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Dopo la fine del liceo, le strade di Manuel e Simone si sono separate.

Non in maniera definitiva, s'intende - nessuna agitazione!

È che Simone è stato preso alla facoltà di fisica a Padova, mentre Manuel è rimasto a Roma per quella di filosofia.

Sostenere una relazione di distanza, inizialmente, non è pesato molto a nessuno dei due: destreggiandosi tra offerte su Italo, bus vari e via discorrendo, sono riusciti a vedersi almeno due volte al mese, che non è tanto, però è qualcosa.

Il resto del tempo lo hanno impiegato a fare videochiamate, spesso senza dirsi nulla di importante.

Per esempio, delle volte Simone sistemava il telefono appoggiato sulla mensola in cucina mentre si preparava il pranzo o svolgeva qualche altra mansione; dalla parte opposta, Manuel teneva l'apparecchio sulla scrivania e, nel frattempo, provava a studiare.

Di tanto in tanto, se ne usciva con qualche battuta tipo questi pantaloni ti fanno un culo pazzesco - che poi entrambi arrossivano dopo una simile uscita.

Ad ogni modo, per il periodo delle feste natalizie, Simone resta un po' di più a Roma e Manuel è grato di poter avere il proprio ragazzo vicino per due settimane intere, sebbene questo lo porti ad essere estremamente appiccicoso.

Da quando è sceso dal treno, gli è sempre rimasto attaccato: per stringergli la mano, far intrecciare le loro dita, abbracciarlo. Insomma, qualunque cosa conducesse ad un contatto fisico.

Manuel è quel tipo di persona che ha la necessità di sentire qualcuno, per tal motivo la lontananza, per lui, pesa un briciolo di più. Tuttavia, non vuole lamentarsene e rovinare quei giorni insieme.

«Mi lascerai andare prima o poi?» domanda Simone, abbozzando una risata.

Sono avvinghiati l'uno all'altro sul letto in camera di Manuel. Quest'ultimo ha fatto sì che le loro gambe fossero intrecciate, tiene il viso affondato nell'incavo del collo del compagno e, in pratica, non gli offre molta possibilità di movimento.

«Assolutamente no» mugugna in risposta. Solleva il capo un briciolo, ciò che è sufficiente a depositare un lieve bacio sulla linea della mandibola. «Tanto qua devi dormì» borbotta.

«Da quando camera mia è diventata la sala hobby di tua madre, non ho molta scelta.»

«È ancora camera tua, c'ha solo messo 'na cyclette nel mezzo» puntualizza.

Ha impedito con tutte le sue forze ad Anita di togliere la roba di Simone dalla stanza e trasformarla del tutto - in modo piuttosto isterico, a dire il vero, ma questo non glielo rivelerà mai.

«Ce vuoi anna' davvero stasera?» svia il discorso.

Non scende nel dettaglio sul dove: sta parlando della festa di capodanno organizzata dal loro amico Matteo. Si svolge in un loft che hanno affittato mettendo una quota a testa per il pagamento, in periferia, con ampio parcheggio intorno e letti e divani disponibili per dormire così che nessuno debba tornare necessariamente a casa se mai dovesse bere troppo; una scelta abbastanza responsabile, considerando poi che parte da Matteo che non è uno a cui si pensa quando si parla di responsabilità e maturità.

Simone annuisce. «Non vedo gli altri da–un secolo» replica «poi mi pare brutto tornare a Roma ed evitarli perché qualcuno mi ha rapito.»

Sottolinea il qualcuno con tono di voce leggermente più stridulo e un sorriso che si dipinge sulle sue labbra.

Manuel comprende il chiaro riferimento. Spalanca la bocca, fingendosi offeso. «Come se te dispiacesse» rimbecca e gli tira un lieve colpo a pugno chiuso sull'avambraccio.

«Non mi dispiace per niente, ma alla festa ci andiamo.»

«Dobbiamo proprio?»

«Sì, altrimenti come faccio a baciarti allo scoccare della mezzanotte?»

«Me puoi bacià lo stesso qui.»

«Ma è più bello farlo alla fine del conto alla rovescia, con la musica alta, la gente che urla, ma noi non la sentiamo proprio perché ci stiamo baciando e...»

Mette fine alla sua frase piazzandogli un palmo direttamente sulla faccia e dopo salendo fino a scompigliargli i capelli.

«Ho capito, paraculo» commenta.






A quella festa non ha molta voglia di andarci, in effetti.

Sì che lui è sempre stato propenso ad eventi del genere, in ogni occasione, perché una festa è una festa ed è solito spingere affinché le cose vengano celebrate in qualche modo.

Solo che, considerando il periodo, la sua relazione a distanza... beh, gli pare tempo sottratto a quello che può trascorrere in compagnia di Simone, tutto qui - il che è qualcosa di melenso e stucchevole, ne è consapevole, ma non può negarlo.

Comunque, per quanto provi a far desistere il compagno, mettendo in mezzo mille ipotesi e problemi che potrebbero sopraggiungere, alla fine si recano al loft addirittura un po' in anticipo rispetto all'orario prestabilito.

Parcheggiano l'auto, una Panda grigia che di solito utilizza Anita per andare a lavoro, a poco distanza e raggiungono a piedi, mano nella mano, il luogo prestabilito.

C'e poca gente, come prevedibile.

Matteo li accoglie con le braccia aperte e una fragorosa risata, mischiata a frasi del tipo «Ah, è arrivato er mejo de Roma!», li stringe entrambi, dà loro pacche sulle spalle e offre subito da bere.

