You can't deceive Death
dedicata a: @flavjk
L'uomo è nato con una consapevolezza: prima o poi, la Morte verrà a prenderlo. Per quanto possa supplicare, piangere, urlare, fuggire, non riuscirà mai a scampare al suo destino. E, quando qualcuno arriva ad ingannare la Morte, le cose si mettono brutte.
ѠѠѠ
Ricordo perfettamente il giorno in cui sono ho cessato di respirare.
Era un soleggiato giorno di giugno, il ventiquattro, per essere esatta. Ero andata a fare la spesa al super mercato accanto al mio piccolo appartamento. L'orologio da polso segnava le sei e mezza del pomeriggio: il cielo si stava tingendo pian piano di arancione e non vi era nemmeno una nuvola.
Il paesaggio, l'aria fresca, mi trasmettevano un grandissimo senso di tranquillità e pace.
Come mi sbagliavo.
Ma non potevo certo immaginare ciò che sarebbe accaduto in seguito.
Un pazzo entrò nel negozio di punto in bianco, agitando in aria una pistola ed intimando il cassiere di rendergli tutti i soldi. Il poveretto era paralizzato dal terrore e non riusciva a spiccicare parola. Alzò le mani in segno di resa, mentre il colore defluiva dalle sue guance e gli occhi scuri gli si riempivano di lacrime.
I clienti si erano buttati a terra, sconvolti, ed io non ero da meno. Una donna scoppiò a piangere e si nascose dietro il suo carrello. Un bambino emise un lamento disperato.
Fu quello a darmi la carica. Non potevo starmene con le mani in mano; soprattutto con un piccolo in giro.
Mentre il rapinatore era distratto dai confusi balbettii del cassiere, estrassi il telefono dalla tasca dei jeans e composi il numero della polizia.
Lui se ne accorse, urlò un "Non osare!" e mi puntò la pistola contro. Quando avvertii la voce dell'operatore dall'altro lato dell'apparecchio, presi il coraggio a due mani e gridai: — C'è un pazzo con un'arma al super mercato di...! — Premette il grilletto.
Sentii un dolore acuto al petto, un dolore terribile, ed il sapore metallico del sangue in bocca. Crollai per terra a rallentatore. Il proiettile mi aveva perforato un polmone. Non riuscivo a respirare. La vista si annebbiava, il dolore era indescrivibile.
Ricordo che le persone gridarono. Che il pazzo fuggì.
La pozza di sangue sotto di me si allargò a dismisura, imbrattando le scatole di cibo che avevo lasciato cadere.
Prima di perdere coscienza, scorsi una figura che incombeva su di me. Era un ragazzo. Aveva grandi occhi scuri, a mandorla, spettinati capelli color cioccolato, labbra piene ed a forma di cuore ed un paio di grandissime orecchie puntellate da orecchini.
— Che cosa abbiamo qui? — la sua voce era profonda, roca, fredda e tagliente come la lama di un rasoio. Notai anche un certo divertimento celato tra le sue parole.
Boccheggiai, nel disperato tentativo di chiedere aiuto.
Lui si inginocchiò accanto a me e scosse il capo. — No, no, non parlare. Tranquilla, tra poco sarà tutto finito. — Cercai di mettere a fuoco, ma ci riuscii solo per un paio di secondi; l'ossigeno non entrava più nei polmoni. Sentivo solo il sangue e la sofferenza che mi stava dilaniando.
Il ragazzo indossava un abito nero, scarpe da ginnastica nere, un paio di jeans strappati ed una giacca di pelle color pece. Non aveva maglietta, ma il suo torso era cosparso di tatuaggi e segni color cremisi.
— C-chi... — tentai, invano, di domandargli chi diavolo fosse e perché non mi stesse aiutando.
Mi accarezzò la guancia con delicatezza, con il dorso del dito indice. Il suo tocco era gelido come un cubetto di ghiaccio. — So che muori dalla voglia di sapere chi io sia... — si bloccò, — scusa, la battuta non era per niente intenzionale. — Tuttavia, una grossa risata proruppe dalla sua bocca.
