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Il cielo è uggioso, è colmo di nuvoloni grossi e scuri, quando scendo alla fermata della corriera a poche centinaia di metri da casa. Sebastian è dietro di me, e lo so solo perché abbiamo trascorso l'intera giornata assieme. È stato piuttosto taciturno, nonostante i miei tentativi di farlo ridere e divertire; persino portarlo nel nostro bar preferito è servito a poco e niente. Speravo che si rivelasse una sorpresa gradita, ma credo che la ferita procurata da Lily sia in realtà più profonda di quanto dia a vedere. Ci sono dolori che solo il tempo può attenuare.

Lily, purtroppo, non è uno di questi. Ha portato così tanto male nella vita di Seb che spesso mi sono ritrovata a chiedermi: come ha potuto amarla? Cos'ha visto in lei che nessun'altra persona aveva?

Tuttavia, per quanto detesti ammetterlo, conosco la risposta a ognuna di queste domande.

Lilian Arrow era diversa alle superiori. Lilian Arrow era la mia migliore amica, colei che consideravo la mia anima gemella, perché eravamo sul serio due metà dello stesso intero. Non avevo mai incontrato qualcuno che mi capisse a tal punto, qualcuno che apprezzasse i miei difetti per il semplice fatto che erano anche i suoi, qualcuno che fosse l'immagine speculare di me, la copia identica.

Io e Lilian Arrow eravamo inseparabili. Siamo cresciute assieme e abbiamo condiviso ogni singola prima esperienza. È da lei che sono corsa quando ho dato il mio primo bacio a Mason, il ragazzino per cui avevo una cotta da mesi, e lei ha fatto lo stesso quando è stato il turno di Victor.

Ci piacevano gli stessi film, le stesse canzoni, e la nostra idea di divertimento era la medesima: ecco perché non sopportavo di uscire la sera senza di lei o se rifiutavo di andare a una festa alla quale lei non avrebbe partecipato. La sua presenza era la sola e unica certezza della mia vita, tanto che per lei avrei messo la mano sul fuoco senza pensarci due volte. Il problema è che, alla fine, la persona che è rimasta scottata sono stata io.

Sebastian è arrivato più tardi. Era l'ultimo arrivato alla Clementine High School, il ragazzo da cui tutti preferivano stare alla larga. In una piccola cittadina le voci girano in fretta, la gente sparla e spettegola, e sul suo conto non si diceva granché di bello. Più che altro era dei genitori che non si parlava bene — avevano affrontato un brutto divorzio, piuttosto burrascoso, e si erano contesi la custodia dei figli fino all'ultimo. Adrian, il padre, aveva tradito la moglie con l'insegnante di tedesco del figlio minore Jonah.

In un paese piccolo come il nostro si fa fatica ad ammettere che cose come queste accadono. Ci si crede perfetti e immuni ai cuori spezzati, ai tradimenti, quando invece ce ne sarebbero di cose da raccontare. È il coraggio che manca, pensare "non spetta a me dirlo" quando, al contrario, negli affari altrui ci si è sguazzato fin troppo.

Io e Lily, a quei tempi, l'abbiamo preso sotto la nostra ala. Sembrava un cucciolo sperduto, solo e spaventato, ed essendo al corrente dei trascorsi della sua famiglia provavamo una sorta di obbligo morale nei suoi confronti. Ci eravamo ripromesse di farlo sentire al sicuro, amato e voluto entro la fine dell'anno, e poi per i giorni a venire. Era un pensiero forse stupido, ma ci eravamo convinte di poter fare pian piano la differenza nella sua vita. Volevamo riuscire a diventare sue amiche e a farlo sentire voluto.

«Non sono stato affatto di compagnia oggi, eh?» Sebastian interrompe il flusso dei miei pensieri.

Mi riscuoto appena in tempo per vedere il cartello stradale contro il quale stavo per andare a sbattere. Seb ride accanto a me, è la prima volta che lo fa da giorni. Sorrido automaticamente e lo guardo, occhi e labbra uniti nella medesima espressione sollevata.

«Non preoccuparti» gli rispondo allora scuotendo la testa. «Non è colpa tua.»

«È che...» ricomincia, ma si blocca subito, quasi non avesse ascoltato le mie parole. So che l'ha fatto, eppure è distante; in momenti come questi torna a essere il ragazzino che ho incontrato la prima volta in seconda superiore. «Non ci sono con la testa, non so in che altro modo lo potrei spiegare.»

Mi fermo di nuovo dopo questa sua frase. Lo osservo per qualche secondo — le spalle incurvate, lo sguardo basso, le mani nelle tasche — e mi sembra che il tempo su di lui non abbia avuto nessun effetto, tranne forse quello di alimentare i ricordi, di imprimerli, di renderli sempre un po' più pesanti da sopportare. «Andrà tutto bene» affermo e ci credo, stavolta ci credo davvero perché non posso permettermi di avere alternative meno rosee di questa. «Sarai felice Sebastian, lo sarai tanto.»

«Lo saremo entrambi» mi dice sorprendendomi, perché è stato lui e basta l'argomento di conversazione della giornata.