Manuel accetta per cortesia il bicchiere di vino bianco che gli versa l'amico, mentre scruta l'ambiente intorno: è piuttosto grande, le luci sono soffuse e creano aloni viola e rosa sulle pareti; c'è la musica mantenuta bassa e un tavolo lungo al centro della stanza, imbandito con birra e altri alcolici, oltre che qualche salatino, piccoli panini e patatine fritte per accompagnare.

Per fortuna che ho già mangiato, pensa.

Mezzo panino al prosciutto, ma è qualcosa.

Prende un sorso di vino. Non vuole bere troppo - almeno sarà abbastanza lucido per guidare e non saranno costretti a dormire lì.

Per il resto della serata, cerca di non essere eccessivamente assente e non far notare che vorrebbe stare ovunque - dove ovunque significa a casa, nel letto, con Simone e basta - meno che in quel loft.

Cerca di chiacchierare con gli amici: ascolta il racconto delle vicissitudini di Chicca, trasferita a Milano per frequentare l'accademia NABA e sui folli prezzi del capoluogo lombardo, le avventure di Luna a Torino e il suo lamentarsi sull'inutilità dell'unica linea di metropolitana.

Insomma, cerca di fare conversazione, intanto che cerca di non perdere di vista il proprio ragazzo che, nel frattempo, a pochi metri di distanza ride e scherza in compagnia dell'organizzatore della festa di fine anno, Giulio ed Aureliano.

Per carità, sono loro amici, ma Dio quanto vorrebbe farli sparire tutti in quel momento.

Controlla l'ora sul cellulare che tiene in tasca: sono le undici e mezza, quindi manca poco alla mezzanotte.

Ha ancora il bicchiere di vino mezzo pieno in mano quando si avvicina a Simone, rimasto solo davanti al tavolo imbandito a mangiare patatine fritte.

«Matteo t'ha aggiornato su ogni cosa?» domanda, anche se non gli interessa.

Nota che dei granelli di sale sono rimasti sugli angoli della bocca del compagno, così si affretta a rimuoverli con il pollice.

Simone ingoia l'ultimo boccone e finge un colpo di tosse per schiarirsi la voce. «Sì,» replica «ma non mi ricordavo parlasse tanto.»

«Ha preso 'sta cattiva abitudine» commenta Manuel.

Per istinto, si sporge in avanti a reclamare un bacio sulle labbra.

Simone, però, si tira indietro, scuote il capo e addenta un'altra patatina.

«Niente baci prima della mezzanotte» attesta.

«E chi lo ha deciso?»

«Io.»

«Oh, e pensavi di—che so, parlarmi di questa tua decisione presa soltanto per torturarmi ulteriormente?»

«Ulteriormente» lo sbeffeggia e ridacchia. Abbassa la testa quel che è sufficiente per sfregare la punta del naso contro la sua spalla.

Manuel spalanca gli occhi, vorrebbe mostrarsi infastidito, però il sorriso che gli si dipinge sul volto lo tradisce. «Ah, non attacca» dice «sei uno stronzo.»

«Uno stronzo che ti manca avere in giro ogni giorno.»

Sì, come l'aria, a volte nemmeno riesco a respirare.

«Mó non t'allargà» borbotta, giusto per mostrare che la dignità non l'ha del tutto persa «sopravvivo, eh.»

«A stento.»

Simone si tira su. Raccatta l'ennesima patatina tra pollice ed indice, ma stavolta non la indirizza verso la propria bocca, bensì verso quella del proprio ragazzo, il quale la accoglie senza remore.

Fissa le sue labbra che si sporcano col sale e i suoi occhi si socchiudono. «Adesso ti vorrei baciare io» mormora.

Manuel scrolla le spalle con noncuranza. «E invece devi aspetta' la mezzanotte, così soffri pure te» gli fa il verso.

Tuttavia, Simone già si sta rimangiando quella sorta di gara inutile a resistersi e infatti, frattanto che il compagno finisce la frase, prende il suo viso con una sola mano, gli schiaccia le guance e lo bacia sulle labbra aperte.

Lo fa durare pochi secondi, decisamente meno del solito. Quando si stacca, gli tiene ancora bloccato il volto da sotto il mento e gli solletica la punta del naso con la propria.

«A-avevi detto...» soffoca Manuel che è perennemente spiazzato dall'intraprendenza che possiede Simone - non dovrebbe neanche esserne sorpreso, alla fine; è stato così fin dal principio.

Certo, non in tutte le occasioni ha optato per un tempismo ottimale, come quando ha provato a baciarlo in un museo che conteneva animali morti...

Sì, meglio cancellare dalla memoria certe immagini.

Ha ancora i brividi.

«Da qualche parte nel mondo è già passata la mezzanotte, no?» è la giustifica di tal gesto.

Imbroglione.



Per i ventidue minuti rimanenti, comunque, non si baciano davvero più, anche se Manuel lo desidera con tutto sé stesso e fatica a trattenersi.

Dopo, però, Matteo alza la musica, comincia il conto alla rovescia dal dieci fino allo zero, al buon anno.

È allora che Simone cinge i fianchi di Manuel, lo fa avvicinare e preme le labbra sulle sue. Timido, inserisce la lingua e chiude gli occhi.

Come previsto, mentre si baciano loro, il caos attorno diviene tacito quasi fossero chiusi, al di sotto di una bolla, ad amarsi all'inizio di un nuovo anno.