Non replicai. Non riuscivo a fare nulla.
— Io sono Morte. O meglio, un suo emissario. Sono venuto a prenderti. È arrivato il tuo momento! — spiegò, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Sbarrai gli occhi, sconvolta.
— No, non fare quel faccino spaventato. Sai, — inclinò la testa di lato, studiandomi attentamente, — il mio è un lavoro molto noioso. Non c'è mai azione. Quindi, con te mi sento gentile. Vuoi fare un gioco?
Attese una mia risposta, continuando a fissarmi con un ghigno inquietante stampato sul bel volto. Volevo rispondergli, volevo dirgli di andare a farsi fottere, ma non ci riuscivo. Faceva troppo male. Chiusi gli occhi ed attesi che mi portasse via. Almeno tutto il dolore sarebbe sparito.
— Non hai un bell'aspetto. Lascia che ti aiuti.
Sentii uno schiocco di dita e, quando sollevai le palpebre, mi ritrovai in uno spazio completamente scuro. Ero in piedi. Mi toccai convulsamente il petto, convinta di trovarvi la ferita, ma non ve ne era alcuna. Inspirai ed espirai: stavo benissimo.
Tuttavia, il mio cuore prese a battere furiosamente contro lo sterno. Continuavo a girarmi attorno, ma tutto ciò che vedevo era solo nero. Nero ovunque; come se fossi precipitata in una densa macchia d'inchiostro.
All'improvviso, una luce si accese sopra di me, illuminando un piccolo spazio circolare. Il ragazzo era alla mia destra, seduto comodamente ad un tavolo quadrato. Al centro di quest'ultimo troneggiava una scacchiera color sangue; ne scorsi qualche goccia cremisi cadere sul pavimento. — Dove mi trovo? — ansimai, indietreggiando. — Voglio tornare a casa!
Il tizio fece cenno di accomodarmi di fronte a lui. — Facciamo un patto. — Sorrise, ma i suoi occhi erano vuoti. — Io e te ora giochiamo a scacchi. Se io vinco, ti porterò con me, — disse, accarezzandosi le labbra con le lunghe dita affusolate, — se tu vinci, io ti lascerò vivere. Ci stai? — Staccò la mano dal viso e la ripose in grembo.
Feci un salto all'indietro, tentando di reprimere un urlo di terrore. La parte inferiore del volto era cosparsa di sangue scarlatto, fresco, dannatamente cremisi. — Il tuo sangue ha un buon sapore — mormorò, abbassando lo sguardo sulle sue mani. Erano rosse. Portò il pollice alla bocca e lo leccò con desiderio, come se esso fosse cosparso di ambrosia.
Iniziai a tremare. — C-chi sei tu? — Continuai ad retrocedere, con il corpo scosso da violenti spasmi. I denti battevano, mentre la paura, viscida come un serpente, si avvinghiava alla mia gola.
— Sono Morte, te l'ho detto. Sono venuto a prenderti.
Ansimai ed annuii. — Bene. Allora andiamo.
Lui inarcò un sopracciglio. — Sul serio? — Gettò indietro la tesa e rise. — Io offro la tua vita su un piatto d'argento, e tu la rifiuti? Creature strane, gli umani... — l'ultima frase venne sussurrata, come se volesse dirla solo a se stesso.
— N-no, non la rifiuto, — balbettai, — ma se torno indietro... la ferita fa male, Morte. Fa molto male.
Morte mi lanciò un'occhiata glaciale. — Non offendermi, umana. Ovviamente ti guarirò.
Prima che potessi rendermene conto, mi ero già seduta di fronte a lui ed avevo detto: — Va bene, ci sto. — Deglutii. — Giochiamo. — Le mie pedine erano nere; le sue rosse. La scacchiera non mi era mai sembrato uno strumento tanto inquietante.
Morte sogghignò. — D'accordo. La regola fondamentale è, — fece una pausa d'effetto e si passò la lingua sul labbro superiore, — non barare.
Assottigliai lo sguardo. — Non offendermi. Io non baro.
