15
Arrivo a casa poco dopo le sei di sera. Il cielo è ancora chiaro, malgrado i nuvoloni grigi e scuri che l'hanno ricoperto durante la giornata non lo abbiano ancora abbandonato. Tuttavia non piove, quindi l'ombrello ciondola ancorato al polso seguendo i miei passi. È quasi asciutto del tutto, addirittura.
Ricordo i momenti trascorsi oggi con un sorriso sulle labbra. Non so cosa ne abbia fatto Joanne delle parole e dei consigli ricevuti sia da parte mia che di Cecily, ma per la prima volta sento di avere fiducia in lei. Mi crogiolo nel pensiero che abbia finalmente capito di aver affidato il proprio cuore nelle mani di un ragazzo a cui non importa nulla di niente e di nessuno.
Dopo averla salutata io e Cecily abbiamo deciso di restare in città ancora qualche ora. La pioggia aveva ormai smesso di cadere e l'aria non era più fredda, nonostante l'umidità la rendesse fastidiosa come tanti spilli infilzati nella pelle. Siamo entrate in alcuni negozi, abbiamo riso provando gli abiti più disparati nei camerini, abbiamo guardato con gli occhi lucidi i trucchi che non potevamo permetterci e sorriso complici.
Mi sono sentita leggera in sua compagnia, spensierata come non lo ero da un bel po'. Mi sono sentita libera di scherzare, di rendermi persino ridicola ai suoi occhi perché tanto lei stava facendo lo stesso, e senza nessuna preoccupazione. Ha fatto una linguaccia a chi la guardava di traverso, un occhiolino ai ragazzi che assistevano alla scena divertiti. E l'ho fatto anche io, con il cuore meno pesante e l'angoscia di dover per forza apparire in un certo modo svanita.
Non ero più la Caelie triste e sola, ma una persona che non incontravo da tempo, la vecchia me dimenticata nel passato.
Appoggio l'ombrello davanti all'ingresso, poi cerco le chiavi nella borsa. Le infilo nella toppa, do due giri ed entro; vengo subito cullata dal tepore di queste quattro mura non familiari quanto invece vorrei. Mi dirigo svelta in camera, dove poso la borsa, perché adesso non sarei in grado di subire l'ennesimo interrogatorio. Lo so quello che sembro — felice — e non ho la forza di spiegare il motivo. Ho imparato che le cose belle restano tali solo quando sono tue.
«Caelie, sei tu?» urla mia madre. Riesco ad ascoltare nitidamente la sua voce anche da quassù, al secondo piano, e questa volta come le altre mi chiedo come faccia a non restare mai senza voce.
«Sì!» grido in risposta, ma lei non mi sente. Scendo quindi rapida le scale pur di non sgolarmi, dato che a differenza del suo il mio tono di voce è piuttosto flebile.
«Ciao, mamma» la saluto non appena varco la soglia della cucina. Sta stirando, c'è un mucchio di vestiti alto quasi quanto me sulla sedia. Spettino la frangia e porto i capelli indietro per evitare di doverli legare con l'elastico.
«Caelie» dice, la sua espressione muta all'improvviso quando i suoi occhi incrociano i miei.
«Non chiedere» la imploro. «Non ancora.»
Lei annuisce. Tuttavia, mentre lo fa, il sorriso che aleggia sulle sue labbra la tradisce. Appoggia il ferro da stiro e cammina verso il ripiano dove di solito tiene una penna, la lista della spesa e il suo cellulare. Afferra tra le dita un foglio di carta dalla forma quadrata, in quanto a dimensioni simile a un post-it, e me lo porge soppesandolo tra le mani prima di lasciarlo cadere definitivamente tra le mie.
«Non sono riuscita ad andare a fare la spesa oggi» mi comunica abbassando lo sguardo. «Potresti andarci tu? Il supermercato dovrebbe essere ancora aperto.»
Mi si stringe lo stomaco all'udire di quelle parole, avverto la bile percorrere la gola. Vorrei dirle di no, che non voglio e non posso, ma il suo viso è una supplica in carne e ossa. «Ok.»
