2 • just if...
Boston, 21 Settembre 1997
Uomini al largo,
e sedendovi in ordine i solchi sonori,
via percotete: ho fermo nel cuore passare il tramonto
ed il lavacro degli astri di là,
finch'io abbia morte.
- Lord Alfred Tennyson
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L'estate era ormai agli sgoccioli, eppure sembrava che la bella stagione non ne volesse sapere di lasciare il posto all'autunno.
Faceva ancora caldo sulle coste di Boston e le spiagge erano rifugio di giovani studenti, che nei pomeriggi, dopo le lezioni, sembravano amare le capatine sulla spiaggia di Cape Cod.
C'era chi invece non rinunciava alle serate lungo il molo di Santa Martha, un piccolo paese poco distante da Boston, con le piccole casette in legno, immense distese d'erba e il classico faro; ricordava molto i romanzi di Virginia Woolf e quelli di Nicholas Sparks.
Anche Eva ci era andata qualche volta, prima di riprendere la scuola, in compagnia di qualche vecchia amica, oppure semplicemente a sola.
Amava camminare su quelle immense distese di erba verde, che incontrava la sabbia fine, di origine vulcanica ed ascoltare in lontananza il rumore del mare.
Eppure non riusciva a starci molto: i ricordi di Anthony riaffioravano come le conchiglie sul bagnasciuga e il dolore, che si era promessa di recludere nella parte più profonda del suo cuore, tornava a farsi sentire come le onde pacifiche contro la scogliera su cui si ergeva il faro.
Era una malinconia dolce, morbida, che lei paragonava alle scie di carburante che gli aerei lasciavano nel cielo o al profumo insostituibile di casa, che si può percepire solo al ritorno da un lungo viaggio.
Le sue amiche la chiamavano nostalgia, lei la chiamava mancanza.
Ogni tanto riceveva una telefonata di Anthony e tutte le volte che squillava il telefono si precipitava alla cornetta, pronta ad urlare quel "Anthony?" anche quando dall'altro lato c'era solo sua mamma oppure qualche collega che le chiedeva informazioni riguardo i nuovi orari scolastici.
Allora, dopo aver delicatamente risposto e aver riattaccato, si lasciava scivolare lungo la parete, dove solo qualche settimana prima era in piedi Anthony.
Ma quelle rare volte in cui era il capitano Walker in diretta dalla portaerei Nimitz della Marina americana, dall'altra parte del mondo, chiamandola solo per raccontarle di quanto fossero belle di notte le luci della costa italiana... beh, Eva avrebbe dato qualsiasi cosa pur di far durare quelle chiamate in eterno.
Le raccontava dei nuovi piani dei suoi superiori, di quel famoso ammiraglio Johnson, che, anche se non aveva mai conosciuto, era il protagonista indiscusso delle numerosi missioni sui Balcani, in fermento.
Alle orecchie di Eva, la vita di Anthony suonava come quella di un film: era affascinata da quei racconti, dalle descrizioni del mondo militare, dal suono della voce di lui quando sussurrava qualcosa a qualche sottoposto che passava di lì... ma amava ancora di più quando lui le descriveva quello che vedeva.
Faceva di tutto per riservarle il meglio della crudeltà di una vita fatta di missioni, ordini e nemico imminente... e allora le raccontava del rombo degli F18, degli elicotteri, dei decolli ed atterraggi, degli abbracci dopo le operazioni più pericolose.
Le raccontava di Chris, il suo migliore amico e migliore compagno d'ala che si potesse mai avere, la sua spalla e la sua mano destra, senza cui non si sarebbe mai alzato in volo.
E poi del colore del mare al tramonto, delle sfumature che aveva il cielo quando tramontava dietro i rilievi delle isole del sud Italia, che lui amava paragonare allo stesso che vedeva quando erano sdraiati sul prato dietro casa sua.
Parlava, parlava e senza accorgersi aveva esaurito tutto il tempo che gli concedevano per le telefonate oltre il continente.
Ed Eva, che fosse notte, giorno, pomeriggio o sera, che stesse per uscire di casa, che, invece, fosse appena rientrata, lo ascoltava.
Lo lasciava parlare, teneva la cornetta stretta tra le mani e pregava Dio, chiedendogli solo di far durare quella telefonata il più a lungo possibile, nella speranza che non fosse l'ultima.
Quelle rare volte che trovava il coraggio di non singhiozzare, gli chiedeva come stava, se la cena alla mensa ufficiali fosse decente e se stava attento.
Lui rideva sempre e ad Eva scoppiava il cuore.
La rassicurava sempre, dicendole che le cose andavano a gonfie vele e che quando gli avrebbero dato la licenza per il Ringraziamento, sarebbero andati a passarlo dai genitori di lui, a South Hampton.
Ma poi qualcuno lo richiamava a rapporto, forse l'ammiraglio Johnson, il suo personaggio preferito in quella fiction che le sembrava la vita di Anthony, o forse Chris, e allora lei gli diceva solo di stare attento, di non fare cazzate.
"Ev, tesoro, la Marina americana non paga le telefonate extra continentali perché io le esaurisca a parlare con te, ci sono altri uomini valorosi che desiderano parlare con le loro fidanzate, mogli o figlie" ridacchia Anthony, mentre guarda Chris, in piedi di fianco a lui, con i capelli bagnati dalla doccia che si è appena fatto, e che ora lo scruta sorridendo.
"Anthony... ricordati di mangiare..." sussurra Eva dall'altro capo del telefono, e del mondo, facendolo scoppiare a ridere .
"Sì mamma, sto mangiando"
Può quasi vederla scuotere la testa, mentre ridacchia, con le lacrime ai lati dei suoi bellissimi occhi verdi.
Le manca in una maniera indescrivibile.
"Prego tutti i giorni perché tu possa telefonarmi di nuovo, non sai quanto mi manchi, capitano" Eva ha la voce rotta, ma non glielo vuole dare a vedere.
Anthony ripensa alla piccola croce che tiene nascosta in una tasca interna della tuta anti-g, e poi alla foto di lei, incastrata tra il barometro e lo scruta-orizzonte: la chioma bionda al vento, il suo vestito rosso, mentre si pettina i capelli sulla veranda.