Invece lo feci. E, quando dissi, soddisfatta, speranzosa, sollevata, felice: — Scacco matto —, Morte si alzò e rovesciò il tavolo, furioso. Mi puntò l'indice contro, con gli occhi scuri divenuti completamente neri: — Mi hai ingannato, umana! — La sua voce rimbombò per tutta la mia testa. Mi coprii le orecchie con le mani, mentre una fitta acuta mi attraversava il cervello.
Emisi un gemito e lo guardai, boccheggiando pesantemente, provata dallo strazio. Delle vene scure cominciarono ad apparirgli su tutto il profilo del viso. — Mi hai ingannato!
— Smettila! — strillai. — Ho vinto! — Sorrisi, cattiva, e lasciai ciondolare le mani lungo i fianchi. Lo fissai, inclinando il capo di lato. — La sconfitta brucia, vero, Morte?
Mi aspettai di vederlo estrarre una falce e tagliarmi in due parti perfettamente uguali.
Invece, il ragazzo parve rilassarsi. — Park Flavia. — Il mio nome, detto con la sua voce dura ma, allo stesso tempo, sensuale, scivolò dalle sue labbra con la dolcezza di una nuvola. — Madre italiana e padre coreano. Ventun anni. Ferita a morte da un colpo di proiettile. — Si bloccò e si sedette nuovamente di fronte a me, incrociando le gambe. — Tornata miracolosamente a vivere dopo il tempestivo intervento dei paramedici.
Non so descrivere cosa provai in quel momento. Gioia, speranza, sollievo, commozione. Fatto sta che scoppiai a piangere come una bambina e mi morsi le labbra nel vano tentativo di non singhiozzare.
— Io mantengo i patti — mormorò. Sembrava infastidito, mentre agganciava lo sguardo al pavimento. — Ti sei guadagnata la tua vita.
— Non mi sono guadagnata niente — le mie labbra si mossero da sole, forse dettate dall'euforia del momento. — La vita è qualcosa che mi spetta di diritto.
Morte ridacchiò e scosse il capo, per poi sollevarlo. L'angolo destro della bocca era sollevato verso l'alto. — Manterrò la parola. Ora ti manderò sulla Terra. Ti sveglierai in ospedale, circondata dalla tua famiglia, dai tuoi amici. Ma, — ringhiò, scoprendo i denti bianchissimi e dritti, — io so che tu hai imbrogliato. Dovrò pur punirti.
Dopodiché, prima che potessi replicare, mi ritrovai attorniata da cinque medici con la bocca coperta da una mascherina blu.
ѠѠѠ
Gli incubi iniziarono dopo un mese.
Vedevo la gente morire nei modi più atroci; soprattutto le morti violente. Mia madre e lo psicologo credevano che fosse colpa dello stress.
Invece era tutta colpa sua. Morte. Era il suo modo per fare giustizia dell'inganno che aveva subito.
Io avevo barato a scacchi; lui mi faceva vedere, sentire, provare, la morte delle persone ventiquattro ore prima che quest'ultima accadesse.
Ero furiosa. Avevo intenzione di vendicarmi io, questa volta.
Feci dei miei incubi un dono. Iniziai a salvare quanti più individui possibile: ero a conoscenza della loro ora del decesso, della modalità, di tutto. Stavo ingannando di nuovo Morte.
ѠѠѠ
Un anno dopo.
«Posso riprenderti, lo sai?»
Non mi volto. So già chi è, non sono nemmeno sorpresa di sentire la sua voce bassa e cavernosa. Continuo a lavare i piatti, incurante della sua oscura presenza dietro di me. «Vattene via, Morte. Sappiamo entrambi che non puoi.» Metto il piatto pulito nel suo apposito spazio.
Lo sento ridacchiare. «Vero. Ho combinato un gran casino, lasciandoti andare. Le Parche sono furiose con me», fa una pausa, «avrei dovuto portarti via un anno addietro.»