***

Le loro bocche riescono a stare lontane soltanto per il tragitto verso casa - lasciata vuota da Dante e Anita, fuori a festeggiare con i colleghi del professore.

No, okay, Manuel li ha obbligati a lasciar loro libera la villetta, bisogna dirlo.

Salgono le scale rischiando di inciampare nei gradini di legno.

Simone si aggrappa alla camicia bordeaux di Manuel quando entrano nella stanza di quest'ultimo e nessuno dei due si preoccupa di chiudere la porta.

Barcollano verso il letto, sul quale ricadono all'unisono.

Manuel è supino sul materasso, le gambe appena divaricate e flesse per concedere spazio a Simone, che gli è sopra, con una mano tra i suoi ricci e una sulla vita; scende piano a baciargli il collo, sotto il mento e sul pomo d'Adamo.

«Simó...» viene richiamato, con voce rauca.

«Mh-m?» replica, ma non interrompe quel gesto di stuzzicare e torturare la pelle con i denti e la lingua.

Manuel prende un respiro profondo. Se apre gli occhi, vede il soffitto.

Pensa che, forse, in quel momento sopra di loro ci starebbe meglio le stelle.

Preme piano la punta delle dita sulla sua schiena ancora ricoperta dalla camicia di flanella nera e arancione.

«Possiamo—possiamo farlo adesso, io...» bofonchia «io credo d'esser pronto.»

Senza bisogno di dire a cosa, Simone comprende bene, tanto da sollevare la testa con lentezza e accarezzargli piano una guancia - ha rasato la barba, ora ne è del tutto privo ed è assurdo come la sua immagine cambi con o senza quella peluria.

«Sei–sei sicuro?»

«Sì, cioè... è pure la notte di capodanno, è... è perfetto, no?»

«Lo è, ma...»

«Niente ma. Abbiamo aspettato mesi, voglio dì... insomma, stiamo lontani la maggior parte del tempo e adesso tu sei qui e io sono pronto, sul serio.»

Manuel è davvero convinto delle parole appena esternate, sarà che quella lontananza ha causato più mancanza del previsto e ha sviluppato l'esigenza impellente di sentirlo in ogni modo possibile, pure quello.

Non nega di avere un briciolo d'ansia da prestazione, attanagliato dal terrore di poter sbagliare qualcosa.

Vive con una costante paura dell'abbandono che deve per forza calibrare, pesare e analizzare ogni gesto che compie e ciò viaggia in maniera direttamente proporzionale a quanto ama una determinata persona.

Considerando che, al momento attuale, Simone è il suo mondo, il suo universo, il terrore che lo lasci per qualche azione errata ha raggiunto livelli estremi.

Per un momento, si perde in pensieri che lo distraggono dalla realtà, tanto che neanche sente l'altro sussurrare «Okay.»

Si accorge che si è allontanato soltanto quando non percepisce più nessun peso addosso e comprende che il compagno sta recuperando il lubrificante dal secondo cassetto del comodino.

Per decisione ponderata e comune, non utilizzano più i preservativi: sono una coppia stabile e fissa, senza alcun differente partner e hanno fatto le analisi necessarie per non utilizzare più precauzioni.

Manuel sbatte le palpebre per riprendere meglio il contatto con la realtà. Manda giù a fatica della saliva e nel frattempo si sbarazza della camicia che indossa, della t-shirt bianca al di sotto e sbottona i jeans che hanno iniziato a stargli stretti.

Simone gli torna vicino, si siede sul materasso, lasciando le gambe a penzoloni. Appoggia il tubetto di plastica rigida sulla trapunta - il lubrificante è alla vaniglia, stavolta.

«Sei–assolutamente sicuro?» chiede, di nuovo.

«Sì» l'altro ragazzo non capisce il motivo per cui non stiano andando al punto e ciò lo agita ancora di più.

«Sì che sono sicuro» incalza, si mette in ginocchio sul letto e posa una mano sul lato del suo collo. «Com'è che dici sempre? Sto per fare l'amore con l'uomo della mia vita.»

Per mezzo secondo - o qualcosa di più - Simone tentenna. In seguito, un suo palmo aperto va a posarsi sul torace del fidanzato, all'altezza dello sterno. Ha preso l'abitudine a concentrarsi sui battiti del suo cuore per capire se tutto va bene o meno.

Certe volte, quando è solo a Padova, immagina di sentirli per riuscire ad addormentarsi - lo tranquillizzano come il canto della madre faceva da piccolo.

«Devi essere molto rilassato, d'accordo?» mormora.

Manuel annuisce e accenna una risata. «E tu devi essere senza vestiti» rimbecca «ne hai ancora troppi.»

Vero.

In realtà, hanno entrambi troppi vestiti addosso.

Non perdono ulteriore tempo a rimuoverli tutti e farli cadere sul pavimento.

In quella stanza, l'applique al muro non fa molta luce, indi per cui decidono di lasciare accesa quella e non utilizzare la lampada della scrivania.

Manuel ha la schiena premuta contro il materasso, la testa sul cuscino; ha portato le braccia verso l'alto, sui due lati del capo. Socchiude le palpebre intanto che Simone sfiora con le dita e con le labbra il proprio corpo, dai fianchi all'addome, passa la lingua attorno all'ombelico, poi più su, sul petto, sui capezzoli.

Si lascia scappare un gemito, a bocca serrata per fare meno rumore.