Stonava così tanto tra tutti quegli strumenti e a volte gli veniva voglia di strapparla da lì, soprattutto quando gli altri piloti sparavano qualche apprezzamento di troppo.
"Come la fai drammatica" Anthony la butta sul ridere, anche se in cuor suo la malinconia ed il dolore lo stanno divorando "Devo andare piccola... il telefono serve ad altri"
Lei tira su con il naso e si schiarisce la voce: "Fai attenzione, okay?"
"Lo farò, ti amo" sono le ultime parole di lui, prima di riattaccare con gli occhi lucidi.
Dietro di lui si è formata una coda immensa e si può benissimo sentire imprecazioni del tipo "Capitano, un minimo di rispetto per noi poveri sottufficiali!"
Ma poi si allontana, con un sorriso e le spalle circondate dal braccio teso nella divisa verde di Chris.
Camminano per il piccolo corridoio di metallo, che dalla sala comunicazioni porta sul ponte.
E' ormai il tramonto e la luce filtra attraverso le livree dei caccia sulla pista, con diversi addetti che sistemano le ultime cose, prima dell'imminente giornata successiva.
La luce sul rosso contro le code ed i musi affusolati dei velivoli conferisce a tutto un'atmosfera mozzafiato.
Il vento soffia leggero e scompiglia i capelli dei due ufficiali, ora appoggiati al muso di un F35, in attesa, con i visi dai tratti pronunciati sferzati dalla salsedine del mare, che porta l'odore di terra, di sabbia e di sole, dalle isole della Sicilia, coronate all'orizzonte.
"Domani Johnson vuole inviarmi in ricognizione" sussurra ad un certo punto Anthony, smorzando la pace del momento.
"Ma senza di te" sbotta poi, mentre Chris irrigidisce le labbra.
"E' una normalissima ricognizione, Chris, non ho paura" la voce lo tradisce, mostrando una sorta di ironia di troppo.
Il moro di fianco distoglie lo sguardo dall'orizzonte per posarlo su di lui.
I lineamenti duri di Anthony sono marcati, nella luce aranciata del tramonto.
"Stai attento" riesce a sussurrare solo Chris, mentre sposta di nuovo lo sguardo sul mare e la scia bianca che la portaerei si sta lasciando dietro "Non mi piace il fatto che ti mandino da solo"
Anthony ridacchia e l'amico fa lo stesso, ma tornando poi seri.
"Odio dover fare discorsi di questo tipo... ma sai, quando sei tra le nuvole, a qualche mak in più della barriera del suono... beh, uno non ci pensa mai, pensa sempre che la mano divina sia sempre lì a guidare la cloche e a schivare i pericoli, anche se effettivamente non è mai così"
Anthony abbassa lo sguardo e si gira verso l'amico, intento a fissare il Mediterraneo.
"Che vuoi dire? In sei anni che ti conosco non hai mai osato entrare in questo discorso.
Anthony sospira.
"Promettimi solo una cosa" sbotta il biondo dai tratti spigolosi.
Chris lo guarda dritto negli occhi, leggermente intimorito dall'idea di quello che il suo migliore amico sin dai tempi dell'Accademia sta per dire.
"Se dovesse mai succedermi qualcosa... promettimi che penserai tu a lei"
Le sue parole sono più taglienti di una lama: per un attimo, sulla portaerei il tempo si ferma e sono solo loro due, in mezzo a quel rosso fiammante e aerei di ogni genere.
Chris deglutisce e gli appoggia una mano sulla spalla.
"Sei il migliore pilota che sia mai esistito, non venirmi a dire che hai paura di stupida ricognizione, andiamo Ant..." sbotta Chris, nascondendo un velo di inquietudine.
"Promettimelo, tenete Anselmi"
"Anthony come potrei mai..."
"E' un ordine ed io sono un tuo superiore" tuona Anthony, con la voce rotta dal vento.
Chris, in tutta risposta, lo abbraccia.
Stringe il migliore amico di una vita, il migliore pilota mai esistito, il suo superiore, al petto; sono alti uguali, mentre premono le braccia l'uno contro la schiena robusta dell'altro, contro le divise leggere, su sfondo di un tramonto mozzafiato, nel Mediterraneo, in una sera degli ultimi quindici giorni di settembre.
"Lo farò, lo farò capitano" sussurra, con gli occhi lucidi Chris, stretto alle spalle dell'amico.
"Confido in te, tenente" è la riposta tenue di Anthony, mentre guarda le livree degli aerei illuminati dalla luce del sole.
Accadeva solo qualche giorno prima di tutto: fu il loro ultimo tramonto sul pontile, fu il loro ultimo da abbraccio, da amici, da compagni di vita, da ufficiali, fu l'ultima telefonata, fu l'ultimo tramonto pensando ad Eva, che dall'altra parte del mondo dormiva tra le lenzuola profumate, al secondo piano di una villetta nel cuore del Massachussets, sognando di fare l'amore con lui.
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"Non dimenticatevi il tema sulla nuova poesia che abbiamo imparato di Pennac, mi raccomando! Lunedì al rientro me li dovrete consegnare ed il più bello verrà letto davanti a tutta la classe"
Eva era in piedi davanti alla cattedra, mentre guardava i bambini infilare nelle loro cartelle i vari libri e quaderni disseminati sul banco, consapevole che nessuno la stava ovviamente ascoltando.
C'era tra tutti una grande voglia di abbandonare quell'aula soffocante per dare finalmente inizio al week-end del solstizio di autunno, che scandiva l'inizio dei mesi invernali e che veniva visto da tutti gli abitanti di Boston e del Massachussets come l'ultima occasione per un falò in spiaggia o una gita fuoriporta.
Lei compresa aveva una grande voglia di staccare la spina da quei caotici giorni di settembre, che l'avevano subito sommersa con temi da correggere, colloqui da organizzare e nuovi bambini di cui imparare in fretta i nomi.