Questa volta mi giro. È sempre lo stesso: capelli scuri e spettinati, occhi neri, jeans neri, giacca di pelle e petto cosparso di tatuaggi e graffi. Sono i nomi delle anime che ha mietuto, me lo ha confessato tempo fa. «Hanno ricucito il mio Filo?» chiedo. Mi tolgo i guanti di plastica e li lancio nel lavello.
Morte scuote la testa e prende un'arancia dal cesto posto sul tavolo rotondo della cucina. Ci gioca un po', facendola passare da una mano all'altra. «No. Te l'ho detto, Flavia: ci vogliono anni. In pratica sei diventata quasi immortale. Quasi come me.»
Sulle mie labbra appare un ghigno colmo di amarezza. «Io non uccido la gente. Io la salvo.»
Morte si avvicina e mi accarezza dolcemente il volto. «Solo perché vuoi farmela pagare» soffia, la sua bocca ad un pelo dalla mia. «Avanti, ammettilo.»
Scivolo via, reprimendo l'impulso di prenderlo a schiaffi.
In parte ha ragione. Certo, io non sopporto di starmene nelle mani in mano quando qualcuno soffre, ma... anche l'odio che nutro nei suoi confronti contribuisce alla stenuante crociata cui sto partecipando. «Non ho chiesto io di sognare la morte della gente, caro. Hai fatto tutto da solo.»
«Ti chiedo di smetterla», sbuffa, picchiettando la superficie del tavolo con le unghie, «non puoi farlo! Non devi interferire con il destino dei mortali, Flavia! La loro esistenza deve finire in quel momento!»
Roteo gli occhi. «Abbiamo fatto questa conversazione il mese scorso», sbatto con forza una mano contro la credenza, «io non me ne starò buona buona a sognare il dolore delle persone.» La furia mi ribolle nelle vene come se dentro di esse vi scorresse lava. «Se posso aiutare in qualche modo, io lo faccio. E non sarai certo tu a fermarmi.» Sorrido. «Dopotutto, sono quasi immortale.»
Morte stringe i pugni. «Hai detto bene. Quasi. Le Parche stanno ricucendo il tuo filo; ma ciò non significa che sei fuori pericolo» dice a denti stretti.
Incrocio le braccia sotto il seno. «Sei preoccupato per me?» Dentro di me spero che lui dica di sì; ma ciò non avviene.
«Ovviamente no. Non voglio che qualcuno interferisca con il mio lavoro» risponde senza esitare. «E non ho intenzione di subire ancora una volta l'ira delle Parche. Sono già abbastanza incazzate perché ho perso il tuo filo originale», lancia in aria l'arancia e la riprende. «Ora che i fili della gente che stai salvando stanno diventando più resistenti, beh...» fa spallucce, «non sono molto contente. E sospettano che la cosa abbia a che fare con me.»
«Perché è vero» non posso fare a meno di commentare.
Annuisce. «Hai ragione.» Guarda di nuovo il frutto e lo ripone nel cesto. Prende una mela e la addenta, emettendo una specie di orgasmo. «Gli Shinigami mangiano solo mele.»
Ignoro volutamente il suo riferimento a Death Note. «Ora, se vuoi scusarmi... ho una signora da proteggere.» Guardo l'orologio e mi mordo nervosamente le labbra. Ho ancora otto ore di tempo per raggiungere Noksapieong-daero e salvare la giovane e bellissima donna che verrà assalita. L'aggressore, il suo gelosissimo ex-fidanzato, la porterà in un vicolo cieco e, in preda ad un raptus, la sgozzerà con un coltellino svizzero. Io sarò lì, pronta a suonargliele di santa ragione.
Morte interviene, ancora masticando la sua mela. «No. Sul serio, mi metterai in guai molto seri. Le Parche... le Parche non saranno felici.»
Sbuffo. «Hai davvero così tanta paura di loro?!» sbotto, dirigendomi in soggiorno per prendere il cappotto e lo spray al peperoncino che avevo poggiato sul mobile del televisore. Estraggo la mascherina nera dalla tasca posteriore dei jeans e la infilo.
