo avanti e la speranza che fosse finalmente pronto a ricominciare senza di lei.
Mi portò a vedere una commedia romantica, sorprendendomi, perché quello era uno dei pochi generi che detestava con tutto se stesso. Anche quando le nostre uscite al cinema erano a tre, si rifiutava categoricamente di essere trascinato ad assistere a un film simile. Io e Lily ci ridevamo spesso su dato che iniziava a gesticolare incontrollato quando una delle due insisteva un po' troppo facendogli gli occhi dolci o tentando di conquistarlo con un sorriso.
Accettai senza fare domande, tuttavia. Volevo prendere tutto ciò che da quella situazione avremmo potuto ricavarne, a prescindere da quanto effettivamente avrebbe potuto fargli bene. Volevo rispettare le sue scelte, anche se si trattava di una cosa di poco conto quanto quella di guardare un film diverso dai soliti.
La sala non era affollata, quindi ci posizionammo in alto, verso il fondo, malgrado odiassi la visuale da quel punto. Lo feci per lui, desideravo con tutto il cuore che fosse felice e libero da ogni pensiero. Due ore di serenità erano tutto ciò che potevo offrirgli.
Il problema sorse quando, man mano che i minuti passavano e le scene si rincorrevano sullo schermo, immaginai che io e lui potessimo vivere una storia d'amore bella, dolce e maledettamente cliché quanto quella della coppia che stavo osservando. Lui però non la pensava allo stesso modo e lo sapevo, eppure era un desiderio così profondo da aver spazzato via tutto il resto.
Volevo che fossimo noi, quei due. Lo desideravo talmente ardentemente da non distinguere più la finzione della pellicola dalla nostra realtà.
Ma era così bello, con lo sguardo perso e la mente che viaggiava chissà dove, forse tornando ai momenti felici trascorsi con Lilian. Fu soltanto quando scorsi una lacrima solitaria rigargli il viso, la nostalgia palese, che mi riscossi da quelle fantasie. Non potevo certo fargli un torto, non nel momento in cui aveva più bisogno di me come amica e nient'altro.
Una volta usciti dalla sala, ci facemmo largo tra la calca di gente che usciva e che entrava, fino a ritrovarci in piedi sul marciapiede. Le macchine transitavano lentamente sulla strada, rallentando a causa del semaforo appena diventato rosso. Il sole stava invece tramontando in lontananza dipingendo il cielo dei colori più belli che avessi mai visto. Presa dalla bellezza a cui stavo assistendo, non mi resi immediatamente conto che Sebastian aveva cominciato a camminare. La sensazione di panico che provai accorgendomi della sua assenza fu per un istante paralizzante; poi lo scorsi, qualche metro più avanti, con una mano nella tasca e l'altra lasciata libera di ciondolare lungo il fianco.
Accennai una breve corsa così da raggiungerlo ma, per quanto fossi lì, sapevo che non riusciva a vedermi. Non ancora. Nonostante mi volesse bene, e ne avessi la certezza, non ero io la persona con cui voleva passare il tempo.
Incrociai le mie dita alle sue senza rifletterci sopra due volte. Lo feci semplicemente perché era quello che mi sentivo di fare.
A dispetto del disinteresse che credevo Sebastian avesse riguardo la mia presenza, era invece parecchio consapevole della mia figura che stava camminando al suo fianco. Ciò che mi sorprese però fu che, per quanto quel contatto significasse solamente "io ci sono", ci mise due secondi contati a strattonare la mano per allentare la presa che avevo su di lui. Lo fece quasi con disprezzo, con repulsione.
Non mi ero sentita tanto umiliata neanche da Lily e dalle sue parole.
Non mi chiese perché l'avessi fatto né io gli domandai il motivo di tanta distanza all'improvviso. Il Sebastian che avevo vicino, quella sera, mi parve più lontano che mai: uno sconosciuto con cui mi ero spinta un po' troppo oltre, un estraneo con cui avevo condiviso a malapena uno sguardo di sfuggita lungo la strada.
I polpastrelli di Riccardo che disegnano piccoli cerchi sul dorso della mia mano mi riportano con dolcezza alla realtà. Lo guardo e gli sorrido, nonostante la reminiscenza dei miei pensieri sia stata bruscamente segregata in un angolo remoto della mia mente.
Gli sorrido perché mi fanno bene le sue attenzioni, perché per la prima volta non ho dubbi sul fatto di essere voluta. I suoi occhi lucidi e felici, la leggerezza ancor più evidente dei suoi gesti, sono l'unica conferma che stavo attendendo per placare il battito forsennato del mio cuore finalmente vivo.
«È incredibile vedere quanto sia cambiato il tuo umore nell'arco di pochi minuti» mi dice a voce bassa, l'ennesimo sorriso che lotta per illuminargli il volto.