Simone gli è sopra, cerca di non gravargli eccessivamente addosso. Tiene il busto sollevato, recupera il tubetto di lubrificante e ne versa una quantità abbondante sulla mano, anche di più di quella che davvero ne serve.

Lascia un ultimo bacio sulla sua guancia, dopo si sposta, sdraiato su di un fianco per far star piu comodi entrambi. «Okay» soffia.

Conduce le dita impiastricciate del liquido viscoso in mezzo alle gambe di Manuel.

Quest'ultimo sussulta al primo contatto per il freddo che percepisce e pianta gli incisivi nel labbro inferiore.

Subito Simone si allarma e cessa ogni movimento. «Che c'è?» chiede dolcemente.

Manuel si affretta a scuotere il capo. «Non è niente, è solo freddo» spiega.

«Non l'ho scaldato abbastanza, scusa.»

«No, non importa» tenta di mantenere le gambe abbastanza divaricate per consentirgli miglior accesso.

Simone gli accarezza i capelli con la mano libera e con l'altra riprende i gesti di poco prima; passa la punta dell'indice attorno ai contorni di quell'anello di muscoli più sensibile. Cerca di fare davvero piano, di utilizzare quanta più premura possiede perchè quella è una loro nuova prima volta e vuole sia perfetta, nella quiete della villetta in periferia.

Aggiunge persino ulteriore lubrificante per far sì non ci sia nessun attrito.

Osserva e scruta con minuziosità il volto del compagno, provando a scorgere ogni sfumatura, ogni minuscola espressione che assume, se può essere infastidito o meno.

I loro sguardi sono fusi insieme, di pari passo ai loro respiri che si fanno più pesanti e affannosi.

Un singolo dito di Simone osa una prima intrusione, una lieve e pressoché nulla penetrazione che porta Manuel a serrare ulteriormente la mandibola e ad irrigidirsi.

È una sensazione strana, improvvisa e...

Per nulla piacevole.

Gli provoca fastidio, a tratti persino dolore, ma crede sia normale perché è la prima volta che lo fa - magari il lubrificante non va bene, magari...

Simone ci prova di nuovo, però la reazione è la medesima. Scuote il capo in cenno di diniego e si blocca, ritrae la mano.

Di conseguenza, Manuel spalanca gli occhi, boccheggiando. Vede il suo volto, le sue labbra tirate in un rassicurante sorriso dedito ad infondergli dolcezza e sicurezza.

Ha l'effetto opposto.

«Perché ti sei fermato?»

Non vado bene?

«Perché sei teso.»

«Non sono teso, sono...»

«Sì, sei teso, il tuo corpo lo sa e ti fa irrigidire. E se sei rigido, lo sei pure là sotto e ti faresti solo male.»

Non vuole crederci. «Ma non è vero!» insiste «Riprova, per favore.»

«No, non voglio che ti fai male. Ci proviamo un'altra volta.»

«Non c'è un'altra volta, deve esse' stasera.»

«Chi l'ha deciso che deve essere per forza stasera?»

«Deve esse' stasera perché poi tu parti e non ci vedremo per settimane o mesi tra 'na cosa e n'artra e...» il suo tono di voce un briciolo si spezza.

Non se ne è reso conto, ma i suoi occhi si son fatti lucidi, si sono arrossati e una lacrima, data la posizione, gli scivola lungo la tempia.

Simone scorge il suo luccichio e provvede a tirarla via con un pollice. «Ma noi non abbiamo una scadenza, ricordi?» tenta di rassicurarlo «E lo abbiamo detto un sacco di volte: accadrà quando sei pronto. Se il tuo corpo si irrigidisce vuol dire che non lo sei e va bene così. Aspetteremo.»

Non c'è rimprovero o recriminazione nella sua voce, solo comprensione.

A lui non è successo, è riuscito a lasciarsi andare subito e con abbastanza facilità, ma è abbastanza intelligente da sapere e capire che ogni persona è diversa, coi propri tempi, le proprie esigenze e non tutte le esperienze sono uguali.

Il rapporto tra sessualità e individuo è quanto di più intimo e personale possa esistere.

Dall'altra parte, però, c'è Manuel che è convinto di aver fallito, di averlo deluso, il tutto ampliato dalla sofferenza per la loro momentanea distanza.

Vorrebbe dirgli che l'attesa lo corrode, lo allontana dall'obiettivo e si sente un vero schifo.

E Simone, come al solito, rende melodioso il suo silenzio. Tira su la coperta a scacchi che di solito rimane accartocciata al fondo del letto, la posiziona su entrambi in modo da celare i loro corpi dalla vita in giù.

Strofina una mano sul suo avambraccio per apportare calore e supporto.

«Che dici se...» sussurra «se stanotte prendiamo il piumone, ci stringiamo e restiamo sotto a darci tanti... tanti baci e tanti abbracci finché non ci addormentiamo insieme?»

Manuel tira su col naso. Non serve a molto quel tentativo di conforto. Abbassa lo sguardo. «Non—non mi va di dormire» pigola.

«Allora non dormiamo. Restiamo svegli a parlare. I baci vanno bene, invece?»

Quello funziona un po' di più.

«I baci vanno bene.»

***

A feste finite, Simone deve ripartire.

Manuel lo accompagna in stazione insieme a Dante e Anita. Lascia che i due lo salutino per primo. Sembra un gesto di cortesia, però è fatto soltanto per restare per ultimo, fare allontanare l'uomo e la donna con un finale cenno con la mano.

