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Mi Fai Entrare?


Marzo si era trascinato in modo lento e tortuoso. Ogni giorno era una agonia, e ogni mattina non vedevo l'ora di andare a dormire.

Aprile era iniziato male ed era finito peggio.

La chiamata, il suo compleanno, quel pianto silenzioso. Quel momento dove ho pensato che si sarebbe sistemato tutto e che sarebbe tornato da me. L'ho anche pregato, ho quasi confessato di amarlo e in cambio ho ricevuto solo una telefonata chiusa in faccia.

Beh, che ti aspettavi Claudio. Neanche le rose e i cioccolatini. Però sì, ci sono rimasto un po' male. 

Invece sì, che speravo solo quello, che magari sarebbero bastate le paroline magiche per sistemare tutto. Che povero illuso che sono. Era quel ultimo brandello di speranza che è sparita nello stesso istante in cui è nato.

Ho perso, l'ho perso e ho dovuto abituarmi all'idea di viverci senza.

E io sono ritornato il solito me. Quello con le camicie a quadri e i pantaloni color cachi. Sempre con l'aria da superiore e criticando ogni attività mondana. Il solito cuore di ghiaccio che non si scioglieva più neanche di fronte a un film e alle fusa di Menù.

La mia vita era monotona, senza nessuna emozione, senza più nessuno stimolo e io semplicemente sono diventato apatico.

Non mi andava di uscire, se non fosse per l'università, ma dentro stavo impazzendo. Se mi fermavo un attimo pensavo a lui e allora mi sentivo uno schifo, iniziavo a vomitare, non tenevo nullo stomaco e non mi accettavo più. Non mi piacevo più, non che mi fossi mai piaciuto, ma adesso era anche peggio. Il ribrezzo nei miei confronti mi uccideva, un dolore che mi ero auto inflitto perché ho scoperto che io non sono migliore degli altri, che sono uno stronzo, che voglio tutto, che mi atteggio da prima donna e questo mio essere così stronzo non mi porterà che a ulteriore dolore nella mia vita. Dovevo trovare qualcosa da fare, impiegare le mie giornate, non pensare per un paio di ore e l'unica cosa che mi faceva stare bene erano i miei numeri e il mio mestiere. Ho iniziato il tirocinio in uno studio e mi hanno dato la possibilità di disegnare gli interni di alcuni abitazioni. Ho capito che amo il mio lavoro, che sono bravo in qualcosa, fino a quando tra i vari compiti c'era anche quello di creare il modellino per la proprio casa dei sogni da presentare come spunto per futuri progetti.

E non so come sono finito ad immaginare una casa, con un grande giardino, due garage per l'auto e per una moto, un grande salone con un divano bianco, una cucina ad isola e una camera da letto intima, ma delicata con uno specchio sul soffitto. Ho giocato con i colori chiari e gli scuri, rispecchiandomi dei colori pastello, ma non in quelli troppo vivaci. Ho disegnato una cabina armadio per due persone, ma quando mi sono reso conto di aver aggiunto un'altra stanza più piccola con una console, uno stereo, delle casse che ho capito che stavo pensando a Mario. E sul mio computer c'era il modello di una casa che era per noi due, che parlava di noi. Il suo abbonamento per lo sport, i miei film su una mensola. Il parcheggio per una moto che io non ho, il nero che è il suo colore conto i miei colori primaverili. Era un ossimoro ed era perfetta, e forse solo quando ho trasformato in qualcosa di bello ciò che per un breve tempo siamo stati, mi fa pensare a quanto io sia stato cieco per tutto questo tempo.

Come ho potuto anche solo pensare di non essere capace di amare, quando lo stavo già facendo?


*


È una bella giornata primaverile quando di fine maggio quando per la prima volta dopo tre mesi, mi alzo e mi sento bene. Sarà il sole o gli alberi in fiori, oppure sarà l'odore dei muffin al piano inferiore. Sarà la musica soave che proviene dalla cucina.

Mi alzo trascinando Minù tre le mie braccia e scendo le scale con lo stomaco brontolante e l'acquolina in bocca.

"Mamma, ha deciso di farmi ingrassare? Sento l'odore di cioccolato fin da qui!"

A passo svelto do da mangiare alla mia gatta e poi vado verso la cucina, non vedendo l'ora di pregustare la mia colazione.

