13 ||«Hai smesso di decidere per me.»
«Ho prenotato il campo per questo mercoledì, spero tu non abbia di meglio da fare Potter. O potrei sempre decidere di infilarti quella dannata scopa lì dove non batte il sole.» Albus annuì distrattamente, per nulla interessato all'avvertimento minaccioso rifilatogli dall'esigente capitano della squadra, nonché suo migliore amico dai tempi immemori.
Scorpius d'altro canto, aveva notato già da un pezzo la totale assenza di attività celebrale da parte di Albus, nonostante camminassero fianco a fianco da una buona decina di minuti e gli parlasse da altrettanto tempo.
«Inoltre Emily O'Neill mi ha chiesto di uscire, credo proprio che accetterò.» dichiarò subito dopo con naturalezza, prima di allentare il nodo alla cravatta e affondare entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni.
Ancora una volta, Albus annuì meccanicamente, le iridi verdi che esaminavano con attenzione un punto ben preciso del cortile, mentre Scorpius brontolava in segno di protesta, proprio come un bambino alla ricerca di attenzioni.
«Si amico, proprio quella Emily O'Neill. Alta quanto uno snaso, capelli stopposi e una propensione naturale nel mangiare moccolo.» ma nemmeno quello servì a distoglie Albus dai propri pensieri, e fu inevitabile per Scorpius chiedersi cosa avesse di così tanto speciale un idiota come Lorcan Scamander.
«Ma prima di mettere la testa a posto e mangiare caccole insieme a O'Neill per il resto della mia misera vita, credo proprio che bacerò tua cugina.» Albus parve dargli i primi segni di vita solo quando un sospiro stanco lasciò le sue labbra.
Sembrava seccato, con i nervi a fior di pelle e pronto a scattare come una molla, proprio come quando il Corvonero appariva indisturbato nel raggio di dieci miseri metri.
Mesi addietro, Scorpius aveva promesso a sé stesso e in particolar modo al suo migliore amico, di tenersi lontano da tutta quella bizzarra situazione.
Albus gli aveva infatti fatto promettere più volte, di tenere la bacchetta ma soprattutto le mani lontano da Lorcan, motivo per cui, Scorpius non aveva mai avuto modo di risolvere la faccenda come più desiderava, ovvero prendendo a pugni quello che considerava il gemello più stupido degli Scamander.
La realtà era, che pur non dandolo a vedere, Scorpius proprio non sopportava vedere Albus in quello stato, così come non sopportava le volte in cui tornava stanco e sofferente dopo l'ennesimo incontro con il Corvonero, ad orari indecenti e con gli occhi velati di lacrime.
Il cuore della persona che più amava al mondo, e a cui doveva la vita, si stava frantumato giorno dopo giorno e per la prima volta, Scorpius si sentiva impotente, incapace di contraccambiare quello che Albus aveva fatto e continuava a fare per lui.
«Ne ho tante di cugine Scorp, ma confido nel fatto che saprai scegliere quella giusta.» Albus si era voltato appena, l'ombra di un flebile ghigno malizioso sulle labbra.
«Vai via Potter, prima che decida di prenderti a calci nel sedere.» Scorpius gli sorrise rassicurante, indicando con un breve cenno del capo la figura di Lorcan, ancora intento a chiacchierare una ragazza dai corti capelli biondi.
Perché tra loro era sempre stato così e non esisteva alcuna parola che potesse rendere giustizia al bene che li legava.
Quando si allontanò verso il cortile, Albus affondò le mani nelle tasche dei pantaloni, provando a racimolare dentro di sé una calma che non sentiva appartenergli, non quando c'era Lorcan ad occupare i suoi pensieri.
Ed era proprio lui che aveva osservato con tanto fastidio durante tutto il tragitto con Scorpius, nel bel mezzo del cortile e con audace sorriso stampato sulle labbra.
Lorcan chiacchierava, rilassato e a proprio agio, con una bellissima ragazza dal corto caschetto biondo. O almeno, questo fino a quando le sue iridi d'orate, richiamate da una forza sconosciuta, non individuarono Albus, a braccia conserte sotto uno degli archi di pietra che davano sul cortile.
«Lorcan va tutto bene?» colei che si chiamava Olivia, gli afferrò con delicatezza un polso, guardandolo con un cipiglio perplesso.