Tra il viavai di gente a Roma Termini, davanti al tabellone delle partenze, rimangono soltanto Simone e Manuel, uno davanti all'altro, il primo con un borsone blu retto su una spalla, il secondo con un peso diverso che preme al centro del suo petto.

È in quel punto che Simone posa un palmo, al di sopra della giacca nera e la felpa grigia che gli ha lasciato.

«Ti chiamo appena arrivo, d'accordo?»

Manuel annuisce. Tiene lo sguardo basso mentre con entrambe le mani gli cinge i fianchi e lo attira a sé.

Deposita un bacio sull'angolo della sua bocca. «Non puoi proprio prendere quello dopo?» biascica.

«Devo arrivare presto se voglio mettere qualcosa nel frigorifero. Il mio coinquilino non lascia mai niente.»

Fa una breve pausa, socchiude le palpebre. «Però—a fine mese sarà via una settimana. Potresti...»

«Faccio il biglietto appena sali sul treno.»

Gli viene da dire. Avvolge il suo viso con la mano libera, sfregando il pollice sullo zigomo. «T'aspetto lì, amore.»

***

Catastrofe.

Manuel rimugina un po' troppo sulle cose, lascia vincere spesso le paranoie e rivive costantemente episodi passati, specie quelli negativi, nella propria testa così da trarne più dolore e vergogna.

Nei giorni successivi alla partenza di Simone, nonostante le videochiamate, i messaggi, le parole dolci con cui è stato riempito, la sua mente corre all'episodio di capodanno, a lui che non è in grado di donarsi completamente a quello che è l'uomo della sua vita e il pensiero ossessivo che non ne sarà mai in grado.

È destabilizzante a livelli atroce, è qualcosa che gli leva la concentrazione, il contatto con la realtà come in quel momento, seduto sul divano a casa di Matteo, al suo fianco, con un joystick tra le mani.

L'appartamento dell'amico non è grande: un bilocale nel quale vive con soltanto il padre dopo che la madre li ha lasciati entrambi quando era solo un bambino; non c'è nemmeno una stanza in più, il suo letto è quel divano.

Non ha mai pensato di condividere con un tipo come Matteo una storia simile ed è uno dei motivi per cui, negli anni, hanno legato parecchio e sì, si vogliono bene anche se non lo direbbero mai a voce alta.

«Oh, zì! In 'sta partita sei durato meno de Aureliano e Aureliano è 'na pippa!»

Essere paragonato ad Aureliano per come gioca alla PlayStation è quasi un insulto che, di norma, lo farebbe sbuffare e arrabbiare. Tuttavia, come già appurato, la sua testa è altrove e non riesce a prendersela per una simile frivolezza.

«Scusa, me so' distratto» borbotta, per giustificarsi.

«Eh, ho visto! Vedi che er ragazzo tuo è partito solo 'na settimana fa. Se devi fa' così ogni volta, non so se te reggo per i prossimi tre anni.»

«Non è per quello, è che...»

Forse dovrebbe confidarsi. Alla fine, per quanto lo neghi, Matteo è davvero uno dei pochi, se non l'unico, amico che ha.

Perlomeno, uno che può definire tale.

Il problema è che è un briciolo una testa di cazzo, fa battute inopportune e di certo non capirebbe e non lo aiuterebbe a levare il suo tarlo.

Posa il joystick sul tavolino da caffè in vetro che ha davanti. «Niente, lascia sta'» taglia corto.

Matteo rimane interdetto. Allunga una mano a recuperare il telecomando e spegne la televisione - ormai la partita è andata. «È successo qualcosa?» prova a chiedere.

Manuel si fissa le dita, dopo sposta lo sguardo sul volto dell'amico, le dita di nuovo, ancora il suo viso.

Schiude la bocca, fa per parlare, poi ci ripensa e scuote il capo. «Nah, non posso parla' di questo co' te» borbotta.

«De che?»

«Niente, ho detto. Possiamo riprendere a gioca'?»

«Manuè, pe' come giochi oggi me fai scendere le palle. Vuoi parlare?»

Si sente con le spalle al muro e probabilmente potrebbe risolvere la situazione soltanto fuggendo via.

Prende un respiro profondo, ha preso a torturarsi il labbro inferiore con i denti.

«Prometti de non fa' nessuna battuta» dice, serio.

«Eh, t'o prometto.»

«Nessuna, Matté, se no te corco.»

«Oh, me sto zitto, basta che me spieghi perché me pari 'n pupazzo.»

Vai.

«Okay, uhm—io e Simone, noi... abbiamo fatto roba, no?»

Gli pare offensivo usufruire di una simile definizione, ma cerca di adattarsi al linguaggio di chi ha di fronte.

«Beh, so' più de due anni che state 'nsieme, me stupirebbe er contrario.»

«Sì, ma... tra due ragazzi c'è, sai, il fattore... cioè, chi sta sopra e chi sotto, capito?»

«E quindi?»

«E quindi, uhm... io non so' mai stato sotto» le sue guance avvampano a quella rivelazione, imbarazzo scaturito dalla situazione e dal suo interlocutore.

«A capodanno, c'avemo provato,» riprende «ma è andata malissimo, ero teso come 'na corda de vìolino, non ce potevi ficca' niente là sotto e... voglio dì, Simone ha detto che non importava, però pe' me importa e ho paura che non sarò mai in grado de farlo, de dargli ciò che lui dà a me.»