Sorrido piano mentre riprendo a camminare; proseguo fino a trovare una panchina libera a ridosso del marciapiede. Seb per fortuna mi ha seguita, quindi si accomoda al mio fianco e distende le gambe. Sono così lunghe che la punta delle sue scarpe è proprio nel punto in cui l'erba, presente nel parco, smette di esserci.

Si passa distrattamente una mano tra i capelli spettinando un po' il ciuffo, poi il vento si alza e le foglie cominciano a roteare in aria in piccole spirali.

«Ci conviene rientrare.» Il suo tono di voce suona triste e malinconico come se non fosse pronto a salutarmi, come se sapesse già che questo è un arrivederci più lungo degli altri. Mi stringe la mano d'istinto.

«Hai ragione» concordo; allontanano la mia e rassetto sbrigativa i jeans. Adesso sono in piedi, e gli occhi di Sebastian sono spenti e sfuggenti. Faccio del mio meglio per non scoppiare a piangere qui davanti a lui, anche se tutti e due sappiamo bene quanto sia difficile salutarsi e non sapere quando ci rivedremo. Il che è assurdo, considerando che abitiamo a sole poche ore di distanza. D'altronde non è quest'ultima a essere il problema, ma le piccole cose che tengono me ancorata a questo posto e lui il più lontano possibile.

«Va' a casa» parlo e la voce mi s'incrina sull'ultima sillaba. «Posso fare cinquanta metri da sola.»

Anche Sebastian raccatta ogni forza posseduta pur di non permettere alle lacrime di rigargli le guance. Sono gli occhi lucidi, però, a tradire la sua facciata. È una partita ad armi pari, perché abbiamo bisogno l'uno dell'altra in egual maniera, malgrado ci sia sempre qualcosa a frapporsi tra di noi. Un tempo Lily, ora noi stessi. È questo che conta e deve contare più di tutto il resto: la nostra amicizia. Non possiamo concederci il lusso di avere altro.

*

Le prime gocce cadono quando sono ormai a pochi passi dalla porta d'ingresso. Mi volto e il vialetto è fradicio, gli alberi che ondeggiano in balia del vento lo sono. L'erba si arrende sotto il peso della pioggia.

Estraggo le chiavi dalla borsa e le infilo nella toppa con non poche difficoltà; non sono capace di accantonare il pensiero di Sebastian, non ora che già ne avverto la mancanza come se fossero trascorsi mesi dall'ultima volta in cui ci siamo visti. È da me che torna però, lo fa sempre, così lascio che sia questo pensiero in particolare a confortarmi e a riempire il silenzio.

Quando spalanco la porta, tuttavia, sono altri i rumori che invadono le mie orecchie. Sono le voci di mia madre e di mio padre mentre discutono.

«Se dico di no, è no!» grida Helena, poi Dean le parla sopra e non riesco a capire cos'altro si stiano dicendo. L'unica cosa certa è che il litigio è partito da Leonard di nuovo.

Salgo al piano di sopra diretta verso la mia camera, appoggio la borsa sulla sedia accanto alla scrivania e la giacca sullo schienale. Le voci dei miei genitori arrivano fino a qua e vorrei solo tapparmi le orecchie con entrambe le mani, smettere di ascoltare sia loro che il battito impazzito del mio cuore nel petto.

È da mesi che va avanti questa situazione, ed è mesi che non capisco se ci sia qualcosa di più sotto o no. Ci sono troppi segnali che ho scelto di ignorare, parole a cui ho dato meno peso di quanto meritassero. Mia madre piange quando crede che io sia a lavorare fino a tardi e invece rincaso prima del solito. I suoi singhiozzi inquinano l'aria e le pareti sono le uniche testimoni del dolore che affronta senza rendere partecipe nessun altro.

Scendo lentamente le scale tentando di non fare alcun rumore, neanche il minimo, in modo tale che non si accorgano di aver avuto degli spettatori durante la lite. Finché possono nascondono i loro dissapori, ma è evidente che non ne siano più in grado. C'è un momento nella vita, un momento preciso, in cui comprendi di non poter più andare avanti così: o fai qualcosa per cambiare le cose o è finita. Non sono sicura di voler conoscere a quale delle due opzioni abbiano fatto ricorso, però, perché questo avrebbe ovviamente conseguenze non trascurabili anche per me e per mio fratello.

Attraverso l'atrio in un paio di falcate, poi raggiungo la cucina. Mio padre è seduto a capotavola, mentre mia madre ha le mani appoggiate alla penisola così come la parte bassa della schiena. Si guardano e non parlano; soltanto quando entro nella stanza spostano lo sguardo verso di me.

«Quando sei tornata?» mi domanda mio padre. Guardo l'orologio appeso alla parete alle sue spalle: sono passati più di venti minuti da quando sono arrivata, venti minuti in cui pregavo chiunque ci sia lassù di farli smettere di discutere per il bene di tutti.

Persino i vicini devono essersi abituati alle grida.

«Poco fa» mento.

Qui nessuno dei presenti sa cosa voglia dire raccontarsi la verità, per quanto piccola o grande possa essere. Viviamo di bugie, di parole pronunciate per mero autoconvincimento.

Andrà tutto bene, mi ripeto quando li guardo. È l'alternativa più rosea tra le tante, l'unica alla quale devo affidarmi.

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