Lui mi accompagna quasi correndo. «Noi demoni non proviamo paura» risponde in modo sarcastico. Segue ogni mio movimento con lo sguardo, spalancando gli occhi sempre di più. «Tuttavia sono i miei capi! Devo sottostare ai loro ordini, mi capisci? Ho già trasgredito con te e non voglio che mi diano in pasto a Cerbero!»
«Non ti daranno in pasto a Cerbero» affermo.
Abbraccio la stanza con lo sguardo: i muri sono di colore bianco, mentre il pavimento è di parquet. Al centro vi è un tavolo di cristallo di forma ovale, con delle sedie di legno attorno e imbottite con cuscini di pelle verde. A destra della porta vi sono due divani disposti ad angolo di pelle bianca; di fronte a questi il mobile di legno sul quale è poggiata la televisione, con dvd e decoder. Alle pareti sono appesi due quadri, uno sopra il divano rappresentante un tramonto, e l'altro di fronte al tavolo, raffigurante il mare. Sospiro. È una bellissima casa, quella dei miei. Dopo l'incidente, hanno deciso di farmi vivere con loro, così che possano controllarmi... quando possono.
Morte si pone di fronte a me e mi blocca. «Invece sì, io l'ho visto. Kyungsoo si era comportato in modo inaccettabile; e le Parche lo hanno punito. Cerbero si è pulito i denti con le sue ossa.»
Lo spingo di lato. «Finiscila» borbotto. «Sei tu che mi hai trascinata in tutto questo.»
«Beh, sei tu che hai barato!» ribatte lui. «Io ti avevo detto di non imbrogliare!» Il suo tono piagnucoloso lo fa sembrare un bambino.
«Io non ho barato! Offendi la mia bravura.»
«E tu la mia intelligenza.»
«Morte» sibilo a denti stretti. Mi sta davvero facendo infuriare. «Lo so che la sconfitta brucia.»
Il ragazzo assottiglia lo sguardo ed emette un ringhio basso e gutturale. «Non mettermi alla prova, umana. E comunque, non chiamarmi Morte. Non sono la Morte vera e propria, sono solo un emissario.»
«Okay. Come dovrei chiamarti, allora?» Scrollai le spalle. «Ryuk?»
«No, c'è il copyright per quel nome. Chiamami Chanyeol.»
Sospiro ed apro la porta. «Va bene. Chanyeol.» Ed esco da casa.
Due ore dopo.
Chanyeol non scherzava quando diceva che non potevo morire.
L'aggressore ha appena affondato il coltellino nella mia spalla, fino alla minuscola elsa; ma non sento niente. Il sangue non scorre come avrebbe dovuto, il dolore acuto che aspetto non arriva.
Sono sbalordita e, soprattutto, terrorizzata. Ansimo pesantemente e stacco via l'arma, rigirandomela tra le dita. Non è sporca. Non sanguino.
Guardo il tizio con puro orrore, e lui ricambia l'occhiata con altrettanto. Arretra, fino a sbattere la schiena contro il muro del vicolo cieco in cui ha teso l'agguato alla sua ex-ragazza. «Cosa sei tu?» sputa, tremando dalla testa ai piedi.
Sento il magone formarsi in gola. Perché non sento niente? Perché non sanguino? Una lacrima scivola silenziosa lungo il profilo della mia guancia e torno a guardare il coltellino con un misto di sgomento ed incredulità. La mano è scossa da violenti tremiti che non accennano a fermarsi.
«Il fantasma del Natale passato» risponde qualcuno al posto mio. La voce proviene da dietro di me. Non ho bisogno di girarmi per scoprire chi sia: Chanyeol mi ha seguita, di nuovo. Abbasso il capo e mi accuccio a terra, mordendomi le labbra per non urlare e serrando ermeticamente gli occhi. Stringo le dita attorno alla lama, aspettandomi di sentire il dolore ed il sangue colare; cosa che non avviene.
Chanyeol mi supera e sferra un pugno al tizio. Dal gemito e dal tonfo, devo dedurre che sia svenuto. «Alzati» ordina il ragazzo con un tono che non ammettere repliche. «Ecco perché non volevo che tu venissi.»