«Tutto qui?»

«Che vor dì tutto qui

«Sarebbe questa 'a ragione pe' cui pari 'n morto che cammina?»

«Ma hai sentito che ho detto, sì?»

Matteo alza gli occhi al cielo. «Seh, ho sentito, ma m'aspettavo peggio» è il suo commento.

«Mattè, peggio de così? È 'na tragedia!»

«La stai a fa' tu 'a tragedia pe' nulla!» scuote il capo e con esasperazione si passa una mano sul viso. «C'avete qualche difficoltà a letto e quindi? Tutti ce l'hanno, solo che cercano di risolvere er problema senza piagnerse addosso o fa' 'a mummia.»

«Matté...»

«No, ascolta, okay—uhm... so' cose che succedono. Mo' non è che io so' pratico de sesso gay, quindi ner dettaglio non te posso dì niente, però senti qua: io ho fatto sesso pe' la prima volta co' Ludovica, sai la tipa della A, la rossa.»

«Seh, e allora?»

«E allora è stato tremendo. Io ero nervoso, lei peggio, ma volevamo farlo pe' forza, pe' quella cosa stupida de non portasse dietro 'a verginità pe' troppo, ecco. Era così tesa che er coso mio non riusciva a entra'. C'avemo provato co' più calma, co' le dita, piano, alla fine ce semo riusciti, ma è durato tutto cinque secondi contati. Mi ha spinto giù dal letto e si è chiusa in bagno pe' un'ora.»

Manuel lo ascolta in silenzio, aggrottando le sopracciglia. Non capisce il nesso e neppure il punto; magari non si è concentrato abbastanza. «Questo—questo che c'entra?» bofonchia.

«C'entra perché non sempre il sesso va come vogliamo e le cose non so' immediate. C'entra perché io non provavo niente pe' Ludovica e lei me schifava proprio, per cui non abbiamo mai più tentato de fa' funzionà la cosa. Ma pe' te e Simone è diverso. Voi v'amate e lo capisce pure uno scemo come me. Se è andata male 'na volta, ne avete altre mille pe' riprovarce finché non arrivate a quel che entrambi volete. A poco a poco, un passo pe' volta. È solo questione de muscoli, Manuè. La tua testa deve fa' capì loro che è 'na cosa bella quella che sta accadendo e pian piano te sblocchi. E poi sei co' Simone, che è la persona di cui te fidi di più al mondo, no?»

Su quello non c'è nessun dubbio. Annuisce nell'immediato. «Da—quando sei così saggio?»

«Ogni tanto me impegno.»

Gli sfugge una risata. Ridono entrambi.

Manuel non si sarebbe mai aspettato di avere una conversazione del genere con Matteo, soprattutto che essa servisse ad alleviare le sue preoccupazioni e alleggerire il peso che si porta sulle spalle.

Deduce che si è lasciato trasportare da convinzioni che non hanno radici, da pensieri che dovrebbe debellare e non coltivare.

Capisce che è vero che con Simone può affrontare ogni cosa, a piccoli passi.

Del resto, è ciò che si sono promessi.

Di aspettarsi.

Ti aspetto.

Mi aspetti.

Finché sei pronto.

***

L'appartamento in cui vive Simone a Padova è piccolo: ha una cucina minuscola dove si fatica a girarsi, ragion per cui Manuel ha difficoltà a destreggiarsi tra pentole e padelle - i fornelli, ad esempio, sono soltanto due e deve decidere cosa far cuocere prima e cosa dopo.

Ma va bene, tanto sta cucinando una semplice pasta con pomodorini saltati e basilico, nulla di eccezionale.

«Guarda che potevamo ordinare» fa notare Simone, fermo sulla soglia della porta, con una spalla appoggiata allo stipite.

Manuel gli rivolge un'occhiata distratta, intanto che gira i fusilli per non farli attaccare dentro l'acqua che bolle. «Nah, pe' 'na volta che sto qua te faccio magnà qualcosa de degno. Se continui a vive' d'asporto o de surgelati, fai 'na brutta fine» replica e fa mezzo sorriso.

Lo sta prendendo in giro per le sue scarse abilità culinarie. Forse nonna Virginia dovrebbe insegnargli qualche altra ricetta, oltre al risotto allo zafferano.

«Finora non è stato così malvagio» commenta Simone. Muove qualche passo lento e ciondolante al fine di raggiungere l'altro ragazzo. Gli cinge i fianchi, rimanendo alle sue spalle e deposita un bacio sulla sua guancia.

Di riflesso, Manuel appoggia una mano sul braccio che lo stringe. Pizzica piano la pelle con la punta delle dita e con la mano libera continua a mescolare la pasta.

«Quando c'avremo 'na casa nostra, te proibisco de comprà i surgelati» scherza.

Simone allarga il sorriso e, per un attimo, affonda il viso tra i suoi capelli, sulla nuca. «Come la immagini?» pigola.

«Cosa?»

«Una casa nostra.»

«Non so, cioè... non c'ho mai pensato.»

«Pensaci ora.»

«Un posto vale l'altro, andrebbe bene pure uno come questo.»

Manuel non si è mai soffermato molto sul dove vivere, si accontenterebbe di un monolocale, di una mansarda squallida, di qualunque cosa; l'importante è stare con Simone.

Quest'ultimo, comunque, prova ad insistere: «Se ti dicessero che puoi realizzare qualunque cosa senza preoccuparti dei soldi, ad esempio? Tipo io mi immagino una casa in campagna, su due piani e di sicuro due bagni perché ci impieghi sempre troppo a prepararti.»