Raggiungo il garage meno in fretta di quanto io faccia normalmente di mattina, perché la mia mente è partita per la tangente e sento i ricordi riaffiorare con gli artigli tesi verso di me, i canini a vista pronti a dilaniarmi la pelle. È passato tanto tempo da quella notte, eppure le immagini che ritraggono quegli istanti sono più vive di quanto non lo sia io adesso. Mi tremano le mani e le gambe, tanto che valuto seriamente l'idea di fare dietrofront e dire a mia madre che non c'è verso che io prenda la macchina per andare al supermercato. Me la farei a piedi piuttosto, ma lei fa sempre sacrifici per noi e io mai, quindi stringo forte le mani a pugno lungo i fianchi e m'impongo di allontanare i brutti pensieri almeno per un po'.
Premo il pulsante di apertura e il garage chiaro si solleva davanti ai miei occhi, reso scuro dal buio del crepuscolo che si avvicina. Prendo le chiavi e le lascio ballare tra le dita qualche attimo, lo sguardo fermo immobile sull'utilitaria di mia madre. Lo stomaco è in subbuglio, gorgoglia e si stringe, e il cuore batte all'impazzata.
La portiera del guidatore è a soli pochi passi da me, però mi sembrano metri, chilometri, un corridoio di rovi e spine da attraversare che mi separa dall'abitacolo. Trovo la forza di salirci e di allacciarmi la cintura, ma ancora una volta la mente viaggia e vedo un volto maschile, sento una voce, poi diventa tutto nero e spalanco gli occhi in preda all'ansia e alla sensazione di non riuscire a respirare regolarmente.
«Va tutto bene?» domanda mia madre reggendosi con un braccio alla portiera ancora aperta. Non so quando sia arrivata né se abbia assistito a ciò che è successo poco fa.
«Sì» dico, la voce però s'incrina cozzando con il sorriso a malapena accennato che le rivolgo. «Ci sto andando.»
Lei si allontana riluttante di circa trenta centimetri e chiude la portiera. Mi costringo a mettere in moto; tuttavia, quando sento la porta chiudersi, per poco il clacson non suona quando poso d'impeto la testa sul volante e sbatto i pugni.
Ce la devo fare. Ce la posso fare.
*
Il tragitto da casa al supermercato lo vivo come un incubo a occhi aperti. Sono costretta a fermarmi più volte quando ne ho l'occasione, perché per quanto io stia provando a combatterlo il passato prende il sopravvento senza fatica.
Rammento la melodia passata da quella stazione radio, una vecchia canzone dei Pink Floyd, e Lily che si sporge in avanti per cambiare, Sebastian che scansa il suo braccio per poter invece alzare il volume. Il braccio di Lily che mi colpisce il viso più forte di quanto fosse nelle intenzioni di chiunque, io che perdo il controllo della macchina prima di rendermi conto di quello che sta accadendo. L'auto che finisce fuori strada, contro il guardrail, un altro veicolo che ci urta incapace di evitarci. La testa che pulsa, i muscoli indolenziti e doloranti, un silenzio surreale. Sebastian sta bene, ma ha gli occhi sbarrati, grandi e spaventati, e qualche livido sulle sue braccia sta già cominciando a diventare viola.
Mi fa un veloce cenno d'assenso con il capo, ed entrambi ci giriamo in contemporanea verso i sedili posteriori. Lily è mezza distesa su di essi, la camicetta bianca è tinta di un rosso scarlatto così acceso che mi viene voglia di urlare perché è buio, ma quel colore no: splende, è vivo, e sarà un costante promemoria nella mia mente di quanto successo. Anche il finestrino è striato di rosso e, malgrado non si sia rotto, c'è una piccola crepa nell'esatto punto in cui il vetro e Lily si sono scontrati.
Poi ricordo solo le sirene, qualcuno che mi spinge lontano dal corpo incosciente della mia amica, il rumore incessante e penetrante dell'ambulanza che si allontana sfrecciando diretta all'ospedale più vicino.
*
Parcheggio l'auto davanti all'ingresso del supermercato. Ci sono poche macchine, dopotutto credo che manchi circa mezzora all'orario di chiusura, ma non ho la forza di controllare se sia davvero così o meno. Prendo un carrello ed entro, non prima però di aver preso una bella boccata d'aria, di aver respirato a pieni polmoni e calmato il respiro.
Realizzo con aria distante di avercela fatta, di essere riuscita a guidare per la prima volta dopo due anni dalla notte dell'incidente.