Scatto in piedi e mi asciugo le lacrime con il dorso della mano. «Perché?» boccheggio. «Perché non sono ferita? Non sento niente, niente!» Lancio il coltellino a terra in un moto di stizza.
Chanyeol mi afferra bruscamente per il polso. Veniamo avvolti da un fumo scuro e denso e, dopo circa due secondi, ci ritroviamo nella melma nera di un anno addietro, quando mi aveva sfidato a scacchi.
«Non puoi morire» spiega il ragazzo, lasciandomi andare. «Tutto perché il Filo è disperso. Fino a quando le Parche non ne rammenderanno uno nuovo, tu non sentirai nulla.»
«Beh, allora che si sbrighino!»
Lui si prende la testa fra le mani, frustrato. «Lo taglieranno non appena sarà finito.»
Sbatto le palpebre. «Cosa?»
«Hai capito bene», mi prende per le spalle e si abbassa alla mia altezza, incatenando il suo sguardo con il mio, «non appena lo finiranno, tu morirai. Ma questo accadrà tra duecento anni, o giù di lì.»
Questa consapevolezza mi colpisce con la forza di un camion. «Fino ad allora... Io non... sentirò niente?» Inspiro una grande quantità d'aria. «Sanguinare, provare dolore... è ciò che mi rende umana, Chanyeol.» È la cosa che più mi spaventa: e se, oltre ai mali fisici, non fossi in grado di provare nessuna emozione?
«Che a te piaccia o no, Flavia, ora non sei completamente umana. Sei una mezza demone.» Si stacca e comincia a camminare avanti e dietro, frustrato. «E ti chiedo, no, ti ordino», mi fissa con i suoi occhi completamente neri, «di smetterla con la tua inutile crociata. Interferisci con il Destino e, soprattutto, con il Tempo. Salvando quella gente, hai creato una quantità innumerevole di realtà parallele.»
Una furia cieca si impossessa di me. Come può chiedermi una cosa del genere? Come può dirmi di restare impassibile di fronte a tanta crudeltà? Avanzo a grandi falcate verso di lui e gli sferro un colpo in pieno viso. «Non mi importa!» urlo, mentre lo guardo crollare a terra. «Io non voglio lasciare che quelle persone muoiano! Mi dispiace, ma non ho intenzione di starmene con le mani in mano.»
Lui si alza con lentezza, più sorpreso che arrabbiato. Si accarezza la mascella. «Quella donna era incinta.»
Cosa? «Eh?»
«Hai salvato anche il suo bambino.»
Il sollievo è talmente enorme che mi fa vacillare. «È una cosa bellissima!» strillo.
Chanyeol scuote violentemente la testa. «Assolutamente no» dice. «Quel bambino non dovrebbe nascere. Il suo Filo non esiste. Le Parche non lo riconoscono. Non si sa chi, o cosa, potrebbe essere partorito», tace un attimo, «non è una cosa bella, Flavia. Per niente.»
Un gelo immane cala su di me. «In che senso?» domando. Il cuore comincia a battere incessantemente.
Il ragazzo solleva le spalle. «Non si sa. È successo solo una volta, ed è uscito fuori Horkos.» Lo dice come se io sappia di chi stia parlando.
Dalle mie labbra sfugge un sospiro esausto. «Chi è Horkos?» Mi stropiccio gli occhi.
«Perseguita ed uccide chiunque non tenga fede ai propri voti» chiarisce. Comincia a torturarsi le dita. «Sono andato da lui e gli ho parlato di te. Non hai mantenuto la tua promessa; così lui ti ha maledetta.»
Non ci metto molto a fare due più due. «Gli incubi sono opera sua.»
Chanyeol fa un cenno di assenso con la testa. «Esatto», si gratta la nuca, «non sapevo cosa volesse fare. Pensavo ti privasse di un occhio, o di una mano. Invece...» La sua frase rimase sospesa nella pece scura che ci circonda.