Quel week-end non aveva nulla di speciale in programma, ma essendo l'ultimo dell'estate, ne avrebbe sicuramente approfittato per un giro in centro con qualche vecchia amica dell'università.
Infilò nella borsa di tela che usava per i libri scolastici il libro di inglese, gli occhiali da lettura e i temi che i bambini le avevano consegnato.
Poi prese il giubbino di jeans appoggiato alla sedia della cattedra e, dopo aver aspettato che gli ultimi bambini uscissero dall'aula, si avviò verso l'uscita, spegnendo la luce e chiudendosi la porta alle spalle.
"Arrivederci signorina Fortis!" gridarono due voci femminili all'unisono, mentre avanzava lungo il corridoio, con la sua gonna di jeans svolazzante che le lambiva le ginocchia e i capelli raccolti in una treccia alla francese le teneva raccolti i capelli lungo la testa e che lasciava sfuggire qualche ciocca.
Si girò sorridente verso le due ragazzine che l'avevano salutata.
"Buon fine settimana anche a voi, Betty e Sara, e ricordatevi che questa è l'ultima occasione per dire al ragazzo che vi piace che lo trovate carino" ridacchiò, affiancando le due ragazzine del penultimo anno, la prima con due codini biondi tenuti insieme da nastri rosa e la seconda con il viso abbronzato e rotondo.
Arrossirono entrambe alle parole di Eva, consapevole che con le due piccole studenti si potesse dire qualcosa che andasse oltre dai soliti "Smettetela di parlare!" e i "Ricordatevi i compiti".
Sbucarono sui gradini di marmo dell'ingresso della scuola elementare di Boston, che sorgeva all'interno di un giardino verde, arricchito con vari alberi di ippocastano, sotto cui gli studenti parcheggiavano le biciclette.
"Lei signorina Fortis ce l'ha il fidanzato?" azzardò Sara, sollevando gli occhi lucenti sul viso di Eva, colta alla sprovvista.
L'amica la guardò piuttosto colpita dall'azzardata domanda, ma sul suo viso fresco campeggiava un nascosto velo di curiosità.
Eva sorrise, accarezzando i capelli a Sara, mentre insieme imboccava il vialetto che conduceva all'uscita, dove le auto dei genitori iniziavano a fermarsi per recuperare i figli.
Sul viso di lei comparve una nota di malinconia, ripensando ad Anthony.
L'ultima volta che lo aveva sentito era stata un paio di settimane prima, forse dieci giorni, ma era consapevole di quanto fossero impegnati sul fronte del Mediterraneo e, anche se in cuor suo vigeva sempre la preoccupazione, sapeva che il capitano dell'Aeronautica americana se la stesse cavando benissimo.
"Beh, penso che questa sia una domanda che non bisogna porre alla tua insegnante Sara" rispose dolcemente poi, mentre lasciava le due bambine all'ingresso.
"Ma lei è così dolce e bella! Se dice così allora significa che non ha nessuno" sul volto delle due bambine si dipinse un'espressione di delusione.
Eva sorrise e poi si chinò, per essere alla loro altezza.
La gonna di jeans sfiorò il selciato, mostrando la pelle ancora abbronzata delle gambe affusolate.
Accarezzò ad entrambe la guancia, strappando a loro un sorriso.
"Scommetto che il suo fidanzato è bello come lei! Anzi... è il principe azzurro di Cenerentola e lei non vuole dircelo" questa volta era Betty, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, ma che, probabilmente trascinata dall'amica, ora si era fatta avanti.
Ad Eva vennero le lacrime agli occhi, ma badò bene a non farlo notare, mentre guardava le sue piccole studenti con amore.
E, un po' per caso e un po' per fortuna, un clacson strombettò poco più distanti di loro: era la mamma di Betty, che era venuta a recuperare la figlia e l'amica per riportarle a casa.
"Buongiorno signorina Fortis!" esclamò dal sedile del guidatore quando vide le due bambine in compagnia di lei.
Eva contraccambiò con un sorriso e un gesto della mano, prima di lasciare andare le bambine ed alzarsi per tornare in posizione eretta.
"Mi raccomando, passate un buon week-end, divertitevi, fate il tema... e non pensate troppo a Cenerentola!" ridacchiò la bionda, prima che salissero in auto.
Salutò la madre e, mentre l'auto si muoveva lungo il vialetto e lasciando libera la visione del marciapiede, una figura catturò la sua attenzione.
Stava uscendo dall'ingresso che dava sulla strada, insieme agli studenti in bici, giovani a piedi e genitori in auto che aspettavano l'uscita dei figli ritardatari, quando il sangue le si gelò nelle vene.
In mezzo a quella folla di giovani poteva benissimo essere scambiato per uno studente in attesa dell'autobus, se non fosse stato per l'altezza e per il fatto che la fermata degli scuolabus era 500 metri più avanti.
Ma la cosa che le fece perdere un battito era la divisa che indossava, di un verde intensissimo e il cappello che teneva sottobraccio era contraddistinto da un'aquila turrita.
Le gambe le si bloccarono ed ebbe il timore di svenire lì; quando si avvicinò, la speranza che fosse lì per qualcun altro che non fosse lei andò in frantumi.
Aveva visto quello sguardo, quel viso, quei capelli tirati indietro da una buona dose di gel, solo una volta nella vita, ed era stata anni prima, al circolo ufficiali dell'aeronautica di New York, dove aveva conosciuto Anthony.
Non c'era nulla da fraintendere o da negare: quello era il tenente Chris Anselmi, il migliore amico di Anthony.
Per un attimo le balenò in mente l'idea di andarsene, di fare finta di non conoscerlo e di non averlo visto, ma Eva non riusciva nemmeno a respirare, figuriamoci a camminare.
Quando lui fu abbastanza vicino da riuscire a guardare nelle sue iridi profonde, fu certa di non poter fare nulla.
"Eva" sussurrò appena lui, guardandola negli occhi.
Profumava di pulito e la giacca della divisa, seppur non fosse quella d'ordinanza era perfetta.
Lei non riuscì a spiccicare parola.
"Eva... lo so che è una vita che non ci vediamo, la prima ed unica volta è stata al circolo ufficiali di New York..."