Ma poi i miei piedi si fermano, la bocca si spalanca, le mani restano a mezz'aria.

Apparecchiati perfettamente in tavola ci sono croissant, una torta alle mele (che è la mia preferita), un budino al cioccolato, muffin ai mirtilli, spremuta di arancia, the, caffè e una tazza di latte con cereali. Ma ciò che mi sconvolge non è il ben di dio presente che può bastare per sfamare un esercito intero per dieci giorni, ma la persona che sta cucinando.

Mi dà le spalle, ma le sue gambe sono ancora il mio punto debole così toniche e lunghe da far invidia a qualsiasi modella. Le sue spalle sono sempre lì, piccole ma robuste che stringe tra le mani una frusta che gli serve per il composte per delle crepes. Il mio punto debole è la sua nuca, lì dietro il collo dove il nape sbuca fuori, per poi ricordare la sua testa con una chioma di capelli neri lucidi e perfettamente lisci.

Mario, il mio Mario. Dopo tre lunghi mesi, dopo lacrime, incubi, letti troppo vuoti e braccia stanche di abbracciare solo aria.

È qui per me e mi sta preparando la colazione, nella mia cucina, nella mia casa e mi tremano le gambe.

E poi si gira e i suoi occhi si spalancano appena. Forse non mi aveva sentito arrivare, forse semplice gli sono mancato anch'io. Ma è un attimo i suoi occhi si socchiudo e le sue labbra si piegano in un dolce sorriso. Ha le guance un po' arrossate, forse imbarazzato, ma è bello è stupendo sempre.

"Buongiorno" sussurra come se niente fosse. Come se fosse normale presentarsi in casa mia alle 9 del mattino e iniziare a cucinare per me.

Come se avesse ancora il diritto di farlo.

Non so come reagire. Non so se essere incazzato perché è andato via senza neanche salutarmi, è andato via lasciandomi una fottuta lettera e non avendo il coraggio di affrontarmi e gli occhi di sua madre che mi guardavano con disprezzo, perché ancora una volta ha preferito scappare che parlare con me.

Oppure sono felice, perché è qui. Cazzo, è qui. Davanti a me e mi sta sorridendo. Dio, mi è mancato da morire, è come se per tutto questo tempo ho vissuto aspettando questo momento, in momento dove lui si sarebbe presentato dinanzi a me.

"Ciao, Mario" mormoro, ma la voce mi esce un po' più acida del previsto e la parte incazzata prevale sulla sorpresa. Anche perché io odio le sorprese e lui se ne accorge perché improvvisamente diventa rosso in viso e se non lo conoscessi direi che sta arrossendo per l'imbarazzo.

Sospiro e mi siedo, troppo distanza da lui e poi "Che ci fai qui?" domando.

Freddo, troppo freddo. Devo riuscire a controllarmi.

Si siede anche dall'altra parte della stanza. Ha posata la ciotola e ha spento i fornelli. Sembra stanco, probabilmente non è stato facile neanche per lui venire qui e trovare il coraggio per affrontarmi. "Ti sto preparando la colazione" mi sorride, pensando di potermi addolcire con della cioccolata, ma la mia faccia è così tanto incazzata che lui cambia subito atteggiamento.

Restiamo in silenzio per qualche secondo e poi sussurra "Mi mancavi" e io quasi non ci vedo più.

Il cuore mi sale in gola, ma non riesco ad essere lusingato, sono così tremendamente incazzato che non posso fare a meno di rispondere "E te ne accorgi dopo due mesi?"

"Avevo bisogno di tempo." Sbuffa infastidito e si toglie il grembiule sporco di farina.

"Certo, perché a te è tutto concesso" ribatto, come se lui avesse il diritto di incazzarmi, come se non mi avesse lasciato qua ad affrontare tutto da solo.

"Claudio. Non potevo rimanere. Non sarei riuscito neanche a guardarti in faccia. Però sono qui adesso" continua, cercando di mantenere il tono di voce il più calmo possibile. Ma le sue mani tremano e tradiscono la sua falsa calma. 

Che sei incazzato? Bene. Siamo incazzati in due adesso.

"E aspetti che io sia qui a braccia aperte ad accoglierti? Che stia qui ad aspettarti? A far finta che non sia successo nulla?" urlo e mi alzo in piedi talmente brusco che il bicchiere con la spremuta si versa sulla tovaglia.

