3. Venice-Part one
Rebecca
Quasi non mi sembra vero che mentre programmavo una giornata di stressante lavoro, mi ritrovo ancora nella mia bella camera d'albergo a bere un tè ai lamponi.
Per fortuna io e Alberto siamo stati sollevati oggi dalla responsabilità di quelle dieci teste calde dei nostri ragazzi...a loro penseranno gli studenti dell'università e li aiuteranno nel lavoro.
Domani noi dovremmo solo revisionare tutto e cordinare la preparazione finale.
Abbiamo praticamente un giorno libero!
Bevo poco dalla mia tazza cercando di non scottarmi e mi alzo gli occhiali sul naso.
Leggo un'altra pagina di questo libro infernale e involontariamente mi mordo le labbra.
È complicato e allo stesso tempo intrigante...
Le note di Alberto però mi fanno riflettere più di quanto vorrei...
Un'altra frase evidenziata attira la mia attenzione.
Senza accorgermene mi avvicino alla pagina e ad ogni parola il mio cuore accelera.
"Oh!"
Un grido sfugge alle mie labbra quando bussano improvvisamente alla porta e nel momento in cui sobbalzo per lo spavento, parte del mio tè mi finisce addosso.
Scatto in piedi per il calore e scuoto la vestaglia nel vano tentativo di asciugarla.
Maledetto Freud!
Bussano ancora.
"Chi è?" chiedo.
"Il raggio di sole che è venuto a svegliarti al mattino!" esclama una voce entusiasta dall'altro lato.
Alzo gli occhi al cielo.
"Avanti..." rispondo distratta alla ricerca di un fazzoletto.
La porta si spalanca ed Alberto sfoggia un sorriso radioso.
Mi volto e la sua espressione si trasforma in quella di un uomo sconvolto mentre osserva i miei vestiti bagnati.
"Ehm...ho interrotto qualcosa..." dice "Perché posso tornare dopo..."
"Mi è solo caduto del tè!" rispondo e posso solo immaginare cosa stia pensando.
"Tranquilla è normale...moltissime donne a volte hanno bisogno di..."
"Non cominciare!" lo interrompo frenando il ghigno malizioso che si era formato sul suo volto "Era iniziata una bella giornata...!"
"Non ti facevo un tipo da vestaglietta di seta e pizzo..." continua sorridendomi e chiudendo la porta alle sue spalle.
Arossisco pensando che forse avrei fatto bene a portare il mio pigiama di pile, piuttosto che questo pezzo di corredo...
"Sei venuto solo a fare commenti sui miei abiti o il tuo entusiasmo ha un motivo valido?" chiedo cercando dei vestiti puliti nel mio armadio.
"Sono qui per proporti una bellissima, eccezionale, stupefacente giornata a Venzia con il sottoscritto!" esclama.
"Mh...fino a 'giornata a Venezia' mi avevi quasi convinto!" inizio tirando fuori una camicia e un paio di pantaloni neri.
Mi guarda facendo il broncio e rido.
Alla fine sarei rimasta qui tutto il giorno in pigiama...quindi forse non è poi una bruttissima idea...
"Va bene..." dico alla fine e lui sorride.
"Dai andiamo!" risponde aprendo la porta.
"Posso almeno vestirmi?" sbotto e lui si volta verso di me.
Si avvicina.
"Serve una mano?" sussurra furbo.
"No, grazie!" esclamo senza trattenere le risate e anche lui scoppia a ridere mentre lo caccio letteralmente fuori dalla mia camera.
Continuo a sorridere da sola mentre tolgo la vestaglia bagnata e mi dirigo in bagno con i miei vestiti profumati.
Che idiota...
Intravedo il mio sorriso nello specchio sopra il lavandino: in realtà la vera idiota sembro io!
-
"Allora!" esordisco raggiungendo Alberto nella hall che mi aspetta da dietro i suoi occhiali scuri e con una sigaretta ancora spenta tra le dita.
"Cosa hai pensato stavolta?" continuo e lui sorride.
Mi precede uscendo dall'albergo e io lo seguo.
"Sai come si dice? Che si capisce tutto di una città, dal suo mercato!" dice mentre camminiamo lungo le strade di pietra.
Accende la sigaretta e la mette tra le labbra.