"So chi sei" Eva aveva gli occhi spalancati, qualche centimetro sotto di lui, con il cuore che le martellava nel petto, così forte da non riuscire nemmeno a percepire il rumore delle auto e il vociare degli studenti in uscita.
Lui distolse lo sguardo e sospirò qualcosa, che suonò più come un'imprecazione.
"Eva... non avrei mai pensato di doverti rivedere così, ma vedi..."
Si portò una mano alla bocca, ancora prima che il tenente potesse finire la frase, cercando di respingere un conato di vomito che sentiva salire dal profondo.
"Ti prego" sussurrò lui, avvicinandosi.
Lei lo guardò, con gli occhi che imploravano di poter lasciare andare le lacrime, ma che ne avevano piante troppe.
Chris si avvicinò di un passo e la prese tra le braccia.
All'improvviso, quella figura così bella, così elegante, che sembrava emanare luce dalla chioma bionda raccolta in quella treccia che le lambiva la testa, ora gli appariva debole, tremante.
Dal canto suo, Eva si appoggiò al petto di lui, come qualche settimana prima aveva fatto con... non riuscì nemmeno a pronunciare nella mente il nome.
"Mi dispiace, mi dispiace, ma... mi ha chiesto che, qualunque cosa gli fosse successa, sarei dovuto essere io a dirtelo" Chris le accarezzò la nuca scoperta, il collo e le scapole, che sbucavano dalla camicia bianca.
Lei lasciò cadere sull'asfalto la borsa con i libri e il giubbino di jeans e si abbandonò alle braccia di Chris.
"Sono due settimane, o forse poco meno, che non si sa più nulla di lui" disse il tenente, mentre la stringeva a sé.
Di fianco a loro il flusso di auto era notevolmente diminuito e il giardino delle elementari di Boston era totalmente in silenzio, non c'era più nessun bambino che correva o genitore in ritardo.
Come se anche la natura avesse voluto prendere parte al silenzioso dolore di Eva, tra le braccia di Chris.
Il tragitto da Boston a Barrington, che faceva ogni mattina lei per andare a scuola e che aveva fatto centinaia di volte con Anthony fu uno strazio.
Chris aveva fatto il viaggio dall'aeroporto in taxi, ma dopo aver visto Eva in quel prevedibile stato, decise di accompagnarla a casa a piedi, considerando che, dal volto, era sul punto di vomitare da un momento all'altro.
Le tenne la borsa di tela e il giubbino di jeans, mentre con il braccio libero le cinse la vita stretta, mentre camminavano su quella strada asfaltata male.
"Non voglio che tu mi veda in questo stato... e che faccia tutto questo" sussurrò ad un certo punto lei, distrutta e consapevole di essere in piedi solo grazie all'aiuto di Chris.
Il tenente la teneva salda e lei si sentiva incredibilmente stanca, come se avesse corso una maratona di chilometri e vedeva tutto quello che la circondava solo un bruttissimo sogno.
Si sarebbe svegliata e Anthony sarebbe stato lì di fianco a lei, nella luce del mattino, con i capelli scompigliati e le labbra socchiuse.
Ma, per quanto implorante fosse, Eva non si riusciva a svegliare.
"Non dire niente, non devi preoccuparti per me" disse il tenente, mentre imboccavano il vialetto che lei gli indicò a stento come casa sua.
Salì i gradini della veranda e si lasciò cadere sulla poltroncina di vimini bianca, mentre Chris appoggiò il giubbino e la borsa sul tavolo che li separava.
Si sedette davanti a lei, che giaceva con il viso coperto da entrambe le mani e la schiena scossa da innumerevoli sospiri.
Non riesco nemmeno a piangere, pensava lei, mentre nella mente si susseguirono i frammenti di quegli ultimi istanti.
Aveva realizzato quello che era appena successo? Forse solo quando le lacrime iniziarono a scorrerle a fiotti lungo le guance, coperte dalle mani, si rese conto dell'incubo che stava vivendo.
Caldo, freddo, poi ancora caldo, la veranda sembrava girare come una trottola nonostante avesse le mani premute sugli occhi.
Era vero? Qualche istante prima lui era vivido nei suoi ricordi, mentre ora le stavano dicendo che era successo?
Non si rese conto della forza immane che riuscì a trovare per asciugarsi con le dita le guance ed alzare lo sguardo su Chris, chinato davanti a lei, che la guardava con un dolore immenso negli occhi.
E' il suo migliore amico, devo fidarmi, pensava Eva, mentre si ostinava a credere e non credere a quell'incubo, a quel limbo.
"E' certo?"
La voce le uscì incredibilmente bassa, un sussurro fioco nella sua voce dilaniata dai singhiozzi soffocati.
Chris le prese una mano ed abbassò lo sguardo sulle Nike di lei, sporche di terra, ma che l'avevano portata fino a lì dopo una notizia così stroncante.
"Per l'Aeronautica e il Governo... è disperso"
No, non può essere, urlava l'animo di Eva, mentre guardava dritto negli occhi Chris.
Non poteva assolutamente essere così: tutti ma non lui, non Anthony, il valoroso, inarrestabile Anthony.
Quello che le aveva giurato di restare vivo, quello per cui pregava ogni notte, quello che le taceva silenziosamente le lacrime al telefono.
Anthony non poteva, non così.
C'è chi la chiama forza d'animo e chi disperazione, Eva non riuscì a definirlo, ma trovò il coraggio di sporgersi verso Chris e puntare le mani sul tavolino.
"Chris, non può essere"
Il moro la guardò, in un misto tra incredulità e sbigottimento.
"Eva, so quanto sia duro per te sentire queste parole... ma l'ho visto con i miei occhi il segnale radio perdersi quando è precipitato" Chris le parlò a voce bassa, come quando si fa con un bambino un po' testardo, che non vuole capire che è ora di mettere via i giocattoli e andare a letto.
Ma Eva si irrigidì; le nocche premute attorno al bordo del tavolo divennero bianche, mentre scuoteva la testa.
