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Dad

Ho imparato che quando un neonato
stringe per la prima volta il dito del
padre nel suo piccolo pugno,
l'ha catturato per sempre.
(Gabriel Garcia Marquez)

***

«Sono incinta.»

Due parole erano state in grado di mandare completamente nel pallone il salvatore del mondo magico.

Due parole gli avevano appena cambiato radicalmente la vita.

E due parole gli avevano fatto cadere il piatto di ceramica, contenente la sua cena, dalle mani.

Ginny lo fissava senza dire una parola, gli occhi di Harry saettavano veloci dal viso della moglie al suo ventre ancora piatto.

Le mani davanti a lui ferme come se stessero ancora mantenendo la stoviglia e la bocca schiusa mentre sentiva il cuore pompare sempre più velocemente.

Bam, bam.

Attorno a lui ogni rumore venne silenziato da quella campana di cristallo che sembrava essere appena calata su di lui. Ogni suono era ovattato e nulla sembrava poter scalfire la calotta di sbigottimento.

Un bambino?

Il solo pensiero gli fece seccare la gola e iniziare a sudare freddo. Già vedeva davanti a lui un bambino correre nell'ingresso, nella stanza e immaginava anche se stesso vicino alle scale, che avrebbero portato al piano superiore, mentre recuperava il piccolo dicendogli di non salire perché pericolose.

Era in grado di immaginarsi le occhiaie ben calcate con cui si sarebbe presentato in ufficio come conseguenza delle nottate passate tra biberon e pannolini; sul piano dietro di lui immaginava già tutta l'attrezzatura per la sterilizzazione dei ciucci e anche le mille bottigline nuove per il latte.

Il mobile in alto a destra avrebbe ospitato non più le loro scorte di dolciumi che diminuivano poco alla volta ogni sera, piuttosto latte in polvere, omogenizzati e tettarelle nuove di cui era già in grado di sentire il leggero odore di silicone.

In un attimo fu in grado di vedere in quella casa milioni di pericoli per un bambino: angoli di tavoli, tavolini, le ante dei mobili in cui avrebbe potuto chiudersi le manine, oggetti piccoli posti sulle librerie del salotto che avrebbe potuto mettere in bocca, le spine della corrente.

Gli fu chiaro che per far sopravvivere un bambino, avrebbero dovuto cambiare casa.

Ma poi il giardino! Le siepi su cui crescevano i fiori che piacevano a Ginny, avrebbero potuto ammalarsi e se il bambino si fosse messo in bocca una foglia malata? E il cancellino di legno con il quale si sarebbe potuto pungere? Quante storie si erano sentite di schegge di legno finite in un dito? E se qualcuno passando di lì, per pura rivalità, lo avesse rapito?

Tutto il coraggio, la forza e la determinazione che aveva dimostrato fino a qualche anno prima, erano sparite fino all'ultima goccia, al loro posto solo paura e consapevolezza di non potercela fare. Perché un bambino era un impegno, era una persona piccola bisognosa di tante attenzioni, era un essere vivo che respirava, piangeva, mangiava e ridacchiava. Non era un peluche, non era uno stupido horcrux, perché anche quello sembrava più facile.

«Harry...»

Ginny si era alzata e, dopo aver sistemato il macello del marito, gli si era avvicinata poggiando una mano sulla sua spalla.

Solo in quel momento il giovane fu riportato violentemente alla realtà, ogni immagine disastrosa che gli era apparsa davanti agli occhi, era evaporata e davanti a lui c'era solo la moglie.

Con fare amorevole gli scostò un ciuffo di capelli dal viso e lo guardò. Non si aspettava una reazione del genere da parte del marito, eppure non riuscì a dirgli niente. Sapeva quanto per lui potesse essere difficile il pensiero di poter diventare padre, avere un bambino dopo i successivi nove mesi avrebbe stravolto la loro vita. Anche lei aveva avuto bisogno di qualche minuto per riprendersi dopo aver visto le due linee sul test di gravidanza.

Hermione era scoppiata a piangere quando le aveva viste e le aveva fatto capire di quale gioia presto avrebbe portato il piccolo nella loro famiglia.

Harry guardò la moglie negli occhi, vi leggeva comprensione, amore e anche una felicità pacata che avrebbe voluto stappare con violenza il tappo che la teneva rinchiusa.