"E chi lo dice?" chiedo.
Non mi sembra affatto un detto...
"Io! E sai perché? Perché il mercato è quotidianità! Nessuno si preoccupa di apparire bello al comune o di attirare turisti come nel resto della città!" mi spiega.
Teoria interessante...
Continuiamo a camminare e io lo ascolto formulare ragionamenti contorti e paradossali che mi fanno sempre sorridere.
Ha sempre avuto questa capacità...
Al liceo lo chiamavano Il Sofista, oltre ad altri soprannomi dovuti ad altri attributi che è meglio non ricordare!
Riusciva sempre a incantare tutti con le sue parole, nonostante fossero spesso concetti insensati, lui riusciva a farteli quasi credere.
Non a caso adesso insegna filosofia!
Anche quella di farmi sorridere, ora che ci penso, è una sua vecchia qualità...
Ma varrà così per tutte le donne!
A proposito...
"Le tue pretendenti non sono corse sul primo treno appena hanno saputo che venivi a Venezia?" chiedo interrompendolo.
È il mio turno ora di stuzzicare lui...
"Come?" chiede chiaramente non aspettandosi la mia domanda e una nuvola di fumo esce dalla sua bocca.
Sorrido confermando le mie parole.
"La mia fama da dongiovanni deve essere molto esagerata se credi questo..." risponde precedendomi mentre io resto un passo dietro di lui "Non nego certo di...gradire la compagnia femminile più di prima da...circa sei anni a questa parte, ma c'è differenza tra questo ed essere un..." non termina la frase ma si blocca e mi guarda.
"Ma tu perché mi chiedi delle mie amanti?" chiede poi e io esito impreparata al suo contrattacco.
"Se vuoi c'è posto ancora per una..." aggiunge poi sorridendo e per una volta ringrazio il suo stupido umorismo per aver evitato la piega fin troppo seria della nostra conversazione.
Forzo un sorriso spingendolo delicatamente e lui fa lo stesso.
Continuiamo a camminare in silenzio fino al mercato.
Lui mi offre una sigaretta e io la rifiuto e alla fine lo convinco a rinunciare a fumarne una seconda.
"Eccoci!" esclama appena arriviamo alla prima bancarella.
Difronte tantissime persone di ogni età comprano frutta colorata e oggetti di legno.
Alcuni turisti si lanciano sulle calamite e le riproduzioni in miniatura di gondole.
Camminiamo avvolti nella perfetta combinazione di suoni, odori e colori delle bancarelle che ci circondano e mi sembra di stare dentro ad un quadro, o ad un balletto.
Un'armoniosa danza di persone e cose attorno a noi.
Mi duole dirlo ma...
"Avevi ragione..." dico aggrappandomi al suo braccio.
Lui mi sorride e senza accorgermene ci fermiamo.
"Direi che rosso è perfetto!" lo sento dire e mi volto accorgendomi che in realtà non era rivolto a me.
Parla con un anziano negoziante che espone su un vecchio tavolo di legno decine di ciondoli colorati, orecchini, bracciali.
"Alberto..." lo richiamo e lui si volta tenendo in mano una catenina dorata.
Non mi lascia dire nulla e me la mette al collo.
Le sue mani sfiorano la mia nuca sotto i capelli mentre chiude la collana e un brivido si ramifica sulla mia schiena.
Si allontana e mi osserva incrociando le braccia.
Sul suo volto soddisfatto si apre un sorriso genuino e io resto imbambolata e immobile.
"Già!" esclama l'uomo guardandomi sorridente "È proprio il suo colore!"
"Tieni!" Alberto mi porge uno specchio e io vedo il mio riflesso.
Un piccolo ciondolo lucido e colorato delle varie sfumature del rosso brilla sul mio petto contornato da una cornice sortile dorata come la catena.
"È bellissima..." sussurro a me stessa e i due annuiscono.
"È vetro di Murano lavorato a mano, signora!" mi spiega il negoziante "E in genere non lo dico a tutti i miei clienti ma questo sembra fatto apposta per lei! Suo marito ha molto gusto..."
Arrossisco immediatamente.
"Oh no, lui non è mio marito!" potesto cercando di non sembrare brusca e improvvisamente questa collana sembra troppo stretta, quasi soffocante "E solo un collega e...ora che mi vedo bene, preferisco colori più chiari..."