"Finchè non vedrò un nome su quel maledetto certificato di morte, firmato dal segretario della difesa, mi dispiace Chris ma Anthony è ancora vivo"
Si stupì del suono delle sue parole, che nonostante fossero tremolanti e sature di pianto, avevano lasciato Chris senza parole.
"E' caduto in territorio nemico, a chissà quanti chilometri orari di velocità... se anche fosse vivo, non avrebbe sicuramente possibilità di portarsi in salvo"
Eva distolse lo sguardo dal viso di Chris, lasciandosi cadere di nuovo contro lo schienale.
"E' tutt'ora incredibile anche per me Eva... ma sii realista, ti prego" si avvicinò e le accarezzò il dorso di una mano, ma quel gesto la fece infuriare.
Scattò in avanti, ritraendosi dal tocco di lui.
"Sono realista, Chris! E non pensare che sia sotto shock o che cosa..." Beh, forse era proprio lo shock a farla parlare in quel modo, ma in cuor suo sapeva che le sue parole non sarebbero state vane.
Anthony può essere anche disperso, ma non può essere morto.
"Dimmi la verità" sussurrò appena, chinandosi verso il tenente dai capelli scuri e gli occhi profondi, che sedeva al posto che ogni sera, per tutte quelle settimane di licenza, spettava ad Anthony, mentre lei si pettinava i capelli.
Chris deglutì, mentre incatenava il suo sguardo a quello di lei.
La trovò bellissima.
"Chris, dimmi la verità" ripetè lei, senza staccare gli occhi da quelli di lui.
Chris avrebbe tanto voluto seguire gli ordini, dirle quello per cui era stato addestrato, ma si trattava della donna del suo migliore amico, la donna che aveva amato e che gli aveva raccomandato di essersi preso cura, se fosse successo l'impensabile.
E mentendole, non solo avrebbe perso la fiducia del suo migliore amico e compagno d'ala, ma anche l'onore della divisa che indossava.
Anthony mancava da due settimane, era vero. Non era più rientrato da quella missione di ricognizione sui Balcani: un missile antiaereo lo aveva colpito ed era precipitato oltre il confine.
Ma non era morto.
L'ammiraglio Johnson aveva subito dato avvio alle ricerche: non poteva perdere uno dei suoi uomini migliori e Chris stesso si era offerto di andare a cercarlo.
Si trattava del suo migliore amico e il Governo americano non poteva macchiarsi di una tale colpa, lasciando morire un ufficiale in zona nemica... stando a quanto trasmettevano i segnali radio e le frequenze del velivolo, gli analisti della portaerei sotto lo sguardo glaciale dell'ammiraglio erano riusciti a scoprire una manomissione nel segnale: chi poteva essere stato se non Anthony?
Era vivo.
E sia l'Aeronautica che il Governo degli Stati Uniti lo sapevano e avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di riportarlo indietro, costasse anche la vita di altri uomini.
Spiegare quelle cose ad Eva, fu una fatica improponibile per Chris: come dirle che l'uomo cheamava era disperso da qualche parte nelle foreste dei Balcani, in Europa, e la Marina americana stava abilitando mezzo stato per recuperarlo quando chissà, poteva essere tutta una supposizione?
Si lasciò cadere sulla poltroncina di vimini e si massaggiò gli occhi, esausto.
Il suo intento, ed i suoi ordini, erano quelli di avvisare i più stretti contatti di Anthony e Chris non potè che mettere al primo posto la donna che amava, Eva, colei di cui aveva giurato di prendersi cura.
La guardò di nuovo: i capelli erano usciti dalla treccia spettinata e le ricadevano a ciocche sulle spalle ansanti, mentre sedeva davanti a lui, con le mani strette attorno al bordo del tavolino.
"Chris, ti prego" Ad Eva stava per scoppiare il cuore.
Il tenente sospirò; era tutto nelle sue mani: o le diceva la verità, che Anthony era probabilmente vivo e l'ammiraglio lo stava andando a recuperare, o la menzogna, mentendole riguardo la sorte ormai disperata ma non implacabile dell'amico e dicendole che ormai non c'era più nulla da fare.
Sapeva che Eva non ci avrebbe creduto facilmente: conosceva Anthony quasi meglio di lui, era il suo uomo e si sentiva nella sua voce che avrebbe fatto qualunque cosa pur di conoscere come stavano veramente le cose.
Ma il giovane ufficiale sapeva anche che la verità sarebbe potuta essere una grandissima delusione, uno schiaffo in pieno viso, acqua gelida lungo la spina dorsale.
Cosa se Anthony fosse stato davvero morto? Cosa le avrebbe detto quando sarebbe stato richiamato per riconoscere il corpo del suo migliore amico, con ancora addosso la tuta anti-g, magari a Washington?
Di una cosa era certo: la verità, nel bene e nel male, l'avrebbe dilaniata, ma non poteva illuderla.
La guardò dritta negli occhi, vide le sue iridi verdastre, gli zigomi tempestati di lentiggini, il naso all'insù, fine e i capelli che solleticavano il collo.
Potrei mentire anche davanti a Dio, difronte ai miei peccati, ma non posso farlo a lei, ora.
"Posso fare una telefonata?"
Si alzò d scatto, sotto lo sguardo di lei, dalle striature marroni e luminose, dovute alla luce del sole nell'ultimo week-end d'estate.
Lo guardò dubbiosa, ma poi si alzò anche lei.
"Chris..." Eva si portòle mani giunte al petto, dove il cuore le martellava come un tamburo.
Poi gli indicò con un gesto del viso la porta, quasi sempre aperta e Chris entrò di scatto.
La bionda sentì risuonare i passi delle sue scarpe lungo il corridoio che portava alle scale, per poi fermarsi davanti al piccolo tavolino, su cui era posato il telefono fisso, insieme ad un vaso di fiori, che puntualmente ogni mattina cambiava.
Tornò a sedersi, sempre con le mani strette al petto, ed in silenzio riprese a piangere.
Le lacrime le scendevano lente lungo gli zigomi, mentre si premeva le dita sulla camicetta leggera, sull'azzurro.