«Io non sono in grado, Ginny», sussurrò appena il ragazzo: «Non so come si faccia il padre, non ho mai avuto nessuno che me lo dimostrasse. E se gli facessi male? Se non fossi bravo?»

Gli occhi di Harry erano puntati in quelli di lei ma trasudavano ansia, paura, timore di non essere abbastanza bravo.

«Mio zio Vernon dubito che possa essere considerato come una figura paterna», spiegò Harry con una certa agitazione nella voce: «Non so come funzioni, non so come si faccia.»

Ginny scostò la sedia da vicino al tavolo e fece sedere il ragazzo, gli prese una mano tra le sue e accarezzò il dorso con il pollice.

«Harry sarai un papà fantastico», cominciò Ginny mentre il marito tentava di nuovo di dire qualcosa ma fu interrotto: «So per certo che sarà così. Teddy non è cresciuto da solo, sei il suo padrino e ti sei preso cura di lui come se fosse tuo figlio. Forse non pensi di poter essere un ottimo papà, ma non è vero, avevi solo diciotto anni quando hai cominciato a prenderti cura di lui e guardalo adesso: è un bimbo di cinque anni che stravede per te, che ti vuole bene e che un giorno prenderà te come esempio», Harry continuava a guardare la moglie sentendo la morsa allo stomaco, che si rese conto solo in quel momento esserci, allentare notevolmente la presa: «Con nostro figlio non sarà diverso, avremo molto di più da fare, è vero, ma ce ne occuperemo io e te, insieme

Harry annuì piano e dopo qualche secondo abbracciò la moglie sentendo una strana euforia farsi largo nel suo cuore.

***

Era passati quasi cinque mesi da quando Ginny aveva annunciato a Harry l'arrivo del loro bambino.

La paura e i timori che si erano avvinghiati a lui al momento della lieta notizia, sembravano essere spariti. Appariva ormai tranquillo e aveva accolto con serenità l'imminente cambiamento delle loro vite.

La pancia di Ginny non era più così piatta come lo era stata una manciata di mesi prima, anzi era gonfia, Harry avrebbe potuto dire che somigliasse ad un palloncino piuttosto grande. Aveva accettato l'idea che dentro la moglie stesse crescendo il loro bambino, durante i primi mesi infatti entrambi avevano faticato al pensiero che un piccolo alieno occupasse lo spazio nel ventre della donna.

Nonostante il pancione stesse cominciando a diventare ingombrante, Ginny aveva rifiutato categoricamente di starsene in panciolle sul divano senza fare niente. Si annoiava e il tempo sembrava non passare mai, o almeno non quando era con il marito.

Più volte avevano infatti discusso eppure nulla sarebbe riuscito ad impedire a Ginevra Weasley di alzarsi la mattina e fare tutto ciò che voleva. Si smaterializzava, usciva, andava avanti e indietro, e occupava quelle ore in cui Harry era a lavoro come meglio credeva.

Erano da poco tornati dal San Mungo per la visita di controllo e avevano scoperto che da lì a pochi mesi a fare loro compagnia e a rendere piena la loro esistenza ci sarebbe stato un bel bambino forte e bello.

Non serviva che conoscessero davvero il viso del loro piccolo perché sapevano che sarebbe stato il più bello del mondo, e non ne avevano alcun dubbio.

Harry si era incantato, era entrato in un mondo tutto suo quando aveva sentito il battito di quel cuoricino così piccolo ma anche così forte. Non era la prima volta che capitava e non sarebbe stata neanche l'ultima, eppure quel dolce suono lo emozionava come nient'altro al mondo.

Entrava a far parte di quella dimensione in cui esistevano solo loro due. Padre e figlio. Figlio e padre. Dopo tanti anni finalmente avrebbe potuto ammirare quell'amore che tantissime volte aveva sperato, desiderato, di poter vedere negli occhi di suo padre. Aveva potuto osservare come il signor Weasley si relazionasse con i suoi figli, come lo facessero George, Bill e Percy con le loro primogenite, eppure quello non sembrava essere il tipo di bene che era sicuro di provare una volta che quel bambino sarebbe venuto al mondo. Se lo immaginava più profondo, più intenso; era cresciuto senza un padre ed era in grado di sentire, proprio sulla sua pelle, un bene diverso, un legame che lo avrebbe legato indissolubilmente a quel piccolino.