Non può vederlo, ma il compagno ha appena fatto una smorfia col viso a sostenere che quella non sia la verità.

Lo è.

«Le pareti sarebbero tutte tinta pastello» prosegue «e i mobili uno diverso dall'altro perché non sapremmo decidere un solo stile di arredamento. Avremmo un televisore enorme per le partite alla Play e un giradischi rotto che servirebbe soltanto per soprammobile. E in giardino avremmo un'amaca.»

«Un'amaca?»

«Sì, la metteremmo sotto l'ombra degli alberi e tu passeresti interi pomeriggi a leggere fumetti là sopra.»

Manuel non ha idea di quale successione degli eventi lo abbia portato a quel preciso istante, in una bolla che sa di casa; i pianeti e le stelle, un giorno, si sono allineati così da far incrociare la sua esistenza con quella di Simone Balestra e deve ringraziare questa congiunzione astrale, il destino o chissà quale altro ente superiore che ha permesso la loro unione.

Pare assurdo, ma non potrebbe adesso immaginare una vita diversa. Ogni dubbio, in particolar modo su sé stesso, scompare e si dissolve con lui.

Quasi vorrebbe chiedergli scusa per aver permesso a paranoie inutili di dubitare del suo amore, al suo terrore dell'abbandono per aver compromesso la sua felicità.

Simone ha sempre detto che lo aspetta e la cosa non può che essere reciproca.

Ha ragione Matteo: hanno milioni di prime e ripetute volte davanti e Manuel non vuole sprecarne nemmeno una.

Abbandona il mestolo in equilibrio sulla pentola, così da poter essere in grado di compiere mezzo giro su sé stesso e trovarsi faccia a faccia col compagno.

«Me piace 'sta visione» sussurra, prendendo il suo viso tra le mani e baciandogli la punta del naso «me piace de più se ce stai pure te sull'amaca.»

In risposta, Simone fa collidere le loro bocche. Si stringono in quella cucina minuscola, tra il vapore dell'acqua che bolle e i vetri della finestra che si appannano.

***

Quella sera potrebbero uscire.

Manuel non è mai stato a Padova, non conosce la città. Simone si sta ambientando, ma potrebbero fare un giro per conoscere il posto, insieme.

Però non lo fanno.

Rimangono a letto - ad una piazza, minuscolo, a stento riescono a starci sopra entrambi e per nulla comodi.

Non hanno nemmeno ipotizzato l'idea di metter piede fuori casa, sia per il freddo, sia per il costante desiderio di rimanere appiccicati sotto le coperte.

Per un po' hanno soltanto parlato, poi il primo a cedere è stato Manuel che ha cominciato a baciare Simone dapprima sulle labbra, dopo sul collo e dietro ad un orecchio.

«Manu?» pigola quest'ultimo. È sdraiato in posizione supina, con il compagno sopra che gli sta torturando dolcemente con bocca e denti la porzione di pelle sopra la clavicola alla quale ha poco accesso, comunque, considerando che sono ancora vestiti.

«Mh-m?»

«Vuoi farlo?»

Manuel si lascia sfuggire una risata. Solleva il capo e i suoi capelli sono tutti in disordine. «Da quando me lo chiedi?» replica con una seconda domanda.

Simone fa una smorfia e arriccia il naso. «Non so, fa freddo» si giustifica «qui il riscaldamento funziona di merda e magari ti dava fastidio.»

«Sei tu che c'hai sempre le mani e i piedi ghiacciati.»

«Vero.»

«Non me dà fastidio. Hai preso il lubrificante?»

Annuisce. «L'ho comprato ieri, è nel primo cassetto.»

Su tale indicazione, Manuel scende dal letto per andare a raccattare il tubetto di plastica rigida dal posto citato. Gli basta compiere tre passi per raggiungerlo.

Torna indietro, posa l'oggetto sul materasso. In seguito, si leva i jeans e la felpa, buttandoli alla rinfusa sulla moquette beige. Seguono anche i boxer.

Simone fa lo stesso coi propri vestiti, rimanendo nudo e seduto sul lenzuolo sgualcito.

Manuel lo raggiunge nuovamente. Prende posto a cavalcioni sulle sue gambe distese e gli circonda il collo con le braccia. «Sto pensando a noi nella casa co' l'amaca in giardino» mormora, con le palpebre socchiuse «a noi due che ce dondoliamo là sopra e ce accarezziamo.»

Ascoltando le sue parole e lasciandosi cullare da esse, Simone pone i palmi sui suoi fianchi sottili e li pizzica leggermente con la punta delle dita.

«Con le cuffie nelle orecchie» aggiunge lui «una a testa.»

«La musica la scelgo io, però, se no tu me metti solo Taylor Swift.»

«Ma se ti piace.»

«È carina soltanto qualche canzone» si lamenta Manuel, ma ha un sorriso flebile stampato sul viso e l'espressione beata.

Deposita un bacio sul suo zigomo. «Me fa stare in pace questo pensiero» soffia «me fa sentire più leggero.»

Non si tratta di una frase formulata senza alcun senso logico o fine e, come appurato, Simone riesce sempre a cogliere le sfumature della voce e dei silenzi del fidanzato.