Quel gesto lo aveva fatto settimane e settimane prima, con le mani di Anthony, le sue mani da pilota, che la facevano sempre rabbrividire, mentre gli implorava di tornare il prima possibile.
Avevano passato l'ultimo giorno a litigare ed ora il suo migliore amico aveva fatto miglia e miglia per venirle a dire che probabilmente non lo avrebbe più rivisto.
Che coincidenza, pensò amareggiata Eva, mentre le lacrime le scendevano calde sugli zigomi.
Non lo voleva perdere, non così almeno, non senza vederlo un'ultima volta; lui, l'uomo che le aveva insegnato a vivere e che era stato la sua vita sin dal primo momento in cui lo vide, a New York, in quel circolo ufficiali, dove la sua vecchia compagna di studi l'aveva trascinata per il week-end.
Sembrava passato l'eterno.
Dio, ti prego, proteggilo.
Rivide passare le stelle sul viso di lui, sdraiati vicino al laghetto, rivide i suoi occhi chiari nella luce del mattino, rivide la biancheria disseminata per il pavimento e rivide il suo sorriso, mentre le lavava i capelli nella vasca da bagno.
E mentre piangeva in silenzio, si chiedeva perché fosse successo.
Domandava in cuor suo a chiunque ci fosse ad aspettarla nell'altra vita, perché le avesse fatto questo.
Chiese di avere una risposta, perché sapeva, nel profondo del cuore, che senza Anthony per lei non ci sarebbe più stata vita.
E forse per mano divina, o forse per mere maledette coincidenze, pochi istanti dopo, quando riaprì gli occhi, in piedi davanti a lei, c'era Chris.
Guardava il prato che si estendeva davanti alla casa, dritto nella sua divisa, con lo sguardo perso tra chissà quali pensieri.
Per un attimo nessuno dei due disse nulla, ma poi lei si asciugò le lacrime e si alzò in piedi.
Chris la guardò con la coda dell'occhio, il profilo spigoloso illuminato dalla luce dell'ora più bella della giornata e, finalmente, parlò.
"Mettiti qualcosa di comodo e prendi i documenti, ti porto a New York"
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Ci sono attimi ed attimi.
Molti te li dimentichi facilmente, altri restano immutati: sono gli attimi che racconterai ai tuoi figli, gli attimi a cui pensi quando aspetti un treno in ritardo nel buio di una mattina di gennaio, quelli che riaffiorano la mattina di Natale mentre scegli quale maglione mettere, e quelli che a distanza di anni, continuano a far parte della tua vita.
Accadde tutto piuttosto in fretta, quel venerdì di settembre.
L'ultimo dell'estate, il primo dell'autunno.
La vita di Eva era fatta di ultime volte: molte le passavano davanti agli occhi, mentre altre riusciva ad afferrarle.
Ma in entrambi i casi, Eva non riusciva a rendersene conto.
Solo qualche ora prima era in piedi davanti all'ingresso della scuola, con Beatrice e Sara, mentre in quell'esatto istante stava camminando lungo il corridoio illuminato di luci ad intermittenza della base di Doven, nei pressi di New York.
Indossava un paio di jeans e la camicia azzurrina del giorno prima, che non aveva avuto la forza di cambiare.
Vicino a lei camminava Chris, i capelli scompigliati, la divisa un po' sgualcita, lo sguardo fisso davanti a lui, mentre si avvicinavano all'uscita, che dava sugli hangar della basa della USA Airforce.
Aveva insistito sul dormire sulla poltrona della sala quella notte, prima di partire per New York, e lei non aveva avuto la forza di insistere.
Si era addormentata, per modo di dire, sul letto del piano di sopra, senza nemmeno togliersi i vestiti, sdraiata dalla parte in cui aveva dormito per le settimane precedenti Anthony.
Il giorno dopo aveva avuto giusto il tempo di cambiare i pantaloni ed infilarsi un paio di jeans a caso, prima di precipitarsi in aeroporto, insieme a Chris.
L'ammiraglio Johnson aveva loro garantito due posti di prima classe su un volo diretto a New York, dove un taxi li aveva accompagnati alla base di Doven.
La verità era che Chris, in quella estenuante conversazione al telefono il giorno precedente, era riuscito a convincere l'ammiraglio a fare l'impossibile.
L'ammiraglio Johnson, infatti, insieme al segretario della difesa, aveva abilitato un C-130 della USAF a riportare indietro il capitano Walker.
Quella notizia lo spiazzò, rischiò quasi che il telefono gli scivolasse dalle mani quanto erano sudate, quando il suo superiore gli diede la notizia.
Dopo estenuanti giorni di ricerche, la squadra inviata a ritrovare Anthony sui Balcani era riuscita nell'impresa e ora il pilota dell'aeronautica stava rientrando negli States.
Chris non credette alle sue orecchie, mentre guardava verso Eva, sulla veranda, che piangeva in silenzio.
Dunque le speranze non erano state vane, aveva voglia di gridare, quando sentì le parole dell'ammiraglio dall'altro capo del telefono.
Ma la nota dolente doveva ancora arrivare.
Stavolta non ebbe davvero il coraggio di dirlo ad Eva, perciò si limitò solo a dirle che l'ammiraglio Johnson desiderava parlare di persona a Doven, riguardo la questione.
Per quanto ingenua e, in quel momento, disperata, potesse sembrare, Eva Fortis fece il possibile, pur di presentarsi al meglio da quegli uomini in divisa, che li accolsero all'ingresso della base.
Una folata di vento la investì in pieno viso, scompigliandole i lunghi capelli, che le ricadevano sulle spalle e che si era dimenticata di legare, non appena sbucarono nel retro della base.
Era uno spazio enorme, ampio: ogni centimetro del pavimento di cemento armato era coperto di ogni genere di velivolo, per la maggior parte da guerra.
Dietro tutte quelle livree dalle serigrafie aggressive, si scorgeva la pista in asfalto, lunga, che si stendeva all'orizzonte.
Eva spostò lo sguardo su Chris, sempre di fianco a lei, che ora guardava in una direzione imprecisata.