Si alza anche lui e sembra ferito, amareggiato. Senza barriere.

Non l'ho mai visto arreso in vita sua.

"Non mi aspetto questo" mi risponde e abbassa gli occhi sulla punta delle sue scarpe.

"Però è ciò che speri."

E come scottato dalle mie parole, fa un passo in avanti e per la prima volta trova il coraggio di guardarmi in faccia. "Forse perché i miei sentimenti per te non sono mutati".

E io quasi cedo, vorrei correre da lui, vorrei abbracciarlo e il me di pochi mesi fa lo avrebbe anche fatto. Ma quello di ora è troppo freddo, è troppo chiuso. Il me di adesso si blocca perché si odia, e si odia perché lo ama.

"Non lo so se posso fidarmi di te. Non mi compri una colazione e i dolci. Non sono fatto così" deciso di rispondere e lui scoppia a ridere. Una risata così vuota che per un momento ho paura che si sia messo a piangere.

"Mi fai ridere, sai. Perché sei tu che mi hai tradito, ma adesso quello che ha sbagliato sembra che sono io" lo sputa fuori con amarezza e scaglia una freccia nel mio petto.

Sento il primo muro che mi separa dai sentimenti vacillare, ma è ancora li forte.

Deglutisco e "Te ne sei andato, scappi sempre. Mi hai lasciato qua ad affrontare Gloria che mi guardava e mi odiava. Con mia madre che a stento mi sorrideva e io che mi sentivo così uguale lui e il solo pensiero di averti ferito così tanto mi annebbiava. Io-"

"Shhh" posa un dito sulle mie labbra e mi asciuga la lacrima che mi annebbiava la vista. "Non sei come lui, Claudio. Non pensarlo mai più" mi accarezza le guance e io deglutisco perché questo è Mario, quello che mi capisce sempre che non ha bisogno di tante parole. "E mi dispiace per mia mamma. Non è stato facile per lei."

"Non è stato facile neanche per me."

"Non è stato facile neanche per me scappare dalla persona che amo. Non sempre scappare è facile. Quando prendi una decisione, devi mantenerla e restare così tanto tempo così lontano da te mi è scostato caro. Ma dovevo guarire e adesso sono guarito." 

"Perché sei tornato proprio adesso?"

"Tu mi hai chiesto di tornare."

Si avvicina. Siamo l'uno di fronte all'altro. Mi guarda con quei suoi occhi neri che mi fanno male.

Quanto sei dimagrito, Mario. Dove sono le tue guance piene, dov'è il tuo colorito, quella luce nei tuoi occhi. Ti sei spento anche tu ed è anche questo colpa mia?

Alza una mano, cerca di toccarmi il volto ancora una volta, ma io mi allontano.

"Cosa vuoi?" chiedo e ho bisogno di mettere distanza tra di noi. Ma i suoi occhi feriti mi uccido.

Mi uccide.

Mi uccidi sempre, Mario. Di continuo e io te lo faccio fare, perché?

"Voglio solo entrare. Ti prego, mi fai entrare?" e la sua è una supplica mentre non demorde e le sue dita provano a toccarmi ancora. E io glielo lascio fare, lascio che le nostre pelli entrino di nuovo in contatto, lascio che mi accarezzi e mi faccio ancora riprovare quei brividi e la bellezza di averlo accanto ancora.

Sospiro e mi avvicino anche io sta volta a lui. La mia mano si appoggia alla sua ancora sulla mia guancia e la tengo stretta a me. "Dove vuoi entrare?"

"Qui" porta le nostre mani ora intrecciate all'altezza del mio cuore "Voglio rimediare, ma prima dobbiamo fidarci l'uno dell'altro, Claudio. Io ho capito. Non ti giustifico, ma ho capito perché lo hai fatto. Perché andiamo.. io sono sempre lo stesso, quello che non vuole impegnarsi e non ha la testa per le relazioni serie. Ma perché c'eri tu, in ogni angolo c'eri tu e quando ti ho avuto, pensavo che fosse chiaro che fosse cambiato qualcosa. Che ti amo da sempre, Clà ma non te l'ho mai detto. Che ti amo da quando ne ho memoria e scopavo gli altri per dimenticarti, ma non ci riuscivo perché cercavo ogni parte di te in tutto. Che sono uno stronzo perché ti ho fatto male, ti ho fatto troppo male e quello che tu mi hai fatto, però un po' me lo sono meritato. Abbiamo sbagliato in tante cose, abbiamo sbagliato a non confrontarci quando litigavamo e abbiamo preferito risolvere i problemi col sesso dove c'erano. E tu hai avuto paura quando questo qualcosa è diventato più importante e okay, posso accettarlo. Ma adesso sono qua, siamo qua, e ti ho sto chiedendo di farmi entrare nella tua vita, nel tuo cuore, di farmi essere il tuo ragazzo e di essere solo tuo. E dio, non piangere per favore"