«A cosa stai pensando?» Chiese Ginny mentre prendeva posto sul divano e poggiava la testa sul cuscino dello schienale.

Harry si sedette accanto a lei e le sorrise: «Al bambino», ammise mentre le lasciava un bacio sulla guancia: «Adesso che conosciamo il sesso, potremmo pensare a dei nomi.»

Ginny alzò la testa dal cuscino e guardò il marito amorevole mentre si accarezzava il ventre: «Hai già qualche idea?»

Il ragazzo scosse la testa e poi poggiò l'orecchio proprio sul pancione. Non ci aveva mai pensato e forse quel dettaglio era dovuto dal fatto che pensasse, o meglio fosse convinto, che a renderlo per la prima volta papà non fosse stato altro che una bambina dai capelli rossi proprio come la mamma, e in quel caso si, aveva un nome in mente: Lily. Come sua madre, come la prima donna che lo aveva salvato permettendogli di trovarsi tra le braccia della sua splendida moglie e pronto ad aspettare la nascita del suo primo figlio.

Nel profondo del suo cuore forse se fosse stato maschio, avrebbe voluto chiamarlo come suo padre, ma il pensiero che Ginny volesse dargli il nome di Fred, lo fece desistere dal proporlo.

Harry poggiò la bocca sulla pancia di Ginny e cominciò a parlare al bambino come se potesse davvero avvertire la sua voce.

«Hey piccolo Potter, è papà che parla. Abbiamo scoperto che sei un maschietto e dobbiamo decidere che nome darti, vuoi aiutarci in questa difficile e lunga impresa?»

Ginny ridacchiò mentre passava una mano tra i capelli del marito. Si incantò a guardarlo mentre parlava alla sua pancia. Si sentiva bene e finalmente ebbe la sensazione che anche Harry si fosse rinchiuso in quella bolla di amore e tenerezza che racchiudeva solo loro tre e nessun altro.

«Harry, si è fatta ora di cena e non ho neanche pensato a cosa preparare», disse Ginny dopo mezz'ora di proposte di nomi da parte di entrambi che venivano bocciate dall'altro: «Ci penseremo un'altra volta, d'accordo? Manca ancora tantissimo tempo prima che nasca.»

Il ragazzo alzò la testa ma lasciò la mano sulla pancia non intenzionato a eliminare quell'unico contatto che riusciva ad avere con il suo bambino.

«Vorrei tanto sapere come i miei genitori abbiano scelto il mio nome», ammise Harry alzando lo sguardo sulla moglie.

Lei lo guardò sorridendo appena e poggiò una mano sulla sua guancia: «Sai, credo che lo abbia scelto tua madre.»

«Perché?»

«Se tuo padre era tremendo come te con i nomi, non mi stupirei se lo avesse scelto lei», ammise mentre cercava di nascondere quel piccolo sorriso che voleva comparire sul suo viso mentre pensava alle miriadi di nomi che il marito aveva proposto.

Harry la guardò fintamente offeso e si alzò: «Bene signora Potter, allora scelga lei il nome del nostro primogenito.»

Ginny scoppiò a ridere e lo guardò mentre si allontanava verso la cucina.

«E se lo chiamassimo James?» Chiese alla fine Ginny.

Vide Harry bloccarsi sullo stipite della cucina e girarsi poi verso di lei.

«Come tuo padre», continuò la ragazza ancora seduta: «Esattamente come tua madre anche lui ti ha salvato e protetto, avrebbe fatto qualsiasi cosa per la sua famiglia e io vorrei che mio figlio crescesse come suo nonno e suo padre.»

Il ragazzo si avvicinò guardandola senza dire niente, arrivò vicino al divano e si sedette di nuovo: «Davvero?»

Ginny annuì sorridendo, pensava davvero quelle cose e desiderava anche che Harry potesse avere almeno un James a cui voler bene più della sua stessa vita, e chi se non suo figlio?

«Cosa ne dici di James Sirius?» Chiese poi Harry dopo qualche secondo di silenzio: «Anche se per poco, sono stati entrambi due persone importanti della mia vita.»

La ragazza si avvicinò a lui e poggiò la fronte contro quella del marito sussurrandogli che andava bene, che il loro bambino avrebbe onorato i due nomi che portava, e con essi anche il suo cognome.