In risposta appoggio nuovamente la testa sulla sua spalla, per poi nasconderla e celare l'ombra di felicità che la vuole animare a tutti i costi, contro la mia stessa volontà.
Ancora con le mani intrecciate, Riccardo mi guida attraverso quello che presumo essere un parcheggio. Abbiamo percorso un tratto di strada non indifferente, da quando ha posteggiato l'auto a ora, e finalmente riesco a scorgere a qualche metro di distanza un'insegna accesa.
Il Red Roses ci mette poco a conquistarmi: ovunque io guardi ci sono vasi stracolmi di rose rosse, e l'arredamento che ricorda una baita in montagna mi fa sorridere come una bambina che sa di aver appena trovato il suo nuovo posto preferito nel mondo. Aumento leggermente la presa sulla mano di Riccardo, e non gli serve che un'occhiata per capire di aver colto nel segno anche stavolta.
Un cameriere in divisa, poco più grande di noi e dall'aspetto oggettivamente piacevole, i lineamenti marcati e i capelli corti biondo cenere, si avvicina a noi con un ampio sorriso di cortesia stampato sul viso.
«Avete una prenotazione?» domanda guardando prima Riccardo, dopo me.
«Sì, a nome di Riccardo Ferrari.»
Il ragazzo controlla che il suo nominativo sia effettivamente scritto sulla lista che regge tra le dita, e solo successivamente alza gli occhi indicandoci, con un gesto della mano, di seguirlo attraverso la sala.
Il tavolo che ci è stato riservato si trova in fondo alla sala, addossato alla parete. Quasi un metro prima di raggiungerlo, il cameriere si congeda invitandoci così a proseguire da soli. Non mi sembra voluto finché Riccardo, con una falcata più ampia delle precedenti, non mi sorpassa.
Lo lascio fare, a dire il vero un po' indispettita, ma quando solleva un mazzo di rose rosse il fastidio scompare e resta la meraviglia di essere stata sorpresa ancora da lui.
Me lo porge imbarazzato, abbassa leggermente il capo nel farlo e persino le sue gote diventano rosee. Lo accetto e mi sporgo verso di lui ponendo il mazzo di rose che reggo nella mano sinistra da un lato in modo da poterlo abbracciare stretto. Gli do un buffetto sulla guancia prima di allontanarmi.
«Grazie» mormoro, e finalmente prendiamo entrambi posto.
Il cameriere torna da noi dopo averci concesso qualche minuto solo per noi; deve essere qualcosa a cui sono ormai abituati, qui.
Riccardo intuisce la mia domanda muta. «Avevo sentito parlare di questo locale da un amico» mi dice. «Aveva portato qua la sua ragazza, era il loro primo appuntamento. Il Red Roses fa trovare a qualunque coppia un mazzo di rose al tavolo che è stato loro riservato, contribuendo così alla sorpresa.»
«È davvero una bella cosa» mi lascio sfuggire con un sorriso da adolescente che mi fa tirare il viso per quanto è grande e spontaneo. Non ricordavo che si potesse stare così bene, figurarsi poi con qualcun altro.
«Stai insinuando che questo è un appuntamento?» lo punzecchio cercando di riprendere un po' di contegno.
«Potrebbe...» Fa spallucce, e questo mi fa capire che sì, per lui lo è eccome anche se non lo ha detto ad alta voce.
«Allora lo è.»
*
È quasi mezzanotte quando decidiamo, pur controvoglia, che è giunta l'ora di andare a casa. Sto per mettere la borsa sulla spalla quando, di sfuggita, vedo una persona che conosco fin troppo bene entrare nel locale. Non è da sola.
D'istinto afferro il polso di Riccardo, costringendolo così ad accomodarsi nuovamente. Mi sposto, quasi toccando la parete, e mi accuccio sulla sedia per tentare di nascondermi dietro la figura di Riccardo.
Lo sento il suo sguardo su di me, e so che è dovuto al comportamento inusuale da me avuto in questi ultimi due minuti. Mi azzardo a sollevare la testa e i nostri occhi si incontrano. Rimango ferma, ho già visto abbastanza.
«È appena entrato mio padre» gli confesso con voce tremante. La rabbia mi fa ribollire il sangue nelle vene, e sono consapevole che se Riccardo non fosse stato qui mi sarei già fiondata su di loro. «C'è una donna con lui, ma non è mia madre.»
Il ragazzo resta in silenzio, mi ascolta dandomi la possibilità di potermi sfogare. La accetto senza troppi ripensamenti, perché è la prima volta che lo sorprendo con un'altra donna e, nonostante lo sospettassi, avverto comunque la terra sgretolarsi sotto i miei piedi.