Non mi arrabbio. Non ne ho più la forza. «Chi... chi potrebbe nascere?» chiedo, incrociando le braccia al petto.
Ci mette un po' a rispondere. «Ho sentito le Parche che ne parlavano. Dicono che Ate... potrebbe tornare.» E, per la prima volta da quando lo conosco, scorgo un briciolo di puro terrore brillare nei suoi occhi.
Non so se preoccuparmi o essere sorpresa davanti al suo sfoggio di umanità. «Non so i nomi di tutti i demoni» mormoro. «Ti prego, chi è questa Ate?»
«La discordia. L'errore. L'inganno.» Inizia a battere incessantemente il piede sul pavimento. «È lei che dà via a tutte le guerre.»
Sbarro gli occhi e spalanco la bocca, sgomenta. «Quel bambino porterà distruzione?» È tutto ciò che riesco a dire.
«Perché non capisci?!» grida Chanyeol tutto d'un tratto, con una tale veemenza da spaventarmi. I suoi pugni sono serrati, il suo viso distorto in una smorfia di pura furia e costellato da innumerevoli venature nere. «Quel bambino non sarà umano! È un demone, quello che porta tutti i conflitti bellici!» Si prende il setto nasale tra il pollice e l'indice, frustrato. «Il Destino non ha in serbo la Terza Guerra Mondiale; non ora, almeno. Molte persone moriranno senza preavviso. Sai che vuol dire?»
Scuoto la testa. «Non vivo negli Inferi, come faccio a saperlo?» borbotto.
«Noi emissari della Morte non riusciremo a prendere tutte le anime.» Si siede per terra a gambe incrociate, ed io lo imito. Il ragazzo inizia a disegnare dei centri concentrici con le dita, al fine di calmarsi. «Ci saranno tantissimi fantasmi vaganti per tutto il globo.»
Rimango in silenzio ed aspetto che continui la sua storia.
«I fantasmi hanno una... come la chiamate voi umani? Data di scadenza. Dopo cinque anni di vagabondaggio, essi si trasformano.» Sorride amaramente, e le sue labbra iniziano a stillare sangue. «In demoni. Cattivi. Molto, molto cattivi.»
Il mio cuore si blocca per un nanosecondo. «Quindi i demoni si riverseranno sulla Terra?» ho il coraggio di balbettare.
«Una vera e propria...» smette di parlare, pensoso, «come la chiamate?»
«Apocalisse.»
Chanyeol scrolla le spalle. «Il termine corretto è Armageddon.»
Su di noi cala il silenzio, interrotto solamente dai battiti incessanti e rumorosi del mio cuore. Non riesco a pronunciare nemmeno una parola. La bocca è secca, gli occhi faticano a mettere a fuoco ed il magone si sta formando in gola. Salvando quella donna, ho condannato tutto il genere umano. Aveva ragione. Avrei dovuto lasciar perdere. «Non--le Parche», balbetto. «Non possono cucire il Filo del bambino?»
Lui sospira rumorosamente. «Non su due piedi. Si stanno già dando da fare per il tuo.»
«Che cosa facciamo?» Gli occhi mi si riempiono di lacrime. «Mi dispiace. Ho combinato un casino.»
«Semplice: aspettiamo.»
ѠѠѠ
«Ho due notizie: una buona ed una cattiva» esordisce Chanyeol.
Lancio un urlo, spaventata, ed il libro che sto leggendo mi cade dalle mani. «Almeno avvisa che sei qui!» strillo, posando una mano sul petto.
Lui si mette le mani sui fianchi. «Sono qui.»
«Lo vedo» borbotto, mentre mi piego per prendere il romanzo da terra.
«Non metto in dubbio le capacità di osservazione» dice il ragazzo, sedendosi comodamente sul divano accanto a me. Distende le lunghissime gambe e si mette le mani dietro la nuca. «Dicevo, ho due notizie. Quale vuoi sentire prima?»
Roteo gli occhi e piego l'angolo della pagina per tenere il segno. «Quella cattiva.»