Ma le parole di Lily, quelle seguite alla sua convalescenza, sono marchiate a fuoco nella mia mente. Le sento, forti e affilate, rabbiose, mirate a colpire ogni mio singolo punto debole. Ascolto di nuovo le sue cattiverie, la colpa che voleva a tutti i costi attribuire solo a me; ma non si fermano a questo, perché la cosa che più l'ha fatta rivoltare nei miei confronti è stata il supporto offertomi da Seb. Il fatto che non cercasse un colpevole, che si fosse avvicinato a me pur di salvarmi dal vortice di sentimenti e paure che mi aveva intrappolata, pur di impedirmi di isolarmi dal resto del mondo soltanto per poter dimenticare quegli istanti.
Non ha lasciato il mio fianco, mai. Neanche quando ho tentato di farmi odiare da lui, quando gli ho gridato in faccia che era stata colpa mia se eravamo quasi morti, quando sono stata io ad allontanarmi per evitare di doverci parlare un solo secondo di più.
Era il mio costante promemoria della tragedia, ma pian piano ha smesso di essere l'incubo a occhi aperti che mi ero convinta che fosse. È diventato un sostegno, la spalla su cui piangere, colui che mi permetteva di tacere e rispettava i miei silenzi, la sola e unica roccia alla quale potessi aggrapparmi sull'orlo del precipizio.
Ed io mi sono innamorata di lui, malgrado non abbia mai avuto il coraggio di ammetterlo ad alta voce. So solo che Sebastian lo sa esattamente come lo so io.
Prendo i vari prodotti indicati sulla lista senza badare alla marca scelta. Proseguo a tentoni, le braccia appoggiate al carrello e la schiena curva. Sollevo lo sguardo e per un pelo non finisco addosso a qualcuno. Quei vestiti tuttavia li riconosco, quei capelli, l'eleganza naturale che la contraddistingue.
È Lily, probabilmente in compagnia del ragazzo con cui ha giocato un brutto tiro a Sebastian qualche tempo fa. Mi squadra dall'alto al basso perché sono troppo vicina per sparire o per fingere che non sia successo niente, che io non sia qui.
Il ragazzo ride di gusto e passa un braccio attorno alle sue spalle, ma lo sguardo di Lily è duro, così pieno d'odio che avverto il mio corpo perdere consistenza. Mi tremano persino le labbra perché vorrei poter dire qualcosa, così come volevo farlo due anni fa, ma non esiste alcuna parola che possa permettermi di trovare la quiete che tanto bramo, il perdono che ho pregato troppo a lungo di ottenere. Il mio, quello di cui ho più bisogno.
Giro il carrello e me ne vado, seguita a distanza dalle risate fragorose della coppia. Mi sforzo di non darci peso. Ho sopportato abbastanza per stasera, e la cosa di cui devo andare fiera è quella che mi ha portata qui, in questo supermercato.
Ce l'ho fatta, ripeto come un mantra, un sorriso che lotta per mostrarsi. Le lacrime però sono più veloci, scivolano rapide dipingendo il contorno del mio viso mentre mi accascio a terra fino a toccare il pavimento. Mi prendo la testa tra le mani e reprimo l'istinto di urlare per sfogarmi; sono stanca di piangere, di non essere mai abbastanza forte da resistere al passato. Continuo a permettergli di sopraffarmi, di annientarmi, come se il mio andare avanti nonostante tutto non contasse niente.
Il telefono, riposto nella borsa, emette un breve trillo segnalando l'arrivo di un messaggio. La mia vista è ancora offuscata dalle lacrime, i miei occhi vedono a malapena lo spazio circostante e lo schermo del cellulare, quindi abbasso le palpebre e me li stropiccio un po'. Il dorso delle mani si bagna leggermente, ma non do importanza neanche a questo.
Ci sono le parole di Riccardo ad aspettarmi sul display illuminato. "Scusami per il poco preavviso. Stasera vorrei portarti in un posto, me lo concedi?"
Rido così forte dopo averlo letto che gran parte degli ultimi clienti presenti all'interno del supermercato si volta di scatto nella mia direzione. È evidente che le circostanze vogliano portarmi lontana anni luce dai ricordi che mi hanno fatto male per tanto, troppo tempo. Non posso che accettare senza se né ma per non darla vinta al passato anche stavolta.
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