Seguì gli occhi seri del tenente ed incrociò il volto di un uomo, distante qualche metro da loro, con la stessa divisa di Chris e dei graduati che li avevano accompagnati fino a lì.
Poteva benissimo essere uno dei tanti graduati di quella base, uno dei tanti superiori del tenente, che, senza farsi vedere, le stringeva prontamente la mano.
Eva si girò verso di lui e Chris fece lo stesso; la bionda non potè negare di aver scorto nei suoi occhi una lacrima di troppo.
Ma non c'era tempo per fare domande: l'uomo in divisa, con le mostrine sulle spalle e vari documenti in mano, che parlava annuendo in silenzio con altri due uomini in divisa, si mosse verso loro due, con grandi falcate.
Era sulla sessantina, forse di più, ma c'era una nota di rigidità nel suo passo che mostrava fierezza e sicurezza, mentre li raggiungeva affiancato dai sottoposti.
Solo quando fu abbastanza vicino da poterne decifrare i gradi sulla divisa, si rese conto che quello non era altro che...
"Riposo, riposo, non c'è tempo per i saluti, tenente Anselmi" sbottò, non appena Chris alzò la mano in segno di saluto.
Poi posò lo sguardo, visibilmente affaticato ma vigile e scattante, su di Eva.
"Ammiraglio Johnson, lei è la signorina..."
Dunque era lui il famoso Ammiraglio Johnson, il caro e vecchio Johnson, che dettava ordini e che faceva impazzire i suoi poveri ufficiali della portaerei in suo comando.
E' come me lo descriveva Anthony, pensò Eva.
"So benissimo chi è" L'ammiraglio la guardò dritta negli occhi, celando un'evidente emozione.
"Ora capisco perché Walker stava così tanto tempo al telefono" sussurrò e ad Eva uscì un mugolio dalle labbra.
Chris le strinse la mano più forte e lei ricacciò indietro le lacrime.
La guardò per qualche istante, quasi stesse cercando di scavarle nell'anima, ma poi, dalla pista si avvicinò di corsa un giovane sergente, con in mano una ricetrasmittente.
"Ammiraglio, ammiraglio mi dispiace disturbarla ma la logistica mi dice che ci siamo, è in fase atterraggio" disse velocemente l'uomo, di cui però Eva non riuscì a distinguere i gradi.
Johnson imprecò, girandosi verso la pista, illuminata dalla luce del tramonto imminente, per poi dare ordine ai due uomini, che da quando aveva fatto il suo ingresso sulla scena non lo avevano lasciato, di sgomberare la pista.
Poi si girò di nuovo verso Eva e Chris; fece cenno a lui di seguirlo, poi tornò con lo sguardo su di lei.
Le appoggiò una mano sulla spalla e gliela strinse delicatamente, poi la guardò dritta negli occhi, che stavolta mostravano una forte tristezza.
"Voglio che tu sappia che l'uomo che ami è il migliore pilota che sia mai stato sotto il mio comando"
Eva ebbe un fremito, ma si impose di controllarsi; strinse le labbra, mordendosi l'interno della guancia, sentendo il sapore metallico del sangue diffondersi leggermente.
"E che tutto ciò che era possibile fare, è stato fatto"
L'ammiraglio spostò gli occhi sul velivolo in finale sulla pista, ma poi tornò con lo sguardo su Chris ed Eva.
"E voglio che tu sappia anche che... era sicuramente fiero, di averti al suo fianco"
Eva irrigidì il viso, alzando leggermente la testa, con la gola che la bruciava e la pelle infiammata dai raggi del sole che filtravano nell'hangar.
Chris le strinse la mano ed Eva fece lo stesso, annuendo in risposta all'ammiraglio.
Era sicura che, se avesse aperto bocca, sarebbe scoppiata in lacrime, specialmente quando Johnson si avviò davanti a loro verso il C-130 che era appena atterrato.
Eva strinse la mano di Chris, sospirando profondamente, prima di uscire sull'asfalto pesante e caldo, sotto la luce del tramonto.
Davanti a loro era appena atterrato il velivolo, completamente diverso dagli affusolati caccia ed eurofighter fuori sulla pista, che nella luce del tramonto sembravano spigolosi scheletri contro l'orizzonte.
Aveva più le sembianze di un aereo di linea, come quello su cui avevano volato Chris ed Eva quella mattina, se non fosse per l'enorme scritta sulla fiancata US - AIR FORCE.
Dalla scalinata che portava a terra comparvero tre uomini, in tenuta da volo, con una fascia bianca su cui era stampata una grossa croce rossa, segno del personale medico militare.
Non ci volle molto per realizzare, soprattutto quando portarono a terra, su un apposito supporto, il corpo di Anthony.
Eva si portò una mano alla bocca.
Chris cercò di stringerle le braccia, per impedirle di avanzare, ma si liberò con uno strattone, implorandolo con la voce rotta di lasciarla andare.
Il C-130 stava per spegnere i motori e lo spostamento d'aria fu incredibilmente forte, quando Eva corse verso i tre operatori, che avevano appoggiato la barella sull'asfalto.
Il tenente le corse dietro, cercando di fermarla, ma questa volta fu l'Ammiraglio ad intervenire, bloccandolo.
"Lasciala andare Anselmi, lascia andare" disse docile l'Ammiraglio, affiancando Chris, mentre guardava inerme la scena straziante.
Johnson fece cenno ai tre giovani ufficiali medico di lasciarla stare, mentre Eva crollò sulle ginocchia, di fianco al corpo di Anthony.
Era sdraiato sul supporto ed indossava ancora la tuta anti-g, logora, strappata sul petto, fasciato da una bendatura fatta alla rinfusa, su cui campeggiava una grossa macchia di sangue.
Il viso era sporco, i capelli impiastrati di olio, di cenere e forse anche sangue, ma aveva gli occhi vigili e lo sguardo attento.
"Eva..." riuscì a sussurrare, non appena la vide.
Alzò leggermente il viso, mentre lei si piegava su di lui, sfiorandogli il petto con i capelli biondi.