«Il matrimonio dei miei genitori è in declino già da un bel po'» gli spiego tralasciando i dettagli che ancora non sono riuscita a processare. «Torna a casa tardi, esce di casa subito dopo aver cenato... Le urla e le litigate sono ormai routine.»
«La situazione è peggiorata nelle ultime settimane» continuo, «e io non ce la faccio più. Credo che anche mia madre abbia raggiunto il limite.»
«Non mi sembra stare bene» mi dice piano, con tutta la delicatezza di cui è capace.
Annuisco. «È ubriaco, come lo è stato ogni sera di queste settimane.»
Riccardo tende una mano verso di me e mi accarezza il braccio, mentre una ciocca di capelli scuri gli ricade sulla fronte coprendogli parzialmente gli occhi. Rimaniamo così, in quella bolla di serenità e conforto, finché non riprende la parola.
«So cosa significa dover vivere così.»
Aggrotto le sopracciglia, una domanda muta che m'increspa le labbra.
«Anche mio padre beveva» ammette, e posso capire quanto dolore ci sia dietro le sue parole. È lo stesso che ho provato e che provo io tuttora. «Mia madre ha cercato di non vedere quello che stava succedendo, ha fatto finta che stesse andando tutto bene per anni, ma io ero piccolo e questo stava diventando un problema. Ha trovato la forza di divorziare da lui per me.»
«Mi dispiace» sussurro, lo stomaco che si stringe e si accartoccia. Per qualche motivo quel bambino spaurito lo figuro davanti agli occhi nitidamente, chiuso nella sua cameretta per evitare di vedere in che condizioni versa il padre o di ascoltare le grida. «Ha fatto la cosa giusta.»
Mi immobilizzo sulla sedia quando, con la coda dell'occhio, scorgo mio papà e la donna avvicinarsi a noi. Tiro un sospiro di sollievo quando prendono posto a un tavolino poco distante, ma non posso permettere che la passi liscia anche stavolta. Non è più solo una questione tra lui e mia madre, io e Leonard ci siamo di mezzo e questo non può dimenticarlo.
Mi metto in piedi con uno scatto e sistemo la borsa sulla spalla, dopo prendo il mazzo di rose che avevo appoggiato sulla sedia al mio fianco. Riccardo mi segue, forse per darmi man forte, sebbene resti indietro di qualche passo rispetto a me.
«Ciao, papà» esordisco piazzandomi di fronte a lui.
Il suo sguardo è perso nel vuoto, impiega qualche secondo a riacquisire la lucidità per affrontarmi.
«Caelie» sibila.
La donna si alza e il rumore dei suoi tacchi a contatto con il pavimento riecheggia nella stanza quando esce all'aperto.
Siamo solo io e lui, adesso, ma non intendo dare spettacolo davanti a tutti. Il fatto che ci stiano fissando tutti è già più che sufficiente.
«Vieni» lo esorto con voce dura. Mi dirigo anche io verso l'esterno, e non controllo neanche che sia dietro di me.
L'aria fresca mi sferza il viso non appena apro la porta. Mi stringo nelle spalle, malgrado sia per me impossibile smettere di tremare. È l'adrenalina a tenermi in piedi, è l'unica cosa che mi trattiene dal piangere a dirotto.
«Caelie, io...» balbetta quando mi raggiunge.
«Tu niente» dico a denti stretti. «Come hai potuto farlo? Chi è lei?» continuo indicando la donna in piedi poco distante da noi. Mio padre non sa come rispondere, non sa che scuse inventarsi per uscire indenne da questa situazione.
«Ti voglio fuori di casa.»
«Caelie, no...» supplica.
«Appena torno a casa lo racconto alla mamma» proseguo imperterrita, gli occhi fermi nei suoi. «Abbiamo sopportato abbastanza, tutti noi.»
Lacrime salate cominciano a rigargli le guance, ma non sono in grado di provare un briciolo di compassione per lui. Non ho mai avuto un gran rapporto con lui, però provavo rispetto per la sua persona. Per me era un modello a cui aspirare, non un mucchio di ricordi da seppellire.
Cerco Riccardo con lo sguardo e lo imploro di andarcene. Mi affianca in poche falcate, ancora in silenzio, poi intreccia le sue dita alle mie e aumenta la presa. Ci sono.
Mi muovo meccanicamente, compio un passo dietro l'altro senza la precisa volontà di farlo. Mentre camminiamo, sento altri screzi in lontananza.
«Sei sposato! Hai dei figli!»
Stento a credere che lei non ne sapesse niente o che fosse d'accordo con il suo "stile di vita", eppure non posso fidarmi di un'ipotesi dettata dalla speranza. Non posso, non più. Stringo la mano di Riccardo più forte.
Sono in grado di calmarmi soltanto quando siamo ormai lontani chilometri dal Red Roses.
«Grazie» mormoro. Grazie di non avermi lasciata sola.
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