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7 - Sunday

Sunday you said you needed space.

Odio quella frase che sento spesso dire dalle persone più grandi di me, quel "Si stava meglio quando si stava peggio."

È una gran cazzata.

Voglio dire, le persone non saranno mai contente, vorranno sempre di più, convincersi di questa cosa è solo un modo per consolarsi dalla loro continua cupidigia.

Ad ogni modo, non potei fare a meno di pensare a me e Beck quando sentì la voce del postino pronunciare allegro, se pur con una punta di amarezza, quella frase mentre discuteva con mia madre sulla soglia.
Con un verso seccato mi alzai, chiudendo malamente la finestra, in modo da non riuscire più a sentirli.
Avevo ancora addosso i vestiti della sera prima e un mal di testa abbastanza forte.

Presi il cellulare, rigirandomelo nelle mani un po'.

In un certo senso avevo paura di accenderlo, ma so che in realtà era solo che non volevo confrontarmi con te.

Lo feci comunque, vedere i tuoi messaggi spuntare mi fece perdere un battito. Non dicevano niente di che, oltre a scusarti per non avermi cercata.

"Vediamoci oggi pomeriggio." - ho scritto.

Hai risposto di sì, perciò mi sono alzata, data una sistemata veloce e ho aspettato. Non avevo sonno o fame.
Ricordavo di aver ballato la sera prima, ma non di essermi fatta avvicinare da qualcuno.
Mi sentivo in colpa comunque.
So che tu non l'avresti fatto a me, ma infondo non ne ero nemmeno sicura.

Mi fotteva ogni volta, l'avere paura che potessi tradirmi.

Quando sentì la tua macchina fermarsi davanti al cancello sapevo che non sarebbe andata bene, sapevo che non sarebbe tornato tutto a posto.
Presi pigramente la borsa e lentamente scesi le scale, quasi volessi allontanare il più possibile quel momento.
Non dissi niente ai miei, uscì e basta, in silenzio.

Quel vuoto di parole continuò anche una volta salita sull'auto, fatta eccezione per un flebile ciao. Ho stretto le dita attorno al sedile, guardando fuori.
Aspettavo pazientemente che arrivasse la fine.
Dopotutto avevamo tirato avanti questa cosa per troppo a lungo, no? Non ne valeva più la pena.
Guardavo scorrere il paesaggio dal vetro, cercando di non pensare a nulla.

«Jade?»

Ho rabbrividito e stretto più forte il sedile.

«Mh.»

«Sei arrabbiata per ieri?»

«No.»

«Non dirmi no quando invece è così.»

«Non chiedermelo se sai che è così allora.»

Non hai risposto, hai continuato a guidare. Qualcosa nel modo in cui tenevi il volante mi diceva che nemmeno tu sapevi dove stessi andando.

Mi veniva da piangere.

«È per questo che non mi hai risposto ieri?»

Hai continuato il discorso dopo un po', io non ho esitato un secondo a rispondere.

«Sono uscita.»

Quando sono ferita agisco per fare del male, chiamalo meccanismo di difesa o come ti pare. Fa schifo.

«Dove sei andata?»

Ti fa sentire ancora peggio dopo.

«Che te ne importa?» - ho risposto a denti stretti.

Non ti fermi, continui finché non vedi che la persona che ti ha ferita ha quell'espressione delusa stampata in faccia. Quel "Io ti conosco, tu non sei così" che in un nanosecondo si trasforma in una domanda.

O non ti ho mai conosciuta davvero?

«Avanti Beck, te ne importa sul serio qualcosa?» - alzo la voce, mi concentro per far prevalere la rabbia alla tristezza.

Non mi fermo.

Lo vedo da come cambia la posizione delle tue spalle, sei stanco di ripetere sempre le stesse cose, sei stanco di me.

«Solo perché non stiamo insieme tutti i giorni significa che non mi importa?»

Ma come fai? Mantieni sempre quel tono calmo, sembra che la discussione non ti tocchi.

O quasi.

Sento la tua voce tremare sotto il peso della rabbia, solo un po'.

«Non mi hai nemmeno chiesto se respiravo ancora Beck, non iniziare con questi discorsi del cazzo.»

«Sei tu che hai iniziato.»

«Non è vero! Io posso stare una giornata senza sapere che fine hai fatto o con chi sei, ma tu invece lo devi sapere per forza quello che faccio io.»