Harry poggiò di nuovo la mano sulla pancia e la guardò sorridendo: «Allora sarai James Sirius Potter, il nostro orgoglio più grande.»

Poi fu un secondo ed entrambi si guardarono negli occhi certi che se lo fossero immaginato. Successe di nuovo e a quel punto si misero a fissare il pancione dove avevano appena sentito un colpetto.

«Il campione di mamma e papà, vero James?» Tentò ancora Harry sentendo di nuovo scalciare.

«A questo punto credo proprio che gli piaccia», ammise Ginny prima di chiamarlo di nuovo per nome e sentire un nuovo calcetto.

***

Aprì il pacchetto di plastica e fece cadere le viti sul pavimento. Le guardò sbuffando e girò la pagina del libro di istruzioni senza capire un granché.

Il tempo passava veloce e quei tre mesi che li separavano dalla nascita di James, erano volati in men che non si dica. Mancava ancora un po' di tempo al termine della gravidanza perciò si presupponeva che il piccolo non sarebbe arrivato prima di due settimane. Eppure Harry avvertiva una sorta di pizzicore alle mani come se avesse dovuto fare qualcosa e occupare il suo tempo a casa nella stanzetta del bambino. Così armato di pazienza e buona volontà aveva finalmente aperto lo scatolone contenente la culla nuova, aveva sparso i pezzi per tutta la stanza e aveva cercato di capire quale dovesse andare in un determinato asse di legno.

Aveva chiesto aiuto a Ron, il quale insieme ad Hermione, si era presentato a casa loro quel pomeriggio.

Gli aveva continuato a chiedere perché non volesse usare la magia per montare quella culla che appariva più complicata del cubo di Rubik che aveva trovato in ufficio dalla moglie. Ron era davvero un impedito in casa senza magia, ma Hermione sapeva come fare e così, spesso e volentieri, si ritrovavano a fare cose alla babbana in modo che potesse imparare e andare al supermercato senza la voglia irrefrenabile di appellare gli oggetti all'ingresso del negozio.

«Te l'ho già spiegato, Ron. Voglio essere io a fare questa cosa, per mio figlio; voglio occuparmi io di queste cose, non voglio che venga tutto fatto dalla magia. So che non mi ringrazierà mai per avergli montato la culla, ma voglio farlo io», spiegò ancora il corvino mentre sul viso dell'amico compariva l'espressione più dubbiosa del suo repertorio: «Tranquillo, capirai quando sarà il tuo turno.»

Ron non sapeva cosa significasse crescere senza genitori, e non lo avrebbe mai biasimato; gli sarebbe piaciuto vedere suo padre con un martello alla mano per montare la mensola con i suoi pupazzi, oppure che si mettesse a costruire città intere con le costruzioni insieme a lui, o che addirittura costruisse anche a tarda notte il progetto di scienze per la scuola. Era un concetto così fine che pochi avrebbero potuto capire, era proprio il gesto in sé ad essere speciale, voleva che suo figlio sapesse che suo padre aveva fatto tutto con le proprie forze perché era per lui. Avrebbe rinunciato anche alla magia per lui. E desiderava che anche implicitamente il messaggio arrivasse.

Si mise di nuovo a guardare tutte quelle viti e iniziò a disporre i pezzi di legno come nell'immagine, sperando di capire qualcosa in più. Purtroppo il lavoro fu spazzato via dalla porta che venne spalancata violentemente da Hermione.

«Avevo appena finito di sistemare, che succede?» Chiese Harry mentre anche Ron si voltava a guardare l'espressione agitata della moglie.

«C'è un problema, si sono appena rotte le acque a Ginny, dobbiamo andare al San Mungo!»

Ron iniziò a balbettare sostenendo di non essere pronto a diventare zio, quando quella in realtà era già la quarta volta, e presto sarebbero arrivati anche gli altri figli dei suoi fratelli. Hermione guardò Harry con urgenza, il quale finalmente si alzò e nel panico cominciò ad entrare e uscire dalla camera da letto sua e della moglie non sapendo precisamente cosa prendere e cosa no.

Ginny dal piano di sotto aveva cominciato a farsi sentire minacciando di smaterializzarsi con Hermione e andare a partorire. Ciò non fece altro che aumentare esponenzialmente il terrore di Harry che era sceso al piano inferiore per mostrare alla moglie le cose che aveva preso. Solo dopo altre minacce da parte della ragazza si rese conto di aver preso il borsone con la sua divisa da Quidditch.