«Cosa?» Sbuffa e scuote la testa. «No. Ti dico prima quella buona.» Si mette in posizione eretta. «Quella cattiva è una conseguente di quella buona.»
Sospiro. «E allora perché mi hai fatto la domanda?»
«Di solito gli umani scelgono prima quella piacevole.» Fa un gesto svogliato con la mano. «Ma ora basta con i convenevoli. C'è un modo per fermare la fine del mondo.»
Ora ha tutta la mia attenzione. «Cioè?»
Si inumidisce le labbra e mi prende la mano. Le sue dita sono gelide, ma delicate. «Tornare indietro nel tempo e...», sembra addolorato, e la cosa mi spaventa, «ed evitare di proporti la partita a scacchi. È un compito che spetta a me, dato che è stata in parte colpa mia.»
«Quindi io devo...» Non riesco nemmeno a finire la frase.
«Sì.» Mi stringe ancora di più.
Una lacrima scivola lentamente lungo la mia guancia, mentre un debole sorriso mi affiora sulla bocca. Sotto sotto me lo aspettavo. «Sì.» Annuisco ripetutamente. «Eviterò che il mondo sprofondi nel caos.» È la cosa giusta da fare. Dopotutto, questo casino è anche colpa mia.
«Non ti farò soffrire» si affretta a dire Chanyeol. «Lo prometto.»
Ed è a questo punto che il mio cuore si mette a singhiozzare. Ho voglia di abbracciarlo, vederlo più spesso, amarlo e vivere la mia vita al suo fianco. Ma so che questo non è possibile.
«Grazie.»
Lacrime di angoscia mi rotolano lungo le gote e, presa da un'improvvisa voglia di affetto, lo stringo in un caldo abbraccio. Lui non ricambia subito, anzi, è parecchio teso e nervoso. Tuttavia sento le sue braccia gelide attorno al mio busto.
Piango come una bambina e affondo il viso nell'incavo del suo collo. «Sssh, sono qui... Andrà tutto bene. Non soffrirai. Non lo permetterò» mormora lui, per darmi conforto.
Sollevo il viso e punto i miei occhi annacquati nei suoi. Prima che possa rendermene conto, Chanyeol poggia le labbra sulle mie, con una passione indescrivibile. Mi cinge la vita con il braccio destro e preme il suo corpo contro il mio, circondandomi con il suo gelo. Schiudo le labbra e quel semplice bacio diventa qualcosa di più, riesco ad assaporare il suo amore, riesco a provare tutti i suoi sentimenti. Il demone mi morde il labbro inferiore facendomi provare un dolore piacevole e sorride mostrandomi i suoi denti bianchi e perfetti.
«Tu non dovresti provare dei sentimenti» balbetto, rossa in volto.
«Mi sa che sono stato troppo a contatto con te, Flavia.» Avverto la tristezza nelle sue parole, mentre mi accarezza la guancia. «Mi dispiace. È stata tutta colpa mia.»
«È vero» asserisco.
I suoi occhi diventano rossi. «Potrai mai perdonarmi?»
Faccio cenno di sì con la testa e mi asciugo le lacrime con la manica della giacca. «Salva la Terra.»
Sono state le mie ultime parole.
Chanyeol estrae una piccola clessidra dalla tasca del giubbotto e la gira. «Come dite voi umani? Ti amo.»
Vengo avvolta da una luce accecante e mi ritrovo nuovamente nel negozio, circondata da una pozza di sangue scarlatto e scatole di cibo sporche di rosso.
Chanyeol incombe su di me, come ricordavo, sorridendo. «Vieni con me.» Mi prese la mano con dolcezza.
E questa volta, io lo seguo.
A/N: è una storia che mi ronzava in testa già da un casino. ci ho messo veramente poco a scriverla, tanta era l'ispirazione. eh beh, @flavjk, spero ti piaccia!! lo so, è strana, but ho preso spunto da una creepypasta che ho amato e niente. ora volo. adieu. gli esami mi aspettanoporcocrono.
ps: amo troppo la copertina è bellissima vero
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro