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Day 1 - Family

Respiro forte e il bianco della stanza è accecante.
Vedo il mio corpo disteso su un letto, pallido e immobile.
Sento un prurito allo stomaco; alzo la maglietta e vedo una piccola cicatrice all'altezza dell'ombelico, più a sinistra.
Quasi non capisco cosa sta succedendo, perché vedo me stessa, poi tutto si fa chiaro come l'acqua.
Sono morta.

Cerco di aprire la porta per andare via ma è chiusa a chiave.

Mi volto e per poco il mio cuore non si ferma...anzi è molto strano che io lo senta ancora battere.

Il ragazzo del bar mi fissa, in piedi accanto alla finestra. Non c'era prima.

"Ben svegliata..." dice con una voce che non avrei mai associato al suo viso.
Non rispondo.
Magari sono solo pazza...sì sicuramente sono pazza.

"Okay..." farfuglio avvicinandomi "Ciao...sei una sorta di amico immaginario? Dovrei parlarti come un'allucinazione o..."
Lui ride e alza le sopracciglia.

"Non è un'allucinazione Ginevra..." risponde sedendosi su una poltroncina accanto al letto dove giace il mio corpo "È tutto tragicamente vero!"
Il sorriso con cui lo dice non ha nulla di tragico.

Sono ufficialmente pazza.

"Allora..."  dico con voce tremante "Sei..."
"Morto. Sì." risponde incrociando le braccia "E tu lo sei anche...o più o meno..."
"Che vuol dire più o meno?"
"Sei in coma, vedi?" indica la meschera dell'ossigeno sulla mia bocca, o meglio su quella della me sdraiata "E hai avuto la fortuna di essere ancora qui e in un certo senso l'ho avuta anch'io..."

"Non ti capisco..." dico appoggiandomi alla parete.
"È semplice. Io adesso sono morto, il mio corpo è nella stanza accanto, ma ti assicuro che è uno spettacolo pietoso..." mi sorride "Tu sei gravemente ferita e in coma. Saresti dovuta morire, stai per morire, ma ti è stata data una possibilità di scelta."

Non capisco se mi sta prendendo in giro...può un'allucinazione prendermi in giro?

"Dato che sono morto sotto i tuoi occhi, prima di raggiungere la pace eterna..." spiega con sarcasmo "Starò con te in questi dieci giorni."
"Dieci giorni?"
"Dieci giorni. Hai dieci giorni per decidere se morire o risvegliarti."

Sí, mi sta prendendo in giro...

Non rispondo.

"Quindi...tu sei vero ma sei morto...e io sono morta ma viva?" dico poi e lui semplicemente annuisce "E ho dieci giorni per decidere..."
"Esattamente."
"Non credo sia una scelta tanto difficile..."
Lui si alza e viene verso di me.
"Lo vedremo...andiamo..."
Si avvicina verso la porta e io non ho il tempo di avvertirlo che è chiusa che lui passa attraverso.

"Ma che cazzo..." bisbiglio.
Lui riappare pochi secondi dopo.
"Allora vieni o no?" quasi mi sgrida.
Sbatto le palpebre e mi accorgo sempre più che non è un'allucinazione.

Mi prende per un polso ed esce di nuovo, stavolta io passo con lui.

"Uoah!" esclamo.
È una sensazione assurda.
Sono...passata attraverso una porta...

"Cioè sei una specie di fantasma?" chiedo mentre camminiamo nel corridoio dell'ospedale e nessuno sembra vederci.
"Se la metti così sì...attenta!" risponde e mi sposta velocemente con un braccio per evitare di farmi scontrare un'infermiera che trasporta un carrello.

Il suo braccio resta sul mio petto e io alzo le sopracciglia.
Mi stringe fin troppo...
Mi schiarisco la voce e lo guardo.
Lui arrossisce e lo sposta velocemente.
Solo allora mi accorgo di avere ancora i vestiti della serata.

"Quindi..." dico per rompere l'imbarazzo "Tu sei...morto e poi hai incontrato Dio o qualcuno che ti ha detto di accompagnarmi in questa cosa?"
"In un certo senso, ma non mi è dato spiegartelo." risponde vago "Diciamo che sono come Virgilio per Dante! E in questo caso Dante saresti tu."

Non ha la faccia di qualcuno che farebbe un riferimento alla Divina Commedia, soprattutto davanti ad una classicista...

"Vieni..." mi riprende la mano ed entriamo in una stanza chiusa.

A quanto pare posso trapassare i muri solo se lui mi tocca...credo siano le caratteristiche di una persona a metà tra la vita e la morte: nessuno mi vede o mi sente, ma potrebbero ancora toccarmi.

"Metti questi." dice porgendomi dei miei vestiti ripiegati.
"Dove li hai presi?" chiedo prendendoli.
E soprattutto perché passa attraverso ai muri e non attraverso alle cose?
"Tua madre ha portato con se una valigia per quando ti risveglierai, se ti risveglierai..."
Gli lancio un'occhiata di rimprovero.
"Ovviamente mi risveglierò!" dico "In effetti non capisco il senso di questa cosa, ho già deciso adesso! Voglio dire...sono necessaria a moltissime persone!"
"Ne sei sicura?"

Assottiglio gli occhi. Ho la sensazione che mi stia nascondendo qualcosa.

"Ti dispiace?" chiede facendomi cenno di vestirmi "Abbiamo solo 10 giorni, non 10 anni e io non vedo l'ora di godermi l'eternità!"

Questo suo sarcasmo si fa fastidioso.

"Ti dispiace?" dico imitando il suo tono.
"Cosa?"
"Girarti! Dovrei spogliarmi..."
"Oh certo!" dice voltandomi le spalle "Tranquilla non mi volterò all'improvviso..."
"Non è che oltre a passare oltre le pareti vedi anche dietro la testa?"
"Non lo saprai mai..." dice ridendo.

Mi tolgo le scarpe e la gonna e indosso i jeans.
Molto meglio...

"Pensavo che non mi sono ancora presentato..." dice mentre mi infilo la maglietta.
"E questo ti sembra il momento adatto?" chiedo sistemandomi.
"Non esiste un momento sbagliato...piacere, Leonardo Fiorentini!" mi porge la mano da sopra la sua spalla.
Io la stringo sorridendo.
Non è affatto come lo immaginavo.
Chissà perché Filippo lo descriveva così male...

"Guarda che puoi girarti..." sorrido e lui si volta "Io sono Ginevra Farnese."
"Lo so..." risponde "Sono nella classe accanto alla tua da 5 anni..."

Lo guardo a bocca aperta.
Spero stia scherzando?
Andiamo nella stessa scuola e non mi sono mai accorta di lui?

"Sapevo avresti reagito così...dai andiamo..." mi precede.
"Aspetta e i vestiti?" chiedo.
"Quali?"
Mi volto e i vestiti che avevo prima non ci sono più.
Lo guardo scioccata e lui mi fa un occhiolino.
"Andiamo..."

È tutto troppo strano...

Arriviamo davanti ad una porta chiusa e accanto ad essa c'è appesa una cartella clinica col mio nome.

"Allora." dice Leonardo "Prima di entrare, sappi che ogni giorno vedrai una parte del mondo dopo la tua morte, vedrai come si comportano le persone, cosa cambia e cosa non. E alla fine deciderai tu cosa fare." mi rispiega "Questa è la tua stanza, quella dove ti sei risvegliata, dentro adesso ci sono i tuoi genitori."

Lo ascolto e penso che loro sono il primo motivo per cui sceglierò di vivere.
Oltre ovviamente ad essere una persona sana di mente senza desideri di morte!

Mi prende per il polso ed entriamo.
Quasi quasi mi abituo a questo modo di passare le porte.

Mi lascia il braccio e si siede su una sedia vuota all'angolo della stanza.
Guardo davanti a me una donna dai capelli biondi china sul mio corpo.
Singhiozza e mi stringe la mano.
È mia madre.

Sento un nodo alla gola.
"Mamma..." sussurro a me stessa.
Mi avvicino e la guardo.
Ha gli occhi gonfi e rossi.

"Perché...la mia bambina..." sussurra e sento le mie guance rigarsi di lacrime.

"Mamma! Sono qui!" grido ma lei non mi sente.
"Mamma!"
"Ginevra abbassa la voce..." dice Leonardo ma io non lo ascolto.
"Sono qui!" dico ancora più forte "Mamma!"

Mi fiondo su di lei e non appena le sfioro un braccio lei si ritira spaventata.
Guarda dritto nei miei occhi ma non guarda me, ha lo sguardo perso nel vuoto.

"Ginevra!" mi richiama Leonardo "Possono ancora sentirti! Non devi più farlo!"

Mi prende per le spalle e io lo guardo con gli occhi pieni di lacrime.
"Hai capito! Non devi più toccarli!" esclama.
"Voglio tornare a casa..." sibilo.

Voglio risvegliarmi adesso.
Non voglio stare dieci giorni a guardarli soffrire.

"Andiamo via ti prego." dico e lui mi guarda scuotendo la testa.
Nei suoi occhi c'è compassione e autorità, e mi dà sui nervi.

Mi allontano di scatto.
Me ne vado sola.
Corro verso la porta e faccio per toccare la maniglia che questa si spalanca.
Entra mio padre che si ferma e mi fissa negli occhi per un secondo.
Anche lui in realtà fissa il vuoto.

"Papà..." sussurro e vedo il suo viso marcato da una smorfia di dolore.
Gli occhi gonfi e le labbra graffiate; abbiamo entrambi il vizio di morderle quando siamo nervosi.
Corre incontro a mia madre e la stringe a se.
Lascia la porta aperta.

Non riesco a guardarli e corro fuori cercando di urtare il meno possibile chi mi sta intorno.
Arrivo fuori dal portone dell'ospedale e non riesco più a trattenermi.
Cado in ginocchio e rimetto sulle scale.
Alle mie spalle Leonardo mi guarda.

Tossisco e lo guardo.
Gli occhi appannati di lacrime e di rabbia.

"Perché!" ringhio "Perché non posso morire adesso! Perché non posso tornare adesso!"

Lui non risponde. Alza lo sguardo verso una coppia appena uscita da un taxi che corre verso l'ingresso.
Mentre li guardiamo sembrano muoversi a rallentatore.

Mi alzo e lui chiude gli occhi per un momento.

"Tu puoi scegliere." dice con voce dura "Puoi scegliere! Io sono morto! Sono morto cazzo! E per quanto cerchi di vederla con positività sono comunque morto! Quelli erano i miei genitori e non hanno niente se non me! E io non avevo niente se non loro!"

Per un momento sembra che stia per piangere poi richiude gli occhi e sorride. Sorride di nuovo beffardo.

Riapre gli occhi e mi guarda come prima, come se non mi avesse detto niente "Dobbiamo tornare dentro. È arrivata tua sorella."
Alzo le sopracciglia: "Claudia..."

-

Mi siedo accanto a lui sulle sedie vuote della mia stanza.
Il mio corpo è ancora lì immobile, mia mamma ha smesso di piangere e ora siede in silenzio. Mio padre accanto a lei.
Claudia, mia sorella, sistema la mia borsa.

"Dov'è la sua felpa?" dice ad un certo punto "La felpa che le avevo portato io da Boston! È la sua preferita!"

Si riferisce a quella che indosso io adesso, era tra i vestiti presi da Leonardo.
"La tua preferita?" mi chiede lui ascoltando e io annuisco "Ho un certo gusto allora..."
Gli sorrido storta e torno a guardare la mia famiglia.

"Senti scusa per prima...dovrei aiutarti, non remarti contro..." dice prendendomi una mano.
Lo guardo.
"Non fa niente, hai ragione. Dopo tutto c'è un motivo se posso scegliere..." dico più a me stessa che a lui.

Mio padre sfoglia un fascicolo che riconosco subito; è la mia domanda di ammissione all'università. Dovevamo spedirla questo weekend ma a queso punto...credo sia tutto rimandato.

"Credi che starebbero meglio senza di me?" chiedo a Leonardo e lui mi guarda.
"Credo che gli esseri umani abbiano un unico pregio, quello di sapersi adattare. Nessuno muore di dolore, tutti sopravvivono a tutto e si abituano..." dice.
"Unico pregio?" chiedo "Beh c'è anche l'amore...solo gli esseri umani interpretano l'amore in così tante forme...eros, filia, agape...sai.."
"So." mi interrompe "So...ma non conosco..."