Non hai risposto e le mie parole ormai erano un treno in corsa.

«Sarei potuta andare a scoparmi qualcuno e tu non te ne saresti nemmeno accorto. Tanto torno sempre da te, vero? Ormai è scontato, devo essere sempre io a tornare, a chiamarti, a scriverti. Io e solo io.»

Sapevo che stavo per scoppiare, stavo per piangere, ma non volevo.
Strinsi le palpebre, cercando di raccogliere tutta la rabbia che avevo in corpo.

«Non te ne importa niente, stai con me solo per abitudine. Non puoi stare con me e non parlarmi di quello che ti passa per la testa, io non ti riconosco più!»

Ed era vero.
Era passato troppo tempo, crescere insieme non ci aveva fermati dal cambiare.
Stavamo prendendo strade diverse e nessuno dei due voleva ammetterlo.
Mi manchi, ma come faccio ad averti indietro se non sei più lo stesso?

«Puoi smetterla di urlare?»

Il tuo tentare di rimanere quello calmo e ragionevole durante la discussione non faceva altro che innervosirmi ancora di più.
Sapevo che stavi cedendo, la tua maschera di cristallo si stava crepando.

Ed era lì che volevo arrivare.

«No!» ho buttato fuori tutta la mia delusione.

Perché non volevi ammetterlo? Che senso aveva prendermi in giro?
Io sono un libro aperto per te eppure tu non sei capace di dirmi ciò che pensi davvero?

«Basta!»

Adesso stavi urlando anche tu, ma non mi è bastato per fermarmi.
Dovevi ammetterlo una volta per tutte.

«Non la smetto! Dimmelo se ti sei stancato, facciamola finita!»

«Avevo bisogno di spazio!»

Avevo aperto la bocca per dire qualcos'altro, ma ciò che hai pronunciato tu invece mi ha destabilizzata. Sono rimasta in silenzio.

Ci ero riuscita.

Ci ero riuscita, ti avevo fatto crollare.

«Avevo... bisogno di spazio, tutto qui.» - l'hai ripetuto, tornando alla tua solita calma, ma lo vedevo da come stringevi il volante che c'era ancora rabbia nel tuo corpo.

«L'hai ammesso, finalmente...» - ho risposto con un mormorio, un misero e flebile mormorio.

Dopo qualche minuto, senza smettere di guardare fuori dal finestrino, pronunciai ciò che mi ronzava in testa come una vespa fastidiosa da un bel po', quella convinzione che pungeva da tutte le parti.

«Se vuoi tagliarla qui dimmelo e basta.»

«Jade-»

«Ho detto dimmelo e basta.»

«Non voglio.» - la tua voce era ferma e io ci credevo.

Non avevo la forza di rispondere.

«Jade?»

Ho stretto i pugni, senza azzardarmi a far incontrare il mio sguardo con il tuo.

Ci credevo, ma avevo paura di farlo. Dicevi di no, ma non stavamo bene.

Non stavamo bene per niente.

«Jade, io ti amo, okay?»

Sono rimasta in silenzio ed ho sentito la tua mano poggiarsi sul mio ginocchio.

Ti ho chiesto di portarmi a casa, un attimo prima che potessi scendere dall'auto mi hai fatto una domanda a cui, come al solito, ho risposto in modo impulsivo.

«Con chi eri ieri?»

«Da sola.»

Ho fatto mezzo sorriso.

«Quando si tratta di me hanno tutti bisogno di spazio.»

Hai sospirato, passandoti una mano tra i capelli.

«Jade...»

«Lascia perdere»

Sono scesa dalla macchina, sistemandomi poi la borsa sulla spalla e incamminandomi verso casa.

«Jade!»

Mi sono voltata verso di te, stringendo la fibbia della borsa. Mi tremavano le gambe. Adesso, così vicina a casa, mi rendevo conto di quanto fossimo simili ai miei genitori.

A quanto pare dalla tua famiglia non puoi scappare.

«È... solo un brutto periodo.» - hai amesso in un tono che cercava di essere rassicurante.

Ho annuito.

Ti ho creduto di nuovo, ma che succede se da questo periodo non riesci ad uscire, se la spirale ti avvolge sempre di più, trascinandoti giù?

Non potevo saperlo.
















~°~°~°~

grazie a tutti quelli che continuano a leggere, spero vi piaccia.

scusate per eventuali errori^^

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