«Tuo figlio sta nascendo, Potter, e se non ti fosse ben chiaro lo sta facendo adesso quindi vedi di muoverti e di prendere la borsa giusta!»

Ron nel frattempo si era smaterializzato a casa dei suoi genitori per avvisarli dell'imminente nascita del nipote.

Dopo che Harry ebbe controllato ogni borsa, scese vincitore con quella giusta. Ginny aveva l'espressione più arrabbiata che mai e proprio perché stava per mettere al mondo un bambino, riusciva ad apparire ancora più minacciosa.

Presto si smaterializzarono e arrivarono al San Mungo, Harry fermò alcuni degli infermieri che passavano di lì e chiese aiuto. Nel mentre Ginny aveva cominciato a realizzare la situazione ed Harry notò la paura farsi strada nei suoi occhi.

Le prese la mano e non la lasciò fin quando non arrivarono ad uno dei piani superiori e dovettero per forza separarsi.

«Non lasciarmi», lo pregò Ginny prima di entrare nella sala.

«Mai, sarò da te tra qualche minuto.»

Indossò una delle protezioni dategli dagli infermieri e, prima di entrare in sala parto, sospirò rendendosi conto che di lì a pochi minuti sarebbe diventato papà per la prima volta e avrebbe amato suo figlio e sua moglie più di ogni altra cosa al mondo fino alla fine.

***

Harry si passò una mano sul viso mentre si alzava dal letto e recuperava gli occhiali dal comodino. Li indossò e dopo aver abituato gli occhi al buio smise di tastare a tentoni le pareti attorno a lui.

Entrò nella stanza di James e lo guardò alzato vicino alla culla che piangeva per essere preso in braccio.

Cominciò a dondolarsi a destra e a sinistra e poco dopo il pianto del bambino si interruppe, Harry notò che aveva ancora gli occhi lucidi e gli passò un dito sulle guance per cancellare le lacrime.

Accese la lucina sul comodino accanto alla culla e come di consueto questa cominciò a girare su stessa mostrando le ombre di vari animali che correvano tra loro.

Il bambino le guardava incantato mentre Harry recuperava il ciuccio dalla culla e glielo restituiva. Dopo essersi accertato che si fosse calmato lo ripose nella culla e scese in cucina per riscaldare il latte nel biberon.

Tornato al piano di sopra trovò James che ridacchiava mentre guardava il leone inseguire una gazzella, lo prese di nuovo in braccio e si sedette sulla sedia a dondolo che Ginny aveva appositamente fatto mettere nella stanza. James beveva il latte mentre con i suoi occhioni scuri ammirava gli animali sul soffitto e sulle pareti.

Harry invece guardava James provando pace, tranquillità. Gli sembrava di essersi appena immerso in una dimensione placida e calma, pronta ad accoglierlo e a permettergli di vivere serenamente. Era felice, esistevano lui, suo figlio e sua moglie, e quello gli bastava. Si sentiva in pace con se stesso, non si era sentito così neanche quando aveva appena visto il bambino per la prima volta. In quel momento la paura di non essere pronto aveva di nuovo fatto capolino tra i suoi pensieri, come avrebbe potuto proteggere un essere così piccolo e indifeso? Ma poi gli era bastato guardare sua moglie sorridente per stare di nuovo bene e dimenticarsi di quei sentimenti che non gli stavano permettendo di godersi il momento.

Harry fece ritorno dal mondo dei sogni nell'esatto momento in cui James prese a lamentarsi di nuovo perché la lampada si era bloccata un'altra volta e ogni ombra era sparita da quelle mura. Evocò un patronus e immediatamente un bellissimo cervo argentato cominciò a correre per la stanza. James rideva ed Harry si beò di quel suono fin quando il piccolo abbandonò il biberon e spontaneamente disse una semplice parola.

«Papà

Harry guardò James che muovendo le braccine piccole cercava di toccare con le manine l'animale argentato.

«Papà», ripete prima di girarsi verso Harry.

«Si James, papà», disse Harry poggiando una mano sul suo petto per indicarsi.

Il piccolo ridacchiò e ripeté di nuovo quella parola che era stata in grado di colmare Harry di felicità.
Si rese così conto che essere diventato padre sarebbe stato per sempre il dono più grande che avesse mai potuto ricevere.

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