"Signori." esordisce un medico entrando nella stanza "L'orario di visita è finito, dobbiamo lasciarla riposare. Abbiamo fatto tutto il possibile, ora tocca lei."

A me.

Vedo i miei uscire dalla stanza e mia sorella seguirli.
Non la vedevo da più di un mese; lei lavora negli Stati Uniti e torna a Roma solo per Natale e in estate.
Prima che partisse l'ultima volta abbiamo litigato, per una sciocchezza ora che ci penso.
Devo tornare, devo chiederle scusa.

Io e Leonardo usciamo dalla stanza.

"Dove andiamo?" chiedo.
"Non possiamo restare qui, come hai visto tu sei ancora parzialmente percettibile, mentre io posso decidere se esserlo o meno." dice.

Ecco spiegato perché può sedersi sulle poltrone, ma passa attraverso i muri..

"Ti porto a casa mia..." dice.
"Mi sembra un po' presto, dopotutto ci siamo appena conosciuti, dovresti prima portarmi a cena come minimo..." scherzo e lui mi sorride.
"Vedo che il sarcasmo prima o poi colpisce tutti dopo la morte!"

Usciamo dall'ospedale e camminiamo verso la scuola.

"Ma non ci sono i tuoi a casa?" chiedo.
"Hai paura che faremo troppo rumore? Posso imbavagliarti se vuoi..." sorride e io gli do un pugno sul braccio.
"Sii serio almeno una volta!"
"Non andremo a casa dei miei, andiamo a casa mia."

Mi prende la mano ed entriamo in un taxi che si è fermato per far entrare due persone.
Saliamo con loro e mi ritrovo seduta in mezzo. Lui è letteralmente nelle gambe di uno di loro.

Lo guardo e rido.
"Non dirlo..." sorride.
"Ti rendi conto che sei dentro un altro uomo?"
"L'hai detto..."
Ridiamo entrambi e nessuno può sentirci.
Inizia a diventare una situazione quasi...esilarante.

Il taxi si ferma e noi scendiamo.
"Da questa parte..." dice Leonardo e lo seguo lungo un marciapiede finché lo vedo passare oltre un grande cancello.

"Scusami?!" grido e vedo la sua mano riapparire oltre il ferro.
La prendo e attraverso con lui.

"Dove siamo?" chiedo.
"È il giardino sul retro dei miei nonni." mi spiega "Quella è la mia casa!"

Indica una grande casa sull'albero a pochi passi da noi, in cima ad una quercia.

"Non vivi davvero qui, giusto?" chiedo meravigliata.
"Praticamente è come se lo facessi..." risponde e mi porge una mano aiutandomi a salire la scaletta sul tronco.

Arrivo davanti ad una porta di legno con inciso Leo sopra.
"Leo." dico guardandolo.
"Mi chiamano così, mio nonno diceva che ero coraggioso come un leone solo perché avevo il fegato di arrampicarmi fin qua su..." spiega mentre entriamo in una grande stanza al centro della quale sono accumulate coperte e cuscini "A scuola mi dicono invece che non potevano scegliere un nome più sbagliato per me..."
"Beh siamo classicisti...anche per insultare usiamo l'etimologia!" cerco di sdrammatizzare e lui mi sorride.

Apre una finestra e la stanza si illumina della luce della luna.
Saranno circa le due di notte.
"Non è l'attico a cui sei abituata ma è il posto più sicuro..." dice "Se sei stanca ti conviene dormire, domani andiamo a trovare una persona..."
Mi siedo sui cuscini rossi e lui difronte a me.
"Devo tornare dalla mia famiglia..." dico "Non voglio vederli soffrire."
Lui mi guarda.
Sento che vuole dirmi qualcosa, ma non lo fa.

Mi sento così stupida a non essermi mai accorta di lui.
I miei occhi erano solo per Filippo.

Al suo pensiero rivedo il coltellino nelle sue mani e il suo sguardo di ghiaccio.
Non voglio.
Non voglio ricordarlo così.
Io lo amo ancora.

"Dormi Ginevra..." la voce di Leonardo è sempre più lieve "...dormi."

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