Faccio per togliere la collana ma Alberto mi ferma.
"Rebecca..." dice e il suo sguardo ha come un effetto calmante "Insisto."
Lo guardo a lungo e nei suoi occhi c'è come la muta richiesta di accettare il dono di un vecchio amico e allo stesso tempo la consapevolezza di sembrare più di ciò.
Alla fine mi arrendo ai suoi occhi e annuisco.
"Grazie..." dico mentre lui paga.
"Una buona giornata a voi!" dice il vecchio "E non voglio sembrare impertinente signorina...ma il suo amico riesce proprio a vederla molto bene..."
Mi fa un occhiolino e la mia faccia confusa combatte per non trasformarsi in rassegnata.
Raggiungo Alberto che si è fermato poco più avanti a comprare delle fragole.
Ne rubo una dal suo sacchetto mentre camminiamo e lui si volta si scatto.
"Ancora matta per le fragole!" esclama dando un morso ad una.
"Certi vizi non passano mai..." rispondo.
Avevamo 18 anni l'ultima volta che abbiamo mangiato delle fragole insieme...ma quella volta eravamo sdraiati su un materasso di albergo trasportato in una veranda sotto un tappeto di stelle, avvolti in coperte di pile e abbracciando cuscini troppo costosi per macchiarsi del succo rosso della nostra frutta preferita.
La debole luce di una torcia ormai scarica illuminava quello che poteva essere l'inizio di una vita completamente diversa.
Inizio che per causa del mio troppo pensare non si verificò mai.
"Che ore sono?" chiede Alberto interrompendo il mio amaro ricordo.
"Manca poco a mezzogiorno." rispondo.
"Mh...che ne dici se ti portassi a mangiare le migliori ostriche della città e ti dessi un paio di orette per diventare la più bella Rebecca che tu possa essere...e andassimo a bere Champagne sull'acqua..." dice lasciandomi letteralmente senza parole.
Quel che resta della mia fragola per poco non mi cade dalla mano e lui aspetta con fierezza una risposta.
"Ostriche e Champagne?" chiedo "Vuole tentarmi professor Trevisani? Dovrebbe sapere che sono una donna che non si vince con un semplice gioco di afrodisiaci..."
Lui ride e scuote la testa.
"Ti assicuro che non era mia intenzione, è solo una proposta da vecchio amico!" esclama "Mi hanno raccomandato di provare questo ristorante e visto che abbiamo una giornata libera..."
"Va bene, va bene!" lo interrompo "Mi fiderò per questa volta!"
"Ottima scelta Rebecca Tommasi!" dice e getta in un cestino la busta vuota che teneva in mano "E per la cronaca..." aggiunge camminando più veloce "Nessuno è immune agli afrodisiaci..."
Ghigna e si allontana velocemente oltre l'uscita del mercato.
Io scuoto la testa e una parte di me già si pente di essersi di nuovo avvicinata alla sua trappola e chiudo gli occhi cercando di pensare ad altro.
Lo seguo verso quello che scopro essere un ristorate di pesce a cinque stelle, elegante e ricercato.
Chiudo gli occhi e cerco di vedere mio marito, la nostra casa, le foto del nostro matrimonio, le tazza di latte che mi fa trovare già sul tavolo ogni mattina...ma l'unica cosa che vedo sono gli occhi scuri e attenti di Alberto e le bollicine vispe e trasparenti che si infrangono sulla superficie di un bicchiere di Champagne.
Lo stesso Champagne che forse ha già iniziato a prendersi gioco di me al solo pensiero.
Come un ricordo improvviso, una visione, rivedo quel libro ancora aperto sul mio letto e quella frase che stamattina aveva così attirato la mia attenzione che adesso sembra quasi una predizione:
"Compiuto il lavoro di interpretazione, ci accorgiamo che il sogno è la soddisfazione di un desiderio"
Io ho svolto il mio lavoro di interpretazione e tuttavia continuo a ripetermi che non è un desiderio, è un pericolo.
E non solo io.
"Ho dato tante interpretazioni e continuo a vedere più di un desiderio, una passione negata, strappata, non più mia." aveva scritto poi di una donna l'uomo che adesso mi portava in giro per Venezia.
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