Lo fa anche stavolta, recuperando il tubetto di lubrificante; lo apre - clap - e ne versa in abbondanza sulle dita, le stesse che sfrega per scaldare quel liquido. Lentamente, conduce la mano tra le gambe appena divaricate del compagno, il quale tiene sollevato di poco il bacino per concedergli più spazio.

Trova i muscoli molto più rilassati rispetto alla prima volta che ci hanno provato; bagna l'area circostante all'anello sensibile e tiene il palmo libero sulla sua pancia.

Quando viene tentata una prima intrusione con il dito medio, Manuel si morde il labbro inferiore, però stavolta non fa male; si abitua più facilmente e boccheggia poiché prova un piacere diverso rispetto a quello a cui è abituato.

Differente, particolare, gli smorza il fiato ed è una sensazione che aumenta e si trasforma nel momento in cui Simone muove la falange, dentro e fuori, a cadenza regolare.

Gli viene da ridere e piangere al contempo, sebbene ogni azione sia impedita da sospirati gemiti e mugolii, i quali crescono in seguito, con l'altro ragazzo che comincia anche a masturbarlo, stringendo con la mano libera il suo membro ancora non del tutto turgido.

Manuel è esterrefatto a causa di quel miscuglio di stimolazioni, per il benessere estremo che lo sta avvolgendo.

Allora è questo ciò che provi tu.

Lo provo anche io, adesso.

Simone estrae le dita e ritrae le mani prima di condurlo al picco. Si è eccitato pure lui durante quei gesti e la propria erezione è ben presente. Scruta il suo viso, cerca il suo sguardo.

Lo trova.

«Posso?» chiede, in un soffio ed ottiene un cenno di assenso. Così si sistema meglio, sfiora la sua apertura con il glande. Lo penetra con delicatezza.

«Comandi tu, d'accordo?» sussurra e lo bacia appena sotto al mento. Fa intrecciare le loro dita di entrambe le mani a mezz'aria e gli cede le redini.

All'inizio, una parvenza d'ansia coglie Manuel che pensa di rovinare tutto per la seconda volta.

Successivamente, capisce che tanto non è solo, che c'è Simone con lui - in quella stanza minuscola e sempre, in ogni minuto della sua esistenza, che c'è anche quando è lontano perché vive nella sua testa e nel suo cuore.

Fronte contro fronte, comincia a muoversi sinuosamente con i fianchi, ad accogliere e lasciare andare il membro turgido del compagno. Ondeggia su di esso, si lascia riempire e completare sempre più a fondo.

E adesso per davvero ride e piange per quanto si sente appagato, felice.

Si aggrappa alle sue spalle, sta tremando - e non è per il freddo, ma a causa del piacere travolgente che lo colpisce.

È bellissimo.

«Ti amo» soffoca sulle sue labbra schiuse «ti amo, ti amo, ti amo.»

Diventa una cantilena che viene ammutolita nell'attimo in cui Simone lo bacia con foga, desiderio e puro amore.

Manuel viene in uno degli orgasmi più intensi della sua vita, il che è pure assurdo perché il compagno non lo sta più nemmeno toccando.

Urla dentro alla sua bocca, gli graffia la schiena per reggersi e non crollare sul materasso.

Simone gli stringe di più i fianchi con entrambe le mani.

«P-posso?» gracchia.

Posso venire?

Manuel lo sente a stento, ma capisce ciò che gli sta chiedendo e annuisce freneticamente.

Così l'altro si lascia andare, si svuota dentro di lui.

Sono entrambi sudati, a corto di fiato, esausti.

Crollano all'unisono su quel letto piccolo e stretto. Ciò permette loro di rimanere avvinghiati, sdraiati su di un fianco, per potersi guardare.

A Manuel già manca la presenza di Simone all'interno di sé. Non si è reso conto che, intanto, i suoi occhi si sono inumiditi e delle lacrime gli hanno rigato le guance.

Simone ci impiega qualche secondo a notarlo. «Perché piangi?» pigola «Sono così pessimo?»

Per diretta reazione, Manuel scoppia in una risata mezza isterica. Scuote il capo in cenno di diniego. «No, no, tu... tu sei stato perfetto» sospira e allunga una mano per sfiorargli il viso con i polpastrelli. Si perde e si lascia ammaliare dai suoi tratti delicati.

«È che...» riprende «che credevo d'esse sbagliato, che non ce sarei mai riuscito, invece è successo ed è stato... bello. È stato bellissimo, tu... tu sei bellissimo, cazzo.»

Simone appoggia meglio la testa sul cuscino. Dei ricci scuri di capelli gli si sono appiccicati alla fronte. «Non lo pensare mai più» sussurra «di essere sbagliato. E quando lo pensi, dimmelo, e ti dimostreró che non è così.»

«Sì, ma l'altra volta...»

«L'altra volta eri solo agitato. E sai perché? Perché avevi mangiato solo mezzo panino e delle patatine.»

«Che c'entra?»

«Eh, vedi che ho ragione che sei più calmo con la pancia piena» ridacchia e allunga un braccio per pizzicargli un fianco.

Manuel contorce le labbra in una smorfia. Non crede sia quella la verità, anzi, non lo è: la sua tensione deriva da ragioni più profonde e intricate, ma per ora è meglio credere sia soltanto per il cibo.

Che tanto, ormai, quelle paranoie non gli occorrono più.

È riuscito a donargli tutto sé stesso, come voleva.

È riuscito a fare l'amore con lui in un modo diverso, l'ennesimo, ed ora per davvero non pensa di essere più in grado di lasciarlo andare.

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