E proprio in quel momento mi accorgo di aver iniziato a tremare e a piangere. Perché lui è davvero qui e vuole davvero sistemare le cose e io mi sto sciogliendo dopo settimane di agonia, e non ce la faccio. Mi butto sulle sue labbra e cerco di tornare a respirare.

Ma non ci baciamo, è solamente un tocco di labbra più breve di un battito di ciglia.

Abbiamo paura, stiamo tremando. Ci stiamo torturando le mani e stiamo vivendo nello stesso respiro. Eppure, forse se ci lasciassimo in uno scontro di labbra, potremmo disintegrarci a vicenda. Siamo deboli, siamo rotti. 

"Siamo un disastro, Mario."

"Lo so" mi sfiata e chiude gli occhi mentre resta con la fronte contro la mia e i nostri nasi che si sfiorano appena.

"E sappiamo che non funzionerà. Ci abbiamo già provato"

"E tu quando ci hai creduto? Perché io ti ho dato 100 l'ultima volta e sembra che per te non era abbastanza. Non è mai abbastanza con te" una lacrima scivola giù e bagna la sua guancia. Fa per allontanarsi, ma io non glielo permetto.

"Non ti faccio scappare ancora. È tutta la vita che scappi da me." Le mani si intrecciano nuovamente e sono proprio belle insieme. Sembrano fatto per combaciare, per restare unite per sempre.

Mario alza gli occhi su di me. Mi rivolge mezzo sorriso triste e poi mi spiazza come solo lui sa fare.

"Perché vorrei solamente che tu mi legassi e non mi facessi andare più."

Siamo cresciuti. Siamo ancora noi. Siamo quelli che si fanno più male, ma siamo i pezzi giusti per combaciare.

"Come devo fare?" chiedo, perché non ne posso più di vivere sul filo del rasoio.

E' il momento di buttarci, di cadere in questo burrone insieme. E' il momento di farci male, si uscirne con le ginocchia sbucciate ma è anche il momento per vivere.

"Lasciandomi entrare nella tua testa, nelle tue paranoie. Aiutandoti. Per farti capire che non devi avere così tanta paura dell'amore, ho paura anche io, ma è una cosa bella. E' bello essere amati, è bello amare."

Vale la pena vivere un solo secondo di felicità e cento anni di agonia se posso avere questo.

Noi.

Che ci incontriamo a metà strada, che troviamo i coraggio di chiudere gli occhi e lasciarci andare e baciarci piano, lentamente. Toccare le labbra e assaporarle con le proprie. Sentirne il gusto, vedere come combaciano ancora insieme, schiuderle appena e mischiarne i sapori. 

E voliamo in alto nella nostra bolla di sapone, sopra i problemi, oltre le preoccupazioni. Ci divoriamo l'anima, il respiro, la pelle fino a sentire male. Perché è bello così, farsi male fino a farsi bene e farsi bene da stare poi male. 

La cura e la ferita. 

"Ti prego non andartene più"

Mi bacia ancora, poi si allontana un po'.  I suoi occhi sono ancora stanchi e un po' lucidi, ma è felice proprio come me. 

"Ho bisogno di perderti per venirti a cercare altre duemila volte."

E a me basta.

A me questo basta.




******


Sooo, 

Siamo arrivati alla fine di questo lungo e travagliato percorso. 

"Vieni con Me" è nata in un momento dove avevo bisogno di leggerezza e un po' di trash. Poi c'è stato un momento in cui non l'ho sentita davvero mia, perché insomma non è proprio il mio stile (lunga vita all'angst) Quindi un po' di tristezza ponderata ci stava. 

Questo è l'ultimo capitolo, manca solo l'epilogo che posterò la settimana prossima.

Grazie per esserci stati anche questa volta.


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