"Anthony" rispose Eva, con il viso bagnato di lacrime, che non era riuscita a trattenere.
Lui alzò una mano, la sua bellissima mano dalle dita lunghe, e le accarezzò il viso, asciugandole la lacrime, mentre con l'altra cercò la sua.
"Non piangere, non piangere piccola..."
Eva gli strinse la mano, portandosela al cuore, mentre singhiozzava.
"Ti prego piccola, non piangere, che cosa pensa un uomo quando vede la sua donna piangere?" chiese, con un sorriso accennato sul viso che, nonostante fosse logoro, era ancora bellissimo.
I motori in fase di spegnimento muovevano la chioma di lei, spargendole i capelli tutti intorno come un'aureola.
"Non mi lasciare" riuscì a dire lei.
"Non ti lascio Eva, non ti lascio" fu la risposta di lui "Come potrei mai farlo?"
Le lacrime la cadevano incontrollate, ma prima che potessero scenderle dal viso, il vento gliele portava via e gli occhi rimanevano due pozzi lucidi, simili alle foreste dell'Oregon da quanto verdi.
Quelli di Anthony invece erano rimasti quelli di sempre.
Blu cobalto, che ora luccicavano nella luce del tramonto di fine settembre, con lo sclere velato di rosso, ma sempre stupendi.
"Anthony non mi puoi lasciare così... sei la mia unica vita"
Si stringevano le mani come se dovessero fondersi l'una con l'altra, diventare un unico corpo, un'unica pelle.
"Troverai il modo per vivere la vita di entrambi" le sussurrò, senza rompere quella catena di sguardi.
Eva scosse la testa, con le labbra contratte in una smorfia di dolore e le lentiggini risaltate dalla luce del tramonto.
"Non capisci che prima di te io non ho mai avuto una vita?"
Senza Anthony non ci sarebbe più stata vita per lei.
"Eva" disse lui qualche secondo dopo.
"Eva, ti voglio sposare"
La bionda trattenne i singhiozzi, asciugandosi con il dorso della mano libera gli zigomi bagnati, con un sorriso che iniziava a dipingersi sulle guance morbide.
"Voglio che tu sia mia per sempre" disse Anthony e poi, fece un cenno con il viso all'ammiraglio, che era rimasto in disparte.
L'uomo si avvicinò lentamente e si abbassò al livello di Eva.
"Ammiraglio Johnson" sussurrò appena Anthony.
"Capitano Walker" fu la risposta di Johnson.
"Voglio che ci sposi"
L'ammiraglio rimase interdetto e per un paio di istanti, l'unico rumore udibile furono i rumori del C-130 e i singhiozzi di Eva.
Poi parlò.
"Capitano... non credo di essere l'uomo adatto"
Anthony contrasse le labbra.
"Ammiraglio, con tutto il rispetto, ho servito il nostro Paese con onore per anni, ho sempre rispettato i vostri ordini e ho sempre fatto di tutto per mantenere altro il nome dell'America e ora le chiedo solo di unirmi in matrimonio con questa donna" sbottò e lo fulminò con la poca forza che gli rimaneva.
Johnson distolse lo sguardo, per poi tornare sui due giovani.
Aveva gli occhi lucidi.
"Avrete bisogno di un testimone" fu la sua unica richiesta.
"Lo sarà lui" disse Anthony, guardando Chris, in piedi vicino a lui.
Il giovane tenente non disse nulla, si limitò a sorridere trattenendo le lacrime, per poi abbassarsi vicino a lui.
Il vento era insopportabile ed il cielo in fiamme, quando l'ammiraglio Johnson iniziò a parlare.
Eva non lasciò mai la mano di Anthony e lui non distolse mai lo sguardo da quello di lei, come se fosse l'ultima cosa che desiderasse vedere.
"Non sono bravo con le parole, io sono un ammiraglio, non un poeta e né tantomeno un prete, ma cercherò di fare del mio meglio" disse Johnson, facendo sorridere Eva.
"Siamo qui, in questo momento, per celebrare l'unione tra questi due giovani, che, nel mezzo del caos della vita, hanno deciso di coronare il loro amore nel vincolo eterno del matrimonio"
Sorrise e poi riprese a parlare.
"Se dunque è vostro desiderio, essere uniti in matrimonio, tocca a voi ora scambiarvi promessa d'amore eterno"
Eva sorrise, con gli occhi chiari e puliti, nel guardare l'unico uomo che avrebbe mai amato.
"Io, Eva Fortis, accolgo te, Anthony, come mio unico sposo e prometto di esserti sempre fedele, finchè morte non ci separi"
"Io, Anthony Walker, prendo te Eva, come mia sposa e prometto di esserti fedele e di amarti, ogni istante che mi sarà concesso su questa terra" si fermò "E ti prometto che, quando morirò, tu sarai qui"
Con la mano destra, Anthony prese delicatamente quella di Eva e se l'appoggiò sul cuore, come lei aveva fatto tempo prima, l'ultima volta che si erano visti, nell'estate del 97'.
"E' dove ti ho portato, dove ti porto, e dove ti porterò, nella vita e nella morte"
Eva strinse il tessuto della tuta di Anthony, con le lacrime che scendevano incontrollate, come se una sposa potesse fermarle il giorno in cui si è unita in matrimonio con la persona che ama più della sua stessa vita.
Chris appoggiò una mano sulla spalla di lei.
"E con le facoltà a me richieste in questo momento, io vi dichiaro uniti in matrimonio" sussurrò l'ammiraglio, ma Eva non lo sentì.
Per un secondo non c'era più nessun vento e nessun frastuono.
C'erano solo Eva ed Anthony, sdraiati nell'erba dietro casa, con il suono delle cicale e le mani intrecciate, c'era solo Anthony, che premeva la mano di lei sul suo petto, c'era solo Eva, che non la lasciò finchè lui non chiuse gli occhi.
Morì lì, sull'asfalto di quella base di Doven, vicino a New York.
Con il vento che scompigliava i capelli ad Eva, che nell'ultimo giorno d'estate e il primo dell'autunno, aveva sposato la sua unica vita, più bella che mai.
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