«Perdonami dolcezza, ma il dovere mi chiama.» per il solo gusto di infastidire maggiormente il Serpeverde, che sapeva non aver mai lasciato con lo sguardo la sua figura, Lorcan sollevò una mano, lasciando sulla guancia morbida della ragazza una flebile carezza.
Prima di voltargli definitamente le spalle, le rifilò un occhiolino malizioso, che Albus non mancò di notare.
Lorcan, con il solito sorriso beffardo sulle labbra, constatò quanto il volto del Serpeverde, solitamente dai tratti rassicuranti e delicati, appariva ora spigoloso, a causa della mascella serrata e delle spalle tese.
«Albie, a cosa devo questa visita in pieno giorno?» il tono derisorio e arrogante, portarono Albus, a sollevare irritato gli occhi al cielo, trattenendo tra i denti innumerevoli insulti.
«Ti ho aspettato ieri.» a differenza di quanto Lorcan avesse immaginato, Albus non lo guardava con rabbia, né con rancore. Al contrario, sembrava stanco e rassegnato, cogliendolo inevitabilmente di sorpresa.
«Avevo degli impegni improrogabili.» per la seconda volta nell'arco di cinque miseri minuti, Albus portò gli occhi al cielo, mordendo l'interno della guancia per tenere a freno la lingua, fallendo miseramente l'attimo dopo.
«Beh, non male l'impegno improrogabile. Adesso siamo passati alle bionde Scamander?» fu inevitabile per Lorcan gettare il capo all'indietro, lasciandosi andare in una risata di puro scherno.
«Tieni a freno la gelosia Potter. Ti renderà anche sexy, ma questa storia non ha nulla a che vedere con Olivia.» Albus incassò il colpo in silenzio, caparbio nel mostrare una fermezza che in realtà non aveva.
Quando Lorcan face un passo in avanti, avvicinandosi quanto bastava per sentire il calore suo corpo senza che qualcuno potesse fraintendere, Albus capì, come colto da un improvviso lampo di genio.
Lampo di genio, di cui avrebbe fatto volentieri a meno.
Non erano i baci rabbiosi e urgenti, il veleno che erano soliti scambiarsi o le rudi carezze a fargli del male. Né l'arroganza con cui lo teneva in pugno, la presunzione di sapere cosa provasse o le volte in cui aveva calpestato i suoi sentimenti per il solo gusto di ferirlo.
A fargli male, era l'impossibilità di vivere tutto quello alla luce del sole, l'idea di un futuro che non si sarebbe mai realizzato.
Perché se Albus avesse assecondato il suo cuore, avrebbe per sempre provato quelle sensazioni lontano da sguardi indiscreti, negli angoli bui del castello, dove nessuno poteva arrivare. Tra la polvere e gli scatoloni, distante dalla sua famiglia e incapace di urlarlo al mondo.
E sentiva di non meritarlo, non quando aveva finalmente imparato a convivere con sé stesso e con ciò che era.
Quelle verità, Albus le aveva pagate a caro prezzo e per quanto il suo cuore urlasse a gran voce il nome di Lorcan, non si sarebbe più nascosto.
Quando Lorcan fece un ulteriore passo in avanti, Albus arretrò quasi terrorizzato.
Voleva andare via di lì, correre il più lontano possibile dal profumo e dalle intese iridi del Corvonero, ma non lo fece.
«Ho chiuso.» disse invece tutto d'un fiato, trattenendo il respiro, con il cuore in gola e lo stomaco sotto sopra.
Per la prima volta, vide Lorcan battere più volte le palpebre e restituirgli uno sguardo confuso. Come tramortito, arretrò di alcuni metri, riflettendo la distanza che albergava in quel momento nei loro cuori.
«Per la precisione, con cosa avresti chiuso Potter?» parlò con sconfinata durezza, i tratti del volto che riflettevano il dolore di quelle poche parole.
«Con questo, con te, con noi.» ad Albus tremava la voce, e non poté fare a meno di ricordare a sé stesso quanto fosse stato stupido durante quei mesi.
Il suo cuore aveva scelto di appartenere incondizionatamente a Lorcan, che in cambio gli aveva restituito solo dolore e macerie.
Il Corvonero invece, inarcò un sopracciglio biondo, lo spettro di un sorriso perfido sulle labbra.
«Non è mai esistito un "noi" Potter. Cosa credevi, che un giorno ci saremmo giurati amore eterno al chiaro di luna? Che avresti salvato la mia anima tormentata?» Albus strinse i pugni lungo i fianchi, scuotendo il capo con fermezza nella speranza di bloccare le lacrime che minacciavano di uscire dalle verdi iridi.
«Volevi presentarmi mamma e papà questo Natale? O magari passeggiare mano nella mano in giro per il castello?» in quel momento, faceva tanta fatica nel riconoscere colui che aveva d'avanti, ma soprattutto sé stesso.
Lorcan gli stava facendo del male, e lui gli avrebbe, goccia dopo goccia, restituito la stessa dose di veleno.
«Quello che credevo Lorcan, era che un giorno sarei finalmente riuscito a sopportare tutto questo.» Albus ardeva, incapace di gestire quel flusso sconclusionato di pensieri.
Guardava Lorcan come se avesse voluto colpirlo da un momento all'altro, e il Corvonero sperò che fosse così, perché avrebbe preferito di gran lunga un sonoro pugno in pieno volto a quelle parole, tanto crude e dolorose quanto veritiere.
«Credevo che fossimo entrambi immersi fino al collo in questa storia, che non ci saremmo nascosti come dei ratti e che un giorno avresti aperto gli occhi e capito.» Albus non riusciva a fermarsi, né si sorprese quando lacrime amare gli bagnarono il volto.
«Quando capirai che tutto questo è reale e che non è sbagliato quello che senti, ma soprattutto quello che sei?» Lorcan non riusciva a sopportare la vista di quegli occhi verdi colmi di lacrime, così distolse lo sguardo, incapace di replicare.
«Guardati Scamander, sono mesi che mi accusi di non avere coraggio, eppure tra i due sei tu il codardo che continua a scappare.» Albus fece un passo in avanti, sollevando il mento per osservarlo meglio. Voleva restituirgli tutto: tutti quei baci, quei rari sorrisi, quei pensieri che lo aveva tormentato notte e giorno.
Voleva restituirgli quei sentimenti scomodi, le confessioni al chiaro di luna e tutto il dolore che Lorcan gli aveva inferto.
Albus voleva restituirgli tutti quei dolorosi ricordi insieme, e voltare finalmente pagina senza di lui.
«Non smetterai mai di fare i conti con la realtà, non riuscirai mai ad ammettere a te stesso quello che vuoi veramente. Il passato ti incatena e tu lo lasci fare, così bravo a sputare veleno su chiunque, pur di non assaporare una briciola del tuo.» più parlava, più Albus si sentiva irreparabilmente vuoto. Svuotato di tutte quelle emozioni che lo avevano accompagnato fino ad allora.
«Tieni a freno quella lingua Potter, non vorrei dovermi sporcare la mani.» Lorcan stringeva i pugni fino a sbiancarne le nocche, incapace di scrollarsi di dosso le verità che Albus aveva vomitato con crudeltà.
«Io non ho colpe Lorcan, se non quella di aver provato a tirarti fuori dall'abisso in cui tanto ti piace stare.» occhi contro occhi, nessuno dei due seppe con certezza contare i danni. Quello che era certo, era che stessero inevitabilmente andando in frantumi.
«Potessi tornare indietro, ti avrei lasciato lì. Tra gli scatoloni e la polvere, ma ben lontano da me!» raggiunto il punto di rottura, Albus percepiva la bocca arida e un'insana voglia di essere inghiottito dalla terra sotto i suoi piedi.
«Quindi Scamander, ho ufficialmente chiuso con tutta questa storia.» la voce gli tremava, ma per un ultima volta, Albus si impose di mostrarsi deciso e sicuro della sua decisione.
D'altro canto, Lorcan sembrava aver recuperato un briciolo della sua indole e gli si fece più vicino, sorridendogli maligno.
«Io l'ho iniziata Potter, e sempre io deciderò quando finirla.» gli si avvicinò ancora per carezzargli una guancia e lo fece in modo così lascivo che all'altro venne quasi la nausea. Albus si scostò bruscamente, prima di guardalo un'ultima volta.
«È proprio questo il punto Lorcan. Hai smesso di decidere per me.»
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